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Internazionale

Catalunya


“Tutte le lotte indipendentiste in cui le classi popolari sono coinvolte massicciamente indeboliscono gli stati imperialisti. Per fare traballare gli Stati borghesi che affamano le masse popolari è necessario sostenere le lotte indipendentiste lavorando per creare le condizioni perchè, in esse, prevalgano le spinte della rivoluzione proletaria. Tra i compagni vi è chi afferma che “non bisogna creare nuovi Stati” e che " non bisogna aggiungere frontiere perchè tutto ciò gioverebbe alle borghesie locali " Questi compagni non fanno altro che difendere i confini degli Stati imperialisti già esistenti legittimando, con ciò, la visione geopolitica del nemico di classe.
D'altro canto non si deve credere che, di per se, l'indipendentismo sia necessariamente rivoluzionario. La Storia ci insegna che in Europa ed altrova, l'indipendenza ha deluso il proletariato rivoluzionario ma, ogni rivolta popolare, ogni rottura con l'ordine stabilito e con il consenso democratico borghese, indeboliscono gli imperialismi e dimostrano alle masse popolari la forza della mobilitazione collettiva e la possibilità di nuove prospettive.
La lotta per l'indipendenza deve trasformarsi nel primo passo per lotte più avanzate nella prospettiva rivoluzionaria.
Nulla è per sempre, nemmeno i confini borghesi.

Redazione Aurora Proletaria”


Di seguito alcuni passi del comunicato dei compagni del PCM francese :

“PCF maoiste

Cosa sta accadendo in Catalogna?
Questa nazione presente su diversi territori di cultura catalana (Valencia, Isole Baleari, Andorra, ...) si trova principalmente nello Stato spagnolo, e in parte nello Stato francese, ha una situazione politica che si sta evolvendo rapidamente: un' inedita crisi politica senza precedenti si è presentata. Il governo della Generalitat (l'organizzazione politica che detiene l'esecutivo regionale e i poteri legislativi di questa "comunità autonoma", integrata da secoli nello Stato spagnolo) ha promesso dal 2015 di avanzare verso la strada dell'indipendenza. Per questo, la Generalitat ha chiesto un referendum per il 1 Ottobre 2017.
Il governo conservatore spagnolo di Mariano Rajoy (leader del Partido Popular, che rappresenta l'estremità destra pro franchismo) sembra pronto a utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per impedire lo svolgimento del referendum, che la Corte Costituzionale ha giudicato illegale. Bisogna ricordare che la polizia ha anche effettuato ricerche presso la sede del governo regionale catalano e sequestrato il 19 e 20 settembre quasi 10 milioni di schede elettorali, che 14 funzionari del governo regionale sono stati arrestati e che il 21 settembre, la giustizia ha convocato più di 700 sindaci catalani, e anche le aziende private che hanno contribuito alla propaganda separatista sono state perquisite, la Corte Costituzionale ha annunciato multe da 6.000 a 12.000 € ogni giorno a 24 organizzatori del referendum fino a che non si piegheranno alle risoluzioni della "giustizia". 60 siti che promuovono il referendum sono stati chiusi, la campagna elettorale è stata illegale e quindi attaccare dei manifesti per l'indipendenza è illegale, e Madrid ha messo sotto tutela la finanza nella regione per evitare il finanziamento illecito .
La costituzione considera in effetti che la Spagna è una e indivisibile: nonostante l'esistenza di diverse nazioni all'interno di essa (Catalogna, Paesi Baschi, ma anche delle Asturie, Galizia, Andalusia ...), l'eredità dell'impero e del franchismo rimane profondamente segnato nell'organizzazione dello Stato. La borghesia continua a celebrare la "Giornata dell'ispanicità", e il partito di destra principale, il PP, è l'erede diretto della burocrazia di Franco. Ma in realtà, la borghesia spagnola è una classe incartata tra la sua natura imperialista e la realtà della centralizzazione incompleta. Se il paese è stato costruito sull' oro proveniente dalla colonizzazione dell'America Latina, ha vissuto un significativo ritardo industriale in seguito. Inoltre la Spagna non ha completato il suo processo di centralizzazione come ha fatto la Francia, che schiacciò le sue minoranze nazionali in modo più efficace con la diffusione di un'ideologia repubblicana giacobina. Solo alcune parti del nord della Spagna hanno veramente vissuto la rivoluzione industriale nel XIX secolo come i Paesi Baschi (Euskal Herria), Catalogna (Catalunya) o Galizia.
Queste contraddizioni hanno causato grande miseria nelle campagne, delle disuguaglianze economiche profonde, le rivendicazioni nazionali centrifughe, e profonda instabilità politica. La borghesia nella sua maggioranza è molto legata alla Chiesa cattolica, che disprezza apertamente il popolo e non cerca una facciata progressista. In risposta a cio', il movimento operaio si è sviluppato principalmente su una base anarco-sindacalista e anarchica. Le contraddizioni della società spagnola sono state notoriamente l'origine della rivolta reazionaria e della guerra civile del 1936-1939, che ha visto anche l'intervento delle potenze fasciste, del Messico e dell'Unione Sovietica. I baschi e i catalani si sono radunati a fianco della terza repubblica, sperando per l'indipendenza nazionale, o almeno in uno statuto e a delle libertà pubbliche.
La sconfitta della Repubblica ha fatto tacere le aspirazioni nazionali temporaneamente. Il movimento anarchico e anarco-sindacalista è stato spazzato, i comunisti sono stati immersi nella clandestinità, e la borghesia ha duramente schiacciato il proletariato. La transizione democratica che ha avuto inizio dopo la morte di Franco nel 1975 ha ridisegnare solo la facciata del vecchio Stato autoritario e nazionalista: nonostante la forma di Stato parlamentare, la Spagna ha una serie di leggi tra le più repressive in Europa. La tortura dei militanti e dei rivoluzionari e degli attivisti per l'indipendenza è comune, e ancora non è possibile criticare apertamente la monarchia.

Ma torniamo alla situazione attuale. Chi guida il movimento per l'indipendenza della Catalogna? La direzione di movimento è chiaramente nelle mani della borghesia catalana. In termini di classe, una parte del proletariato, della borghesia, e la maggioranza della piccola borghesia sono di cultura catalana. Al contrario "i più ricchi ed i più poveri sono spagnoli": la grande borghesia, come i proletari e i più precarie venuti a tentare la fortuna a Barcellona, e in aree industriali, sono più vicini alla cultura spagnola.

L'ultima Diada, la festa nazionale si trasformò in una manifestazione pro indipendenza, si sono riuniti un milione di persone. Per un decennio, il rapido sviluppo economico della Catalogna spinge la piccola e media borghesia catalana a sostenere apertamente il movimento indipendentista. In poche parole in questo modo: per la borghesia, è più vantaggioso mantenere l'integrità delle imposte al livello della Catalonia che versarle a Madrid. La Catalogna da sola rappresenta il 20% del PIL della Spagna, il 30% delle esportazioni e il 50% di alta attività a valore aggiunto! C'è un'idea reazionaria come quella che i "catalani" non vogliono sacrificarsi per il resto della popolazione in Spagna. Il movimento catalano, però, è da respingere nel suo insieme? No. Si tratta di una lotta nazionale con una caratteristica progressista (l'indipendenza all'interno di uno stato imperialista). Ma questa lotta non è rivoluzionaria. L'oppressione nazionale colpisce il popolo, ma anche la nazione intera.

Per i rivoluzionari dello Stato francese, la situazione deve essere monitorata da vicino. E' potenzialmente esplosiva in Spagna, e potrebbe avere conseguenze importanti a livello europeo, provocando un effetto domino nei Paesi Baschi e altrove, per esempio in Scozia e Irlanda del Nord. E' chiaro che Madrid non permetterebbe che la situazione si aggravi a questo punto. Per i conservatori, si trattava di una semplice contrattazione economica con la borghesia catalana, che ha fatto il suo show per pesare nella bilancia e mobilitare la sua base elettorale.

Ma la borghesia spagnola, sia essa conservatrice o socialista, ha trascurato un fattore: spinta dalla sua base, subite delle battute d'arresto dalla Generalitat nei confronti dei conservatori, la borghesia catalana è andata oltre quanto previsto. Può anche rinunciare al progetto di indipendenza e farla franca, facendo ciò che i politici borghesi sanno fare meglio, cioè recitare la commedia. Essi possono nascondersi dietro le minacce (un generale spagnolo aveva lasciato intendere che avrebbe difeso l'ordine costituzionale "con tutti i mezzi") e la repressione, impedire loro di tenere il referendum, compreso il sequestro dei bollettini e delle convocazioni, la chiusura dei siti web, i processi e la messa sotto tutela delle finanze della Generalitat.

Ma Madrid sta giocando un gioco molto pericoloso. La disobbedienza civile è massiccia in Catalogna, ci sono state grandi proteste studentesche di questi giorni, molte scuole sono occupate e i sindacati hanno depositato un avviso di sciopero generale a partire dal 1 ottobre nel caso in cui sarebbe stato impedito il referendum. Se le forze di polizia locale, i Mossos ancora obbediscono a Madrid, l'amministrazione disobbedisce apertamente. Le perquisizioni di edifici pubblici hanno scioccato l'opinione pubblica. E il processo contro i dirigenti catalani può spingere le masse a provare il tutto per tutto. Così qui siamo di fronte ad una situazione di rilascio o raddoppio: o il governo sostituisce temporaneamente il movimento per l'indipendenza, o lo radicalizza e perde i suoi mezzi per affrontare la pressione dell'opinione pubblica.

Tuttavia, le prossime settimane saranno decisive. Il nostro partito è quindi posizionato come segue:

Riconosciamo la definizione di una nazione come comunità umana, stabile, storicamente costituita, nata sulla base di un linguaggio comune, di un territorio, di una vita economica e formazione psicologica che si traduce in una cultura di comunità.

Lo Stato spagnolo ha usato e usa la forza contro la nazione catalana per impedire la secessione. Noi sosteniamo il diritto all'autodeterminazione della nazione catalana. Se la nazione catalana giudica positivamente di fare la secessione e creare così uno stato indipendente, è perchè si sente oppressa dallo Stato spagnolo. Dobbiamo sostenere il suo diritto all'autodeterminazione.

Il compagno Lenin ci ha insegnato che "il principio di nazionalità è storicamente inevitabile nella società borghese, e tenuto conto qi duesta società, il marxista riconosce pienamente la legittimità storica dei movimenti nazionali. Ma questo riconoscimento non passa alla difesa del nazionalismo, dovrebbe essere limitata strettamente a quanto è progressiva in tali movimenti, che questo riconoscimento non comporti di oscurare la coscienza proletaria dall'ideologia borghese.
"(Osservazioni critiche sulla questione nazionale, 1913)

Il nazionalismo borghese di una nazione oppressa ha un contenuto democratico che è diretto contro l'oppressione, questo è quello che sosteniamo. Tuttavia non sosteniamo il contenuto che mira a rafforzare il nazionalismo e i privilegi della borghesia nazionale e che rompe la coscienza di classe proletaria cancellando distinzioni di classe tra borghesi, piccolo-borghesi e proletari.

"Con il pretesto che le sue richieste sono" pratiche", la borghesia delle nazioni oppresse chiamerà il proletariato per sostenere le sue aspirazioni incondizionatamente ... Il proletariato si oppone a tale pratica. Pur riconoscendo uguali diritti a uno stato nazionale, i valori e soprattutto l'alleanza dei proletari di tutti i paesi, e valuta qualsiasi domanda nazionale, ogni separazione nazionale, dal punto di vista della lotta di classe dei lavoratori . Per i lavoratori, la cosa importante è quello di distinguere i principi delle due tendenze. Nella misura in cui la borghesia della nazione oppressa combatte gli oppressori, siamo sempre, in ogni caso, e più fortemente di chiunque altro a suo favore, perché noi siamo i nemici più fervidi di oppressione. Ma nella misura in cui la borghesia della nazione oppressa supporta il suo proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro. "(Lenin, citato da Ibrahim Kaypakkaya nella Questione Nazionale in Turchia, 1971)

Noi sosteniamo il diritto all'autodeterminazione della nazione catalana.
E sosteniamo l'unità del proletariato catalano e spagnolo contro gli interessi della borghesia e dei padroni.”


Infine riteniamo opportuno rileggere ciò che Lenin scrisse nella Tesi :”La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’auto decisione” che riportiamo di seguito :

1. L'imperialismo, il socialismo e la liberazione delle nazioni oppresse
L'imperialismo è la fase suprema dello sviluppo del capitalismo. Il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli Stati nazionali, ha sostituito alla concorrenza il monopolio, creando tutte le premesse oggettive per l'attuazione del socialismo. Perciò nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti la lotta rivoluzionaria del proletariato per l'abbattimento dei governi capitalistici e per l'espropriazione della borghesia è all'ordine del giorno. L'imperialismo spinge le masse verso questa lotta, acutizzando in modo straordinario gli antagonismi di classe, peggiorando le condizioni delle masse sia nel campo economico - trust, caroviveri - che in quello politico: il militarismo si sviluppa, le guerre diventano più frequenti, la reazione si rafforza, l'oppressione nazionale e il brigantaggio coloniale si accentuano e si estendono. Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica. Quei partiti socialisti i quali non dimostrassero mediante tutta la loro attività - sia oggi, sia nel periodo della rivoluzione, sia dopo la vittoria della rivoluzione - che essi liberano le nazioni asservite e basano il loro atteggiamento verso di esse sulla libera unione, - e la libera unione non è che una frase menzognera senza la libertà di separazione, - tali partiti tradirebbero il socialismo.
Naturalmente anche la democrazia è una forma di Stato che deve scomparire quando scomparirà lo Stato. Ma ciò avverrà soltanto col passaggio dal socialismo, definitivamente vittorioso e consolidato, al comunismo completo.

2. La rivoluzione socialista e la lotta per la democrazia
La rivoluzione socialista non è un atto isolato, una battaglia isolata su un solo fronte, ma tutta un'epoca di acuti conflitti di classe, una lunga serie di battaglie su tutti i fronti, cioè su tutte le questioni dell'economia e della politica, battaglie che possono terminare soltanto con l'espropriazione della borghesia. Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla, ecc. Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia.
Un errore non meno grave sarebbe quello di sopprimere un qualche punto del programma democratico, per esempio l'autodecisione delle nazioni, col pretesto della sua "irrealizzabilità" o del suo carattere "illusorio" durante l'imperialismo. L'affermazione che il diritto di autodecisione delle nazioni è irrealizzabile nel quadro del capitalismo può essere concepito o nel senso economico, assoluto, oppure nel senso politico, relativo.
Nel primo caso, essa, dal punto di vista teorico, è radicalmente sbagliata. In primo luogo, in questo senso non sono, per esempio, attuabili, nel quadro del capitalismo, il denaro-lavoro o l'eliminazione delle crisi, ecc. è assolutamente falso che l'autodecisione delle nazioni sia anch'essa irrealizzabile. In secondo luogo, anche il solo esempio della separazione della Norvegia dalla Svezia nel 1905 basta per confutare l'"irrealizzabilità" del diritto di autodecisione in questo senso. In terzo luogo, sarebbe ridicolo negare che, in seguito a un piccolo cambiamento nei reciproci rapporti politici e strategici, per esempio della Germania e dell'Inghilterra, la formazione di nuovi Stati, come uno Stato polacco, indù, ecc., sarebbe completamente "realizzabile" oggi o domani. In quarto luogo, il capitale finanziario, nei suoi tentativi espansionisti, comprerà e corromperà "liberamente" il più libero dei governi democratici e repubblicani e i funzionari elettivi di qualsiasi paese, sia pure "indipendente".Nessuna riforma nel campo della democrazia politica può eliminare il dominio del capitale finanziario, come del capitale in generale, e l'autodecisione si riferisce completamente ed esclusivamente a questo campo. Ma questo dominio del capitale finanziario non distrugge affatto l'importanza della democrazia politica come forma più libera, più ampia e più chiara dell'oppressione di classe e della lotta di classe. Tutti i ragionamenti sulla "irrealizzabilità", in senso economico, di una delle rivendicazioni della democrazia politica in regime capitalistico, si riducono pertanto a una definizione teoricamente errata dei rapporti generali e fondamentali tra il capitalismo e la democrazia politica in generale.
Nel secondo caso questa affermazione è incompleta e imprecisa poiché non soltanto il diritto delle nazioni all'autodecisione, ma tutte le rivendicazioni essenziali della democrazia politica sono "realizzabili" nell'epoca imperialista soltanto in modo incompleto, deformato e in via di rara eccezione (per esempio: la separazione della Norvegia dalla Svezia nel 1905). Anche la rivendicazione della liberazione immediata delle colonie, promossa da tutti i socialdemocratici rivoluzionari è "irrealizzabile" in regime capitalista senza una serie di rivoluzioni. Ma da questo non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (facendolo, farebbe soltanto il giuoco della borghesia e della reazione); deriva appunto, invece, che essa deve formulare e porre tutte queste rivendicazioni in modo rivoluzionario e non riformista, non limitandosi al quadro della legalità borghese, ma spezzandolo; non accontentandosi dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali, ma attirando le masse alla lotta attiva, allargando e rinfocolando la lotta per ogni rivendicazione democratica fondamentale sino all'attacco diretto del proletariato contro la borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia. La rivoluzione socialista può divampare non soltanto in seguito a un grande sciopero o a una grande dimostrazione di strada o a una rivolta dovuta alla fame, o in seguito a un ammutinamento militare o a un'insurrezione coloniale, ma anche in seguito a una qualsiasi crisi politica come l'affare Dreyfus, l'incidente di Zabern2oppure a un referendum sulla questione della separazione di una nazione oppressa, ecc.
Il rafforzamento dell'oppressione nazionale durante l'imperialismo non determina per la socialdemocrazia la rinunzia alla lotta "utopistica" (come viene definita dalla borghesia) per la libertà di separazione delle nazioni, ma determina, al contrario, una più ampia utilizzazione dei conflitti che sorgonoanchesu questo terreno, come motivi per l'azione di massa, per le azioni rivoluzionarie contro la borghesia.

3. Il significato del diritto di autodecisione e i suoi rapporti con la federazione
Il diritto delle nazioni all'autodecisione non significa altro che il diritto all'indipendenza in senso politico, alla libera separazione politica dalla nazione dominante. Concretamente, questa rivendicazione della democrazia politica significa la piena libertà di agitazione per la separazione e la soluzione di questa questione con un referendum della nazione che si separa. Questa rivendicazione non equivale quindi per nulla alla rivendicazione della separazione, del frazionamento, della formazione di piccoli Stati. Essa è soltanto l'espressione conseguente della lotta contro qualsiasi oppressione nazionale.Quanto più la struttura democratica di uno Stato è vicina alla piena libertà di separazione, tanto più rare e più deboli saranno in pratica le tendenze alla separazione poiché i vantaggi dei grandi Stati sono incontestabili, sia dal punto di vista del progresso economico come da quello degli interessi delle masse, e, inoltre, questi vantaggi crescono sempre più con lo sviluppo del capitalismo. Il riconoscimento del diritto di autodecisione non equivale al riconoscimento della federazione come principio.Si può essere avversari decisi di questo principio e fautori del centralismo democratico, ma preferire la federazione alla disuguaglianza di diritti delle nazioni, quale unica via verso il centralismo democratico. è precisamente da questo punto di vista che Marx, essendo centralista,preferiva perfino la federazione fra l'Irlanda e l'Inghilterra alla sottomissione forzata dell'Irlanda agli inglesi.Il fine del socialismo consiste non soltanto nell'abolizione del frazionamento dell'umanità in piccoli Stati e di ogni isolamento delle nazioni, non soltanto nell'avvicinamento delle nazioni, ma anche nella loro fusione.Ed è precisamente per raggiungere questo scopo che noi dobbiamo, da una parte, spiegare alle masse lo spirito reazionario delle idee di Renner e di O. Bauer sulla cosiddetta "autonomia nazionale culturale"4e, dall'altra, esigere la liberazione delle nazioni oppresse non attraverso declamazioni senza contenuto, attraverso frasi vaghe e generiche, né nella forma di "aggiornamento" della questione sino all'avvento del socialismo, ma sulla base di un programma politico formulato con chiarezza e precisione, un programma che tenga conto in modo particolare dell'ipocrisia e della viltà dei socialisti delle nazioni che ne opprimono altre. Come l'umanità non può giungere all'abolizione delle classi se non attraverso un periodo transitorio di dittatura della classe oppressa, così non può giungere all'inevitabile fusione delle nazioni se non attraverso un periodo transitorio di completa liberazione di tutte le nazioni oppresse, cioè la libertà di separazione.

4. L'impostazione proletaria, rivoluzionaria della questione dell'autodecisione delle nazioni
Non soltanto la rivendicazione dell'autodecisione delle nazioni, ma tutti i punti del nostro programma minimo democratico erano stati prima, già nel XVII e nel XVIII secolo, presentati dalla piccola borghesia. E la piccola borghesia continua ancora oggi, utopisticamente, a presentare tutti questi punti, senza vedere la lotta di classe e il suo acuirsi in regime democratico, credendo nel capitalismo "pacifico". è precisamente questa utopia, l'utopia della unione pacifica delle nazioni con eguali diritti sotto l'imperialismo, che inganna il popolo ed è difesa da kautskiani. In contrapposto a quest'utopia opportunista piccolo-borghese, il programma della socialdemocrazia deve mettere in evidenza la differenziazione delle nazioni in nazioni dominanti e nazioni oppresse, differenziazione fondamentale, essenzialissima ed inevitabile nell'epoca imperialista.
Il proletariato delle nazioni dominanti non può limitarsi a frasi generiche, stereotipate, ripetute da ogni borghese pacifista, contro le annessioni e per l'uguaglianza di diritti delle nazioni in generale. Il proletariato non può eludere col silenzio la questione - particolarmente "spiacevole" per la borghesia imperialista – delle frontiere di uno Stato fondato sull'oppressione nazionale.l proletariato non può non lottare contro il mantenimento forzato delle nazioni oppresse nei confini di uno Stato, e questo significa appunto lottare per il diritto di autodecisione. Il proletariato deve esigere la libertà di separazione politica delle colonie e delle nazioni oppresse dalla "sua" nazione. Nel caso contrario l'internazionalismo del proletariato resterà vuoto e verbale; tra gli operai della nazione dominante e gli operai della nazione oppressa non sarà possibile né la fiducia, né la solidarietà di classe; l'ipocrisia dei difensori riformisti e kautskiani del diritto di autodecisione, i quali non parlano delle nazionalità oppresse dalla "loro" nazione e violentemente mantenute nei confini del "loro" Stato, non sarà smascherata.
Dall'altro lato, i socialisti delle nazioni oppresse debbono particolarmente difendere e attuare l'unità completa e incondizionata, quella organizzativa compresa, degli operai della nazione oppressa con quelli della nazione dominante. Senza questo non è possibile - date le manovre di ogni specie, i tradimenti e le infamie della borghesia - difendere la politica autonoma del proletariato e la sua solidarietà di classe col proletariato degli altri paesi, poiché la borghesia delle nazioni oppresse trasforma continuamente le parole d'ordine della liberazione nazionale in un inganno per gli operai: nella politica interna esse utilizza queste parole d'ordine per accordi reazionari colla borghesia delle nazioni dominanti (per esempio i polacchi che in Austria e in Russia mercanteggiano con la reazione per opprimere gli ebrei e gli ucraini); nella politica estera tende ad accordarsi con una delle potenze imperialiste fra loro rivali per conseguire i suoi scopi di rapina (la politica dei piccoli Stati nei Balcani,5ecc.).
Il fatto che la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista può essere utilizzata, in certe condizioni, da un'altra "grande" potenza per i suoi scopi egualmente imperialisti, non può costringere la socialdemocrazia a rinunziare al riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni, così come i ripetuti casi di utilizzazione, a scopo d'inganno, per esempio nei paesi latini, delle parole d'ordine repubblicane da parte della borghesia per le sue manovre politiche e le sue rapine finanziarie, non possono costringere i socialdemocratici a rinunciare al loro repubblicanesimo*.
* E' inutile dire che respingere il diritto di autodecisione perché da esso deriverebbe la "difesa della patria" è semplicemente ridicolo. Con lo stesso diritto, cioè con la stessa mancanza di serietà, i socialsciovinisti invocano, nel 1914-1916, una qualunque rivendicazione della democrazia (per esempio il suo repubblicanesimo) e una qualsiasi formulazione della lotta contro l'oppressione nazionale per giustificare la "difesa della patria". Il marxismo deduce il riconoscimento della difesa della patria nelle guerre come, ad esempio, quelle della grande rivoluzione francese e di Garibaldi in Europa, e la negazione della difesa della patria nella guerra imperialista del 1914-1916 dall'analisi dei particolari storici concreti di ogni singola guerra e in nessun modo da un qualunque "principio generale" né da un qualunque singolo punto del programma.

5. Marxismo e proudhonismo nella questione nazionale
Contrariamente ai democratici piccolo-borghesi, Marx vide in tutte le rivendicazioni democratiche, senza eccezione, non un assoluto, ma un'espressione storica della lotta delle masse popolari, guidate dalla borghesia, contro il feudalesimo. Non v'è una sola di queste rivendicazioni che non potesse servire e non abbia servito alla borghesia, in certe circostanze, come strumento per ingannare gli operai. Eccettuare, per questo rispetto, una delle rivendicazioni della democrazia, e precisamente il diritto delle nazioni all'autodecisione, e contrapporla a tutte le altre è, dal punto di vista teorico, radicalmente falso. In pratica, il proletariato può conservare la propria autonomia solamente subordinando la sua lotta per tutte le rivendicazioni democratiche, senza escludere la repubblica, alla propria lotta rivoluzionaria per l'abbattimento della borghesia.
D'altra parte, Marx, contrariamente ai proudhoniani che "negavano" la questione nazionale "in nome della rivoluzione sociale", mise in primo piano, tenendo conto anzitutto degli interessi della lotta di classe del proletariato nei paesi avanzati, il principio fondamentale dell'internazionalismo e del socialismo: un popolo che opprime altri popoli non può essere libero6. E precisamente dal punto di vista degli interessi del movimento rivoluzionario degli operai tedeschi, Marx nel 1848 esigeva che la democrazia vittoriosa in Germania proclamasse e realizzasse la libertà dei popoli oppressi dai tedeschi. E precisamente dal punto di vista degli interessi del movimento rivoluzionario degli operai inglesi, Marx esigeva nel 1869 la separazione dell'Irlanda dall'Inghilterra, aggiungendo: "anche se dopo la separazione potrà venire la federazione".Soltanto ponendo una tale rivendicazione, Marx educava effettivamente gli operai inglesi nello spirito internazionalista. Soltanto in questo modo egli poteva contrapporre agli opportunisti e al riformismo borghese - il quale tuttora, cioè mezzo secolo dopo, non ha ancora attuato la "riforma" irlandese - una soluzione rivoluzionaria di questo compito storico. Soltanto in questo modo Marx, contrariamente agli apologeti del capitale che strepitavano contro il carattere utopistico e l'irrealizzabilità della libertà di separazione delle piccole nazioni e la progressività della concentrazione non soltanto economica ma anche politica, poteva difendere lo spirito progressivo di questa concentrazione non dal punto di vista imperialista, difendere l'avvicinamento tra le nazioni non sulla base della violenza, ma attraverso la libera unione dei proletari di tutti i paesi. Soltanto in questo modo Marx poteva contrapporre al riconoscimento verbale, e spesso ipocrita, dell'uguaglianza di diritti e dell'autodecisione dei popoli l'azione rivoluzionaria delle masse anche nel campo della soluzione delle questioni nazionali. La guerra imperialista del 1914-1916 e l'immensa ipocrisia degli opportunisti e dei kautskiani che essa ha svelato, hanno confermato chiaramente la giustezza di questa politica di Marx, la quale deve essere di esempio per tutti i paesi avanzati, dato che attualmente ciascuno di essi opprime delle nazioni straniere*.
* Spesso si sente dire - per esempio dallo sciovinista tedesco Lensch nei nn. 8 e 9 della rivista Die Glocke - che l'atteggiamento negativo di Marx verso il movimento nazionale di alcuni piccoli popoli, per esempio dei cechi nel 1848, confuta la necessità - dal punto di vista del marxismo - di riconoscere l'autodecisione delle nazioni. Ma questo è falso, perché nel 1848 esistevano dei motivi storici e politici per distinguere le nazioni "reazionarie" da quelle democratiche rivoluzionarie. Marx aveva ragione condannando le prime e sostenendo le seconde.(Crf. Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, vol. 6, Berlino, 1959, pp. 270-276, ndt).Il diritto di autodecisione è una delle rivendicazioni della democrazia che, naturalmente, dev'essere subordinata agli interessi generali di quest'ultima. Nel 1948 e negli anni successivi questi interessi generali consistevano in primo luogo nella lotta contro lo zarismo.

