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Proletari Torinesi - sri
Rojava

La repressione dello stato democratico.


Da alcuni combattenti italiani dello Ypg Comunicato di solidarietà alle compagne e compagni di Torino.
Il 13 luglio 2018 andava in scena l’ennesima operazione repressiva orchestrata dalla Procura di Torino, da anni tristemente nota per le sue deliranti attenzioni contro tutti coloro che ci mettono la faccia all’interno del mondo delle lotte sociali, per il diritto all’abitare e nel movimento NoTAV. L’operazione di polizia che ha portato alla notifica di 15 misure cautelari e 9 convalide di arresto aveva come oggetto i fatti relativi al primo maggio 2017 quando la polizia, nel tentativo di impedire la piazza a precari, lavoratori, studenti, insomma ad una fetta importante del corpo sociale della città, entrava in contatto con lo spezzone delle lotte sociali caricando a più riprese compagne e compagni. Il motivo era impedire qualsiasi forma di contestazione contro sindacati confederali e PD da parte di tutti coloro che stanno pagando a caro prezzo le loro scelte scellerate ed anni di smantellamento del mondo del lavoro, insomma impedire ai “poveri” di dire qualcosa a chi ha generato “povertà”.
Quella che non sbaglieremmo a definire una magistratura ad orologeria, nella persona del pm Rinaudo (chi lo avrebbe mai detto!) ci ha tenuto a "rimarcare la loro estraneità alla manifestazione e ai valori da essa espressi”,riferendosi ai compagni prima caricati ed oggi oggetto delle attenzioni della Procura, per dare legittimità al teatrino poliziesco messo in atto nella mattina del 13 luglio. Su questa vicenda volevamo spendere qualche parola perché riteniamo che una deriva autoritaria, nella quale la polizia italiana si trasforma nel servizio d’ordine del PD ai cortei e la procura di Torino nello strumento di propaganda di questo o quel partito di governo, sia fortemente pericolosa per le vite di ognuno di noi.
Negli ultimi anni, a fasi diverse, abbiamo deciso di sostenere ed abbracciare un esperimento rivoluzionario che ha cambiato radicalmente la nostra idea di politica, dei rapporti umani e ci ha dato ulteriori certezze su quanto la base della società sia il vero motore del cambiamento. Molti di noi già provenivano da anni di percorsi di militanza all’interno delle lotte territoriali e, probabilmente, questo è stato uno dei motivi fondamentali che ci ha portati a voler toccare con mano una nuova forma di società dove al potere si è sostituito il senso di responsabilità verso il popolo, in tutte le sue composizioni sociali, etniche e di genere; al sistema della rappresentanza è stato contrapposto quello della democrazia diretta ed alla delega elettorale il principio di sovranità della comunità che può in qualsiasi momento destituire dall’incarico coloro i quali vanno contro il bene della stessa. Abbiamo deciso, quindi, di lasciare le nostre certezze, le nostre realtà di riferimento per andare a studiare questa forma di autogoverno basata sull’autonomia democratica, pilastro fondamentale del confederalismo democratico. Un nuovo corso che ha dato e sta dando i suoi frutti prima in Rojava e poi in tutta la Siria del nord, nel contesto della guerra civile siriana. Un miracolo che, sotto la spinta ideologica del movimento rivoluzionario kurdo, resiste ed esiste in territorio devastato dalla guerra. In uno scenario simile tutte le etnie e gruppi religiosi convivono pacificamente attraverso il principio della tutela e rispetto di tutte le minoranze. In una società fortemente patriarcale le donne hanno preso il loro posto diventando pilastro importante nella difesa e la vita delle comunità. Allo stato di polizia si è sostituito il principio di autodifesa delle comunità, sono le persone del quartiere, che organizzate in forze di autodifesa, provvedono alla protezione della società senza il bisogno di apparati polizieschi liberticidi al soldo di partiti di governo ed interessi di pochi. Abbiamo, quindi, compiuto la scelta di arruolarci nelle Unità di Difesa del Popolo (YPG) e provare a dare il nostro contributo a questa rivoluzione. Ci è stata concessa una possibilità importante, quella di toccare con con mano una rivoluzione in atto e di lottare per la difesa di essa, ed abbiamo deciso che quella era la nostra strada.
E’ per questo motivo che riteniamo importante e necessario far sentire la nostra voce per esprimere solidarietà alle compagne e compagni del CSOA Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda. Tutto ciò per cui abbiamo lottato è quotidianamente calpestato e violentato in un sistema che ha l’arroganza di definirsi democratico. Lo stesso significato della parola “democrazia” si è evoluto da dominio di una maggioranza sulle minoranze a repressione dei tanti per il benessere dei pochi. Quando la sfilatina del primo maggio deve essere pulita ed ordinata il problema non è solo il corteo in sé. C’è un’idea di fondo secondo la quale si possono compiere delle scelte importanti che riguardano tutti senza prendere in considerazione i diretti interessati. Si emanano soluzioni senza interrogare la società su quali siano i suoi problemi. Per quello che abbiamo vissuto e per quello che vorremmo fossero i nostri territori tutto ciò è inaccettabile.
Quale sarà la naturale evoluzione di un primo maggio senza i lavoratori e gli sfruttati e di un 25 aprile senza gli antifascisti? E, soprattutto, di quali valori precisamente parla il pm Rinaudo e, più in generale la magistratura, in un Paese dove se fomenti odio, dissemini povertà e rubi 49 milioni di euro puoi fare il ministro dell’Interno e se provi anche solo a volere esplicitare il dolore ed il disagio causato da questa condotta vai incontro a carcere e repressione?
La nostra solidarietà per i fatti di Torino non è semplice solidarietà militante verso compagne e compagni ma espressione diretta di quel Parastina Gel (difesa del popolo) per la quale abbiamo scelto di lottare e per la quale abbiamo visto cadere tanti nostri compagni. Non ci stupisce affatto che a reprimere sia lo stesso Stato che stringe la mano di dittatori sanguinari del calibro di Erdogan ed aldilà di ogni facciata uno stato responsabile di miseria, disperazione ed odio diffuso ha per noi le mani insanguinate come quelle di un qualsiasi dittatore genocida. La repressione del primo maggio torinese è un colpo di coda di un sistema al collasso che intravede nelle pratiche di autogestione una minaccia ad uno stato di cose marcio ed obsoleto.
Siamo vicini a tutti coloro che in questo momento patiscono la repressione ma, come loro, siamo consapevoli che sia sintomatica dell’aver fatto la cosa giusta.

“îro dem, dem me ye!” (oggi è il nostro tempo).

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