6. Tre tipi di paesi in rapporto alla questione dell'autodecisione dei popoli
A questo riguardo bisogna distinguere tre tipi principali di paesi:
Primo. I paesi capitalisti avanzati dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti, in cui il movimento nazionale borghese progressivo è terminato da lungo tempo. Ciascuna di queste "grandi" nazioni opprime nazioni straniere nelle colonie e all'interno del paese. I compiti del proletariato delle nazioni dominanti sono qui precisamente identici a quelli che si ponevano nel XIX secolo in Inghilterra rispetto all'Irlanda*.
Secondo. L'Europa orientale: l'Austria, i Balcani e soprattutto la Russia. In questi paesi il XX secolo ha particolarmente sviluppato i movimenti nazionali democratici borghesi e acutizzato la lotta nazionale. Il proletariato non vi può adempiere il compito di condurre a termine la trasformazione democratica borghese così come non può adempiere il compito di appoggiare la rivoluzione socialista negli altri paesi senza difendere il diritto all'autodecisione. Particolarmente difficile ed importante si presenta qui il problema della fusione della lotta di classe degli operai dei paesi dominanti e degli operai dei paesi oppressi.
Terzo. I paesi semi-coloniali, come la Cina, la Persia, la Turchia e tutte le colonie, con una popolazione di circa 1.000 milioni di abitanti. In alcuni di questi paesi, i movimenti democratici borghesi sono appena all'inizio, in altri sono ancora lontani dall'essere terminati. I socialisti non soltanto debbono esigere la liberazione immediata, incondizionata, senza indennità delle colonie, - e questa rivendicazione, nella sua espressione politica, non significa altro, precisamente, che il riconoscimento del diritto di autodecisione, - ma debbono sostenere in questi paesi, nel modo più deciso, gli elementi più rivoluzionari dei movimenti democratici borghesi di liberazione nazionale, aiutarli nella loro insurrezione e, se il caso si presenta, nella loro guerra rivoluzionaria contro le potenze imperialiste che li opprimono.
* In alcuni piccoli Stati rimasti fuori della guerra del 1914-1916 - come per esempio l'Olanda, la Svizzera - la borghesia sfrutta largamente la parola d'ordine dell'"autodecisione delle nazioni" per giustificare la partecipazione alla guerra imperialista. Questo è uno dei motivi che spingono i socialdemocratici di tali paesi a negare l'autodecisione. Essi difendono la giusta politica proletaria, vale a dire la negazione della "difesa della patria" nella guerra imperialista adoperando argomenti errati. Ne risulta, dal punto di vista teorico, una deformazione del marxismo, e, in pratica, una ristrettezza sui generis di piccola nazione, l'oblio delle centinaia di milioni di abitanti delle nazioni asservite dalle "grandi" potenze. Il compagno Gorter, nel suo ottimo opuscolo:L'imperialismo, la guerra e la socialdemocrazia, nega erroneamente il principio dell'autodecisione delle nazioni, ma applica giustamente lo stesso principio quando esige immediatamente l' "indipendenza politica e nazionale" delle Indie olandesi e smaschera gli opportunisti olandesi che rifiutano di promuovere una tale rivendicazione e di lottare per essa.

7. Il socialsciovinismo e l'autodecisione delle nazioni
L'epoca imperialista e la guerra del 1914-1916 hanno posto categoricamente il compito della lotta contro lo sciovinismo e il nazionalismo nei paesi avanzati. Riguardo alla questione dell'autodecisione dei popoli esistono due tendenze principali tra i socialsciovinisti, e cioè gli opportunisti e i kautskiani che abbelliscono la guerra imperialista, la guerra reazionaria, applicandovi il concetto della "difesa della patria".
Da un lato vediamo i servitori più o meno aperti della borghesia i quali difendono le annessioni perché l'imperialismo e l'accentramento politico sarebbero progressivi, e negano il diritto di autodecisione che essi definiscono utopistico, illusorio, piccolo-borghese, ecc. A questa tendenza appartengono Cunow, Parvus, gli ultra opportunisti in Germania, una parte dei fabiani e dei capi tradunionisti in Inghilterra, gli opportunisti Semkovski, Libman, Iurkevic, ecc. in Russia.
Dall'altro lato vediamo i kautskiani, tra i quali si trovano anche Vandervelde, Renaudel e molti pacifisti inglesi, francesi, ecc. Essi sono per l'unità coi primi e in pratica si fondono con loro difendendo in modo puramente verbale e ipocrita il diritto di autodecisione. Essi ritengono "esagerata" ("zu viel verlangt", Kautsky,Neue Zeit, 21 maggio 1915) la rivendicazione della libertà di separazione politica, non difendono la necessità della tattica rivoluzionaria proprio per i socialisti delle nazioni dominanti, e, al contrario, occultano i loro doveri rivoluzionari, giustificano il loro opportunismo, li aiutano ad ingannare il popolo, eludono appunto la questione delle frontiere dello Stato che mantiene violentemente nei suoi confini le nazioni lese nei loro diritti, ecc.
Sia gli uni che gli altri sono degli opportunisti che prostituiscono il marxismo, avendo perduto ogni capacità di comprendere l'importanza teorica e l'attualità pratica della tattica di Marx spiegata loro con l'esempio dell'Irlanda. Per quanto riguarda la questione delle annessioni, essa è diventata particolarmente attuale in relazione alla guerra. Ma che cos'è un'annessione? è facile convincersi che ogni protesta contro le annessioni o si riduce al riconoscimento dell'autodecisione delle nazioni oppure si basa sulla fraseologia pacifista che difende lostatus quoe che è avversa a ogni violenza, anche rivoluzionaria. Una simile fraseologia è radicalmente sbagliata e inconciliabile col marxismo.

8. I compiti concreti del proletariato nel prossimo avvenire
La rivoluzione socialista può incominciare nell'avvenire più prossimo. In questo caso si porrà davanti al proletariato il compito immediato della conquista del potere, dell'espropriazione delle banche e dell'attuazione di altre misure dittatoriali. La borghesia - e specialmente gli intellettuali del tipo dei fabiani e dei kautskiani - si sforzerà in quel momento di frazionare e di frenare la rivoluzione imponendole degli scopi democratici limitati. Se tutte le rivendicazioni puramente democratiche possono - al momento dell'assalto del proletariato contro le basi del potere della borghesia - ostacolare in un certo senso la rivoluzione, la necessità di proclamare e di attuare la libertà di tutti i popoli (cioè il loro diritto all'autodecisione) è altrettanto urgente nella rivoluzione socialista quanto lo fu, ad esempio, per la vittoria della rivoluzione democratica borghese in Germania nel 1848 e in Russia nel 1905. è possibile tuttavia che passino cinque, dieci o più anni prima dell'inizio della rivoluzione socialista. Sarà allora all'ordine del giorno l'educazione rivoluzionaria delle masse tendente a rendere impossibile l'appartenenza degli sciovinisti e degli opportunisti socialisti al partito operaio e una loro vittoria simile a quella del 1914-1916. I socialisti dovranno spiegare alle masse che i socialisti inglesi i quali non rivendicano la libertà di separazione per le colonie e per l'Irlanda; i socialisti tedeschi i quali non rivendicano la libertà di separazione per le colonie, per gli alsaziani, per i danesi, per i polacchi, non svolgono una propaganda rivoluzionaria immediata e un'azione rivoluzionaria di massa contro l'oppressione nazionale, non approfittano di incidenti come quello di Zabern per la più ampia propaganda illegale tra il proletariato della nazione dominante, per le dimostrazioni di strada e l'azione di massa rivoluzionaria; i socialisti russi i quali non chiedono la libertà di separazione per la Finlandia, per la Polonia, per l'Ucraina, ecc., che questi socialisti agiscono come sciovinisti, come servi delle monarchie imperialiste e della borghesia imperialista, le quali si sono coperte di sangue e di fango. 9. L'atteggiamento della socialdemocrazia russa e polacca e della II Internazionale verso l'autodecisione
I dissensi tra i socialdemocratici rivoluzionari russi e quelli polacchi nella questione dell'autodecisione si manifestarono fin dal 1903, al congresso che approvò il programma del POSDR e che incluse in questo programma, malgrado la protesta della delegazione dei socialdemocratici polacchi, il paragrafo 9 contenente il riconoscimento del diritto delle nazioni all'autodecisione. Dopo di allora, i rappresentanti della socialdemocrazia polacca non hanno ripetuto nemmeno una volta, a nome del loro partito, la proposta di eliminare il paragrafo 9 del programma o di sostituirlo con una qualche altra formulazione.
In Russia - dove almeno il 57 per cento della popolazione (più di 100 milioni) appartiene ai popoli oppressi, dove questi popoli abitano principalmente la periferia, dove una parte di questi popoli è più civile dei grandi russi, dove la struttura politica si distingue particolarmente per il suo carattere barbaro e medioevale, dove la rivoluzione democratica borghese non è ancora compiuta - il riconoscimento del diritto di separazione dalla Russia delle nazioni oppresse dallo zarismo è assolutamente obbligatorio per la socialdemocrazia, in nome dei suoi compiti democratici e socialisti. Il nostro partito, ricostituito nel gennaio 1912,9ha approvato nel 1913 una risoluzione che riafferma di diritto all'autodecisione e lo spiega precisamente nel senso concreto sopra indicato. La sfrenatezza dello sciovinismo grande-russo nel 1914-1916, sia in seno alla borghesia sia tra i socialisti opportunisti (Rubanovic, Plekhanov,Nasce Dielo, ecc.), ci stimola ancora più ad insistere su questa rivendicazione e a riconoscere che coloro i quali la negano, in pratica appoggiano lo sciovinismo grande-russo e lo zarismo. Il nostro partito dichiara di declinare nel modo più reciso ogni responsabilità di tale intervento contro il diritto all'autodecisione.
L'ultima formulazione della posizione della socialdemocrazia polacca nella questione nazionale (dichiarazione della socialdemocrazia polacca alla conferenza di Zimmerwald) contiene i concetti seguenti:
Questa dichiarazione stigmatizza il governo tedesco e gli altri governi che considerano le "regioni polacche" come un pegno del futuro giuoco dei compensi, "privando il popolo polacco della possibilità di decidere da sé la propria sorte". "La socialdemocrazia polacca protesta decisamente ed ufficialmente contro la suddivisione e lo spezzettamento di tutto un paese"...Essa condanna i socialisti che hanno delegato agli Hohenzollern... "la causa della liberazione dei popoli oppressi". Esprime la convinzione che soltanto la partecipazione del proletariato rivoluzionario internazionale alla lotta per il socialismo, che si approssima, "spezzerà le catene dell'oppressione nazionale ed annienterà qualsiasi forma di dominio straniero, assicurerà al popolo polacco la possibilità di un largo, libero sviluppo come membro dell'unione dei popoli a parità di diritti". La dichiarazione riconosce che la guerra è "per i polacchi" "doppiamente fratricida" (Bollettino della commissione internazionale socialista, n. 2, 27 settembre 1915, p. 15; traduzione russa nella raccoltaL'Internazionale e la guerra, p. 97).
Queste proposizioni, in fondo, non differiscono in nulla dal riconoscimento del diritto delle nazioni all'autodecisione, ma, ancor più della maggior parte dei programmi e risoluzioni della II Internazionale, peccano di imprecisione e di indeterminatezza nelle formulazioni politiche. Ogni tentativo di esprimere questi pensieri in precise formulazioni politiche e di determinare se è possibile applicarle al regime capitalista oppure soltanto a quello socialista, mostrerà con evidenza ancora maggiore l'erroneità della negazione dell'autodecisione delle nazioni da parte dei socialdemocratici polacchi. La risoluzione del Congresso internazionale socialista di Londra10del 1896, che riconosce l'autodecisione delle nazioni, deve essere completata in base alle tesi più sopra esposte con le seguenti indicazioni:
1) urgenza particolare di questa rivendicazione durante l'imperialismo;
2) relatività storica e contenuto di classe di tutte le rivendicazioni della democrazia politica, inclusa l'autodecisione;
3) necessità di distinguere i compiti concreti dei socialdemocratici delle nazioni dominanti da quelli dei socialdemocratici delle nazioni oppresse;
4) riconoscimento inconseguente, puramente verbale - e perciò ipocrita nel suo significato politico - dell'autodecisione da parte degli opportunisti e dei kautskiani;
5) identità effettiva con gli sciovinisti di quei socialdemocratici, particolarmente delle grandi potenze (grandi russi, anglo-americani, tedeschi, francesi, italiani, giapponesi, ecc.), che non difendono la libertà di separazione delle colonie e delle nazioni oppresse dalle "loro" nazioni;
6) necessità di subordinare la lotta per questa rivendicazione, come per tutte le rivendicazioni fondamentali della democrazia politica, alla lotta rivoluzionaria diretta e di massa per l'abbattimento dei governi borghesi e per l'instaurazione del socialismo.
Portare nell'Internazionale il punto di vista di alcune piccole nazioni, e particolarmente dei socialdemocratici polacchi, i quali, spinti dalla lotta contro le parole d'ordine nazionaliste della borghesia polacca che ingannano il popolo, sono giunti a negare erroneamente l'autodecisione, sarebbe teoricamente un errore, una sostituzione del proudhonismo al marxismo e, in pratica, sarebbe un appoggio involontario allo sciovinismo più pericoloso e all'opportunismo delle nazioni dominanti.

La redazione del"Sotsial-Demokrat" organo centrale del POSDR
P.S. - Nella Neue Zeitdel 3 marzo, recentemente apparsa, Kautsky, per rendere un basso servizio a Hindenburg e a Guglielmo II, tende apertamente la mano cristiana della riconciliazione al rappresentante del più sporco sciovinismo tedesco, Austerlitz, respingendo per l'Austria degli Asburgo la libertà di separazione delle nazioni oppresse, ma riconoscendo questa libertà per la Polonia russa. Sarebbe stato difficile anche solo augurarsi un miglior autosmascheramento del kautskismo!
(Scritto nel gennaio-marzo 1916. Pubblicato nel Vorbote, n. 2, aprile 1916. Pubblicato in russo nel Sbornik Sotsial-Demokrata, n. 1, ottobre 1916). Lenin, Opere complete vol. 22, pagg. 147-160.




Corea democratica, Paese sovrano che resiste


Alex Anfruns, Investig’Action 4 settembre 2017
Traduzione di Alessandro Lattanzio


Quest’estate, la crisi diplomatica tra Stati Uniti e Corea democratica è riemersa. Le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che minacciava d’innescare una guerra “con fiamme e furia come il mondo non ha mai visto”, hanno dato il tono. Lungi dal decifrare le questioni chiave, il discorso politico e mediatico occidentale non prevede la riunificazione della Corea o l’opzione diplomatica come soluzione. L’indomito appetito dell’affarismo giustificherebbe una nuova guerra? Nel suo libro “Come si può essere coreani (del nord)? “Robert Charvin, specialista di diritto internazionale, fa luce sul fondo di questa pericolosa crisi politica ereditata dalla guerra fredda.

Alex Anfruns: Quali sono i punti della crisi scoppiata tra la Corea democratica e Trump?
Robert Charvin: La crisi attuale è solo una continuazione della tensione che non cessa da decenni (tranne brevi periodi in cui Seoul e Stati Uniti accettarono di avviare un dialogo). Può essere risolta soltanto mediante negoziati, affinché si concluda il trattato di pace che sopprima lo stato di belligeranza che permane dal 1953. Questo trattato deve garantire le normali relazioni diplomatiche e commerciali, consentendo un progressivo ravvicinamento tra Nord e Sud della Penisola, per la successiva riunificazione, risolvendo numerosi problemi socioeconomici.

Per molti Pyongyang è un “regime dittatoriale” che minaccerebbe la pace nel mondo. Conosci bene la Corea democratica, cosa ne pensi?
La Corea del Nord, Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC), Stato membro delle Nazioni Unite, non è una potenza “provocatrice”: non ha basi militari e armi nucleari ai confini statunitensi dalla fine della seconda guerra mondiale. L’impero degli Stati Uniti esercita egemonia su gran parte del mondo, non la Corea popolare. La teoria del Juche, l’ideologia di Pyongyang, non s’impone ai popoli come il modello di vita americano! Se si ha paura delle Forze Armate della RPDC, perché, come ho già proposto, non sostengono un accordo regionale per la denuclearizzazione che ovviamente includa gli Stati Uniti? Quanto ai campioni dei diritti umani, civili e politici, ovviamente occidentali, perché non lo propongono quale unico mezzo per promuovere i diritti del popolo coreano, nel Nord come nel Sud?

La visione di Pyongyang è sistematicamente respinta nei dibattiti… Perché tale consenso?
La Corea democratica fa scuola da decenni. Purtroppo, né i media né i partiti politici occidentali la trattano come tale. È ammesso dire qualcosa su questo Paese, “incarnazione del male” diretto da “fanatici fanatici” e per giunta “ancora” comunista, anche se è un socialismo tinto di confucianesimo. Le ragioni di tale consenso, che alla fine hanno assorbito varie forze progressiste che avevano paura d’indebolirsi di più andando “troppo” contro l’attuale (elettoralismo e cretinismo parlamentare d’obbligo!) non sono un mistero. La Corea è lontana da Stati Uniti ed Europa: è difficile distinguere la verità da ciò che è politicamente utile a certi interessi. Il cittadino medio è facilmente convinto da argomenti semplici, coltivati da pseudo-intellettuali e da una stampa ripetitiva che trascura le spiegazioni storiche, sociologiche ed economiche, per non parlare della geopolitica ignorata, dimenticata anche da una “sinistra” ai limiti dell’asineria. Da tempo, però, il mondo capitalista legittima la propria egemonia con difficoltà di cui è spesso all’origine, ma do cui soffrono i popoli che ha dichiarato “nemici”: si tratta di convincere “che altrove è peggio”, e quindi sia necessario accettare i “buoni signori” che regnano a Parigi, Bruxelles o Washington. Ovviamente non si tratta delle dittature protette perché redditizie agli affari, come i sauditi o gli Stati africani controllati, le cui elezioni sono delle mascherate e la repressione delle opposizioni è la regola. Deve essere “rosso” o simile, dal Cile di Salvador Allende a Kim Jong Un, via Castro, Chavez o Maduro… Queste sono “eccellenti” smentite a ciò che in occidente si denuncia come regno dell’illusione del denaro e della concorrenza, sempre distorta. Stati Uniti e loro alleati locali uccisero Lumumba, Allende e molti altri e rovesciarono molte potenze fragili perché fu difficile costruire il socialismo in totale rottura con il mondo dominante. Ma la Corea popolare rimane scandalosa e provocatrice!

Cosa spiega la tenacia del sistema politico al potere a Pyongyang?
Il popolo coreano ha la “pelle dura”: quasi mezzo secolo di colonialismo giapponese, feroce! Una guerra devastante con gli statunitensi nel 1950-1953: non un solo edificio in piedi nella capitale, Pyongyang, nel 1953! Quasi 70 anni di embargo unilaterale, e quindi illegale, creano l'”effetto città assediata”, cinicamente definita paranoia! Per non parlare dei drammi causati, come i costi alimentari con la scomparsa dell’alleato sovietico, degli Stati dell’Europa dell’Est e l’evoluzione della Cina che assicura a Pyongyang solo il “servizio minimo”, Seoul è economicamente più “redditizia”. Nonostante tutto e pagando, la Repubblica popolare di Corea è rimasta sovrana, contando solo sulle proprie capacità, creando l’attuale spirito di resistenza, mescolando ideologicamente marxismo e confucianesimo, che i giornalisti della grande stampa occidentale ignorano completamente. In breve, un modello che non va seguito secondo gli occidentali che vivono solo saccheggiando il pianeta. Ci vorrebbero 5 pianeti perché gli abitanti della terra vivano come negli Stati Uniti. La Corea democratica è uno spazio che non deve contagiare; occupa una posizione strategica ai confini di Russia, Cina e Giappone. Va “colmato” al massimo e se possibile, un giorno, farlo scomparire con la forza militare nordamericana (di stanza in Corea del Sud, Guam, ecc.) Nel frattempo, la Corea democratica è un pretesto per mantenere la presenza militare nordamericana a migliaia di chilometri, ma vicino ai confini della Russia (alleato di Pyongyang) e della Cina, le cui “ambizioni sono minacciose”, secondo gli economisti occidentali! Il peggio è il cinismo degli “osservatori”: il tutto avviene da decenni per soffocare la Corea democratica, che viene rimproverata per voler respirare! Tuttavia, le autorità di Pyongyang hanno solo una scelta: resistere o capitolare e adattarsi a Seoul, direttamente soggetta ai dollari e soldati yankee.

Eppure Pyongyang sembra essere isolata sulla scena politica mondiale. Come lo spiega?
Un dramma politico: l’internazionalismo è morto. Non c’è alcun ostacolo all’anticomunismo che insulta la Corea democratica. Dopo aver perso la maggior parte delle battaglie ideologiche, alcuni partiti comunisti hanno lasciato il campo della solidarietà internazionale: è troppo costoso essere coi coreani, il socialismo nordcoreano è troppo “diverso”; il monolitismo ideologico è l’opposto del “dirittumanitarismo” ancora di moda. L’idea di un “modello” unico di socialismo è stata abbandonata, ma l’occidentalismo e l’etnocentrismo permeano i comunisti occidentali. In definitiva, i pochi gollisti sopravvissuti in Francia capiscono meglio la volontà coreana di possedere un deterrente nucleare che i circoli “progressisti” che rifiutano qualsiasi approccio geopolitico e non sono sensibili alla questione dell’indipendenza nazionale! Ovviamente il socialismo capace di resistere alla globalizzazione neoliberale e agli interessi speculativi e al saccheggio delle grandi imprese può basarsi solo sulla Nazione, sulle particolarità storiche e sull’eredità: sono i sincretismi che fanno la Storia. Il socialismo francese, belga, statunitense o italiano non possono essere “standard”: solo il mercato, cioè un mondo incentrato sul “business” e il capitale, standardizza a scapito dei valori popolari. La Corea è coreana: poiché Pyongyang è soprattutto sovrana, senza compromessi, anche riguardo la Cina, il grande vicino molto diverso, la Corea democratica, Stato membro delle Nazioni Unite, in via di sviluppo nonostante tutto, esiste ancora.

Avete un messaggio di speranza sul risultato di questo conflitto, strettamente legato alla nostra storia recente?
È possibile che un giorno, a causa della follia imperiale di un Trump, delle manovre di Wall Street, di questo o di quel potere, ogni popolo, ovviamente nel Sud, ma anche in Europa, può contare su se stesso perché non esiste la filantropia internazionale, e alleanze e cooperazione possono essere solo complementari. Questo è il messaggio della RPDC: è rispettabile dati i tempi tristi. D’altra parte, violenze e minacce dei “Grandi” meritano disprezzo. Non c’è scusa per coloro che, oltre confine, credono che tutto gli sia permesso.

Fonte : Sito Aurora




La cocaina della Chiquita e gli squadroni della morte sionisti


Dean Henderson Left Hook 24/08/2014
(Tratto dal capitolo 11: Big Oil e i suoi banchieri)
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora


Nel 1954 il direttore della CIA Allen Dulles salvò la BP lanciando l’Operazione Ajax contro il legittimo Mohamed Mossadegh in Iran. Nello stesso anno Dulles soccorse l’United Fruit Company in Guatemala dove fu eletto il presidente nazionalista Jacobo Arbenz con un promettente prgramma di riforma agraria. Quando Arbenz mirò ad espropriare 550000 acri di piantagioni di banane dell’United Fruit, Dulles si rivolse al suo vecchio datore di lavoro Sullivan&Cromwell per pianificarne il rovesciamento. Sullivan era l’avvocato della BP e consulente legale della J. Henry Schroeder Bank, la banca di Amburgo dei Warburg che finanziò Adolf Hitler. [1] Il re del petrolio di Dallas, Clint Murchison, comprò due cartiere in Honduras nel 1954 dal compare di golf di Bush Walt Mischer. Entrambi avevano legami con la famiglia mafiosa dei Marcello a New Orleans. L’assassino di Kennedy e idraulico del Watergate Howard Hunt, con l’aiuto del dittatore nicaraguense Somoza, addestrò una milizia in Honduras per attaccare Arbenz. Frank Wisner, vicedirettore operativo della CIA, supervisionò l’operazione. L’United Fruit fu creata da Joseph Macheca, il boss mafioso di New Orleans precedessore di Marcello. Macheca era il grande mago del Ku Klux Klan della città. Lui e il socio Charles Matrenga erano protetti dal fondatore della mafia italiana e 33° Grado Gran Maestro della massoneria di rito scozzese Giuseppe Mazzini. La parola “mafia” è un acronimo per “Mazzini autorizza furti, incendi e avvelenamenti”. Mazzini rispondeva direttamente al primo ministro massone inglese Benjamin Disraeli. Inviò Macheca e Matrenga a New Orleans per avviare l’United Fruit. August Belmont, agente della famiglia Rothschild negli Stati Uniti, lavorò con Macheca per corrompere i politici della Louisiana. [2] L’onnipresenza della United Fruit in America Centrale originò la frase “repubbliche delle banane”. Cambiò nome in United Brands (UB) ed acquisì le banane Chiquita, la carne John Morrell e i ristoranti A&W. La DEA stimò che il 20% della cocaina che arrivò negli Stati Uniti negli anni ’70 arrivasse a bordo delle navi dell’UB nel porto di Baltimora. Le sue piantagioni coprivano quasi la metà di Guatemala, Honduras e Nicaragua. Chevron Texaco possedeva tutte le pompe di benzina della regione. Nel 1991, la relazione annuale del gigante petrolifero vantava il possesso del 26% delle stazioni di servizio nei Caraibi. La famiglia Bush possiede gran parte dei terreni sulla costa caraibica di Panama. Secondo un funzionario della DEA di Dallas, nel 1991 il CEO di Texaco era il boss della cocaina della città che utilizzava le piattaforme petrolifere off-shore per importare la cocaina colombiana. La Chevron Texaco aveva aperto un “impianto di miscelazione” a Shanghai, Cina. L’UB è per il 45,4% posseduta dal magnate finanziario di Cincinnati Carl Lindner, amico intimo di George Bush Sr. e uno dei suoi maggiori finanziatori. Bush passava le vacanze al Key Largo Ocean Reef Club di Lindner, che ospita una pista utilizzata dal trafficante di armi della CIA Jack Devoe e come area di arrivo della cocaina. Quando il presidente Reagan creò la Commissione presidenziale per l’America centrale nel 1983, il gruppo guidato da Henry Kissinger s’incontrò all’Ocean Reef Club. Nel 1988 lo Stato della Florida denunciò l’Ocean Reef secondo lo statuto contro il crimine RICO. Una voce sui diari di Oliver North parla di una borsa dell’UB a John Singlaub, compare del maggiore Andy Messing. [3] Lindner possedeva la Penn Central prima che la banca scomparisse in uno scandalo. Walt Mischer vendette la Marathon Manufacturing a Lindner, il cui conglomerato American Insurance Financial controllava numerose aziende di trasporti che presumibilmente trasportavano la cocaina dell’UB, come Rapid-American Corporation e Reliance Corporation. Lindner possedeva una quota dell’8% della Gulf&Western Corporation, nel cui CdA sedeva il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance. Gulf&Western è leader nella raffinazione dello zucchero grezzo, un processo identico a quello per trasformare l’oppio in eroina. Lindner vendette la Lincoln S&L a Charles Keating, che concluse accordi commerciali con il rappresentante dei Rothschild e della BCCI di Ginevra Alfred Hartman. The Arizona Republic riferì che gli aerei aziendali di Keating, insieme a quelli della Resorts International, sono spesso usati dal senatore dell’Arizona John McCain. McCain sposò Cindy Hensley, figlia del magnate dell’alcol James Hensley, socio del mafioso dell’Arizona Kemper Marley. Partner di Lindner nell’UB era il boss di Detroit Max Fischer, messo nel CdA dell’UB da Donald Gant della Goldman Sachs. Altro membro del consiglio dell’UB era il negoziatore sul Canale di Panama di Carter Sol Linowitz che, insieme a Cyrus Vance, era nel CdA della Pan Am. La sede centrale dell’UB era nell’edificio Pan Am di New York. Max Fischer possedeva Airborne Freight assieme alla famiglia Jacobs di Buffalo, la cui Sportsystems possiede venti ippodromi negli Stati Uniti e in Canada, gestisce le concessioni alimentari per quaranta ippodromi, dieci cinodromi, ventiquattro stadi della Major League Baseball e il Boston Garden. Jacobs ha una squadra di hockey, la Boston Bruins, la compagnia di spedizione Alaska-Seattle, quindici concessioni aeroportuali, lo stadio della Florida Jai Alai e, più interessante, concessioni per i servizi alimentari per le piattaforme petrolifere nel Golfo del Messico. La Letheby&Christopher di Jacobs provvede a tutti gli eventi in cui partecipa la Nobiltà Nera europea. Il conglomerato Emprise di Jacobs nacque a Buffalo nel 1916 come partner della giustamente denominata US Pure Drug Company della famiglia Bronfman. La sede di Max Fischer, nel centro di Detroit, è di proprietà dei Bronfman. Buffalo e Detroit sono al confine USA-Canada, conveniente per il contrabbando di eroina finanziato dalla HSBC, da Vancouver alla costa orientale degli Stati Uniti. HSBC ha una forte presenza in entrambe le città. Quando l’inchiesta del giornalista dell’Arizona Republic Don Bolles costrinse Kemper Marley a dimettersi dalla Commissione di Stato sulle corse, Bolles fu assassinato. Una delle ultime parole da lui pronunciate fu “Emprise“. I Bronfman controllano Eagle Star Insurance insieme a enormi banche canadesi e inglesi che supportano il traffico di droga dal triangolo d’argento. Possiedono DuPont, Seagrams (nata per contrabbandare whisky durante il proibizionismo), Vivendi, Jockey Club di Toronto e (fino alla scomparsa) il Montreal Expos Baseball Club. [4] Il nome Bronfman in yiddish significa “uomo del whisky”. Questi sionisti convinti partecipano agli imbrogli di Mossad e MI6. Airborne Freightdi Fischer e Jacobs possiede Midwest Express, che ha un contratto in esclusiva con la Federal Reserve per spedire gli assegni annullati, un’operazione che gode dell’immunità dell’US Customs. Il vicepresidente esecutivo della Chase Manhattan James Carey era nel CdA di Airborne Freight. Max Fischer possiede i centri commerciali di Detroit, Fruehauf Autotrasporti e Marathon Oil. Era solito lavorare con la più grande banca mercantile inglese, l’Hambros, dove lavorava il colonnello del SOE e assassino di Kennedy Louis Mortimer Bloomfield. Fischer consegnò i fondi di Meyer Lansky e del contrabbando di petrolio ai terroristi dell’Haganah che sequestrarono la terra palestinese per creare Israele. Nel 1957 fu premiato dai Rothschild per i suoi sforzi quando la famiglia divise Paz Oil e Chemical Paz, che detengono il monopolio dell’industria petrolifera israeliana. Fischer, come Bloomfield, è un membro dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, la società segreta che risponde alla regina Elisabetta II. Bloomfield è presidente del servizio di ambulanza della Croce Rossa, ramo dell’intelligence della monarchia inglese. [5]…

Il genocidio guatemalteco

La CIA rovesciò Jacobo Arbenz e lo sostituì con il dittatore Castillo Armas, il primo di una serie di brutali governi militari legati all’UB e al suo sindacato della cocaina. I generali governarono il Guatemala per 33 anni inquietanti, mentre i lealisti di Arbenz combatterono la guerra di guerriglia contro le varie giunte dalle province confinanti l’Altiplano Messicano. I ranghi dell’UNRG erano formati da indiani Qechua, Ketchikel e Mam che costituiscono la maggioranza della popolazione del Guatemala. Per contrastare i ribelli, la CIA collaborò con Mossad israeliano e consiglieri di Taiwan per creare “villaggi modello”, secondo i villaggi strategici impiegati nella guerra del Vietnam. Parte del programma fu Fagioli in cambio di fucili, del presidente guatemalteco Efrain Rios Montt con cui, però, gli abitanti dei villaggi dell’altopiano ricevettero cibo dall’USAID in contenitori recanti bandiere e slogan pro-USA. In cambio, gli abitanti del villaggio dovevano prendere le armi contro i ribelli del Guatemala. L’USAID finanziò la costruzione di strade nelle aree controllate dai ribelli nella provincia di Alta Verapaz, consentendo all’esercito guatemalteco di raggiungere i villaggi più remoti dove interrogarono, torturarono e uccisero più di 100000 indiani guatemaltechi che si rifiutarono di partecipare alla contro-insurrezione della CIA, negli anni ’80 e ’90. I militari del Guatemala crearono gli squadroni della morte di destra che gestivano il traffico di cocaina colombiana, utilizzando le zone di trasformazione ed esportazione delle multinazionali statunitensi come Chiquita.
l 14 settembre 1996 la polizia guatemalteca catturò il capo del più grande dei narco-squadroni della morte, Alfredo Moreno Molina. Quando Moreno iniziò a parlare, l’oligarchia guatemalteca, che detiene il 85% della terra coltivabile del Paese, cominciò a tremare. Tra le coorti di Moreno c’erano il presidente Efrain Rios Montt che sosteneva di essere un cristiano evangelico, gli ex-candidati a presidente della Repubblica Alfonso Portilla e Zury Rios e decine di membri del Congresso del Frente Repubblicano Guatemalteco di destra. All’inizio del 1997 i ribelli dell’UNRG firmarono l’accordo di pace con il governo, e il periodico del Guatemala Ameroteca pubblicò una serie di articoli implicanti la CIA nelle attività degli squadroni della morte e del traffico di droga di Moreno. La rete di Moreno includeva il vice-ministro della Difesa, capitani della Marina, l’ispettore generale della Guardia de Haciendas, l’ispettore generale della polizia nazionale, agenti della Guardia e della Polizia, il capo della polizia motorizzata, il direttore generale delle dogane e molti generali, colonnelli, funzionari doganali e capi della polizia. [6] Gli stessi squadroni della morte guidarono la valanga di rapimenti che sommerse il Guatemala nella metà degli anni ’90. I tre generali che guidavano la rete dei sequestri erano Luis Ortega, Manuel Callejas e Edgar Godoy. La rete era così potente e comprendeva così tanti ufficiali guatemaltechi che non sarebbe mai stata denunciata se i ribelli dell’UNRG non avessero vuotato il sacco durante i colloqui di pace. Le indagini furono lente, avendo come procuratore generale l’oligarca Hector Perez, che bloccò i lavori. [7]
CIA e Mossad guidarono gli squadroni della morte, i massacri e l’addestramento dei militari guatemaltechi nel più raffinato terrorismo. Reclutarono mercenari nel bar Europa del sergente dell’US Army Barry Sadler, a Città del Guatemala, un covo di spie dove commando inglesi e israeliani si mescolavano a mercenari argentini e cileni e ai capi degli squadroni della morte guatemaltechi. Prostituzione e gioco d’azzardo erano all’ordine del giorno. Il genocidio in Guatemala ebbe l’attenzione dei media solo quando cittadini statunitensi furono vittime degli squadroni della morte. Nel marzo 1995, il senatore Robert Torricelli (D-NJ) annunciò che un albergatore statunitense che viveva in Guatemala, Michael Devine, fu ucciso da uno squadrone della morte di destra diretto da un colonnello guatemalteco a libro paga della CIA. Devine aprì un ostello a Poptun, nel Guatemala orientale. Nel 1990 la moglie aprendo la porta trovò un sacchetto contenente la testa del marito. Julio Roberto Alpirez, l’agente della CIA che ordinò l’omicidio brutale di Devine, ordinò anche l’omicidio di Efrain Bamaca, un comandante delle UNRG. La moglie di Bamaca, l’avvocatessa statunitense Jennifer Harbury, organizzò scioperi della fame a Washington e Città del Guatemala per protestare contro l’assenza di cooperazione dei governi nelle indagini sulla morte del marito. La CIA seppe dell’omicidio subito, ma non disse nulla ad Harbury. Si unì allo sciopero della fame Suor Diana Ortiz, delle Orsoline del New Mexico, che fu ripetutamente violentata e torturata con mozziconi di sigaretta da uno squadrone della morte in Guatemala, nel 1989. Ortiz disse che la persona che sovrintese al suo calvario era un uomo di nome Alejandro che pensava fosse statunitense. Torricelli fece le accuse dopo che un membro dello staff della NSA gli inviò una nota che indicava che NSC ed esercito degli Stati Uniti erano direttamente coinvolti negli omicidi Devine e Bamaca, avendo dei consiglieri nell’unità d’elite segreta G-2 dell’esercito guatemalteco. Lo studioso guatemalteco Alan Nairn dice che la CIA collaborò con il G-2, la cui missione principale era eliminare l’opposizione politica con gli squadroni della morte. Dopo la notizia della morte di Devine, il Congresso tagliò gli aiuti militari al Guatemala, ma la CIA mantenne segretamente un bilancio annuale di 5 milioni di dollari per le operazioni guatemalteche. Il colonnello dell’esercito Julio Alpirez ricevette 44000 dollari dalla CIA, anche se si sapeva che aveva fatto uccidere Devine. [8] Torricelli disse che il popolo statunitense avrebbe sentito cose sui propri servizi segreti che l’avrebbero fatto inorridire. Anche il senatore Arlen Spector, lacchè della Commissione Warren, fu costretto ad ammettere che la CIA aveva omesso informazioni nelle indagini di Torricelli. Il presidente Clinton era così sconvolto dalle rivelazioni che inviò agenti dell’FBI all’NSA per indagare sulle accuse di Torricelli. L’NSA distrusse i documenti sul Guatemala. Fu la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un presidente ricorse all’FBI per indagare sull’NSA. Nel giugno 1996, l’Intelligence Oversight Board del Senato pubblicò un documento di 53 pagine secondo cui: “Alcuni agenti della CIA furono credibilmente accusati di aver ordinato, pianificato e partecipato a gravi violazioni dei diritti umani, come omicidi, esecuzioni extragiudiziali, torture o rapimenti… la CIA era a conoscenza di molte delle accuse“. Torricelli fu successivamente oggetto di uno scandalo politico fasullo che lo costrinse ad abbandonare la corsa del 2002 per la rielezione.

La repubblica delle banane dell’Honduras

La CIA collaborò con l’United Brands (UB) nell’America Centrale. Nel 1932, quando i contadini salvadoregni si ribellarono contro le condizioni di lavoro deprimenti nelle piantagioni di banane dell’UB, l’azienda supportò la strage di 300000 persone ricordata come La Matanza. Nel 1947 l’UB sponsorizzò il golpe della CIA che portò l’amico di Robert Vesco, Jose “Pepe” Figueres, al potere in Costa Rica. Nel 1954 la CIA tentò di rovesciare il sempre più nazionalista Figueres. L’UB sostenne Somoza in Nicaragua, che contribuì ad organizzare il colpo di Stato contro Arbenz. Il trafficante di armi dell’Haganah Yehuda Arazi divenne ambasciatore d’Israele in Nicaragua su raccomandazione dell’UB. [9] L’agente dell’UB Francisco Urcyo tentò di condurre un governo ad interim mentre i sandinisti entravano a Managua. Ma alcun governo centro-americano fu più influenzato dall’UB dell’Honduras, un Paese che esemplifica davvero il termine “repubblica delle banane”. Nel 1975, il presidente dell’UB Eli Black morì cadendo dalla finestra dell’ufficio al quarantaquattresimo piano dell’edifico della Pan Am, a New York. Un’indagine della SEC in seguito rivelò che l’UB praticamente dirigeva l’Honduras corrompendo pubblici ufficiali e sistemando le elezioni. Nel 1978 il generale Policarpo Paz, capo delle Forze armate honduregne, guidò il colpo di Stato sostenuto da Tegucigalpa dal capo della polizia Amilcar Zelaya. Entrambi accusati dalla stampa honduregna di traffico di droga e corruzione che coinvolgevano l’United Brands. Paz Garcia era il co-proprietario di un ranch vicino a Tegucigalpa, assieme al boss mafioso honduregno Ramon Matta Ballesteros. Il capo dell’Interpol honduregna Juan Barahona fu accusato di calunnia quando accusò i generali honduregni di connessioni con la mafia di Ballesteros, che fece dell’Honduras una via di transito della cocaina colombiana. [10] Ballesteros consegnò le armi ai contras per conto della CIA. Più tardi fu ucciso da Raphael Quintero per proteggere la rete del narcotraffico Sicilia-Falcon in Messico. Nel 1979, Vernon Walters organizzò i contras somozisti a Tegucigalpa. Gli Stati Uniti costruirono basi militari supplementari in Honduras e la CIA lanciò, attrezzò e addestrò il Battaglione 316 dell’esercito honduregno, uno squadrone della morte scatenato contro gli honduregni che protestavano contro la presenza militare degli Stati Uniti nel loro Paese. Il comandante delle forze armate honduregne, generale Gustavo Alvarez, guidò la campagna terroristica del Battaglione 316. Oltre 10000 honduregni furono uccisi negli anni ’80. Altre migliaia scomparvero e furono torturati. Le vittime venivano interrogate nelle basi militari statunitensi. Agenti della CIA aiutarono il Battaglione 316 nei rapimenti. Ines Murillo testimoniò che un agente della CIA era presente quando veniva torturata con scosse elettriche e acqua. Alvarez era uno stretto amico del capo stazione CIA in Honduras Donald Winters e dell’ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras John Negroponte. Alvarez è il padrino della figlia adottiva di Winters. Nel 1983 il presidente Reagan premiò Alvarez con la Medal of Honor. [11] Nel novembre 2002 Negroponte fu ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, dove fece pressioni sul Consiglio di Sicurezza, senza successo, per far passare una risoluzione di adesione all’invasione statunitense dell’Iraq. Il 21 aprile 2005 Negroponte giurò da primo direttore della National Intelligence degli Stati Uniti. L’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa si trova nello stesso edificio dell’Intercontinental Hotel della famiglia Murchsion occupato dalla CIA. L’United Brands cambiò nome in Chiquita Brands International. Nel marzo 2002, l’eterno-onesto padrone della Chiquita, Carl Lindner, invitò i suoi azionisti a farsi un giro quando dichiarò fallimento

[1] Il Quarto Reich dei ricchi. Des Griffin. Emissary Publications. Pasadena, CA. 1978. p.97
[2] Dope Inc: Il libro che ha fatto impazzire Kissinger. Executive Intelligence Review. Washington DC. 1992. p.504
[3] Mafia, CIA e George Bush: la storia occulta del peggior disastro finanziario degli Stati Uniti. Pete Brewton. SPI Books. New York. 1992
[4] Executive Intelligence Review. p.516
[5] Ibid. p.339
[6] Chronica. Città del Guatemala. 9-20-96. p.19-24
[7] El Siglio News. Città del Guatemala. 3-4-97. p.7
[8] Con amici come questi. David Van Biema. Tempo. 8-7-95. p.29
[9] Executive Intelligence Review. p.504
[10] Il grido del popolo: la lotta della Chiesa cattolica per la giustizia in America Latina. Penny Lernoux. Penguin Books. New York. 1985. p.117
[11] Le atrocità del Battaglione 316. Il Sole. # 5. Tegucigalpa. Febbraio 1996.




Gli USA tramano apertamente contro il Venezuela


MAGGIO 26, 2017

Tony Cartalucci, LD, 24 maggio 2017
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora


I media statunitensi prestano sempre più attenzione alla crisi in Venezuela. Come i media statunitensi hanno fatto altrove, tentano di ritrarre la crisi come risultato di una dittatura corrotta che combatte contro un’opposizione “pro-democratica”. In realtà, è semplicemente la ripetizione del cambio di regime degli Stati Uniti diretto a rovesciare le istituzioni statali indipendenti del Venezuela e a sostituirle con istituzioni create da e per gli interessi speciali statunitensi. L’opposizione è costituita da partiti politici sostenuti dagli Stati Uniti e da fronti finanziati dagli Stati Uniti che rappresentano organizzazioni non governative (ONG), molte delle quali elencate sul sito web del National Endowment for Democracy (NED) del dipartimento di Stato USA. The Independent in un articolo del 2016 intitolato: “Il Venezuela accusa gli Stati Uniti di preparare il colpo di Stato mentre Washington avverte del ‘crollo imminente’” ammette: “…gli osservatori della regione sottolineano che gli Stati Uniti hanno una lunga storia di interferenze nella politica del Venezuela, così come altrove in America Latina. Oltre a sostenere coloro che arrestarono Chavez nel 2002, gli Stati Uniti hanno versato centinaia di migliaia di dollari ai suoi avversari attraverso la cosiddetta National Endowment for Democracy”. Per comprendere il ruolo effettivo degli USA nella crisi del Venezuela, bisogna leggere i documenti politici prodotti da organizzazioni chiamate “think tank” che ideano e promuovono la politica statunitense. La Brookings Institution è un think-tank politico finanziato da Fortune 500 ed occupato da politici che rappresentano le ambizioni collettive di alcuni dei più potenti interessi corporativo-finanziari del mondo come petrolio, difesa, monopoli agricoli, corporazioni farmaceutiche, interessi mediatici ed altro. Brookings e think tank simili redaggono regolarmente linee guida politiche e mediatiche diffuse da media occidentali, e leggi occidentali attraverso società di pubbliche relazioni e lobbisti. Nei centri di riflessione si concorda e promuove l’agenda reale dell’occidente. Un articolo recente sul sito della Brookings Institution, intitolato “Venezuela: un percorso fuori dalla crisi“, prevede un piano di cinque punti verso l’escalation della situazione già precaria del Venezuela:

“1. Gli Stati Uniti potrebbero ampliare l’assistenza ai Paesi finora dipendenti dal petrolio venezuelano, per ridurre il sostegno regionale e la dipendenza dal governo Maduro.

2. Gli Stati Uniti potrebbero aumentare l’assistenza monetaria alle organizzazioni della società civile e alle organizzazioni non governative per fornire cibo e medicinali ai venezuelani. In questo modo gli Stati Uniti dovrebbero chiarire che la pressione internazionale mira a sostenere la democrazia, non a punire il popolo venezuelano.
3. Gli Stati Uniti potrebbero sostenere gli sforzi dell’opposizione in Venezuela per costruire un “vallo” che separi i moderati del governo dai duri, incoraggiando i primi ad accettare una transizione verso la democrazia riducendone i costi dell’uscita dal governo.
4. Gli Stati Uniti potrebbero coordinarsi con istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale (FMI) per incentivare elezioni libere e giuste nel 2018 e spingere l’opposizione a unirsi per quelle elezioni. Tale coordinamento comporterebbe anche lo sviluppo e la pubblicizzazione di un piano credibile per riavviare l’economia del Venezuela.
5. Come ultima risorsa, gli Stati Uniti potrebbero considerare l’aumento dei costi economici del governo attraverso sanzioni volte a limitare i profitti dalle esportazioni di petrolio e bloccarne ulteriori finanziamenti. Questa politica è rischiosa, dato che il governo di Maduro rovescerebbe la colpa della crisi economica sugli Stati Uniti, e verrebbe accompagnato da sforzi ben pubblicizzati di aiuti umanitari attraverso società civile credibile ed organizzazioni non governative”. È la prescrizione per l’ulteriore isolamento economico, la sovversione politica finanziata dagli Stati Uniti e il suo riferimento a “una transizione verso la democrazia” è un richiamo obliquo al cambio di regime. I media statunitensi, in particolare le organizzazioni attive di destra, presentano la crisi economica del Venezuela causata principalmente da “socialismo” e corruzione. In realtà, fattori che impedirebbero la piena realizzazione del progresso economico del Venezuela sono aggravati intenzionalmente da sanzioni statunitensi, sabotaggio economico e sovversione politica per far precipitare la crisi socioeconomica e umanitaria attuale.

Il Venezuela non sarebbe la prima nazione di cui gli Stati Uniti cercano l’implosione economica in Sud America. L’Agenzia centrale d’intelligence statunitense (CIA) nei propri archivi on-line disponibili al pubblico, nella sezione intitolata “Attività CIA in Cile”, ammette: “Secondo la relazione del Comitato Church, il 15 settembre 1970 il presidente Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, nella riunione con il direttore della CIA Richard Helms e il procuratore generale John Mitchell, ordinarono alla CIA d’impedire ad Allende di prendere il potere. Non erano “preoccupati dai rischi”, secondo le note di Helms. Oltre all’azione politica, Nixon e Kissinger, secondo le note di Helms, ordinarono i passi per “colpire l’economia”. Tali atteggiamenti da guerra fredda persistevano nell’era di Pinochet. Dopo che Pinochet salì al potere, i politici sembrarono riluttanti a criticarne le violazioni dei diritti umani, spingendo i diplomatici statunitensi a sollecitare maggiore attenzione al problema. L’assistenza e le vendite militari statunitensi aumentarono significativamente negli anni dei peggiori abusi dei diritti umani. Secondo un memorandum rilasciato in precedenza, Kissinger nel giugno 1976 indicò a Pinochet che il governo degli Stati Uniti era favorevole al suo regime, anche se raccomandò dei progressi sui diritti umani per migliorare l’immagine del Cile presso il Congresso statunitense”. Con la violenza che aumenta nelle strade del Venezuela e molte tattiche retoriche utilizzate per inscenare il cambio di regime violento e la catastrofe umanitaria come in Libia e in Siria utilizzati per rovesciare il governo di Caracas, il mondo deve guardare oltre la propaganda e denunciare tale aperta cospirazione contro un’altra nazione sovrana.
Il sistema politico del Venezuela va deciso dal popolo venezuelano, senza interferenze statunitensi. Un governo dominato dall’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti farà del Venezuela un’estensione degli interessi corporativo-finanziari degli Stati Uniti, e non sarà l’alternativa o il controllo su essi. Ciò serve solo ad invocare ulteriori abusi da parte di tali interessi non solo in Sud America, ma nel mondo, per esempio Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Libia ed Ucraina, dove ricchezza ed indebita influenza degli USA creano instabilità, conflitti e catastrofi.




«Noi lottiamo per un socialismo democratico»


MAGGIO 15, 2017

Riceviamo e pubblichiamo
Redazione Aurora Proletaria


Conversazione con Riza Altun
Riza Altun è uno dei membri fondatori del «Partito dei lavoratori del Kurdistan» (PKK). Fa parte del Comitato centrale del PKK e contemporaneamente del Consiglio esecutivo del KCK (Koma Civakên Kurdistan – Comunità delle Società del Kurdistan), una confederazione d‘organizzazioni vicine al par- tito operaio. Dopo gli anni ’80 era detenuto per oltre 10 anni nelle carceri turche, fra l’altro nelle celle della tortura a Diyarbakir. Dopo il suo rilascio è stato attivo in molti settori del PKK. Ora è portavoce della Commissione per le relazioni con l‘estero del KCK.

L’intervista con il compagno è stata realizzata sui monti Kandil a metà dicembre del 2016. Il «Re- volutionaerer Aufbau Schweiz» è riuscito ad organizzare questo incontro nelle montagne malgrado gli attacchi aerei ed i rischi di guerra. La migliore conoscenza è una base importante per costruire e rafforzare la necessaria solidarietà rivoluzionaria.
Per leggere l'intervista clicca qui




Chi c’è dietro il colpo di Stato contro il Venezuela?


MAGGIO 7, 2017

Creare un’immagine distorta della crisi umanitaria è il punto di partenza. Tracciare l’immagine di un Paese sull’orlo del collasso è l’alibi

Misión Verdad, TeleSUR 27 aprile 2017


Il colpo di Stato contro il Venezuela è già stato scritto e presentato. Il 2 marzo 2017, durante il primo incontro dell’OAS, Shannon K. O’Neil (direttrice per l’America Latina del Consiglio per le Relazioni Estere, CFR) presentava al Comitato degli Esteri del Senato degli Stati Uniti un portafoglio di azioni e misure da intraprendere se gli Stati Uniti volevano abbattere il Chavismo in Venezuela.

Origine e attori chiave del CFR

Il Consiglio sulle Relazioni Estere, o CFR, è un think tank fondato nel 1921 con il denaro della Fondazione Rockefeller. Il suo obiettivo è creare un gruppo di esperti che formino la politica estera statunitense e le posizioni della leadership, come presidente e dipartimento di Stato, non agendo per proprie ragioni, ma piuttosto secondo gli interessi di tali lobbisti. Sin da quando fu creato, il consiglio, composto da 4500 membri, pose numerosi alti funzionari nelle posizioni per attuare la strategia del CFR, come i segretari di Stato Henry Kissinger, Madeleine Albright e Colin Powell, responsabili rispettivamente della guerra in Vietnam, Jugoslavia e Iraq e nel caso di Powell, grande attore nel colpo di Stato dell’aprile 2002. Inoltre, un membro onorario e ex-vicepresidente del think tank era David Rockefeller, ex-proprietario di Standard Oil Company dai grandi interessi e influenze in Venezuela. La penetrazione nella vita politica nazionale del Paese fu tale che divenne uno degli sponsor del patto di Punto Fijo, dando origine alla Quarta Repubblica.

Corporazioni che finanziano il CFR e l’utilizzano come piattaforma politica

Le società nate dalla dissoluzione dellaStandard Oilfinanziano la CFR, ovvero Chevron e Exxon Mobil. La prima finanziò le sanzioni contro il Venezuela e l’altra vuole creare conflitti tra Guyana e Venezuela per sfruttare le grandi riserve petrolifere di Essequibo. Tra i finanziatori della CFR vi è la Citibank, che l’anno scorso bloccò i conti della Banca centrale del Venezuela e della Banca del Venezuela, influenzando la capacità del Paese d’importare merci essenziali. La società finanziaria JP Morgan è responsabile dell’utilizzo dell’aggressione finanziaria come scusa per dichiarare il Venezuela mancato pagatore, nel novembre 2016, utilizzando manovre manipolative che influenzano la credibilità finanziaria del Venezuela. Entrambe le banche hanno tentato di colpire la capacità del Venezuela di attirare investimenti e prestiti che stabilizzerebbero l’economia. Gli attori più aggressivi del colpo di Stato finanziario ed economico contro il Venezuela fanno parte del CFR. Tali attori sono ora responsabili dell’agenda del colpo di Stato politico, come lo fu Colin Powell, membro del CFR, che ideò e armò il colpo di Stato contro Chavez quando era segretario di Stato di George W. Bush. Ora, proprio come allora, il MUD (oggi chiamato Coordinatore Democratico) risponde solo alla linea politica tracciata da tali grandi poteri, che di fatto governano gli Stati Uniti.

Presentazione al Senato degli Stati Uniti


Perciò O’Neil non è altro che una delegata dei dirigenti reali di tale organizzazione privata. Fu incaricata di presentare alla commissione per le relazioni esterne del Senato degli Stati Uniti le azioni da adottare per cambiare il corso politico del Venezuela, utilizzando tattiche di guerra non convenzionale, come evidenziato dagli interessi delle grandi potenze economiche rappresentate dal CFR, segnalando, senza dati affidabili, che la popolazione venezuelana vive attualmente in condizioni peggiori rispetto ai cittadini di Bangladesh, Repubblica del Congo e Mozambico, Paesi che subiscono un’estrema miseria per via delle guerre da privati e irregolari che cercano di saccheggiarne le risorse naturali. Creare un’immagine (mediatica distorta) della crisi umanitaria in Venezuela è il punto di partenza per il resto del piano. Tracciare il quadro di un Paese sull’orlo del collasso è l’alibi. Durante la presentazione, O’Neil dichiarò che la PDVSA è sul punto di fallire, escludendo che la compagnia petrolifera statale continuasse a pagare i debiti esteri onorando gli impegni internazionali. Prima di proporre tali opzioni al governo degli Stati Uniti, la delegata del CFR affermò che il Venezuela è strategico per gli interessi statunitensi nell’emisfero e che un crollo ipotetico della produzione petrolifera pregiudicherebbe gli Stati Uniti (perché ne aumenterebbe i prezzi), pur affermando, senza alcuna prova, che le incursioni dei cartelli della droga Zetas e Sinaloa in Venezuela siano una minaccia per la regione.

Il diagramma dei colpi di Stato

Il CFR propone tre grandi azioni politiche agli Stati Uniti per attuare il colpo di Stato in Venezuela nel prossimo futuro. Opzioni che, a causa del peso politico e finanziario del CFR, sono già pienamente operativi (e da mesi). Infatti il CFR dirige i capi anti-Chavisti affinché attuino rigorosamente questo colpo di Stato da manuale.
1. Il CFR propone di continuare le sanzioni “ai violatori dei diritti umani, narcotrafficanti e funzionari corrotti” per aumentare la pressione sul governo venezuelano. I capi anti-Chavez, seguendo tale copione sostengono tali azioni e le falsità in questione, poiché non vi sono prove che colleghino il vicepresidente venezuelano Tariq al-Aysami al traffico di droga internazionale. Anche capi come Freddy Guevara sono andati a Washington a “chiedere” direttamente di prolungare le sanzioni, sostenute dalla lobby anti-venezuelana guidata da Marco Rubio.
2. Gli Stati Uniti devono prendere una posizione più rigorosa nell’ambito dell’OAS per attuare la Carta democratica contro il Venezuela, cooptando i Paesi dei Caraibi e dell’America centrale per sostenere tale iniziativa, che nelle recenti sessioni (illegali) l’OAS ha rigettato. La minaccia di Marco Rubio contro Haiti, Repubblica Dominicana e El Salvador non era un’azione isolata, ma una manovra coordinata guidata dal dipartimento di Stato per inasprire la pressione sulle alleanze internazionali del Venezuela. Il CFR propone anche che il dipartimento del Tesoro convinca la Cina a ritirare il sostegno al Venezuela per aumentare la pressione politica ed economica sul Paese e sul governo. Il MUD è l’attore centrale in questa parte del copione, usando Luis Almagro per chiedere che la Carta democratica sia applicata contro il Venezuela. L’ultima dichiarazione del dipartimento di Stato degli USA sulla marcia convocata dal MUD il 19 aprile, mira non solo ad indurirne la posizione verso il Venezuela, inasprendo la pressione dell’OAS (cercando di riunire il maggior numero di alleati con queste critiche), ma legittima con premeditazione le violenze che potrebbero verificarsi nella marcia. Ricorrendo a falsità come l’uso dei “collettivi” per sopprimere le dimostrazioni e le “torture” delle forze di sicurezza dello Stato venezuelano, il dipartimento di Stato propone di fare del 19 aprile il punto di svolta per inasprire l’assedio del Venezuela e ampliarne le sanzioni, rendendole più aggressive e dirette.
3. Il CFR afferma che gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con Colombia, Brasile, Guyana e Paesi dei Caraibi per prepararsi a un eventuale “aumento dei profughi”, convogliando risorse alle varie ONG e organizzazioni delle Nazioni Unite e dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Ma al di là di tale avvertimento d’intervenire in Venezuela, esiste una vera operazione politica: l’ONG finanziata dallo stesso dipartimento di Stato Human Rights Watch (HRW) pubblicava il 18 aprile 2017 una relazione su come la “Crisi umanitaria” si diffonda in Brasile. Sulla base di testimonianze specifiche e ingigantendo i dati sull’immigrazione, HRW ha avuto l’opportunità d’invitare i governi della regione (in particolare il Brasile) a fare pressione sul governo venezuelano, come richiesto dalla strategia proposta dal CFR. Luis Florido, capo di Voluntad popular, attualmente viaggia in Brasile e Colombia per tentare di riattivare l’assedio diplomatico contro il Venezuela dai Paesi confinanti. Il think tank statunitense chiede inoltre che questi Paesi, sotto la guida di Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale (FMI) organizzino un piano di tutela finanziaria per il Venezuela, che eviti investimenti russi e cinesi nelle aree strategiche del Paese. Nei giorni scorsi Julio Borges usò la carica parlamentare e di portavoce politico per diffondere il falso messaggio che propaga la storia della “crisi umanitaria” in Venezuela. È la stessa strategia del CFR che sostiene che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti dovrebbe coinvolgersi ulteriormente negli affari interni del Venezuela, con l’attuale direzione di Rex Tillerson legato alla società petrolifera Exxon Mobil (era il direttore generale dal 2007 fin quando assunse questa posizione pubblica), un finanziatore del CFR.

Dove i capi dell’opposizione entrano in gioco

Le azioni in corso, svelando l’urgenza geopolitica nella strategia del colpo di Stato contro il Venezuela (affiancata dalle ultime affermazioni dell’ammiraglio Kurt Tidd del comando meridionale degli Stati Uniti sul bisogno di scacciare Cina e Russia quali alleati dell’America latina), riflette anche come abbiano delegato la creazione di violenze, caos programmato e procedure diplomatiche (nel migliore dei casi con l’uso esclusivo di Luis Florido) ai loro intermediari in Venezuela, in particolare i capi dei partiti radicali anti-chavisti. Tali azioni degli Stati Uniti (e delle società che ne decidono la politica estera) hanno un obiettivo finale: l’intervento con mezzi militari e finanziari.

Come giustificare l’intervento

Le prove presentate dal Presidente Nicolas Maduro collegano i capi di Primero Justicia con il finanziamento del vandalismo contro le istituzioni pubbliche (il caso TSJ di Chacao). Ciò che al di là del caso specifico rivela la probabile promozione di criminali, irregolari e mercenari (alleati e politicamente diretti) per inasprire ed incoraggiare le violenze per legittimare la posizione del dipartimento di Stato. L’ingannevole MUD è un’ambasciata privata che lavora per i grandi interessi economici di tali poteri, fondamentali per la sua strategia di avanzata. Che tali strategie possano tenere il passo in questo momento globale dipenderà da ciò che i loro sostenitori faranno sul campo. Tenuto conto delle risorse della guerra finanziaria e politica attuata da tali poteri (blocco finanziario, assedio diplomatico internazionale, attacchi programmati ai pagamenti della PDVSA, ecc.) e le manovre del dipartimento di Stato, si generano le condizioni per la pressione, l’assedio e il finanziamento dei loro agenti in Venezuela per la tanta annunciata svolta che non arriva. Ed è necessario che arrivi per chi ha finanziato e progettato tale programma.























Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora




Corea democratica: il Grande Inganno svelato


Christopher Black New Eastern Outlook 13/03/2017


Nel 2003, insieme ad alcuni avvocati statunitensi della National Lawyers Guild, ebbi la fortuna di recarmi nella Repubblica democratica popolare di Corea, per vedere in prima persona quella nazione, il suo sistema socialista e il suo popolo. La relazione congiunta rilasciata al nostro ritorno s’intitolava “Il Grande Inganno svelato”. Questo titolo fu scelto perché scoprimmo che la propaganda del mito negativo occidentale della Corea del Nord è un grande inganno volto ad accecare i popoli del mondo sulle realizzazioni del popolo nordcoreano che ha creato con successo, date le circostanze, un proprio sistema socio-economico indipendente basato sui principi socialisti e libero del dominio delle potenze occidentali. In una delle nostre prime cene a Pyongyang il nostro ospite, Ri Myong Kuk, avvocato, dichiarò a nome del governo e in termini appassionati che la deterrenza nucleare della Corea democratica è necessaria alla luce delle azioni mondiali degli Stati Uniti e delle minacce subite. Affermò, e questo mi fu ripetuto in una riunione ad alto livello con i funzionari governativi della RPDC, in seguito nel viaggio, che se gli statunitensi firmavano il trattato di pace e non aggressione con la Corea democratica, avrebbero delegittimato l’occupazione statunitense portando alla riunificazione. Di conseguenza, non ci sarebbe stato bisogno di armi nucleari. Dichiarò sinceramente che, “E’ importante che gli avvocati si riuniscano per parlare di come possano regolare le interazioni sociali nella società e nel mondo“, e aggiunse altrettanto sinceramente che, “il cammino verso la pace richiede un cuore aperto“. Ci sembrava allora ed è evidente ora, in contraddizione assoluta con le pretese dei media occidentali, che il popolo della Corea democratica vuole la pace più di ogni altra cosa, in modo da continuare la propria vita e a lavorare senza la costante minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Ma l’annientamento in realtà contro chi è volto e di chi è la colpa? Non loro. Ci mostrarono i documenti statunitensi catturati nella guerra di Corea, prove convincenti che gli Stati Uniti pianificarono l’attacco alla Corea democratica nel 1950. L’attacco fu condotto utilizzando le forze statunitensi e sudcoreane con l’aiuto di ufficiali dell’esercito giapponese che invase e occupò la Corea decenni prima. La difesa e il contro-attacco della Corea democratica furono definite dagli Stati Uniti “aggressione”, manipolando i media per far sì che le Nazioni Unite sostenessero l'”operazione di polizia”, eufemismo usato per sostenere difatti la loro guerra di aggressione alla Corea democratica. Tre anni di guerra e 3,5 milioni di morti coreani seguirono e gli Stati Uniti minacciano guerra imminente ed annientamento fin da allora.
Il voto delle Nazioni Unite a favore dell'”azione di polizia” nel 1950 fu illegale, dato che l’URSS era assente al voto del Consiglio di Sicurezza. Il quorum era necessario al Consiglio di sicurezza secondo il proprio regolamento interno, in modo che tutte le delegazioni siano presenti, senza cui una sessione non può procedere. Gli statunitensi usarono il boicottaggio sovietico del Consiglio di sicurezza come opportunità. Il boicottaggio era a difesa della posizione della Repubblica Popolare Cinese, per concederle il seggio al Consiglio di Sicurezza e non al perdente governo del Kuomintang. Gli statunitensi si rifiutarono di fare la cosa giusta, così i russi si rifiutarono di sedersi al tavolo fin quando non lo potesse il legittimo governo cinese. Gli statunitensi usarono tale occasione per effettuare una sorta di colpo di Stato alle Nazioni Unite, occupandone il meccanismo per i propri interessi ed organizzando con inglesi, francesi e Kuomintang il sostegno alle loro azioni in Corea, con un voto in assenza dei sovietici. Gli alleati fecero come gli statunitensi ordinarono e votarono la guerra alla Corea, ma il voto non era valido e la “azione di polizia” non era un’operazione di mantenimento della pace giustificato dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in quanto l’art. 51 afferma che tutte le nazioni hanno diritto alla legittima difesa contro l’attacco armato, ciò che i nordcoreani affrontavano e a cui rispondevano. Ma gli statunitensi non si curarono mai della legalità, mentre il loro piano era conquistare e occupare la Corea democratica come passo verso l’invasione della Manciuria e della Siberia, che la legalità non doveva ostacolare. Gli occidentali non hanno idea della distruzione inflitta alla Corea da statunitensi e loro alleati; che Pyongyang fu bombardata a tappeto fu dimenticato, come la carneficina di civili in fuga mitragliati dagli aerei statunitensi. Il New York Times dichiarò che allora 8500000 kg di napalm furono utilizzati in Corea solo nei primi 20 mesi di guerra. Furono sganciate più bombe sulla Corea dagli Stati Uniti che sul Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Le forze statunitensi braccarono e uccisero non solo i membri del partito comunista, ma anche le loro famiglie. A Sinchon vedemmo la prova che i soldati statunitensi spinsero 500 civili in un fosso, li cosparsero di benzina e gli diedero fuoco. Scendemmo in un rifugio antiaereo con le pareti ancora annerite dalla carne bruciata di 900 civili, tra cui donne e bambini, che cercarono riparo nel corso di un attacco statunitense. I soldati statunitensi furono visti versare benzina giù per le prese d’aria del rifugio e bruciarli a morte. Questa è la realtà dell’occupazione statunitense per i coreani.
Questa è la realtà che temono ancora e non vogliono che si ripeta. Possiamo dargli torto? Ma anche con tale storia, i coreani sono disposti ad aprire il cuore agli ex-nemici. Il Maggiore Kim Myong Hwan, allora negoziatore principale a Panmunjom sulla linea DMZ, ci disse che il suo sogno era essere scrittore, poeta, giornalista, ma disse in toni cupi che lui e i suoi cinque fratelli “si allinearono” sulla DMZ da soldati per ciò che successe alla famiglia. Disse che la loro lotta non era contro il popolo statunitense, ma contro il loro governo. Era per la famiglia perduta a Sinchon; suo nonno fu appeso a un palo e torturato, la nonna colpita da una baionetta nello stomaco e lasciata morire. Disse: “Vedi, dobbiamo farlo. Dobbiamo difenderci. Non ci opponiamo al popolo statunitense. Ci opponiamo alla politica di ostilità statunitense e ai suoi sforzi per controllare il mondo ed infliggere calamità ai popoli”. Era parere della delegazione che mantenendo l’instabilità in Asia, gli Stati Uniti possono mantenere una massiccia presenza militare e tenere a bada la Cina nelle relazioni con le Coree e il Giappone, facendo leva contro Cina e Russia. Con la continua pressione in Giappone per rimuovere le basi statunitensi a Okinawa, le operazioni militari e le esercitazioni di guerra coreane rimangono un punto centrale degli sforzi statunitensi per dominare la regione.Nell’epoca della dottrina del “cambio di regime” e della “guerra preventiva”, e degli sforzi statunitensi per sviluppare armi nucleari dalla bassa potenza, nonché dell’abbandono e manipolazione del diritto internazionale, non sorprende che la Corea democratica giochi la carta nucleare. Che scelta devono prendere i coreani se gli Stati Uniti minacciano la guerra nucleare ogni giorno e i due Paesi che logicamente dovrebbero sostenerli contro l’aggressione statunitense, Russia e Cina, si uniscono agli statunitensi nel condannare i coreani per dotarsi dell’unica arma che può fungere da deterrente contro tali attacchi. La ragione è chiara dato che russi e cinesi hanno armi nucleari costruite per fungere da deterrente all’attacco dagli Stati Uniti, come la Corea democratica. Alcune loro dichiarazioni governative indicano che temono una situazione fuori controllo e che la difesa della Corea democratica comporti l’attacco degli Stati Uniti, venendo attaccati anche loro. Si può capirne l’ansia. Ma si pone la domanda del perché non sostengano il diritto della Corea democratica all’autodifesa e facciano pressione sugli statunitensi concludere un trattato di pace e non aggressione, e ritirare le loro forze nucleari e armate dalla penisola coreana. Ma la grande tragedia è la chiara incapacità del popolo statunitense di pensarci da sé, a fronte degli inganni continui, e di chiedere ai propri capi di esaurire tutte le possibilità di dialogo e di pace prima di contemplare l’aggressione nella penisola coreana.
Scopo fondamentale della politica della Corea democratica è stipulare un patto di non aggressione e un trattato di pace con gli Stati Uniti. I nordcoreani più volte hanno dichiarato che non vogliono attaccare nessuno o essere in guerra con qualcuno. Ma hanno visto quanto è successo in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e innumerevoli altri Paesi e non hanno alcuna intenzione che ciò gli accada. E’ chiaro che qualsiasi invasione degli Stati Uniti sarebbe contrastata con vigore e che la nazione può sopportare una lunga e dura lotta. In un altro luogo sulla DMZ incontrammo un colonnello con il binocolo a tracolla, dal quale vedemmo attraverso la zona tra nord e sud. Vedemmo un muro di cemento costruito sul lato sud, una violazione degli accordi della tregua. Il maggiore descrisse tale struttura permanente come “vergogna del popolo coreano, popolo omogeneo“. Un altoparlante blaterava continuamente propaganda e musica dal lato sud. Il rumore fastidioso durava 22 ore al giorno, disse. Improvvisamente, in un altro momento surreale, gli altoparlanti del bunker iniziarono a urlare l’overture del Guglielmo Tell, meglio noto negli USA come sigla del Lone Ranger. Il colonnello ci esortò ad aiutare a far capire ciò che realmente accade nella Corea democratica, invece di basarsi sulla disinformazione. Ci disse “Sappiamo che come noi amate la pace, gli statunitensi hanno bambini, genitori e famiglie“. Gli dicemmo che saremmo tornati dalla nostra missione con un messaggio di pace e che speravamo di tornare un giorno a “camminare con lui liberamente in queste splendide colline”. Fece una pausa e disse: “Anch’io credo sia possibile“.
Così, mentre il popolo della Corea democratica spera nella pace e nella sicurezza, gli Stati Uniti e il loro regime fantoccio nel sud della penisola, minacciano la guerra per i prossimi tre mesi, con le più grandi esercitazioni mai condotte con portaerei, sottomarini nucleari, bombardieri invisibili, aerei e numerosi soldati, artiglieria e blindati. La propaganda è salita a livelli pericolosi con i media che accusano il Nord di aver assassinato un parente del leader della Corea democratica in Malesia, anche se non vi è alcuna prova e nessun motivo per ciò. Gli unici a beneficiare dell’omicidio sono gli statunitensi e i loro media che creano isteriche accuse al Nord, ora sulle armi chimiche del Nord. Sì, amici, pensano che siamo nati ieri e che non abbiamo imparato una cosa o due sul carattere dei capi statunitensi e la natura della loro propaganda. Non meraviglia che la Corea democratica tema che un giorno tali “esercitazioni” diventino una guerra vera, che tali “manovre” siano solo una copertura per l’attacco, e nel frattempo creare un’atmosfera di terrore presso il popolo coreano? C’è molto che si può dire della vera natura della Corea democratica, dei suoi popolo, sistema socio-economico e cultura. Ma non c’è spazio qui. Spero che la gente possa visitarla, come il nostro gruppo fece, e capire da sé ciò che abbiamo vissuto. Invece concluderò con il paragrafo conclusivo della relazione congiunta stesa al nostro ritorno dalla RPDC, nella speranza che le persone che lo leggano pensino ed agiscano per supportarne l’appello alla pace.
“I popoli del mondo devono sapere la storia completa della Corea e del ruolo del nostro governo nel promuovere squilibrio e conflitti. L’azione va assunta da avvocati, gruppi di comunità, attivisti per la pace e tutti i cittadini del pianeta, per evitare che il governo degli Stati Uniti diffonda la propaganda per sostenere l’aggressione alla Corea democratica. Il popolo statunitense è vittima di un grande inganno. C’è troppo in gioco per farsi di nuovo ingannare. Questa delegazione di pace ha appreso nella Corea democratica una significativa verità essenziale nelle relazioni internazionali. E’ con maggiore comunicazione, negoziati seguiti da promesse mantenute e un profondo impegno per la pace, si può salvare il mondo letteralmente da un cupo futuro nucleare. L’esperienza e la verità ci libereranno dalla minaccia della guerra. Il nostro viaggio nella Corea democratica, la presente relazione e il nostro progetto sono piccoli sforzi per renderci liberi“.

Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto. Noto per una serie casi di crimini di guerra di alto profilo. di recente ha pubblicato il romanzo “Sotto le nuvole”. Scrive saggi su diritto, politica ed eventi internazionali, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora




La Nazionalizzazione nella Novorossija


Alessandro Lattanzio, 02/03/2017


Il 1° marzo 2017, i decreti presidenziali della Repubblica Popolare del Donetsk (RPD) e della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) sulla registrazione obbligatoria delle imprese ucraine sul territorio delle repubbliche, entravano in vigore.
Contemporaneamente, i centri di distribuzione e i media di proprietà dell’oligarca ucraino Rinat Akhmetov venivano chiusi. “Locali, attrezzature e tutti gli aiuti umanitari sono stati bloccati ed i volontari non vi hanno accesso“, dichiarava un esponente delle iniziative di Akhmetov. La nazionalizzate nelle repubbliche era la risposta al blocco economico e dei trasporti imposto da Kiev al Donbas, in violazione degli accordi di Minsk.
“Dalla mezzanotte del 1° marzo, il controllo del governo viene imposto alle pertinenti imprese ucraine nella RPD… È stato introdotto l’amministratore statale della RPL, e le tasse passeranno al bilancio della repubblica“. Erano molte le grandi fabbriche e le miniere ucraine attive sul territorio di RPD e RPL. In particolare, gli impianti metallurgici di Enakievo e Khartsizskoe, del gruppo Metallinvest, nonché le fonderie di Jasinovataja e Makeevka e l’impianto metallurgico di Donetsk, del gruppo Donetskstal, tutte operanti nella RPD.
Inoltre, vi erano più di 20 miniere, la più grande delle quali è Zasjadko, a Donetsk, oltre all’azienda OJSC Krasnodonugol, al complesso metallurgico di Alchevsk (della Metinvest), e alle compagnie Rovenkiantratsit e Sverdlovskantratsit (della società DTEK); tutte attive sul territorio della RPL.
A fine gennaio, gruppi di nazisti ucraini, tra cui dei deputati della Verkhovna Rada dell’Ucraina, bloccavano il traffico ferroviario dalle repubbliche del Donbas, soprattutto di carbone estratto nel Donbas. In reazione a ciò, Kiev imponeva misure di emergenza nella distribuzione di energia elettrica e numerose industrie interrompevano la produzione.
Il 27 febbraio, RPL e RPD annunciavano la cessazione delle forniture di carbone a Kiev e, dalla mezzanotte del 1° marzo, imponevano il commissariamento delle imprese dalla giurisdizione ucraina. E a causa del blocco, numerose grandi imprese locali cessavano la produzione, tra esse appunto l’impianto metallurgico Enakievskij e la società Krasnodonugol del gruppo Metinvest di Rinat Akhmetov.
Quindi RPD e RPL creavano il centro speciale per il controllo della transizione delle imprese ucraine commissariate. Il Presidente del Consiglio della RPL Vladimir Degtjarenko dichiarava: “Il centro non intende mantenere solo ‘a galla’ le imprese, ma contribuire all’ulteriore sviluppo e riorientamento verso la Russia“.
Sostanzialmente venivano “nazionalizzate” le imprese ucraine nella Novorossija. Secondo il Presidente della RPD Aleksandr Zakharchenko, “A breve termine dovremo ricostruire i mercati dell’industria e convertirli. Il compito principale è assicurare il buon funzionamento delle imprese e salari e lavoro per i lavoratori di queste imprese“.
Il Ministro dell’Industria e del Commercio della RPD Aleksej Granovskij sottolineava, “Nonostante le difficoltà sul riconoscimento politico della repubblica, le nostre imprese lavorano con successo con i Paesi dell’estero vicino e lontano. Da più di due anni, la nostra produzione ha sostanzialmente iniziato il processo di ritiro dal mercato ucraino a favore di quello di altri Paesi.
Gli ambienti statali e commerciali hanno una certa esperienza in questo“. La RPD esporta più di 50 tipi di merci tra cui prodotti delle industrie leggera, alimentare, chimica, farmaceutica e metallurgica, per un valore pari a 36 miliardi di gryvne all’anno che contribuivano al bilancio nazionale dell’Ucraina, e che da ora in poi invece contribuiranno al PIL della Russia.
L’Ucraina a sua volta perderà 2 miliardi di dollari di fatturato estero, a causa del forte aumento delle importazioni in sostituzione di quelle dal Donbas, mentre la regione non sarà più dipendente in nulla dall’Ucraina. Difatti, Kiev chiede che Stati Uniti ed UE impongano le sanzioni a chiunque benefici del “sequestro” dei beni ucraini nelle due Repubbliche noverasse.

Fonti:
Fort Russ
South Front
South Front
South Front
The Duran
Sito Aurora




Siria: un altro punto di vista


GENNAIO 26, 2017


La maggior parte di noi non vive in Siria e ne sa molto poco. Quello che pensiamo di sapere arriva dai media. Le informazioni sono fornite su approvazione di un’organizzazione come Amnesty International che si presume affidabile. Certo, ho sempre avuto fiducia in Amnesty International, implicitamente, credendo e condividendone l’impegno morale. Da vecchio sostenitore non ho mai pensato di verificarne l’affidabilità. Solo vedendo l’organizzazione, lo scorso anno, diffondere i messaggi dei famigerati Caschi Bianchi mi sono sorte delle domande. [1] Avendo scoperto un problema sulle testimonianze fornite da Medici Senza Frontiere (MSF), sentivo il dovere di guardare vederci meglio sui rapporti di Amnesty International. [2] Amnesty ha influenzato i giudizi morali pubblici su diritti e torti della guerra in Siria. E se le notizie di Amnesty sulla situazione in Siria si basano su cose non provate? [3] E se i rapporti fuorvianti sono stati fondamentali per alimentare il conflitto che altrimenti sarebbero stato contenuto o addirittura evitato? Amnesty International per prima accusò di crimini di guerra il governo del Presidente Bashar al-Assad, nel giugno 2012. [4] Se un crimine di guerra comporta la violazione delle leggi e l’applicazione di quelle leggi presuppone una guerra, è rilevante sapere da quanto tempo il governo siriano fosse in guerra, ammesso che lo fosse. Le Nazioni Unite parlarono di ‘situazione vicina alla guerra civile’ nel dicembre 2011. [5] I crimini di guerra indicati Amnesty International in Siria furono quindi riportati basandosi su prove che sarebbero state raccolte, analizzate, redatte, inquadrate, approvate e pubblicate entro sei mesi. [6] Sorprendentemente, e preoccupantemente, lesti. Il rapporto non dettagliava sui metodi di ricerca, ma un comunicato stampa citava a lungo, ed esclusivamente, Donatella Rovera che ‘trascorse diverse settimane ad indagare le violazioni dei diritti umani nel nord della Siria’. Per quanto possa dire, le prove pubblicizzate nella relazione furono raccolte con conversazioni e visite di Rovera in quelle settimane. [7] Il suo rapporto affermava che Amnesty International ‘non poté fare un’indagine sul campo in Siria‘. [8] Non sono un avvocato, ma trovo inconcepibile che le accuse di crimini di guerra su tale base venissero prese sul serio. Rovera stessa poi parlò dei problemi nelle indagini in Siria: in un articolo pubblicato due anni dopo, [9] riferì di esempi di prove e testimonianze materiali che avevano indotto in errore le indagini. [10] Tali riserve non appaiono sul sito web di Amnesty. Non so se Amnesty abbia diffuso eventuali avvertimenti sul rapporto, né su una revisione delle accuse di crimini di guerra. Quello che trovo preoccupante, però, dato che le accuse di crimini possono a tempo debito essere provate, è che Amnesty non temperava le pretese su un’azione futura. Anzi. A sostegno della sua posizione sorprendentemente rapida e decisa sull’intervento, Amnesty International accusò il governo siriano anche di crimini contro l’umanità. Già prima con Deadly Reprisals, il rapporto le presumeva. Tali accuse possono avere gravi implicazioni perché possono essere considerate per un mandato per l’intervento armato. [11] Mentre i crimini di guerra non si verificano, a meno che non ci sia una guerra, i crimini contro l’umanità possono giustificare la guerra. E in guerra, le atrocità si possono verificare laddove altrimenti non si erano verificate. Trovo queste idee profondamente preoccupanti, soprattutto da sostenitore di Amnesty International, quando appellò all’azione, le cui conseguenze prevedibili comprendono combattimenti e possibili crimini di guerra, commessi da chiunque, che altrimenti non ci sarebbero mai stati. Personalmente, non riesco a non pensare che la volontà del fine estremo condivide le responsabilità sulle conseguenze impreviste. [12] Se Amnesty International considerò il rischio morale di complicità indiretta in crimini di guerra minore che tacere su ciò che credeva di aver trovato in Siria, avrà avuto grandissima fiducia nei risultati. Era giustificata tale fiducia? Se torniamo ai rapporti sui diritti umani in Siria nel 2010, prima dell’inizio del conflitto, troviamo che Amnesty International registrò un certo numero di casi di detenzione illegale e brutalità. [13] Nei dieci anni di presidenza di Bashar al-Assad, la situazione dei diritti umani sembrava agli osservatori occidentali non essere migliorata tanto quanto sperato. Human Rights Watch parlò del 2000-2010 come ‘decennio sprecato’. [14] Il tenore costante dei rapporti era la delusione: i progressi compiuti in alcuni settori si stagliavano sui problemi continui in altri. Sappiamo anche che in alcune zone rurali della Siria c’era vera frustrazione per le priorità politiche del governo. [15] Un’economia agricola zoppicante per gli effetti della malgestita grave siccità, irritò i sentimenti d’emarginazione. La vita sarebbe stata migliore per molti nelle città vivaci, ma era tutt’altro che idilliaca per gli altri, e rimaneva spazio per migliorare la situazione dei diritti umani. L’approccio robusto del governo ai gruppi che cercavano di por fine allo stato laico della Siria, giustifica ampiamente il bisogno di monitorarne gli eccessi segnalati. Eppure, i risultati delle osservazioni di prima della guerra erano lontani da qualsiasi idea di crimini contro l’umanità. Incluso il Rapporto Annuale 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo. Un rapporto pubblicato solo tre mesi più tardi ritraeva una situazione radicalmente diversa. [16] Nel periodo da aprile ad agosto 2011, gli eventi mutarono rapidamente sulla scia delle proteste antigovernative in alcune parti del Paese, e così Amnesty. Nel promuovere il nuovo rapporto, Deadly Detention, Amnesty International degli USA si vantò di come fornisse “la documentazione in tempo reale sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative”. Non solo forniva una rapida segnalazione, ma fece anche affermazioni nette. Invece di dichiarazioni misurate suggerendo riforme necessarie, condannò il governo di Assad per “il sistematico attacco alla popolazione civile, svoltosi in modo organizzato e in virtù di una politica statale per commettere tale attacco”. Il governo siriano fu accusato di “crimini contro l’umanità”. [17] Velocità e fiducia, così come una profonda implicita comprensione del rapporto sono notevoli. Il rapporto era preoccupante, troppo, dando come portentose delle prove schiaccianti contro il governo: Amnesty International “invitava il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non solo a condannare, in modo fermo e giuridicamente vincolante, le violazioni massicce dei diritti umani commesse in Siria, ma anche ad adottare altre misure per costringere i responsabili a renderne conto, compreso il deferimento della situazione in Siria al procuratore della Corte penale internazionale. Inoltre, Amnesty International continuò a sollecitare il Consiglio di sicurezza ad imporre un embargo sulle armi alla Siria e a congelare immediatamente le risorse del Presidente al-Assad e di altri funzionari sospettati delle responsabilità nei crimini contro l’umanità”. Con tali dichiarazioni forti, soprattutto in un contesto in cui potenti Stati esteri già invocavano il ‘cambio di regime’ in Siria, il contributo di Amnesty va visto come istigante. Dato che non solo la forza della condanna è degna di nota, ma la rapidità della presentazione, in ‘tempo reale’, pone òa domanda ai sostenitori di Amnesty Internationaldi su come l’organizzazione potesse seguire istantaneamente gli eventi, oltre a porrli indagare pienamente trovando le prove. La reputazione di Amnesty International si basa sulla qualità della ricerca. Il segretario generale dell’organizzazione, Salil Shetty, ha chiaramente affermato i principi e metodi nella raccolta delle prove: “Lo facciamo in modo sistematico, di prima mano, raccogliendo prove con il nostro personale sul campo. E ogni aspetto della nostra raccolta di dati si basa su riscontri e controllo incrociato da tutte le parti, anche se ci sono, si sa, molti partiti in ogni situazione dato che i problemi di cui ci occupiamo sono piuttosto controversi. Quindi è molto importante avere diversi punti di vista, controllare costantemente e verificare i fatti”. [18] Amnesty si pone così rigorosi standard di ricerca, e assicura al pubblico di essere scrupolosa nell’aderirvi. Questo c’è da aspettarselo, credo, soprattutto quando gravi accuse si rivolgono a un governo. Amnesty ha seguito il proprio protocollo nella preparazione della relazione Deadly Detention? Il personale di Amnesty sul campo ha sistematicamente e in modo diretto raccolto i dati verificati sotto ogni aspetto, confermandoli e controllandoli attraverso tutte le parti interessate? Nell’analisi aggiunta qui in nota [19] si mostra, punto per punto, come la relazione non soddisfi alcuni di tali criteri e come non aderiva ad alcuno di essi. Dato che i risultati potevano essere utilizzati per sostenere la richiesta dell’intervento umanitario in Siria, il minimo da aspettarsi dall’organizzazione era applicare i propri standard prescritti per le prove. Affinché non si creda che concentrandosi sugli aspetti tecnici sui rischi della metodologia di ricerca, si lasci il governo fuori dai guai per crimini abnormi, va sottolineato come in origine fosse assiomatico per Amnesty International non dover mai presumere la colpevolezza senza prove. [20] Piuttosto oltre a questioni tecniche, sbagliare sull’autore dei crimini di guerra potrebbe comportare fin troppo gravi conseguenze, intervenendo erroneamente al fianco dei veri responsabili. Supponiamo nondimeno d’insistere che le prove dimostrassero con sufficiente chiarezza che Assad massacrava il proprio Paese e il proprio popolo: era sicuro che la ‘comunità internazionale’ doveva intervenire in favore del popolo contro tale presunto stragista? [21] Nell’ambito di opinioni e conoscenze all’estero, al momento, sarebbe sembrato plausibile. Non era l’unica proposta plausibile, tuttavia, e non certo in Siria. Un’altra era che il miglior tipo di supporto da offrire al popolo della Siria era spingere saldamente il governo verso le riforme, mentre lo si aiutava, essendo sempre più necessario liberare il territorio dei terroristi che avevano fomentato e poi sfruttato tensioni e proteste nella primavera 2011. [22] Infatti, anche supponendo che gli agenti della sicurezza interna del governo necessitassero di maggiore moderazione, il modo migliore per raggiungere questo obiettivo non era necessariamente minare il governo, l’unico ben posizionato, con supporto e incentivi costruttivi per applicarla. Non trovo ovvio che Amnesty fosse obbligata o competente a decidere su tali alternative. Dato che, tuttavia, scelse di farlo, dobbiamo chiederci perché da subito respinse il metodo decisionale proposto dal Presidente al-Assad. Era suo dovere tenere le elezioni per chiedere al popolo se lo volevano o meno. Anche se non ampiamente riportate in occidente, e praticamente ignorate da Amnesty [23], le elezioni presidenziali si tennero nel 2014 con la vittoria schiacciante di Bashar al-Assad, 10319723 di voti a favore, l’88,7% , con un’affluenza del 73,42%. [24] Gli osservatori occidentali non contestarono le cifre né sostennero irregolarità del voto [25], i media invece cercarono di minimizzarle. “Questa non è una elezione che può essere analizzata come elezione multipartitica delle democrazie europee o degli Stati Uniti, dice alla BBC Jeremy Bowen da Damasco. E’ stato un omaggio al Presidente Assad dai suoi sostenitori, boicottato e rifiutato dagli oppositori, piuttosto che un atto politico, aggiunge”. [26] Questo omaggio, comunque, fu espresso dalla maggioranza assoluta dei siriani. Indicandolo ‘senza significato’, come fece il segretario di Stato degli USA John Kerry [27], rivelava quanto il suo regime rispettasse il popolo della Siria. E’ vero che il voto non poteva esserci nelle zone occupate dall’opposizione, ma la partecipazione complessiva fu così grande che anche supponendo che l’intera popolazione in quelle aree gli votasse contro, avrebbero comunque dovuto accettare Assad vincitore legittimo, come in Scozia che accetta Theresa May prima ministra inglese. Infatti, la recente liberazione di Aleppo est ha rivelato che il governo di Assad in realtà vi ha sostegno. Non possiamo sapere se Assad sarebbe stato scelto da così tante persone in altre circostanze, ma possiamo ragionevolmente dedurre che il popolo della Siria ha visto nella sua leadership la migliore speranza per unificare il Paese sull’obiettivo di por fine allo spargimento di sangue. Per quanto si avesse idealmente cercato, anche con le proteste autentiche del 2011, la volontà del popolo siriano chiaramente era, date le circostanze, con il governo nell’affrontare i problemi, piuttosto che farlo soppiantare da entità eterodirette. [28] (Sono tentato di pensare, da filosofo politico, che Jeremy Bowen della BBC avesse ragione a dire che l’elezione non fosse un normale ‘atto politico’: Bashar al-Assad è sempre stato chiaro nelle dichiarazioni e interviste sulla sua posizione indissolubilmente legata alla costituzione. Non ha deciso di rinunciare alla carriera di medico per diventare un dittatore, se ho capito bene,… anzi, la morte del fratello ne modificò i piani. Dato che i fatti non suggeriscono il contrario, sono personalmente disposto a credere che la fermezza altrimenti incomprensibile di Assad in effetti derivi dall’impegno a difendere la costituzione del suo Paese. Se o meno il popolo lo volesse veramente presidente è secondario rispetto alla domanda se fosse disposto a rinunciare alla costituzione nazionale su dettame di qualche ente diverso dal popolo siriano. La risposta a ciò ha senso, come Bowen nota inavvertitamente al di là della semplice politica). Dato che il popolo siriano aveva confutato la tesi che Amnesty ha promosso, seri interrogativi si pongono. Tra cui uno, che difenderebbe Amnesty e darebbe una qualche giustificazione indipendente da fonti diverse da quelle delle sue indagini, credendo sinceramente che le accuse al governo siriano fossero fondate. Tuttavia, dato che una risposta affermativa a questa domanda non smentirebbe ciò che ho cercato di chiarire, metto da parte il discorso per il prossimo passo di questa indagine. Il mio punto per ora è che Amnesty International stessa non ha corroborato indipendentemente la propria causa. È preoccupante per chi pensa che debba assumersi la piena responsabilità delle osservazioni che riferisce. Ulteriori discussioni affronterebbero anche preoccupazioni su quali cause dovrebbe rappresentare. [29]



Note:
[1] Per informazioni sui caschi bianchi, una panoramica concisa appare nel video Caschi Bianchi: pronto soccorso o fiancheggiatori di al-Qaida? Per una discussione più approfondita, vedasi la sintesi accessibile e dai molti riferimenti di Jan Oberg. Sulla base delle informazioni ora ampiamente disponibili, e data la coerenza di numerose testimonianze critiche, in contrasto all’incoerenza della narrazione ufficiale spacciata da Netflix, diffido delle testimonianze dei caschi bianchi quando confliggono con le testimonianze dei giornalisti indipendenti sul terreno, soprattutto perché i rapporti di questi ultimi sono coerenti con quelli della popolazione di Aleppo est che ha condiviso la verità sulla propria esperienza dopo la liberazione (per le numerose interviste con gli aleppini si veda il canale Youtube di Vanessa Beeley, e anche si consultino le raccolte fotografiche di Jan Oberg). Vi sono stati certamente sforzi per sfatare le varie denunce dei caschi bianchi, e l’ultimo che conosco (al momento della stesura) riguarda la confessione nel video (linkato sopra) di Abdulhadi Qamal. Secondo Middle East Eye, i suoi colleghi caschi bianchi ritengono che la confessione gli sia stata imposta (segnalazione al 15 gennaio 2017) in un centro di detenzione governativo; secondo Amnesty International, che non menziona tale relazione nel suo appello del 20 gennaio 2017, non vi è alcuna prova che fosse un casco bianco e non si sa cosa gli sia successo. Quello che comprendo da ciò è che alcuni vogliono difendere i caschi bianchi, ma che non sono nemmeno d’accordo su una storia coerente su cui basarsi, data la pressione di eventi imprevisti ad Aleppo che mostrano il dietro le quinte, letteralmente, della storia di Netflix. E’ anche poco rassicurante sulla qualità delle indagini di AI in Siria.
[2] La mia indagine critica su Medici Senza Frontiere (MSF) fu innescata apprendendo che la loro testimonianza fu usata per criticare le affermazioni sulla Siria da parte della giornalista indipendente Eva Bartlett. Avendo trovato le sue notizie credibili, mi sono sentito costretto a scoprire quale resoconto credere. Ho scoperto che MSF ingannava su ciò che affermava di sapere della Siria. In risposta all’articolo, diverse persone hanno indicato preoccupazioni su Amnesty International. Così ho avuto il coraggio d’iniziare a mettere in discussione Amnesty International sulla base di indicazioni e suggerimenti forniti da alcuni miei nuovi amici, e vorrei ringraziare particolarmente Eva Bartlett, Vanessa Beeley, Patrick J.Boyle, Adrian D. e Rick Sterling per i suggerimenti. Ho anche tratto beneficio dal lavoro di Tim Anderson, Jean Bricmont, Tony Cartalucci, Stephen Gowans, Daniel Kovalic, Barbara McKenzie e Coleen Rowley. Vorrei ringraziare Gunnar Øyro, per la produzione di una rapida traduzione in norvegese dell’articolo di MSF che ha contribuito a raggiungere altre persone. In realtà ve ne sono tanti altri da cui ho imparato così tanto in queste poche settimane, tra i quali scopro un movimento in rapida espansione di investigatori e giornalisti-cittadini nel mondo. E’ una buona cosa che accada in questi tempi terribili. Grazie a tutti voi!
[3] Per esempio, Tim Anderson sostiene, in La guerra sporca alla Siria (2016), che Amnesty è stata ‘integrata’ insieme ai media occidentali, ed ha seguito fermamente la linea di Washington, piuttosto che fornire prove ed analisi indipendenti.
[4] Il rapporto Deadly Reprisals concludeva che ‘le forze governative e le milizie siriane sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, pari a crimini contro l’umanità e crimini di guerra’.
[5] UN
[6] ‘Nelle aree dei governatorati di Idlib e Aleppo, dove Amnesty International ha svolto la sua ricerca sul campo per questo rapporto, i combattimenti ebbero l’intensità del conflitto armato non internazionale. Ciò significa che le leggi di guerra (diritto internazionale umanitario) si applicano, oltre che sui diritti umani, e che molti degli abusi documentati qui costituirebbero crimini di guerra‘. Deadly Reprisals, p.10.
[7] Il racconto di Rovera è stato contraddetto da altre testimonianze come riportato, ad esempio, sul Badische Zeitung, secondo cui la responsabilità delle morti fu attribuita alla parte sbagliata. L’unilateralità nel resoconto fu fortemente criticata da Louis Denghien. Più rivelatore, tuttavia, è l’articolo di cui parlo nel testo, in cui Rovera due anni dopo si smentiva (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Questo articolo non è stato pubblicato sul sito di Amnesty, che non lo menziona neanche sui rapporti, per quanto ne so. Lo raccomando a tutti coloro che pensano che la mia conclusione su Deadly Reprisals sia affrettata. Penso che sia una lettura salutare per alcuni dei colleghi, come quello che pubblicò una smentita straordinariamente difensiva alla domande critiche sul rapporto, nel blog di Amnesty il 15 giugno 2012, dove mi sembra risponda in modo provocatorio a tutte le domande. (L’autore continua sminuendo i critici di non essere stati così critici sulle rivendicazioni opposte. Non lo so, né m’importa se lo erano. Volevo solo sapere se avesse qualcosa di serio da dire in risposta alle critiche). Pur apprezzando chi lavora per Amnesty con passione, per la causa dei più deboli, non vorrei il contrario, sostenendo che la disciplina professionale sia appropriata nelle discussioni relative alle prove.
[8] “A più di un anno dai disordini nel 2011, Amnesty International, come altre organizzazioni internazionali per i diritti umani, non poté svolgere una ricerca sul campo in Siria essendo effettivamente impedito l’accesso al Paese dal governo”. (Deadly Reprisals, p.13)
[9] Donatella Rovera, (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“) 2014.
[10] Articolo che vale la pena di leggere per intero riflette varie difficoltà ed ostacoli per avere dati affidabili sul campo, ma qui vi è un estratto particolarmente rilevante sul caso della Siria: “L’accesso alle aree interessate durante le ostilità può essere limitata o addirittura impossibile, e quando possibile, spesso estremamente pericolosa. La prova può essere rapidamente rimossa, distrutta o contaminata, intenzionalmente o meno. Le prove “pessime” sono peggio di alcuna prova, in quanto possono portare a ipotesi o conclusioni sbagliate. In Siria ho trovato sub-munizioni inesplose in luoghi non noti per bombardamenti con bombe a grappolo. Anche se spostare sub-munizioni a grappolo inesplose è molto pericoloso, dato che anche un tocco leggero può causarne l’esplosione, i combattenti siriani spesso li raccolgono dai siti degli attacchi governativi e li trasportano in altri luoghi, a volte a distanze considerevoli, al fine di riutilizzarne l’esplosivo. La pratica è ampiamente nota, ma al tempo dei primi attacchi, due anni fa, portò all’ipotesi errata sulla posizione di tali attacchi… Soprattutto nelle fasi iniziali dei conflitti armati, i civili affrontano realtà del tutto sconosciute, scontri armati, colpi di artiglieria, bombardamenti aerei e altre attività militari e situazioni che non hanno mai sperimentato prima, rendendogli molto difficile descrivere con precisione incidenti specifici” (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Alla luce del candore di Rovera, si nota il contrasto inevitabile con la posizione di Amnesty International che non solo approvava il rapporto acriticamente, in primo luogo, ma continuava ad emettere segnalazioni analoghe, invocando azioni sulla base di essi.
[11] “Queste preoccupanti nuove prove dell’organizzazione di gravi abusi evidenzia la pressante necessità di un’azione internazionale decisiva… Per più di un anno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha differito, mentre una crisi dei diritti umani si aveva in Siria. Si deve ora superare l’impasse e agire concretamente per porre fine a queste violazioni e farne tenere conto ai responsabili”. Deadly Reprisals comunicato stampa. Il direttore esecutivo di Amnesty International degli USA in quel momento favoriva la risposta libica al ‘problema’ della Siria. Parlando poco dopo la nomina, espresse frustrazione sull’approccio libico che non era già stato adottato per la Siria: “La scorsa primavera il Consiglio di sicurezza creò una maggioranza per un’azione di forza in Libia e fu inizialmente molto controverso, causando molti dubbi tra i principali membri del Consiglio di Sicurezza. Ma Gheddafi è caduto, c’è stato un passaggio e credo che si sarebbe pensato che quei timori sarebbero spariti. Eppure abbiamo visto continuare l’impasse sulla Siria….” citato da Coleen Rowley, “Spacciare la guerra come ‘Smart Power’” (28 agosto 2012).
[12] La questione se Amnesty International come organizzazione possa avere una ‘volontà’ è complessa. Uno dei motivi è che si tratta dell’associazione di tante persone e non c’è un semplice ‘si’. Un altro è che le dichiarazioni pubbliche sono spesso espresse in un linguaggio che può trasmettere un messaggio, ma scegliendo parole che permettano di negare qualsiasi particolare intento che verrebbe criticato o censurato. Tale pratica di per sé la trovo malsana, personalmente, e penso che sia inutile per un’organizzazione dalla missione morale come Amnesty. Per una discussione critica sull”interventismo’ di Amnesty International in Libia si veda ad esempio Daniel Kovalik “Amnesty International e l’industria dei diritti umani” (2012). Coleen Rowley ha ricevuto da Amnesty International, in risposta alle critiche, l’espressione “non prendiamo posizioni su un intervento armato”. (Il problema dei diritti umani/Il diritto umanitario ha la precedenza sul principio di Norimberga: la tortura è sbagliata, ma lo è anche il crimine di guerra supremo, 2013). Rowley mostra come questa risposta, a differenza di una chiara presa di posizione contro l’intervento, dimostri una certa creatività. Noto anche di passaggio che nella stessa risposta, Amnesty assicura che “le richieste di AI si basano sulla nostra ricerca indipendente sulle violazioni dei diritti umani in un determinato Paese”. Questo, accanto ad AI che cita rapporti di altre organizzazioni, lo considero economizzare la verità. Nel mio prossimo post su Amnesty International, sarà discusso il ruolo di Suzanne Nossel, già direttrice esecutiva di Ammesty International degli USA, e in quel contesto altre informazioni si avranno sugli scopi delle testimonianze di Amnesty, quando vi operava nel 2011-12.
[13] Presentazione dell’UN Universal Periodic Review, ottobre 2011, ‘Fine delle violazioni dei diritti umani in Siria‘. Senza voler sminuire il significato di ogni singola violazione dei diritti umani, vorrei richiamare l’attenzione qui sulla portata del problema che si registrò prima al 2011 confrontandolo con i rapporti successivi. Così faccio notare che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non dettagliava carenze eclatanti: “C’è stato almeno un caso nell’anno in cui le autorità non protessero chi custodivano…. Ci sono rapporti negli anni precedenti di prigionieri picchiati da altri prigionieri mentre le guardie facevano finta di niente”. Nel 2010 (28 maggio) Amnesty riferì di “diverse morti sospette in custodia”. Il suo briefing alla commissione per la tortura parla di decine di casi nel 2004-2010. Per avere un riferimento in più, questi rapporti indicano anche che il trattamento più brutale tendeva ad essere riservato agli islamisti e in particolare ai Fratelli musulmani. Ci sono anche lamentele dai curdi. Un piccolo numero di avvocati e giornalisti fu anche menzionato.
[14] Human Rights Watch (2010), ‘Un decennio perduto: diritti umani nella Siria dei primi dieci anni di potere di Bashar al-Assad’ .
[15] Secondo un resoconto: “In conseguenza a quattro anni di grave siccità, agricoltori e allevatori videro i loro mezzi di sussistenza distrutti e il proprio stile di vita trasformato, disilludendosi verso la promessa del governo di piena attenzione alle zone rurali. Slegando promesse paternalistiche di redistribuzione delle risorse a favore dei contadini e patti corporativi d’interesse del regime vincolati al comportamento di privati corrotti, si poté cominciare a rilevare i semi dell’agitazione politica siriana… Il fallimento del regime nell’attuare misure economiche per alleviare gli effetti della siccità fu fondamentale nel spingere tali mobilitazioni del dissenso. In questi ultimi mesi, le città siriane congiungono sofferenza dei migranti rurali sfollati e dei residenti urbani insoddisfatti, che s’incontrano e mettono in discussione natura e distribuzione del potere… Direi che un impulso cruciale al dissenso siriano oggi è stato il ruolo del governo nel marginalizzare ulteriormente la cruciale popolazione rurale di fronte alla recente siccità. Numerose organizzazioni internazionali hanno riconosciuto la misura in cui la siccità ha paralizzato l’economia siriana e trasformato la vita di miriadi di famiglie siriane in modo irreversibile”. Suzanne Saleeby (2012) “Piantare i semi del dissenso: rimostranze economiche e violazione del Contratto Sociale siriano”.
[16] Nomi, date e relazioni pertinenti qui sono facilmente confusi, ecco ulteriori dettagli. Il rapporto di Amnesty International 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo menzionato nel testo qui, riporta solo l’anno solare 2010, e fu pubblicato il 13 maggio 2011. La relazione pubblicata nell’agosto 2011su Deadly Detention, decessi in custodia per le proteste popolari in Siria, copre gli eventi fino al 15 agosto 2011.
[17] I crimini contro l’umanità sono una categoria speciale e egregia di illecito: coinvolgono atti che vengono deliberatamente commessi nell’ambito di un esteso o sistematico attacco alla popolazione civile. Mentre crimini ordinari sono una questione che riguarda uno Stato che affronta all’interno, i crimini contro l’umanità, soprattutto se commessi dallo Stato, possono essere oggetto di una reprimenda dalla comunità internazionale.
[18] Salil Shetty intervistato nel 2014
[19] L’indagine è stata sistematica? L’organizzazione della raccolta dei dati richiede tempo, coinvolge procedure per pianificare, preparare, eseguire e consegnare l’analisi sistematica e l’interpretazione dei dati, comportando una buona dose di lavoro; la stesura va adeguatamente controllata. Inoltre, per relazionare in modo affidabile si ricorre a varie indagini di controllo per stabilire contesto e rilevanti fattori variabili che potrebbero influenzare senso e significato dei dati. Anche allora, una volta che un progetto di relazione è scritto, va controllato da alcuni esperti per eventuali errori od omissioni inosservate. Ogni presentazione di prove che evita quei passaggi non può, a mio giudizio, essere considerato sistematico. Non riesco a immaginare come tali processi possano essere completati in breve tempo, per non parlare ‘in tempo reale’, e quindi posso solo lasciare ai lettori decidere quanto sistematica sia stata la ricerca. Le prove furono raccolte da fonti dirette? “Ricercatori internazionali hanno intervistato testimoni e altri fuggiti dalla Siria nelle ultime visite in Libano e Turchia, o comunicato per telefono ed e-mail con persone rimaste in Siria… inclusi parenti delle vittime, difensori dei diritti umani, medici e detenuti appena rilasciati. Amnesty International ha anche ricevuto informazioni da attivisti siriani e altri che vivono fuori dalla Siria”. Di tutte queste fonti, si potrebbe considerare la testimonianza dei detenuti appena rilasciati come fonte diretta sulle condizioni di detenzione. Tuttavia, siamo alla ricerca di riscontri a sostegno dell’accusa di crimini contro l’umanità attraverso “una diffusa, sistematica aggressione alla popolazione civile, condotta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta a commettere tale aggressione”. Su quali basi Amnesty può pretendere di sapere con precisione la portata di qualsiasi attacco e di quando ed esattamente chi lo perpetrata, o di come il governo organizza l’attuazione della politica statale, non viene spiegato nella relazione. Le prove furono raccolte dal personale di Amnesty sul terreno? A questa domanda risponde il rapporto: “Amnesty International non è stata in grado di condurre una ricerca di prima mano sul terreno in Siria nel 2011” (p. 5). Ogni aspetto della raccolta dei dati è stato verificato da riscontri? Il fatto che numerose persone identificate siano morte in circostanze violente è confermata, ma la relazione osserva che “in pochissimi casi Amnesty International ha avuto informazioni che indicano dove una persona sia stata detenuta al momento della morte. Di conseguenza, questo rapporto utilizza termini qualificati quali “presunti arresti” e “presunti decessi in custodia”, se nel caso, riflettendo tale mancanza di chiarezza su alcuni dettagli dei casi segnalati”. Ciò corrobora la descrizioni della situazione pre-2011 su brutalità della polizia e decessi in custodia. Questi sono inaccettabili in Siria come dovrebbe essere in tutti gli altri Paesi, ma parlare di ‘crimini contro l’umanità’ implica una politica sistematica. Non trovo nulla nella relazione che porti prove a conferma contro lo Stato: “Nonostante questi limiti, Amnesty International ritiene che i crimini dietro l’alto numero di decessi in custodia segnalati di sospetti oppositori del regime, identificati in questa relazione, nel contesto di altri crimini e violazioni dei diritti umani contro i civili altrove in Siria, siano pari a crimini contro l’umanità. Essi sembrano parte di una diffusa, sistematica, aggressione alla popolazione civile, svolta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta ad aggressioni del genere”. Di conferme di abusi diffusi e pretese che il governo avesse una politica dedita ai crimini contro l’umanità, non ne ho trovate. La prova invocata ha subito un controllo incrociato con tutte le parti interessate? Dato che il governo è accusato, sarebbe la parte più interessata, e la relazione chiarisce che il governo non era preparato a trattare con Amnesty International. La mancata collaborazione del governo con Amnesty, quali che siano le sue ragioni, non può essere offerta come prova della sua innocenza. (Quella stessa frase può addebitarsi ai tradizionali sostenitori di Amnesty International, dato che un principio fondante del giusto processo è presumere l’innocenza fino a prova contraria). Ma permetto che alcuni possano considerare i governi diversi dalle persone fisiche. Ma dato che il governo non era obbligato ad avere rapporti con Amnesty, e potrebbe avere avuto altri motivi per non farlo, dobbiamo semplicemente notare che questo aspetto del protocollo sui metodi d’indagine non fu soddisfatto.
[20] Vorrei sottolineare che varie persone hanno contestato l’assenza di prove credibili, tra cui l’ex-agente della CIA Philip Giraldi, che ha anche affermato che il piano degli USA per destabilizzare la Siria e perseguire un cambio di regime, covava da anni. A differenza delle accuse contro Assad, ciò fu confermato da varie fonti, tra cui l’ex-ministro degli Esteri francese e il generale Wesley Clark .
[21] Anche se le virgolette e la parola presunto sono sempre assenti nei riferimenti alle accuse ad Assad, sui media, li mantengo per principio dato che il semplice fatto di ripetere l’accusa non basta a modificarne lo status epistemico. Per accreditare la verità di una dichiarazione si ha bisogno di prove. Affinché si possa parlare di molte prove, vorrei suggerire brevemente cosa Amnesty International scrisse nel 2016, riferendosi alla ‘prova più evidente’. La prova in questione sono le cosiddette fotografie di Cesare che mostrano 11000 cadaveri che si presume torturati e giustiziati da personale di Assad. Una discussione completa su questa materia non si adatta a una nota come questa, ma vorrei solo sottolineare che questa prova era nota ad Amnesty e al mondo dal gennaio 2014 e fu discussa da Philip Luther di Amnesty al momento della pubblicazione. Riferendosi ad esse come ‘11000 motivi per un’azione reale in Siria’ , Luther ammise che la causa delle morti non fu verificata ma parlò suggerendo che la verifica fosse vicina alla conclusione scontata (si ricordi, a cinque mesi prima della vittoria elettorale di Assad, in modo che tale presunto sterminio colpisse l’opinione pubblica nel periodo elettorale). Questi ‘11000 motivi’ chiaramente pesarono presso Amnesty, anche se non poté verificarli. Finora, però, una prova credibile non è stata certificata, e io per primo non mi aspetto che ci siano. Alcuni motivi sono indicati da Rick Sterling nella critica, “Le frodi delle foto di Cesare che minano i negoziati siriani” Nel frattempo, se Amnesty International aveva pensato all’ipotesi per spiegare il motivo per cui gli elettori siriani sembrassero così indifferenti sul presunto stragista loro presidente, non le ha condivise.
[22] Anche se questa era una visione minoritaria sui media occidentali, non era del tutto assente. Il Los Angeles Times del 7 Marzo 2012 aveva un breve articolo intitolato ‘In Siria i cristiani temono per la vita se cadesse Assad’ che articolava le preoccupazioni per “la se sempre più cruenta rivolta di quasi un anno in Siria, che potrebbe frantumare la sicurezza fornita dal governo autocratico, ma laico, del Presidente Bashar Assad. Avvertimenti di un bagno di sangue se Assad lascia la carica risuonano presso i cristiani, che vedono i loro fratelli cacciati dalla violenza settaria col rovesciamento dei vecchi capi di Iraq ed Egitto, e prima ancora nella guerra civile di 15 anni nel vicino Libano”, rilevando “che la loro paura aiuta a spiegare il notevole sostegno al regime”. Questo fondato timore di qualcosa di peggio probabilmente andava considerato pensando alle proporzione di una qualsiasi escalation militare. L’articolo di LA Times recava un’intervista: “Naturalmente la ‘primavera araba’ è un movimento islamista“, ha detto George con rabbia. “E’ piena di estremisti. Vogliono distruggere il nostro Paese e la chiamano ‘rivoluzione’… I dirigenti della Chiesa sono in gran parte allineati al governo, sollecitando i loro seguaci a dare ad Assad la possibilità di mettere in atto le riforme politiche a lungo promesse, mentre chiedono la fine delle violenze, che hanno ucciso più di 7500 persone su entrambi i lati, secondo le Nazioni Unite”. Il Los Angeles Times recava diversi articoli simili, tra cui: LAT e USA Today 30. Troviamo anche che il supporto alla presidenza Assad ha retto per tutto il periodo dopo le proteste iniziali: da allora, il supporto ad Assad permane. Le analisi del 2013 di ORB Poll.
[23] Non ne viene fatta menzione sulle pagine web di Amnesty, e la relazione annuale del 2014/15 reca una menzione superficiale sminuendo l’elezione a priva di significato: “A giugno, il Presidente al-Assad ha vinto le elezioni presidenziali tenute solo nelle aree governative, ottenendo un terzo mandato di sette anni. La settimana successiva, annunciava un’amnistia che ha portato a pochi rilasci di prigionieri; la stragrande maggioranza dei prigionieri di coscienza e altri prigionieri politici continua ad essere detenuta dal governo”. (p.355)
[24] Segnalato sul Guardian del 4 giugno 2014. La popolazione totale della Siria, compresi i bambini, era di 17951639 nel 2014. Anche se la maggior parte della stampa occidentale ha ignorato o sottovalutato i risultati, ci sono state alcune eccezioni. Il Los Angeles Times osservava che “i sostenitori regionali e internazionali di Assad ne salutano la vittoria come soluzione politica alla crisi e chiara indicazione della ‘volontà’ dei siriani”. In un articolo su Fox News via Associated Press, vi era una chiara descrizione della profondità del sostegno: “L’elezione siriana mostra la profondità del sostegno popolare ad Assad, anche tra la maggioranza sunnita”. L’articolo spiegava le numerose ragioni del sostegno, smentendo la solita narrativa tradizionale in occidente. Il Guardian riportava: “Garantirsi un terzo mandato presidenziale è la risposta di Assad alla rivolta, che ha avuto inizio nel marzo 2011 con manifestanti pacifici che chiedevano riforme, ma da allora è divenuta una guerra che ha scosso il Medio Oriente e il mondo. E ora, con una stima di 160000 morti, milioni di sfollati in patria e all’estero, potenze estere che sostengono entrambi i lati, e gruppi jihadisti legati ad al-Qaida che ottengono maggiore controllo nel nord e ad est, molti siriani ritengono che Assad solo possa porre fine al conflitto”. Steven MacMillan da un resoconto pro-Assad delle elezioni su New Eastern Outlook.
[25] Nonostante le affermazioni degli Stati impegnati nel ‘cambio di regime’, secondo cui il risultato delle elezioni va semplicemente ignorato, gli osservatori internazionali non trovarono alcun difetto da segnalare.
[26] Lo si ritiene di così poca importanza da parte del British Foreign and Commonwealth Office, che la sua pagina web sulla Siria, aggiornata al 21 gennaio 2015, aveva ancora questo paragrafo sulla possibile futura elezione in Siria, e con un certo scetticismo: “non vi è alcuna prospettiva di elezioni libere ed eque nel 2014, mentre Assad rimane al potere”.
[27] BBC
[28] Un sondaggio nel 2015 della ORB International, società specializzata nella ricerca sull’opinione pubblica in ambienti fragili e conflittuali, mostrava ancora Assad avere maggiore supporto popolare che non l’opposizione. Il rapporto fu analizzato da Stephen Gowans.
[29] Per i pensieri precedenti e in via preliminare alla questione generale, vedasi il mio pezzo “Amnesty International è fedele alla sua missione?” (12 Gennaio 2017)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Fonte Sito Aurora




Come gli USA attaccano i governi di sinistra latinoamericani


OTTOBRE 10, 2016

Alexander Main e Dan Beeton, Mondialisation, 7 ottobre 2016 – Jacobin 29 settembre 2015


Per chi sia interessato alle relazioni internazionali in America Latina, e più in particolare alla politica estera degli Stati Uniti nella regione, i cablo diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks sono un’inaspettata ricchezza di informazioni che va oltre parole e dichiarazioni, avvicinando le azioni. Alexander Main e Dan Beeton, che lavorano presso il Centro per la ricerca economica e politica (Washington DC), hanno partecipato al lavoro collettivo Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero USA (2015). In questo testo, pubblicato il 29 settembre 2015 sul sito web della rivista Jacobin, gli autori riassumono l’interferenza contemporanea degli USA in diversi Paesi dell’America Latina, riflessa dai dispacci diplomatici. Conclusero nel settembre 2015 che “nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni”. Un anno dopo, con l’elezione di Mauricio Macri in Argentina (10 dicembre 2015), la rimozione di Dilma Rousseff in Brasile (31 agosto, 2016) e i problemi economici e politici del governo di Nicolás Maduro in Venezuela, il panorama è chiaramente offuscato.

All’inizio dell’estate 2015, il mondo vide la Grecia tentare di resistere a un diktat neoliberista disastroso e di conseguenza ricevere una severa reprimenda. Quando il governo greco, di sinistra, decise di tenere un referendum nazionale sul programma di austerità imposto dalla troika, la Banca centrale europea rispose limitando la liquidità concessa alle banche greche. Di conseguenza, le banche del Paese dovettero chiudere a lungo e la Grecia affondò nella recessione. Nonostante lo schiacciante rifiuto del programma di austerità da parte dell’elettorato, la Germania e il cartello dei creditori europei ignorarono la democrazia e ottennero ciò che volevano: l’adesione completa della Grecia della loro agenda neoliberista. Per quindici anni, una battaglia simile si è svolta contro il neoliberismo nel continente, per lo più sconosciuta al pubblico. Anche se inizialmente Washington cercò di reprimere ogni opposizione, la resistenza dell’America Latina all’agenda neoliberista in sostanza vinse. Si tratta di un’avventura epica che abbiamo scoperto esplorando il grande tesoro dei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. Il neoliberismo si era ben consolidato in America Latina molto prima che Germania e autorità della zona euro cercassero d’imporre adeguamenti strutturali alla Grecia e ad altri Paesi periferici indebitati. Facendo uso di coercizione (condizionando i prestiti del FMI, per esempio) e indottrinamento (anche attraverso la formazione, sostenuta dagli Stati Uniti, dei “Chicago Boys” nella regione), gli Stati Uniti a metà anni ’80 imposero in America Latina il vangelo delle austerità fiscale, deregolamentazione, “libero commercio”, privatizzazione e drastica riduzione del pubblico. Il risultato appare sorprendentemente simile a quello osservato in Grecia: stagnazione della crescita (praticamente alcun aumento del reddito pro-capite dal 1980 al 2000), povertà crescente, declino del tenore di vita di milioni di persone e moltiplicazione per aziende ed investitori stranieri delle opportunità di guadagnare denaro facile. Entro la fine degli anni ’80, la regione entrò in tensione e rivolta contro le politiche neoliberiste. Inizialmente, la ribellione fu spontanea e disorganizzata, come nel caso della rivolta del Caracazo in Venezuela nelle prime settimane del 1989 [1]. Ma più tardi, gli avversari del neoliberismo cominciarono a vincere le elezioni e, con grande sorpresa delle dirigenza statunitense, mantennero le promesse elettorali avviando misure contro la povertà e le politiche eterodosse che ribadiscono il ruolo dello Stato nell’economia. Dal 1999 al 2008, le elezioni presidenziali furono vinte dai candidati di sinistra in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Paraguay. Troviamo gran parte della storia degli sforzi del governo degli Stati Uniti per contenere e invertire l’ondata antineoliberale nelle decine di migliaia di cablo, diffusi da Wikileaks, delle missioni diplomatiche statunitensi nella regione, dai primi anni di George W. Bush all’inizio della amministrazione Obama.
I cablo che analizziamo nel libro The Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero degli Stati Uniti, illuminano i meccanismi d’intervento politico quotidiani di Washington in America Latina (e il ridicolo ritornello ripetuto dal dipartimento che afferma che “gli Stati Uniti non interferiscono nella politica interna di altri Paesi“). Sostegno economico e strategico è previsto ai gruppi di opposizione di destra, anche violenti e antidemocratici. I cablo riflettono anche in modo vivido l’ideologia dei rappresentanti degli Stati Uniti, che ragionano come fossero nella guerra fredda e cercano misure coercitive simili a quelle per soffocare la democrazia greca. Naturalmente, i media mainstream hanno largamente ignorato tale imbarazzante cronaca dell’aggressione imperialista, preferendo concentrarsi sulle bubbole diplomatiche degli USA invece che sulle azioni imbarazzanti ed illegali dei funzionari all’estero. I pochi esperti che hanno condotto un’analisi esaustiva dei cablo, in genere sostengono che non vi sia alcuna differenza significativa tra discorso ufficiale degli Stati Uniti e realtà rappresentata nei cablo. Dando retta agli analisti delle relazioni internazionali degli Stati Uniti, “non si trova l’immagine degli Stati Uniti quale burattinaio onnipotente che tira le fila dei governi nel mondo per gli interessi delle proprie aziende“. L’esame dettagliato dei cablo però smentisce tale asserzione.

“Questo non è un ricatto”

Alla fine del 2005, Evo Morales vinse in modo schiacciante le elezioni presidenziali della Bolivia su una piattaforma focalizzata su riforma della Costituzione, diritti degli indiani e impegno a combattere povertà e neoliberismo. Il 3 gennaio, due giorni dopo l’elezione, Morales ricevette la visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti David L. Greenlee, che non perse tempo: gli aiuti concessi dagli Stati Uniti alla Bolivia saranno condizionati dal buon comportamento del governo Morales. La scena poteva essere stata tratta dal film Il Padrino: “L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza del contributo degli Stati Uniti per le istituzioni leader internazionali, da cui dipende l’aiuto concesso alla Bolivia, come ad esempio Banca internazionale per lo sviluppo (BIS), Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. “Quando si pensa al BIS, si pensa agli Stati Uniti”, disse l’ambasciatore. “Questo non è un ricatto, ma la pura realtà“.” Ma Morales attuò il suo programma. Nei giorni seguenti all’arrivo al comando, annunciò l’intenzione di regolare il mercato del lavoro, ri-nazionalizzare gli idrocarburi e approfondire la cooperazione con la nemesi di Washington, Hugo Chávez. In risposta, Greenlee avanzò una “gamma di opzioni” per forzare Morales a piegarsi alla volontà del governo degli Stati Uniti: imporre il veto sulla concessione dei prestiti multilaterali, da diversi milioni di dollari, rinviare l’alleggerimento programmato del debito multilaterale, scoraggiare la Millennium Challenge Corporation dal fornire assistenza finanziaria (che la Bolivia non ha ancora ricevuto, anche se è uno dei Paesi più poveri dell’emisfero) e fermare il “sostegno materiale” alle forze di sicurezza boliviane. Purtroppo per il dipartimento di Stato, fu subito chiaro che, come previsto, tali minacce sarebbero rimaste lettera morta. Morales aveva già deciso di ridurre fortemente la dipendenza della Bolivia dal credito multilaterale che richiedeva l’approvazione del Tesoro degli Stati Uniti. Nelle settimane seguenti l’insediamento, Morales annunciò che la Bolivia non si sentiva in debito con il FMI e avrebbe lasciato estinguere il contratto di finanziamento stipulato con questi. Anni dopo, Morales consigliò alla Grecia e ad altri Paesi europei indebitati a seguire l’esempio della Bolivia e di “liberarsi dal diktat economico del Fondo monetario internazionale“. Impossibilitato ad imporsi su Morales, il dipartimento di Stato si dedicò a rafforzare l’opposizione in Bolivia. Aiuti furono concessi dagli Stati Uniti alla regione della Media Luna [2] controllata dall’opposizione aumentarono. Un cablo dell’aprile 2007 si occupa del “maggiore impegno dell’USAID nel consolidare le amministrazioni regionali, in modo da controbilanciare il governo centrale”. Un rapporto dell’USAID del 2007 afferma che l’Ufficio delle Iniziative di Transizione (ITO) “aveva approvato 101 sovvenzioni per un totale di 4066131 di dollari per aiutare i governi dipartimentali a migliorare la loro strategia”. Crediti inoltre furono concessi ai gruppi indiani locali “contrari alla visione di Evo Morales delle comunità indiane”. Un anno dopo, i dipartimenti della Media Luna si ribellarono apertamente al governo Morales, prima tenendo un referendum sull’autonomia, dichiarato illegale dalla magistratura nazionale, e quindi sostenendo dimostrazioni violente in favore dell’autonomia in cui fu uccisa almeno una ventina di sostenitori del governo. Molti credevano che un colpo di Stato fosse imminente. La situazione si calmò su pressione di tutti gli altri presidenti del Sud America, che dichiararono congiuntamente sostegno al governo costituzionale del Paese. Ma mentre il blocco sudamericano supportava Morales, gli Stati Uniti comunicavano regolarmente con i capi dei movimenti di opposizione separatisti, anche se evocavano apertamente la possibilità di “distruggere i gasdotti” e “la violenza come opportunità per costringere il governo ad impegnarsi seriamente nel dialogo…” A differenza della posizione ufficiale negli eventi di agosto e settembre 2008, il dipartimento di Stato considerò sul serio la possibilità di un colpo di Stato contro il Presidente boliviano Evo Morales, o il suo assassinio. Un cablo rivela l’intenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz di prepararvisi: “Il comitato d’azione di emergenza svilupperà, con la squadra di valutazione situazionale del Comando Sud statunitense, un piano di risposta rapida in caso di emergenza improvvisa, vale a dire un tentativo di colpo di Stato o la morte del Presidente Morales“, si legge sul cablo. Gli eventi del 2008 furono presentati quale maggiore sfida alla presidenza di Morales, quando la possibilità di perdere il potere era vicina. I preparativi dell’ambasciata per la possibile caduta di Morales indicano che almeno gli Stati Uniti consideravano vera la minaccia su di lui. Il fatto è che non dissero al pubblico chi Washington appoggiasse nel conflitto, e quali risultati avrebbe probabilmente preferito.

Un lavoro meccanico

Alcuni metodi d’intervento applicati in Bolivia riapparvero in altri Paesi guidati da governi di sinistra. Così, dopo il ritorno dei sandinisti al potere in Nicaragua nel 2007, l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua accelerò il rafforzamento del sostegno al partito di destra, l’Alleanza Liberale del Nicaragua (ALN). Nel febbraio 2007, il personale dell’ambasciata incontrò il capo della pianificazione della NLA e le spiegò che gli Stati Uniti “non forniscono assistenza diretta ai partiti politici“, suggerendo di aggirare tale limitazione rafforzando i legami con le ONG amiche, per ricevere fondi dagli Stati Uniti. La rappresentante della NLA disse che avrebbe mandato “l’elenco completo delle ONG che di fatto sostenevano l’azione della NLA” e l’ambasciata prese accordi affinché “incontrasse presto gli amministratori locali dell’IRI (International Republican Institute) e del NDI (National Democratic Institute for International Affairs)“. Fu anche scritto nel cablo che l’ambasciata “osserverà da vicino la raccolta dei fondi per sviluppare le capacità della NLA”. Bisognerebbe far leggere questi cablo a coloro che studiano la diplomazia statunitense e a coloro che cercano di sapere cos’è esattamente il sistema di “promozione della democrazia” degli Stati Uniti. Attraverso USAID, National Endowment for Democracy (NED), NDI, IRI e altri organismi parastatali, il governo degli Stati Uniti da notevole sostegno ai movimenti politici che appoggiano gli obiettivi economici e politici degli Stati Uniti. Nel marzo 2007, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua chiese al dipartimento di Stato di pagare “nei prossimi quattro anni 65 milioni in più del solito, per le prossime elezioni presidenziali“, finanziando “il consolidamento di partiti politici e organizzazioni non governative” democratici e “piccoli sussidi occasionali dell’ultimo momento, per raddoppiare gli sforzi dei gruppi nel difendere la democrazia in Nicaragua, far avanzare i nostri interessi e combattere chi ci attacca“.
In Ecuador, l’ambasciata degli Stati Uniti si oppose all’economista di sinistra Rafael Correa ben prima delle elezioni del 2006 che lo portarono al potere. Due mesi prima delle elezioni, il consigliere politico dell’ambasciata allertò Washington sul rischio che Correa “aderisse al gruppo di leader sudamericani nazional-populisti Chávez, Morales e Kirchner“, aggiungendo che l’ambasciata “ha avvertito i nostri contatti politici, economici e mediatici sulla minaccia che Correa rappresenta per il futuro dell’Ecuador incoraggiando fortemente a costruire alleanze che controbilancino il radicalismo evidente di Correa“. Subito dopo l’elezione di Correa, l’ambasciata inviò il suo piano d’azione al dipartimento di Stato: “Non abbiamo alcuna illusione che le sole azioni del USG [3] bastino a cambiare la direzione del governo o del Congresso, ma speriamo di aumentare l’influenza lavorando con altri ecuadoriani e altri gruppi che condividono le nostre idee. Senza l’azione, le riforme proposte da Correa e il suo atteggiamento nei confronti del Congresso e dei tradizionali partiti politici potrebbero estendere l’attuale periodo di tensioni e instabilità politica”. I peggiori timori dell’ambasciata si verificarono. Correa annunciò che avrebbe chiuso la base aerea statunitense di Manta, aumentato la spesa sociale e spinto per la convocazione dell’assemblea costituente. Nell’aprile 2007, gli ecuadoriani votarono per l’80% l’assemblea costituente proposta, e il 62% degli elettori approvò la nuova costituzione nel 2008, che comprende vari principi progressisti come sovranità alimentare, diritto ad alloggio, assistenza sanitaria e lavoro, e controllo dell’esecutivo sulla banca centrale (enorme sasso nello stagno neoliberista). All’inizio del 2009, Correa annunciò che l’Ecuador non avrebbe rimborsato parte del debito estero, mettendo in allarme l’ambasciata, assieme alle altre misure come la decisione di Correa di rafforzare i legami tra l’Ecuador e gli Stati membri dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) [4]. Ma l’ambasciatore era anche consapevole che gli Stati Uniti avevano poco potere su Correa: “Spieghiamo privatamente che le azioni di Correa avranno conseguenze nelle relazioni con la nuova amministrazione Obama, evitando di fare dichiarazioni pubbliche che sarebbero controproducenti. Non consigliamo di smettere i programmi dell’USG utili ai nostri interessi perché non incoraggiano Correa ad essere più pragmatico”. La sospensione parziale dei pagamenti dell’Ecuador diede i suoi frutti e permise al governo di risparmiare quasi due milioni. Nel 2011, Correa consigliò di applicare lo stesso rimedio ai Paesi indebitati europei, tra cui la Grecia, consigliandogli di non onorare i debiti ed ignorare il parere del FMI.

La piazza è in fermento

Durante la guerra fredda, la presunta minaccia dell’espansione del comunismo sovietico-cubano fu utilizzata per giustificare gli innumerevoli interventi per far cadere i governi di sinistra e sostenere regimi militaristi. Allo stesso modo, i cablo di WikiLeaks mostrano che negli anni 2000 lo spettro del “bolivarismo” del Venezuela fu utilizzato per giustificare gli interventi contro i nuovi governi di sinistra ostili al neoliberismo, come la Bolivia, accusati di essere “apertamente caduta nel grembo del Venezuela“, o l’Ecuador, considerato “cavallo di Troia di Chávez“. Le relazioni degli Stati Uniti con il governo di Hugo Chávez degenerarono subito. Chavez, eletto presidente nel 1998, al contrario di tutte le politiche economiche neoliberiste, forgiò stretti legami con la Cuba di Fidel Castro e criticò fortemente l’attacco dell’amministrazione Bush all’Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre, e gli Stati Uniti richiamarono l’ambasciatore a Caracas dopo che Chavez disse: “non si può combattere il terrorismo con il terrorismo“. In seguito, rafforzò il controllo dello Stato sull’industria del petrolio, aumentando le royalties pagate dalle società estere e usando i proventi del petrolio per finanziare l’accesso ai programmi su salute, educazione e alimentari per i poveri. Nell’aprile 2002, l’amministrazione Bush sostenne pubblicamente il colpo di Stato militare che spodestò Chavez per quarantotto ore. I documenti del National Endowment for Democracy ottenuti in base al Freedom of Information Act, mostrano che gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i gruppi che “promuovono la democrazia” che sostennero il colpo di Stato e parteciparono ai tentativi di rovesciare Chavez come lo “sciopero” della compagnia petrolifera che paralizzò l’industria alla fine del 2002 e portò il Paese in recessione. I cablo di WikiLeaks rivelano che, dopo che tali tentativi per rovesciare il governo legittimo fallirono, gli Stati Uniti continuarono a supportare l’opposizione venezuelana attraverso NED e USAID. In un cablo del novembre 2006, l’allora ambasciatore William Brownfield spiegò la strategia seguita da USAID e ITO per minare l’amministrazione Chávez: “Nell’agosto del 2004, l’ambasciatore presentò la strategia in cinque punti elaborata per guidare le attività dell’ambasciata in Venezuela nel periodo 2004-2006… tale strategia è riassunta così: 1) rafforzamento delle istituzioni democratiche; 2) infiltrazione nella base politica di Chávez; 3) dividerne i sostenitori; 4) proteggere le aziende statunitensi; 5) isolare Chavez a livello internazionale”. Gli stretti legami tra l’ambasciata degli Stati Uniti e vari gruppi di opposizione sono evidenti in molti cablo, uno di Brownfield stabilisce la relazione tra Sumate, ONG dell’opposizione che ebbe un ruolo centrale nelle campagne dell’opposizione, e “i nostri interessi in Venezuela”. Altri cablo dimostrano che il dipartimento di Stato esercitò pressioni per il sostegno internazionale a Sumate, incoraggiando gli Stati Uniti a fornire sostegno finanziario, politico e legale all’organizzazione, soprattutto attraverso la NED. Nell’agosto 2009, il Venezuela fu scosso da violente proteste dell’opposizione (come spesso accade contro il governo di Chavez e del successore Nicolas Maduro). Un cablo segreto dal 27 agosto riprende i propositi della Development Alternatives Inc. (DAI), un’organizzazione assunta da USAID/OTI che affermava che “tutti” coloro che protestano contro Chávez “beneficiano del nostro aiuto“: “Il dipendente della DAI Eduardo Fernandez ha detto che “la piazza è in fermento”, riferendosi alle proteste contro gli sforzi di Chávez per consolidare il potere, e che “tutti costoro (gli organizzatori delle proteste) beneficiano del nostro aiuto”.” I cablo rivelano anche che il dipartimento di Stato istruì e aiutò un capo studentesco che sapeva aver incoraggiato la folla a “linciare” un governatore chavista: “Durante il colpo di Stato del 2002, (Nixon) Moreno partecipò alle manifestazioni organizzate nello Stato di Merida, a capo di una folla che marciò sulla capitale dello Stato con l’intento di linciare il Governatore dell’MVR Florencio Porras“. [5] Tuttavia, pochi anni dopo, secondo un altro cablo, “Moreno partecipò nel 2004 al programma Visitor International del dipartimento di Stato, nel 2004“. Più tardi, Moreno era ricercato per tentato omicidio e minacce a un’agente di polizia, tra le altre ragioni.

Sempre secondo la strategia in cinque punti descritta da Brownfield, il dipartimento di Stato operò per isolare il governo venezuelano sulla scena internazionale e contrastarne l’influenza nella regione. Leggiamo in diversi cablo che le missioni diplomatiche degli Stati Uniti nella regione si coordinarono per far fronte alla “minaccia” regionale del Venezuela. Come Wikileaks rivelò nel dicembre 2010, i capi delle missioni statunitensi in sei Paesi dell’America Latina s’incontrarono in Brasile nel maggio 2007 per adottare una risposta unica ai presunti “piani aggressivi” del Presidente Chávez… “creando un movimento bolivariano unificato in America Latina“. Tra le altre cose, i capi missione decisero di “continuare a rafforzare i legami con i capi militari nella regione che condividono le nostre preoccupazioni su Chavez“. Un incontro simile dei capi missione degli Stati Uniti in America centrale, che si concentrò sulla “minaccia delle attività politiche populiste nella regione“, si tenne nell’ambasciata degli USA in El Salvadorm nel marzo 2006. I diplomatici statunitensi si spesero molto per evitare che i governi di Caraibi e Centro America aderissero a Petrocaribe, iniziativa regionale del Venezuela che permette ai membri di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli. Dai cablo resi pubblici si apprende che gli statunitensi affermavano, pur riconoscendo i vantaggi economici dell’accordo per i Paesi membri, di essere preoccupati che Petrocaribe aumentasse l’influenza politica del Venezuela nella regione. Ad Haiti, l’ambasciata collaborò strettamente con le principali compagnie petrolifere per impedire al governo di entrare in Petrocaribe, ammettendo però che “risparmierebbe 100 milioni di dollari all’anno“, e Dan Coughlin e Kim Ives furono i primi a rivelarlo su The Nation. Nell’aprile 2006, l’ambasciata inviò a Port-au-Prince il seguente cablo: “La stazione continuerà a fare pressione sul presidente di Haiti René Préval affinché non aderisca a Petrocaribe. L’ambasciatore s’incontrerà oggi con il primo consulente di Preval Bob Manuel. Alle riunioni precedenti ha detto di aver capito le nostre preoccupazioni e sa che un accordo con Chavez gli causerebbe problemi“.

Il bilancio della sinistra

Si ricordi che i cablo di WikiLeaks non fanno luce sulle attività dei servizi segreti degli Stati Uniti, e probabilmente rappresentano la punta dell’iceberg delle interferenze politiche di Washington nella regione. Tuttavia, provano ampiamente gli sforzi persistenti e determinati dei diplomatici statunitensi per bloccare i governi indipendenti di sinistra in America Latina, utilizzando la leva finanziaria e altri strumenti della scatola della “promozione della democrazia”, ed anche mezzi violenti e illegali. Anche se l’amministrazione Obama ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Cuba, nulla indica che la politica verso il Venezuela e altri governi di sinistra del continente sia cambiata. E’ chiaro che l’ostilità dell’amministrazione verso il governo legittimo del Venezuela non svanisce. Nel giugno 2014, il vicepresidente Joe Biden lanciò l’iniziativa per la sicurezza energetica dei Caraibi, considerata un “antidoto” a Petrocaribe. Nel marzo 2015, Obama disse che il Venezuela è “una grave minaccia alla sicurezza” annunciando sanzioni contro i leader del Venezuela, una decisione criticata all’unanimità dagli altri Paesi della regione. Tuttavia, nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni. Grazie a questi governi, tra il 2002 e il 2013 il tasso di povertà nella regione è sceso dal 44 al 28% dopo essere cresciuto negli ultimi due decenni. Questi successi, combinati con la volontà dei leader di sinistra di rischiare per liberarsi dal diktat neoliberista, dovrebbe servire da ispirazione alla nuova sinistra europea anti-austerity. Non c’è dubbio che alcuni governi attualmente affrontino notevoli difficoltà per il rallentamento dell’economia regionale che colpisce i leader di destra e sinistra. Ma se si legge tra le righe dei cablo, ci sono buone ragioni per chiedersi se tali difficoltà siano di origine locale. In Ecuador, ad esempio, dove il Presidente Correa è oggetto delle ire della destra e di certa sinistra, le proteste contro la nuova tassa progressiva proposta dal governo è espressa dagli stessi responsabili dell’opposizione con cui, se si crede ai cablo, i diplomatici statunitensi sviluppano tali strategie.
In Venezuela, dove le lacune nel sistema di controllo dei cambi causano un’inflazione elevata, le manifestazioni violente degli studenti di destra hanno gravemente scosso il Paese. E’ sicuro che tali manifestanti ricevano denaro e addestramento da USAID e NED, il cui bilancio per il Venezuela è aumentato dell’80% tra il 2012 e il 2014. I cablo di WikiLeaks hanno ancora molte cose da dirci. Per scrivere i capitoli dei file WikiLeaks sull’America Latina e i Caraibi, abbiamo supervisionato centinaia di cablo e individuato diversi ambiti d’intervento degli Stati Uniti, descritti in dettaglio nel libro (alcuni già notati da altri osservatori). Altri hanno fatto lo stesso per le altre regioni. Ma il numero di cablo è superiore a 250000 (quasi 35000 solo sull’America Latina) e non vi è alcun dubbio che molti altri aspetti importanti della diplomazia degli Stati Uniti attendono di essere portati alla luce. Purtroppo, una volta passato l’entusiasmo creato dalla diffusione dei primi cablo, pochi giornalisti e ricercatori ne sono realmente interessati. Dato che ciò non cambierà, mancherà un resoconto completo della visione che gli Stati Uniti hanno di sé sulla scena mondiale, e la risposta diplomatica alle sfide alla loro egemonia.


























Alexander Main e Dan Beeton, Dial, Diffusione delle informazioni sull’America Latina – D3384.
Note
[1] Si veda DIAL 3303 “VENEZUELA dal 27 febbraio al 3 marzo 1989: il Caracazo. Semantica della violenza politica, I parte e II parte.
[2] Zona situata nell’Est del Paese.
[3] Governo degli Stati Uniti: United States Government (USG) in inglese.
[4] Alleanza della sinistra creato su iniziativa di Venezuela e Cuba nel 2004 per contrastare il Trattato di Libero Commercio delle Americhe promosso dall’amministrazione Bush.
[5] Movimento per la Quinta Repubblica è un partito di sinistra fondato da Hugo Chávez

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Fonte Sito Aurora




Gli agenti della CIA catturati ad Aleppo


DICEMBRE 16, 2016

Le autorità siriane, grazie a dati accurati, sono arrivate nel comando supremo degli ufficiali occidentali e arabi nascosto nel seminterrato di un quartiere di Aleppo est, catturandoli tutti vivi. Alcuni nomi sono già filtrati. Si tratta di bastardi militari USA, francesi, inglesi, tedeschi, israeliani, turchi, sauditi, marocchini, qatarioti ecc., che la Siria detiene attualmente con grande cura per concludere i negoziati con i Paesi che l’hanno devastata. come annunciato dai media ad Aleppo, ieri notte, sono numerosi gli agenti stranieri armati che la Turchia ha chiesto alla Russia di far uscire vivi. Gli ufficiali dei servizi segreti, tra cui statunitensi, erano rimasti intrappolati con i terroristi ad Aleppo, nella sala operativa segreta presente nello scantinato di un edificio nel Suq al-Luz, in via al-Sharad, ad Aleppo est.
I nomi degli agenti presenti, per le cui trattative si sono complicate, sono stati resi noti:



Moataz Aouglakan Davutoglu – Turchia
David Scott Weiner – USA
David Shlomo Aram – Israele
Muhamad Shayq al-Islam al-Tamimi – Qatar
Muhamad Ahmad al-Sibyan – Arabia Saudita
Abdalmunayim Fahd al-Harij – Arabia Saudita
Islam Salam Zahran al-Hadjlan – Arabia Saudita
Ahmad ibn Nawfal al-Dridagi – Arabia Saudita
Muhamad Hasan al-Subaya – Arabia Saudita
Hamid Fahad al-Dusari – Arabia Saudita
Amjad Qasim al-Tirawi – Giordania
Qasim Sad al-Shamari – Arabia Saudita
Ayman Qasim al-Thalbi – Arabia Saudita
Muhamad Shafyah al-Idrisi – Marocco

Un ex-consulente del Ministro dell’Informazione siriano, Abdulhadi Narsi, ha rivelato che numerosi ufficiali turchi e sauditi combattevano contro le forze governative siriane nei quartieri orientali di Aleppo, assieme alla coalizione di gruppi terroristici Jaysh al-Fatah. “Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan cerca di trasferire i terroristi da Aleppo in Turchia. Il governo siriano ha scoperto che vi era un centro occulto con ufficiali sauditi e turchi e di vari servizi d’intelligence nella parte di Aleppo occupata dai terroristi“. Erdogan voleva trasferire 5000 terroristi in Turchia, testimoniando come l’intera questione della battaglia dei terroristi contro il governo siriano ad Aleppo fosse diretta dalla Turchia, “Nel frattempo, vi sono agenti turchi in Siria che guidano la guerra contro Damasco. L’Esercito arabo siriano li sta rintracciando“.



















Fonte : Sito Aurora
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora




Mosul
le forze sciite irachene sventano le trame di wahhabiti, Stati Uniti e Turchia


OTTOBRE 29, 2016
Murad Makhmudov, Kanako Itamae e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 28 ottobre 2016


Le milizie sciite si radunano in forze presso Mosul ovest, perché giustamente temono gli intrighi di USA, Turchia e Paesi del Golfo, in particolare Qatar e Arabia Saudita. Gli sciiti temono che NATO e Paesi del Golfo, sostenitori del settarismo sunnita in Siria che ha portato alla proliferazione dello Stato islamico dall’Iraq alla Libia, permettano ai settari dello SIIL di fuggire in Siria. A loro volta, tali taqfiriti aiuteranno lo SIIL o si fonderanno con altre forze settarie per minacciare ancora il governo della Siria. Non ha senso per gli USA e le forze che combattono al loro fianco lasciare ad ovest di Mosul un corridoio aperto, dopo tutto perché non in altre zone di Mosul se si hanno serie preoccupazioni umanitarie? Invece, sembra che i piani di NATO e Golfo, con la Turchia in prima linea, permettano deliberatamente di lasciare aperto tale spazio perché sanno che lo SIIL cercherà di raggiungere la Siria tramite esso. Reuters dice: “Le milizie sciite irachene appoggiate dall’Iran hanno detto che presto si uniranno alla lotta contro lo Stato islamico sul nuovo fronte ad ovest di Mosul, una mossa che potrebbe bloccare qualsiasi ritirata dei jihadisti in Siria, allarmando Turchia e Stati Uniti“. Lo SIIL ha massacrato numerosi sciiti prima dell’ultimo assalto su Mosul. Nonostante ciò, il presidente Obama è più preoccupato dal placare la Turchia ed a ostenere il suo “approccio alla Arthur Zimmermann” alla crisi. Gli sciiti non a caso non si fidano di Washington e Ankara. Altrettanto importante, sanno che aprendo un corridoio i taqfiriti accorreranno in Siria dall’Iraq, ampliando la carneficina in quel Paese.
Le Forze di mobilitazione popolari (PMF) sono attente alla situazione sul campo. Ciò significa che le PMF si concentreranno su Tal Afar e poi utilizzeranno l’area per altri obiettivi. Ad esempio, è giusto che le milizie sciite prendano parte all’assalto contro Mosul perché impediranno allo SIIL di avanzare ulteriormente, prendendo Tal Afar e le zone circostanti, tagliando le ratlines dei taqfiri che entrano in Siria, ponendo le basi del rafforzamento dei legami con le forze governative siriane ed alleate tramite una catena di alleanze. Reuters dice: “Prendendo Tal Afar effettivamente si chiuderebbe la via di fuga dei terroristi che vogliono andare in Siria, supportando l’esercito del Presidente siriano Bashar al-Assad sostenuto dall’Iran. Ed accusano la coalizione anti-Stato islamico degli Stati Uniti di preparare tale passaggio sicuro per i jihadisti“. I combattenti delle PMF rafforzeranno ugualmente le Forze Armate dell’Iraq perché sono agguerriti. Infatti, dato che le informazioni da Mosul sono vaghe, ciò indicherebbe che non tutto va liscio. Naturalmente, si tratta di speculazione, ma la paura di un corridoio per i taqfiriti che permetta ai resti dello SIIL di fuggire in Siria, è una genuina preoccupazione dati i precedenti di USA e Turchia.

























Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora




Sulle rivolte arabe


Effettuare un analisi su quella che fu definita “La primavera araba” è importante per tutti quelli che si definiscono comunisti, per capire maggiormente la situazione attuale che vede il diffondersi delle forze che si richiamano al fondamentalismo islamico e della mancanza di uno sbocco rivoluzionario, a fronte di un corso che si intravedeva come un crescente “sommovimento rivoluzionario”, se non addirittura una “grande Intifada araba” di centuplicata potenza rispetto alle altre precedenti Intifade palestinesi e alle altre precedenti Intifade nel mondo arabo (in particolare la resistenza libanese del 2006 diretta da Hezbollah contro l’aggressione israeliana). Un’Intifada che rimasta per ora circoscritta, nei singoli paesi, ora viene, invece, rilanciata ed estesa all’intero mondo arabo.
Quello che è mancato a sinistra, nel composito ambiente che si definisce “rivoluzionario”, “antagonista”, “marxista” che al giusto entusiasmo per il protagonismo di lotta da parte del proletariato e delle masse sfruttate arabe, è stata un’analisi solida che avrebbe portato a far vedere le tendenze di segno contrario.
D’altronde se si vuole approfondire l’analisi, come non vedere che nel momento in cui la Libia veniva massacrata di bombe dall’imperialismo (compreso quello italico), abbiamo visto a casa nostra scarsissime prese di posizioni (per non parlare di mobilitazioni) contro l’aggressione imperialista, a fronte di una valanga di prese di posizioni a favore dei rivoltosi (elevati da molti “rivoluzionari” al rango di comunardi), che sono arrivate a giustificare a volte a benedire, comunque a non contrastare l’aggressione occidentale (aggressione invocata dai comunardi). Queste prese di posizione non si sono avute solo da parte della sciovinista CGIL, del Manifesto, dei vari “sinistri radicali” ma anche da molti cosiddetti “rivoluzionari” come quelli appartenenti al variegato movimento trotzkista (movimento sempre in preda a scissioni – la battuta che quando si vede due trotzkisti ci sono due partiti ha un fondamento di verità – che questa volta lo ha trovato unito al sostegno della “rivoluzione libica”) e tanti altri cosiddetti superivoluzionari.

In sostanza, abbiamo avuto un forte sostegno e mobilitazione proimperialista (mascherato da verbalismo pseudorivoluzionario) a favore della “primavera araba”. E questo anche da parte di molte forze che fino a ieri si erano mobilitate contro le aggressioni imperialiste.
Abbiamo visto una “rivoluzionaria” dello stampo della Rossanda che ha invocato la formazione di brigate rivoluzionarie a supporto dei ribelli libici ritenendo legittima l’alleanza con “liberatori” della NATO, o i pacifinti del calibro di un Piero Maestri – dell’allora esistente Sinistra Critica – che sul Manifesto riteneva comprensibile e non condannabile le scelte dei “comunardi” di Bengasi richiedessero aiuto alla NATO, oppure i campioni della Quarta Internazionale del PDAC che, innamorati a suo tempo (quando si chiamavano Progetto Comunista ed erano dentro il PRC) dell’UCK albanese invocavano la formazione anche loro di Brigate Internazionali.
Quello che è mancata (e non si è cercato di fare da parte di molte delle forze ubriacate dalla visione della “rivoluzione araba”) un’analisi della situazione che ha visto delle presenze di classe in Egitto e in Tunisia e la totale assenza di queste in Libia e in Siria.
Per quanto riguarda quello che è successo, non si tratta certamente di negare l’estesa mobilitazione di piazza in Egitto e in Tunisia, gli scioperi dei lavoratori (soprattutto in Egitto), la partecipazione delle donne, la sanguinosa repressione subita nel paese e nelle fabbriche, i licenziamenti e i mille episodi di autentico eroismo di quanti in questi due paesi si sono battuti contro un apparato assassino e contro l’imperialismo. Si tratta non di non travisare il senso reale di questi avvenimenti.
Bisogna analizzare bene, da un punto di vista di classe, la situazione paese per paese. Per questo la rivolta libica sarebbe da definire una Vandea. Una Vandea che è assurdo definire come parte generale di un moto di ripresa delle masse sfruttate contro l’imperialismo e i suoi manutengoli. Una Vandea che rimane tale anche quando masse assalgono le ambasciate dei paesi occidentali e parte delle sue componenti affermano di combattere l’occidente (ma sotto le bandiere dell’Isis).
Un dato di fatto è che in Libia, il proletariato presente nel paese era costituito da immigrati provenienti dai paesi africani. Ebbene, quello che i sostenitori della “comunee di Bengasi” non sanno spiegare (o non vogliono spiegare) come mai questi “comunardi” si sono scagliati contro la parte proletaria della società, contro i lavoratori immigrati (di cui le componenti più numerose sono quelle provenienti da Egitto, Tunisia e Marocco).
E come mai nel turbine di questa “Intifada” i proletari di Libia, i cosiddetti “mercenari”, si sono schierati contro l’“Intifada”? Solo perché, come dice certa stampa “sinistra” (nel senso fatta da sinistri figuri) si tratterebbe di prezzolati?
Dai sostenitori della “rivoluzione libica” si afferma che il nucleo di questa rivolta sia composta da giovani che non troverebbero lavoro, disoccupati, ma se si analizza bene a questi giovani il regime libico aveva dato l’assicurazione di un’auto, di una casa, di soldi per investire in un’attività economica indipendente.
Se si analizza con Marx quando afferma che “ le rivoluzioni procedono in avanti facendo sorgere una controrivoluzione sempre più potente e determinata contro cui battersi e da abbattere: perché è solo attraverso il conflitto per la vita e per la morte con il campo avversario controrivoluzionario che esse possono sviluppare la loro potenza distruttiva e creatrice”, non si potrebbe sostenere che nella misura in cui il regime libico abbia cessato di portare avanti la rivoluzione democratica per cercare una politica di compromesso con l’imperialismo, abbia da un lato contribuito a disarmare politicamente le masse libiche e dall’altro ringalluzzire le forze controrivoluzionarie? E forse centra nella situazione che si è venuta a determinare la mancanza di partito comunista che sia all’altezza della situazione?
Bisogna partire dal fatto che dopo che il capitalismo è entrato nella sua fase imperialista, la borghesia è diventata incapace di dirigere la rivoluzione democratica-borghese (il cui contenuto è il superamento dei rapporti di dipendenza personali: patriarcali, schiavisti, feudali, ecc.) che si svolgeva o doveva svolgersi nei paesi arretrati. Questa rivoluzione dovette essere diretta dalla classe operaia tramite il suo partito comunista. Essa è quindi chiamata rivoluzione di nuova democrazia per distinguerla dalla vecchia rivoluzione democratica-borghese diretta dalla borghesia. La teoria della rivoluzione di nuova democrazia è uno degli apporti del maoismo al pensiero comunista.
I paesi dove la rivoluzione di nuova democrazia ha vinto, se si voleva consolidare o anche solo preservare le conquiste della rivoluzione democratica e l’indipendenza dal sistema imperialista mondiale, dovettero per forza di cose nazionalizzare il commercio estero, pianificare l’attività economica, collettivizzare le principale forze produttive, combattere senza esitazioni e riserve le forze interne alleate dell’imperialismo (le vecchie classi dominanti e la borghesia compradora e burocratica) sostenute dall’imperialismo con ogni mezzo e in ogni campo. Detto in altre parole, dovettero prendere la via del socialismo. La rivoluzione di nuova democrazia trapassa in rivoluzione socialista. Ciò avvenne non solo in Russia, ma in modo ancora più esemplare in Cina.
La debolezza dei vari regimi antimperialisti (e anche dei partiti comunisti presenti in quest’area) sta nel non aver compreso il ruolo della borghesia compradora. I vari gruppi imperialisti, per la loro penetrazione dei paesi oppressi e per poterli sfruttare meglio, hanno usato sia le autorità cui hanno concesso prestiti “per lo sviluppo del paese” (borghesia burocratica), sia intermediari tra le vecchie forme di sfruttamento proprie del paese e i gruppi imperialisti stessi (borghesia compratori).
Torniamo al discorso su cosa ha determinato la debolezza di questi regimi. Essi sono il frutto della rivoluzione democratica che ha coinvolto gran parte dei paesi semicoloniali, non solo in Medio Oriente e in Asia, ma anche l’Africa e l’America Latina.
I paesi focolai di questo movimento hanno in comune il fatto di essere paesi con grandi tradizioni di civiltà (e questo basterebbe a far piazza pulita di tutte le dicerie che legano la loro arretratezza attuale alla religione islamica che esisteva anche quando questi paesi furono all’avanguardia della civiltà mondiale) che l’imperialismo ha legato al comune corso mondiale della storia e allo stesso tempo relegato all’oppressione razziale e coloniale (nel ruolo di colonie e semicolonie). I popoli della maggior parte di questi paesi hanno partecipato attivamente e su grande scala alla lotta anticoloniale durante la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale. In questi paesi (Filippine, Malesia, Indonesia, India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Turchia, Siria, Libia, Palestina, Emirati Arabi, Yemen, Egitto, Sudan, Marocco) in quell’epoca si formano forti comunisti che vi svolsero un ruolo politico importante. Le basi della società civile feudale e semifeudale furono allora minate e sconvolte senza però essere eliminate e sostituite.
L’avvento dei revisionisti moderni alla direzione del Movimento Comunista Internazionale negli anni ’50 ha impedito che il Movimento Comunista sfruttasse i grandi successi raggiunti e superasse i suoi limiti, che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale compisse fino in fondo il suo corso e, in questi paesi, il Movimento Comunista conducesse in porto la rivoluzione democratica nell’unica veste com’era possibile, come rivoluzione di nuova democrazia.
I revisionisti moderni in questi paesi promossero e appoggiarono quella che essi chiamarono “una via non capitalista di sviluppo”. Di fatto esso consisteva nel potere della borghesia burocratica con le sue velleità di uno sviluppo economico e culturale autonomo dal sistema imperialista mondiale grazie al sostegno dell’Unione Sovietica e del campo socialista.
I più noti esponenti di questa “via non capitalista di sviluppo” sono stati Sukarno (Indonesia), Kassem (Iraq), Assad (Siria) Nasser (Egitto) Bumedien (Algeria) e si potrebbe ricondurre benissimo anche Peron (Argentina).
Contro questo corso delle cose l’imperialismo ebbe buon gioco a mobilitare i vari gruppi reazionari presenti in questi paesi in funzione anticomunista e antiprogressista. Facendo dei paralleli, si potrebbe dire che la monarchia wahabita dell’Arabia svolse un ruolo affine a quello svolto dal Vaticano nel mondo cristiano. Da qui sono sorti gli attuali gruppi dirigenti del fondamentalismo islamico. Molti partiti comunisti furono sterminati (come in Egitto, Sudan, Marocco) e altri ridotti in un modo o nell’altro a ruoli secondari. Molte forze islamiche, hanno dovuto mettersi alla testa della rivoluzione democratica (anche se sotto vesti islamiche), per prendere mano la direzione delle masse popolari. Nel frattempo la crisi generale del capitalismo cominciata negli anni ’70, ha portato con sé la ricolonizzazione dei paesi coloniali e del loro saccheggio (debito estero e poi privatizzazioni delle risorse naturali, del settore economico pubblico e dei servizi pubblici).
Una delle conseguenze della crisi generale capitalismo fu una profonda ristrutturazione dell’economia capitalista su scala mondiale che si sviluppò su due linee:

- Con la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”.
- Con la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale.

Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari:

- La riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico.
- La ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il capitale proprio senza ricorrere al credito.

Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzarsi) furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura. Tutto ciò provocò in questi paesi:

- Dove ci sono state rivoluzioni riuscite (come in Algeria) grazie al movimento operaio e contadino a vincere l’imperialismo, o che stavano, pur tra mille contraddizioni cercando di sviluppare la rivoluzione democratica, e cominciavano a creare un mercato nazionale, per via dei prestiti della finanza internazionale, s’impedì la crescita di un’accumulazione interna. Lo sfruttamento imperialista, in questo caso, assunse, come si diceva prima la forma di prestiti a paesi formalmente indipendenti.
- La dipendenza economica portò all’eliminazione delle misure statali di protezione sociale (controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, prestazioni sociali ecc.).
- Di subordinare in ogni paese le attività economiche al mercato capitalista internazionale.
- Di devastare su grande scala e in modo irreversibile le primitive strutture agricole esistenti.

Questa nuova colonizzazione dei paesi dipendenti è stata facilitata dal fatto che la classe che detiene il potere nella stragrande maggioranza di questi paesi, è la borghesia compradora, cioè la frazione di borghesia più direttamente legata agli interessi del capitale straniero e che non può utilizzare a suo piacimento i prestiti erogati. Una conseguenza grandiosa di questa nuova ondata di colonizzazione fu l’avvio dell’emigrazione di massa della popolazione delle campagne: dapprima nelle città dei propri paesi e poi nei paesi imperialisti. L’invadenza di capitali distruggeva per varie l’economia agricola primitiva, in larga misura di autosufficienza, cui era dedita la maggioranza della popolazione. Questa si riversava nelle città e poi nell’emigrazione in cerca di una vita migliore o semplicemente per sopravvivere. Le attività economiche (agricole, industriali, ecc.) che il capitale creava, richiedeva una manodopera inferiore rispetto a quella che era impiegata nelle proprie tradizionali fonti di sussistenza.
Anche all’URSS e gli altri paesi del “blocco socialista” furono erogati prestiti, grazie a essi questi paesi s’integrarono a pieno titolo nel mercato capitalistico mondiale.
Tornando agli Stati come Siria, Libia, Algeria, essi o cedevano “spontaneamente” pezzi crescenti della loro sovranità venendo accetati così nei consessi internazionali, oppure erano fatti oggetto di un ventaglio di pressioni diplomatiche, economiche/finanziarie e massmediatiche per renderli più ragionevoli.
Nel caso nessuna di queste strategie fosse efficace, si passa direttamente all’aggressione militare con tanto di occupazione di chiara ispirazione neocoloniale.
Tale strategia, ha subito un’accelerazione da circa un ventennio cominciando dall’ex Repubblica Federale Jugoslava, passando per l’Iraq e Afghanistan, fino ad arrivare all’aggressione alla Libia e alla Siria, mentre l’Iran è messo (per il momento) in lista di attesa. In questo senso si può dire che vi è un nesso oramai evidente tra tali guerre di aggressione e la crisi capitalistica intesa come difficoltà strutturale del capitalismo a controllare le proprie insanabili contraddizioni. Considerando il manifesto dispiegarsi della crisi nel 2008 (in questo caso prima come crisi finanziaria trasformatasi poi in aperta recessione) e la altrettanto evidente impossibilità di trovare una soluzione, ci si può attendere un ulteriore incrudimento di disciplinamento e rapina verso i paesi dipendenti, così come radicalizza contemporaneamente l’attacco verso il proletariato delle metropoli imperialiste.

A proposito di mistificazioni inerenti a dittatori e alla rivoluzione antimperialista libica

L’attacco alla Libia è stato l’ennesimo atto di una campagna mistificatoria a proposito della “cattiveria” dei dittatori, e della bontà della “democrazia” (quella borghese ovviamente) che per la quale bisogna fare delle guerre (ovviamente umanitarie).
A questa mistificazione s’inserisce l’argomento razzista ed eurocentrico che vuol fare credere che il regime a partito unico è una caratteristica dei paesi dell’Est europeo o dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo (in sostanza sarebbero una caratteristica dei paesi arretrati).

Un’altra mistificazione è di conferire non solo ai regimi revisionisti che dirigevano l’Est europeo, ma anche ai regimi antimperialisti presenti nei paesi arretrati, lo statuto di paesi “totalitari”. Con quest’operazione si vuole equiparare comunismo e nazismo, tenendo fuori la natura di classe di entrambi.
Se si parte da un punto di vista marxista, nel giudicare i regimi non bisogna partire dalle forme politiche ma dalle loro basi sociali. Nella storia certe dittature hanno svolto un ruolo progressivo, pensiamo solamente quella di Cromwel. Diceva a proposito Gramsci a riguardo del cesarismo: “Ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo”.
Il concetto di totalitarismo per i nemici di classe del proletariato è complementare a quello di dittatura.
Hanna Arendt scrive Le origini del totalitarismo nel 1951, quindi all’inizio della cosiddetta Guerra Fredda. I problemi che emergono sono due:

- La Arendt accomuna nazismo e stalinismo poiché modelli ideologizzati.
- La “nostra” scrittrice basa la sua analisi fermandosi esclusivamente allo studio delle forme politiche espellendo il fattore economico. I motivi di questa “svista” della Arendt sono noti: furono i capitalisti tedeschi a finanziare il movimento nazista.

Diventa chiaro ed evidente, che stando a queste condizioni, i capitalisti possono fare ricorso a un nuovo fascismo o a qualcosa di simile.
Lukàs negli anni ’50 scrisse La distruzione della ragione dove, rovesciando la tesi della Arendt, rinverrà nell’irrazionalismo la matrice comune del nazismo e capitalismo (o meglio la continuità tra imperialismo americano e nazismo).
Come conseguenza di questa mistificazione inerente alla natura dittatoriale di questi regimi, c’è la rimozione sulla loro natura di classe e della loro collocazione nello scontro imperialismo/popoli oppressi.
Vediamo le premesse storiche, dell’affermarsi del regime libico di Gheddafi.
Normalmente è presentata l’ascesa al potere come un colpo di Stato, quando nella realtà fu un moto popolare simile, a quello che nel 1952, aveva seppellito in Egitto la monarchia di re Faruk asservita alle potenze occidentali. A esser buttata giù in Libia, è una monarchia che la Gran Bretagna e le altre potenze occidentali avevano messo in piedi dopo la seconda guerra mondiale al posto dell’infernale dominio esercitato sul paese dall’Italia. A cadere è un protettorato occidentale, alla cui testa vi sono cricche di proprietari terrieri e professionisti cresciuti all’ombra del colonialismo italiano e divisi per appartenenze claniche e regionali, che svolgeva un ruolo di primo piano nella risposta dell’imperialismo al risveglio del mondo arabo e dei popoli dei paesi coloniali e semicoloniali. A buttare giù la monarchia di re Idris, denunciata, dalle piazze del Cairo, di Beirut, di Baghdad come il cavallo di Troia imperialista contro le lotte e le aspirazioni dei popoli arabi, fu, come si diceva prima, un moto popolare rivolto contro l’ordine sociale e politico dominante in Libia, proteso a confluire nell’ampio moto antimperialista in atto nell’area. Ne furono protagonisti non solo i giovani ufficiali delle forze armate, ma anche i lavoratori urbani cresciuti di numero anche in Libia in pochi anni dopo la scoperta del petrolio avvenuta nel 1961.
Il moto popolare libico e la sua direzione, incarnata nel colonello Gheddafi, non si limitarono ad abbattere la monarchia tribale ed eterodiretta di re Idris. Sull’onda di questa vittoria, essi realizzarono significativi cambiamenti entro i confini libici e nello scontro politico mondiale: cacciarono le basi militari che gli USA e la Gran Bretagna avevano installato in Libia proprio dopo (e contro) la vittoria dei Giovani Ufficiali nasseriani in Egitto; imposero alle multinazionali un aumento della quota che queste ultime dovevano versare al governo libico per lo sfruttamento del petrolio del paese; espropriarono ed espulsero le decine di migliaia di coloni italiani installatisi in Libia durante il periodo fascista e che erano proprietari di aziende agricole e industriali; assegnarono una parte di queste proprietà ai contadini poveri libici; destinarono i ricavi della vendita del petrolio all’avvio di un programma di sviluppo e diversificazione dell’economia (con investimenti in campo petrolchimico, metallurgico, meccanico), all’alfabetizzazione e all’istruzione di massa della popolazione, alla costruzione di servizi sanitari, allo sviluppo di sistemi di irrigazione per modernizzare l’agricoltura del paese e aumentare la quota del fabbisogno alimentare fornito da essa; cercarono di opporsi alla parabola controrivoluzionaria con cui la direzione della repubblica egiziana stava cadendo, con Sadat, nelle braccia dell’imperialismo e di Israele. Non va sottovalutato, infine, il valore del tentativo della direzione libica di organizzare lo Stato sulla base di istituzioni in grado di favorire la partecipazione popolare alla gestione del paese (Jamahiriya) più delle regole astratte della democrazia formale. La realizzazione di quest’articolato programma avviato dalla direzione della rivoluzione libica non si scontrò solo con le manovre imperialiste. Essa dovette fare i conti anche con un arco di forze sociali interne: da un lato, quelle dei notabili locali aggrappati ai tradizionali legami tribali; dall'altro lato, quelle legate alle attività capitalistiche private (40.000 imprese) che mal digerirono la direzione statalista intrapresa dalla politica economica del governo e che la direzione della Jamahiriya cercò di neutralizzare con varie misure economiche e politiche, tra le quali la progressiva introduzione del commercio e della distribuzione statale delle merci, l’assegnazione della direzione delle imprese private ai comitati di produzione costituiti da gruppi scelti di lavoratori, la requisizione delle case sfitte (e anche affittate) dalle amministrazione dei proprietari e l’assegnazione di esse alla famiglie con redditi più bassi, l’eliminazione della libera produzione, la sostituzione della valuta che obbligò tutti i libici a dichiarare i propri beni e a cambiare i liquidi posseduti nei nuovi denari.
In pochi mesi in Libia la scena sociale cambiò profondamente. Non solo per l’espulsione degli imperialisti occidentali e la fuga degli strati privilegiati libici (la cui diaspora è diventato uno dei vivai degli esponenti di quella che in seguito diventò la “Comune di Bengasi”, ma soprattutto per l’erosione delle strutture patriarcali e claniche sui cui le potenze imperialiste si erano appoggiate nella loro politica di oppressione.
Poi ci fu l’aggressione imperialista contro l’intero mondo arabo (con la guerra per interposta persona – tramite l’Iraq – contro l’Iran, con l’abbassamento del prezzo del petrolio, con l’aumento dei tassi d’interesse) e all’attacco che esso rivolsero parallelamente contro i lavoratori delle metropoli imperialiste. Alla Libia di Gheddafi fu riservata, però, una cura del tutto particolare.
A dare il via alla crociata furono gli USA di Reagan, con i bombardamenti del 1986 e l’introduzione delle sanzioni unilaterali. Seguirono le sanzioni multilaterali varate dall’ONU, questo covo di briganti, nel 1992 sospese solo nel 1999-2000.
A causa delle sanzioni, la Libia cominciò ad avere difficoltà ad acquistare i pezzi di ricambio e le attrezzature per la sua abbastanza avanzata industria petrolchimica. Quelli che riuscivano a racimolare, li compravano nel mercato nero a prezzi esorbitanti. Il blocco delle esportazioni, le difficoltà di manutenzione e di ammodernamento dell’industria estrattiva, il crollo dei prezzi petroliferi indotto con varie misure dall’Occidente causò il crollo degli introiti petroliferi.
I piani di sviluppo agricolo e industriale della Libia furono quasi paralizzati. Si ridusse o s’interruppe del tutto lo sviluppo delle forze armate, mentre i cosiddetti “amici” dei popoli arabi, le potenze occidentali, continuavano a destinare miliardi di dollari ai propri bilanci ai propri bilanci militari e a vendere armi di ogni tipo ai loro burattini locali come Mubarak. L’inflazione decollò. Nel periodo delle sanzioni l’economia libica crebbe meno dell’1% l’anno.
Il tenore di vita della gente, cresciuto ininterrottamente dal 1969, subì una battuta di arresto. Fece la sua comparsa, la disoccupazione giovanile. Sottoposta alla cura riservata a Cuba dagli anni ’60 e minacciata di essere riportata, come l’Iraq di Saddam Hussein, all’età della pietra, la direzione della repubblica libica, alla fine del XX secolo, cedette in parte, alle pressioni dell’imperialismo: diede il suo aiuto alla “coalizione dei volenterosi” nella seconda guerra all’Iraq; accettò di ergersi a cane da guardia contro i lavoratori immigrati dall’Africa verso l’Europa; aprì le porte del mercato interno alle multinazionali del petrolio, agli investitori occidentali e ai ceti borghesi libici costituiti da professionisti, commercianti e imprenditori, spesso ritornati dall’Europa e dai paesi vicini dove erano espatriati negli anni precedenti.
La direzione dello Stato libico non cedette, tuttavia, nella misura richiesta dalle potenze imperialiste e dai borghesi locali. Lo fece, invece, con l’intenzione di prendere fiato e riaprire in prospettiva, pur in un quadro moderato sul piano politico internazionale, il rafforzamento dell’economia libica. Il governo libico e la direzione dello Stato hanno, infatti, cercato di procedere gradualmente con liberalizzazioni. Si sono preoccupati di avere nelle mani dell’apparato statale, la forza economica concentrata, il controllo delle leve fondamentali delle decisioni politiche e dei flussi finanziari e, anzi di rafforzarle con la creazione di un fondo sovrano libico pari a 150 miliardi di dollari (che le banche occidentali hanno, dal marzo 2011, congelato per trasferirlo nelle mani del Cnt libico, nella sostanza vuol dire che le banche hanno finanziato i “rivoluzionari” libici). Anche in politica estera Gheddafi ha accompagnato la collusione con l’imperialismo nella guerra contro l’Iraq e nella gestione dell’emigrazione dall’Africa verso l’Europa, con il tentativo di mantenere spazi autonomi di manovra in Africa, dove, soprattutto negli ultimi anni, forte dello sviluppo economico libico, ha tessuto un fronte di stati alleati per portare avanti una politica economica meno succube degli interessi neocoloniali europei e americani, più aperta alla Cina e al suo “modello di aiuto” agli africani.
Negli stessi anni, dagli inizi del XXI secolo al 2010, l’imperialismo ha giocato in senso opposto, una parabola simmetrica.
Ha cercato di utilizzare le politiche di liberalizzazione per rimettere i piedi in Libia, ricominciare a farvi affari, a coltivare un vivaio indigeno. Le potenze imperialiste hanno occhieggiato alla nascita dei ceti imprenditoriali e professionali libici, per far saltare, la blindatura dell’economia e delle forze armate libiche incarnata da Gheddafi.
Non andava giù, ad esempio, alle multinazionali (e di conseguenza ai governi occidentali) l’alta quota, fino al 90% dei proventi, che il governo libico impone di versare nelle proprie casse sulla vendita del petrolio. Non va giù che gli investimenti debbano, in ogni caso, subire il controllo della direzione statale.
Non va giù che Gheddafi continui a tessere una sua tela per lo sviluppo capitalistico africano che non sia subordinato alle esigenze degli imperialisti occidentali e che il suo fondo sovrano di 150 miliardi di dollari sia investito (negli USA, in Gran Bretagna ed Europa) secondo finalità non del tutto rispondenti a quelle del capitale imperialista.
Gli imperialisti esigevano che nella gestione del potere, ci sia più libertà per i rappresentanti dell’imprenditoria capitalistica privata libica e che gli esponenti moderati della classe dirigente libica possano prendere in mano il volano della macchina statale, per consegnare il paese ai veri dittatori del mondo (i membri della Borghesia Imperialista).
Già due volte, dal 1969, vi erano state uno scontro su questa linea di demarcazione nel gruppo dirigente libico. Per due volte, l’ala nazionalista, aveva riportato la vittoria, con l’inevitabile opposizione degli esponenti della nomenclatura messi da parte, incarcerati o invitati all’emigrazione. Questa volta l’imperialismo sente di arrivare alla resa dei conti in condizioni meno sfavorevoli e si prepara a sfruttare le occasioni che le avrebbe alla fine, offerto lo sviluppo degli avvenimenti interni e internazionali.
Il sostenuto sviluppo economico dei sette anni precedenti, che hanno fatto diventare la Libia, un cantiere in cui fiorivano le imprese industriali; il parallelo e contrastante rafforzamento economico e politico, da un lato dello Stato libico, e dall’altro, degli strati borghesi smaniosi di una completa liberalizzazione dell’economia; l’urgenza per i capitalisti occidentali di trovare un nuovo pugnale, dopo la caduta di Mubarak e di Ben Alì, che deve essere puntato contro il mondo arabo e africano; il pericolo per gli interessi occidentali costituito dai progressi compiuti dal lavorio portato avanti da Gheddafi in Africa, il rafforzamento degli accordi tra Libia e Cina; la ricalibratura in senso dirigista e nazional-popolare compiuta dalla politica di Gheddafi nel 2009-2010: queste e altre circostanze, hanno spinto l’imperialismo occidentale nel gennaio-febbraio 2011, alla conclusione che è giunto il momento di far partire dopo quello delle sanzioni, il capitolo dell’aggressione militare alla Libia, che aveva quattro obiettivi fondamentali: stabilire una piattaforma militare in Libia dopo il crollo dei loro burattini in Tunisia e in Egitto; intimorire e arginare preventivamente i moti popolari sviluppatasi al Cairo e a Tunisi; affondare il tentativo di Gheddafi di portare avanti il piano di sviluppo intrapreso nel paese e in Africa; contenere e respingere la penetrazione cinese in Africa.
Ecco allora scattare la macchina propagandistica dell’Occidente mirante a far crede che nella Libia orientale sia in corso un moto popolare simile a quello egiziano e tunisino, e a presentare l’intervento occidentale come un aiuto a tale moto popolare. Intanto le diplomazie occidentali, incoraggiano, dirigono e danno spago alla cosiddetta “opposizione di Bengasi”, un variegato fronte composto da gruppi di fuoriusciti (sino a convocare via internet la “giornata di protesta” del 17 febbraio); da frange dell’apparato statale, dalla congerie di professionisti e di ceti medi ritornati in Libia dall’estero o cresciuti ex-novo negli ultimi anni, in combutta, da mesi con l’imperialismo occidentale per buttare a mare ciò che resta, anche per effetto del mantenimento dell’esercizio monopolistico del potere, del controllo dello sviluppo e sulla difesa del potere dalla totale ingerenza dell’Europa e degli USA.
Che l’ostacolo principale per i dittatori al potere a Washington, Parigi, Londra e Roma non fosse rappresentato semplicemente dall’individuo Gheddafi, lo ha dimostrato il corso delle operazioni militari in Libia. Se era vero che un intero popolo si stava ribellando contro un odiato dittatore, perché sono occorsi mesi e mesi di bombardamenti NATO?
Il soggetto che si doveva piegare era la maggioranza della popolazione libica, di cui bisognava distruggere il morale, per costringerla alla resa. I bombardamenti all’uranio impoverito di marzo, aprile, maggio, giugno non sono bastati. Non è bastata la distruzione della raffineria di Berqa e il taglio dei rifornimenti a Tripoli, mentre il petrolio estratto dai pozzi della Libia e il taglio dei rifornimenti di benzina a Tripoli, mentre il petrolio estratto dai pozzi della Libia orientale era esportato e venduto, in cambio di armi, dal CNT con l’aiuto del Qatar e delle flotte NATO. Non sono bastati la distruzione di ospedali e scuole e centri associativi.
In agosto, la NATO ha dovuto inviare i rinforzi sul terreno dal Qatar, in ottobre hanno avuto il bisogno di assassinare Gheddafi, cosi da lanciare un monito alle masse lavoratrici della Libia e dell’intero Tricontinente: non vi azzardate a resistere ai nostri piani, non vi azzardate a desiderare un destino diverso da quello da noi prestabilito per voi e per il mondo.
Conquistata Tripoli, tolto di mezzo Gheddafi, per i libici, è arrivata la tanto attesa libertà, come dicono i mezzi di disinformazione?
Si è visto, invece, 750.000 libici costretti ad abbandonare il paese o le loro città (50.000 solo a Bengasi) e il pogrom compiuto dai “rivoluzionari” libici e dai mercenari ai loro ordini contro i libici neri di Tawergha (roba da far crepare d’invidia Salvini, in Libia – perciò un paese africano – attua il suo programma massimo da persone che sono sostenute dalla sinistra per giunta).
Certo l’antimperialismo della direzione libica aveva dei profondi limiti, parlava di unità panafricana e panaraba. Era certamente progressista, ma non comunista.
Cosa si deve intendere per internazionalismo proletario? Ci si deve rifare alla piattaforma programmatica dell’Internazionale Comunista (Primo Congresso 1919) dove si rilevava la necessità per il proletariato rivoluzionario di coordinare le sue lotte sul piano internazionale, di collegare gli interessi della lotta di classe nell’ambito nazionale con i compiti delle rivoluzione mondiale. Significava, per l’Internazionale Comunista (vista anche come Partito Mondiale della Rivoluzione Socialista, dove i vari partiti nazionali erano delle sue sezioni) assumersi l’impegno di realizzare costantemente uno stretto legame tra la lotta del proletariato dei paesi imperialisti e il movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi delle colonie e semicolonie, di appoggiare la lotta dei popoli oppressi per favorire il crollo definitivo del sistema dell’imperialismo mondiale.
Questa strategia comunista fu sistemata, nelle tesi adottate dal Congresso di Baku, dal II Congresso del 1920 e nel IV Congresso del 1922. Tesi, che in maniera sintetica si possono riassumere nei seguenti punti:

- Il compito fondamentale, comune a tutti i movimenti nazional-rivoluzionari; consiste nel realizzare l’unità nazionale e l’autonomia politica.
- I compiti obiettivi della rivoluzione coloniale scavalcano i limiti della democrazia borghese. In realtà la sua vittoria decisiva è incompatibile con la dominazione dell’imperialismo mondiale.
- La soluzione reale e logica del compito rivoluzionario dipende dall’importanza delle masse lavoratrici che questi movimenti nazional-rivoluzionari sapranno coinvolgere nel loro cammino, quindi in ultima analisi, è decisiva la presenza di un autonomo partito comunista realmente capace di portare le masse oppresse, nel corso della lotta, a scavalcare i limiti borghesi entro i quali il problema rivoluzionario è sostanzialmente irrisolvibile.
- I partiti comunisti nei paesi coloniali e semicoloniali erano di dare una soluzione radicale al problema della rivoluzione democratico-borghese e di sviluppare lotte sociali fuori dal quadro borghese, nella prospettiva (che rappresenta l’obiettivo strategico perseguito e orientatore) del processo rivoluzionario internazionale del proletariato. Si tratta, di sollevare e dirigere le masse (specialmente quelle contadine) grazie a un programma di rivendicazioni immediate, parziali e transitorie che dovevano dare una risposta concreta alle esigenze dello sviluppo della rivoluzione.
- La rivoluzione internazionale non poteva trionfare in maniera definitiva se non con la vittoria della rivoluzione proletaria nei paesi occidentali, se non nella prospettiva internazionalista, unitaria, del proletariato.
- Questo piano dell’Internazionale Comunista si basava sulla tattica del Fronte Unico Antimperialista in Oriente (che era corrispondente a quella del Fronte Unico Operaio in Occidente), si basava sui seguenti dati: uno smarrimento tattico dell’imperialismo metropolitano; una forte spinta rivoluzionaria in Occidente; il trionfo della Rivoluzione in Russia, divenuta faro della Rivoluzione Proletaria Mondiale e centro potenziale del movimento nazional-rivoluzionario delle colonie e delle semicolonie (nel IV Congresso si deliberava che “il fronte unico antimperialista è indissolubilmente legato all’orientamento verso la Russia dei soviet); l’emergere di un movimento sociale, a contenuto radicale e popolare, nelle aree arretrate, col balzo in avanti del proletariato indigeno quale forza trainante e dirigente; l’assunzione del proletariato metropolitano, di compiti diretti di appoggio e guida dei movimenti nazional-rivoluzionari attraverso la lotta nel proprio paese, contro il proprio imperialismo e per l’estensione internazionale della sua rete politica, il restringersi dei margini di manovra dell’imperialismo nei confronti delle classi dirigenti (e vassalle) indigene, con la conseguenza di più decisi slanci autonomistici. Dalla combinazione di questi fattori, discendeva la formulazione della possibilità anche di accordi temporanei con la borghesia indigena e del “Fronte militare e non politico”, come aspetti tattici per tirare il fiato nel corso della lotta di emancipazione internazionale e proletaria, contro l’imperialismo.

È un fatto che questo disegno di Lenin e dell’Internazionale Comunista non è andato in porto, ma ciò non ha molto a che fare con la presunta debolezza della teoria di Lenin (come fanno molti estremisti che scambiano il piano tattico-strategico con i principi). La dimostrazione che Lenin ha sbagliato perché “la Storia” (ovvero il revisionismo nel Movimento Comunista, ovvero l’influenza borghese all’interno di esso) ha condotto queste tesi verso l’appoggio alle varie borghesie nazionali e la subordinazione del proletariato a esse con la motivazione che dovevano essere la guida della rivoluzione democratica borghese, come la dimostrazione che il Fronte Unico Operaio disegnato al III Congresso porta necessariamente alle alleanze con la Borghesia Imperialista, che il parlamentarismo rivoluzionario porta al ministerialismo di Berlinguer-Carillo-Marchais e di Bertinotti, che la rivoluzione russa conducesse inevitabilmente al capitalismo. Chi sostiene queste tesi non capisce che la Rivoluzione Proletaria è un fatto internazionale, è una catena in cui ci sono vari anelli che reagiscono gli uni sugli altri. Si tratta di capire, che in negativo, negli anni ’20, sono stati gli anelli della rivoluzione in Occidente, e non solo per il ruolo della socialdemocrazia che aveva l’egemonia nel Movimento Operaio occidentale, ma anche e soprattutto per l’immaturità del Movimento Comunista, stretto tra la corruzione socialdemocratica, il massimalismo inconsistente e traditore e la fuga intellettualistica, piccolo borghese, verso la reazione estremista infantile.
Certo tuttora è più che mai valido ribadire costantemente rilanciare l’internazionalismo proletario; ovvero la necessità storica, sempre più pressante, di collegare ogni lotta dei proletari di e in ogni paese, per l’abbattimento del capitalismo mondiale e per l’instaurazione del socialismo, a partire dalla lotta di fondo contro il nemico di casa nostra. Ma non si può non partire dalla constatazione dal fatto che i proletari occidentali durante l’aggressione che l’imperialismo ha condotto contro i popoli arabi (e alla ex Jugoslavia) rimasero nell’indifferenza se non addirittura alcuni settori hanno appoggiato i bombardamenti. Come non si può non costatare che nelle masse lavoratrici del Nord Africa e dell’Asia, c’è la profonda illusione di potere modificare paese per paese attraverso l’iniziativa dei propri stati il destino a loro riservato dalle divisione internale del lavoro e dalle politiche imperialiste. Oltre che tra i popoli dell’Africa nera, che hanno denunciato l’aggressione dalla Libia e manifestato contro di essa in Mali, Ghana e Sudafrica, in America latina l’aggressione contro la Libia è stata percepita della stessa natura delle iniziative lanciate, dagli USA e dall’Unione Europea contro Cuba e il Venezuela in difesa dei “democratici” cubani e venezuelani. Precisazioni sulla rivoluzione democratica nei paesi arretrati e controllati dall’imperialismo

La Terza Internazionale (e prima ancora Marx ed Engels) quando parlava di democrazia, intendeva democrazia sociale, quindi trasformazione e rivoluzione economico-sociale; non certo democrazia in sé, al limitarsi di avere dei diritti democratici, una costituzione che formalmente li sancisca, ad avere libere elezioni ecc. (che poi anche quando sono libere, se non vincono le persone gradite dalle classi dominanti o dall’imperialismo occidentale, cominciano le campagne di delegimitazione contro i risultati di esse).
L’asse di battaglia nei paesi a sviluppo capitalistico arretrato e poi dominati dall’imperialismo è quello definito attraverso i passaggi del ’48 europeo, del 1905 russo, attraverso le discussioni della Terza Internazionale sui problemi della rivoluzione nei paesi dell’ “Oriente che viene dopo di noi” e quindi alla rivoluzione cinese del 1949 e alle rivoluzioni anticoloniali e antimperialiste degli anni ’50-’70.
Nel ’48 europeo “gli operai avevano prima di tutto da conquistarsi quei diritti che erano loro indispensabili per creare la loro organizzazione autonoma di classe: libertà di stampa, di associazione e di riunione, diritti che la borghesia avrebbe voluto conquistare nell’interesse del suo proprio dominio, ma che essa stessa, ora, nella sua paura, contestava agli operai…Il proletariato tedesco apparve quindi sulla scena politica in un primo tempo come partito estremo…Così, quando fondammo in Germania un grande giornale, la nostra bandiera non poteva essere altro che la bandiera della democrazia, ma di una democrazia che dappertutto nei singoli casi dava a quel carattere proletario specifico che ancora non poteva iscrivere una volta per sempre nella propria bandiera”. Questo nel 1848 quando il proletariato tedesco “era tuttora appendice politico della borghesia”. Nondimeno già da quei primordi il carattere proletario specifico si sostanziava nell’interesse e nel compito “rendere permanente la rivoluzione” dove “non può trattarsi per noi di una trasformazione della proprietà privata, ma della sua distruzione; non del miglioramento della società, ma della fondazione di una nuova società”. In questi passaggi si marca molto bene il carattere proletario specifico della nuova democrazia presa in carico dal proletariato perché inseparabilmente intrecciata con i contenuti sociali e di trasformazione economico-sociale che appartengono al proprio programma.
Asse ribadito nelle Tesi sulla questione nazionale e coloniale del secondo Congresso della Terza Internazionale (luglio 1920) dove leggiamo che “il partito comunista…deve, conformemente al suo compito fondamentale, cioè la lotta contro la democrazia borghese e lo smascheramento delle sue menzogne e ipocrisie, mettere in primo piano…: primo, l’esatta valutazione dello ambiente storicamente determinato, e anzitutto dell’ambiente economico; secondo, la netta separazione degli interessi della classe oppresse, dei lavoratori, degli sfruttati, dal concetto generale dei cosiddetti interessi del popolo, che significano gli interessi della classe dominante…”.

Riprendiamo il discorso

Una vittoria in un paese dipendente (e tanto meglio se nella forma più radicale) crea per il proletariato delle metropoli imperialiste al rilancio della sua iniziativa.
La rivoluzione portoghese del 1974/75 è un autentico paradigma per le rivoluzioni future, il proletariato entrò in scena sotto la spinta delle lotte di liberazione delle colonie (Angola, Mozambico e Guinea) che aveva inferto duri colpi al regime fascista portoghese e al suo esercito dopo 15 anni di lotta. La rivoluzione europea non potrà non sorgere se non come il risultato dello sfaldamento del sistema neocoloniale, perché grazie ai proventi di rapina che l’imperialismo opera verso i paesi dipendenti, l’occidente capitalista può cercare di evitare la recessione e cercare di preservare la pace sociale.
Bisogna respingere le scorciatoie del “meno peggio” o subordinarsi a logiche genericamente progressiste (del tipo governo mondiale con parlamento dell’ONU). Queste posizioni impediscono di avere una visione classista degli avvenimenti internazionali. Se prendiamo come esempio quello che è successo nell’ex Jugoslavia, la mancanza di una visione classista impedisce di vedere il collegamento tra penetrazione capitalista, balcanizzazione e relativo macello “interetnico”. Impedisce di vedere che l’intervento a favore della “piccola Bosnia” prima e del “piccolo Kossovo” dopo e contro i “malvagi serbi” è stato funzionale alla politica dei diversi imperialismi per la spartizione della ex Jugoslavia.
Per questo sarebbe utile che si crei un Fronte Mondiale Antimperialista che raccolga forze di diversa provenienza: comunisti, socialisti, credenti della teologia della liberazione, movimenti di liberazione nazionale autenticamente antimperialisti ecc.
Questo Fronte non deve essere concepito nello schema della Conferenza di Porto Allegre, cioè una via riformista, “democratica” e “pacifica”, che mette assieme forze antimperialiste vere e false, che hanno come momento unificante la rinuncia a ogni ipotesi rivoluzionaria e perciò di ogni antimperialismo conseguente.
Questo Fronte deve essere inteso come un Fronte rivoluzionario cha sappia coordinare le lotte dei suoi membri che si trovano nei paesi imperialisti con le lotte che si sviluppano nei paesi dipendenti.
Punto qualificante di lavoro e di lotta per le forze antimperialiste che operano nei paesi imperialisti come l’Italia sta nel sostenere i movimenti antimperialisti nei paesi dipendenti e, la ferma opposizione agli interventi bellici e diplomatici, anche sotto forma d’interventi pacificatori dell’ONU (com’è stato in Somalia, in Bosnia e recentemente in Libia) per questo bisogna distinguere tra nazione ed etnia, tra movimenti nazionalisti rivoluzionari e controrivoluzionari (come l’UCK).
Bisogna porre l’accento che i marxisti sono per l’autodeterminazione nazionale delle nazioni oppresse quando esse hanno un carattere antimperialista, quando mettono in crisi il sistema di comando e gli equilibri dell’imperialismo. Lenin sintetizzò esemplarmente il metodo marxista: “le singole rivendicazioni, compresa l’autodeterminazione, non sono un assoluto, ma una particella complessiva del movimento democratico (oggi: del complesso del movimento socialista mondiale). È possibile che, in singoli casi determinati, la particella sia in contraddizione con il tutto, e allora bisogna respingerla” (V. I. Lenin, Luglio 1916).
Riteniamo tuttora valide, le tesi dell’Internazionale Comunista, che rende evidente che una delle caratteristiche dell’imperialismo consiste nella divisione del mondo tra una minoranza di Stati oppressori e una larga maggioranza di Stati oppressi. Perciò il moto nazional-rivoluzionario delle nazioni dipendenti (tendendo sempre conto di non confondere le classi sfruttate e le masse disiderate con la borghesia di queste nazioni, che può essere compradora perciò legata all’imperialismo) fa parte dello scontro di classe locale e internazionale.
È importante ricordarsi che le avanguardie rivoluzionarie che si formarono in Europa Occidentale, in Giappone e anche negli USA negli anni ’60 e ’70 ebbero il battesimo del fuoco nella loro identificazione nelle lotte rivoluzionarie che si svilupparono in quegli anni: la rivoluzione algerina, la rivoluzione cubana e vietnamita, la solidarietà con i movimenti guerriglieri dell’America Latina e della Palestina. Pensiamo alle iniziative internazionali che si tennero a Liegi nel 1966 e a Berlino nel 1968. Queste lotte contribuirono senza dubbio alla rinascita delle lotte rivoluzionarie nei paesi imperialisti.

collettivo comunista metropolitano


La battaglia di Mosul, l’inganno di Washington e Ankara


Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 23 ottobre 2016


Il 3 ottobre, spiegando l’isteria occidentale sull’avanzata dell’Esercito arabo siriano ed alleati ad Aleppo, il Generale Amin Hutayt aveva detto: "Se gli Stati Uniti avevano la minima speranza che Aleppo non venisse liberata dai terroristi entro almeno i prossimi due mesi, avrebbero agito in modo diverso. Ma é chiaro che la Siria e i suoi alleati, come la Russia, hanno deciso diversamente. Da qui il "Piano C" avviato a Dayr al-Zur, prendere in ostaggio la città e raggiungere tre obiettivi:
- Delimitare un’area aperta in Iraq per isolare la Siria, perció impedivano l’avanzata dell'Esercito arabo siriano distruggendo i ponti, proprio come Israele fece in Libano quando invase il sud, demolendo quattro ponti per isolarlo dal resto del Paese e farne una zona spopolata e controllata dalle Nazioni Unite.
- "Liberare Mosul", secondo il piano degli Stati Uniti e non degli iracheni. In altre parole, nel modo con cui i turchi avrebbero liberato Jarablus, in Siria, sfruttando l'inganno della mano destra che guida lo SIIL passando alla mano sinistra che guida al-Nusra. La questione é questa: dove gli USA porteranno i terroristi di Mosul? Risposta: a Dayr al-Zur.
- Attenuare la vittoria della Siria ed alleati ad Aleppo, una vittoria certa tra poche settimane e che a nostro avviso silurerà definitivamente il piano di spartizione staunitense della Siria, da cui gli attacchi su Dayr al-Zur ridotti a mera vendetta..."[1].
Ora, Dayr al-Zur é situata sulle rive dell'Eufrate, per lo piú invase dallo SIIL. I raid aerei della coalizione internazionale contro lo SIIL, guidata dagli Stati Uniti, hanno distrutto il ponte al-Mayadin il 28 settembre e il ponte al-Ashara il giorno successivo, dopo aver bombardato "per errore" le postazioni dell'Esercito arabo siriano vicino all'aeroporto della città, il 17 settembre, uccidendo 82 soldati e ufficiali e ferendone gravemente piú di un centinaio; un "errore" che richiese 2 giorni di preparazione con osservazione sul campo e 50 minuti di attacchi aerei continui, come dimostrarono la Russia e il Dottor Bashar al-Jafari al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Da allora, sette ponti sono stati distrutti sui fiumi Eufrate e Qabur, piú altri due secondo SANA (Agenzia Nazionale d'Informazione Siriana) il 20 ottobre. [2] Ma nel discorso dell'11 ottobre, Sayad Nasrallah era ancora piú esplicito del Generale Hutayt: "Sull'Iraq, si va di vittoria in vittoria grazie ai sacrifici dei suoi figli, del suo esercito, delle sue forze di mobilitazione popolare e delle sue tribú sunnite, sciite e curde, che affrontano i takfiriti dello SIIL. Oggi, le forze irachene avanzano su Mosul... Mi appello ai leader iracheni, ai combattenti dell'esercito iracheno e dell'Hashd al-Shabi, affinché stiano attenti ai piani degli USA. Gli Stati Uniti vogliono aprire la via ai takfiriti dello SIIL che fuggono in Siria. Vogliono "stipare" lo SIIL nella Siria orientale, da cui poter condurre nuovi attacchi sul territorio iracheno..." [3].
É da metà settembre che gli Stati Uniti annunciano, con piagnistei, la battaglia per Mosul, la seconda città dell'Iraq caduta nelle mani dello SIIL nel giugno 2014, grazie a un'operazione fasulla su cui non torneremo. Ma Erdogan ne annunciava la data il giorno dopo. Cosí, il 25 settembre, RT arabic e altre fonti riferivano: "Il presidente turco ha detto: abbiamo informazioni che indicano che l'operazione del governo centrale iracheno per liberare Mosul da elementi armati dello SIIL potrebbe iniziare il 19 ottobre, e dobbiamo essere pronti... i peshmerga collaboreranno con gli arabi nell'operazione... Riferivano anche che avesse detto ai giornalisti, a bordo dell'aereo che lo riportava da New York dopo aver frequentato l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e incontrato Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, che il suo ministro degli Esteri studiava la questione di Raqqa con gli Stati Uniti, e la Turchia li aveva informati delle condizioni. Le condizioni riportate dal canale privato NTV si riducono alla Turchia che aderiva a un'operazione degli Stati Uniti per espellere lo SIIL dalla roccaforte di Raqqa, Siria, quando saranno esclusi i combattenti curdi..." [4].
Si comprenda: il curdo buono non é né turco né siriano, ma é quello del "clan Barzani" apertamente alleato ad Israele, motore e complice delle violazioni dei confini Sykes-Picot, che non soddisfano piú Erdogan, i loro creatori, le grandi potenze estromesse e neanche i piccoli satrapi regionali che gli devono l'esistenza. E poi, il curdo buono é sunnita. Infatti, in un'intervista al canale saudita Rotana Qalijia, Erdogan diceva che non avrebbe tollerato l'insediamento di un "potere settario" a Mosul, implicando che: "Mosul appartiene al popolo di Mosul come Tal Afar al popolo di Tal Afar. Nessuno ha il diritto di entrare in queste zone... Solo gli abitanti arabi, turcomanni e curdi sunniti dovrebbe rimanere a Mosul .. Hashd al-Shabi non deve entrare a Mosul... Turchia, Stati Uniti, Arabia Saudita e la coalizione internazionale dovrebbero collaborare in questa direzione. Faremo del nostro meglio per liberare Mosul. Dovremo installare un tavolo dei negoziati e non solo osservare ció che accade". [5] Tal Afar é una piccola città a maggioranza turcomanna e Hashd al-Shabi é una delle forze paramilitari irachene a guida sciita che raggruppa combattenti di tutte le fedi ed etnie, la cui partecipazione alle battaglie dell'esercito iracheno ha sempre portato alla sconfitta dello SIIL, come a Ramadi, Tiqrit, nella provincia di Anbar e nella provincia di Salahudin. Quanto a Mosul, non bada mai agli abitanti cristiani, che non avrebbero cittadinanza in questa città. Erdogan e i suoi alleati wahhabiti pensano probabilmente d'impedirne il ritorno, mentre si preparano, gioiosamente, a recarsi a Qaraqush [6], interamente liberata il 22 ottobre. Ma Erdogan usa solo il proprio dizionario: rifiutare il settarismo é rifiutare tutto ció che non gli é uguale, come dice questa immagine terribile della nuova Turchia presentata su Facebook da un anonimo. Detto ció, in cosa Erdogan sarebbe piú o meno riprovevole dei capi degli Stati Uniti che invasero l'Iraq con una menzogna, seminando caos e fingendo di ritirarsi dopo un accordo di latente partenariato strategico e una costituzione settaria ed etnica, con il pretesto di fare giustizia presso sciiti e curdi, per poi ritornare in forze oggi creando il cosiddetto preteso "piano inclusivo", questa volta per rendere giustizia ai sunniti presuntamente minacciati da sciiti e Iran? In cosa sarebbe piú o meno condannabile dei capi occidentali a rimorchio degli Stati Uniti, ma che corrono in avanti per strappare la loro parte, nascondendo l'avidità dietro presunte preoccupazioni umanitarie? Il mondo intero sa che Erdogan maltratta i suoi cittadini e violenta particolarmente i curdi, che il suo estremismo non ha nulla da invidiare allo SIIL. Ma silenzio! La posizione strategica ne fa un ricattatore ancor piú pericoloso; ció probabilmente spiega come anche Vladimir Putin sistemi la "pugnalata alla schiena", ma non spiega l'inganno condiviso tra Washington e Ankara.

Ankara vuole cambiare il trattato di Losanna del 1923

Cosa vuole Erdogan, a parte il fatto che assieme all'amministrazione degli Stati Uniti e all'alleato Adil al-Jubayr, ministro degli Esteri saudita, urli per scacciare l'Hash al-Shabi dalla Battaglia di Mosul, in assenza di ció, ricorrendo a figure sunnite che ne condividano la mentalità, come i fratelli al-Najifi: uno, ex-capo del parlamento iracheno; l'altro, prefetto della provincia di Niniwa, di cui Mosul é la capitale? Alla conferenza stampa del 4 ottobre, il primo ministro iracheno Haydar al-Ubadi ne fustigava il settarismo e l'occupazione illegale da parte del suo esercito di Bashiqa, città yezidita, affermando: "Oggi il Consiglio dei Ministri ha discusso purtroppo delle dichiarazioni provocatorie della presidenza turca, dicendo come siano inaccettabili e destinate a seminare discordia tra gli iracheni... Invitiamo il presidente turco a concentrarsi sulla situazione nel suo Paese, dove esistono problemi reali per i cittadini turchi. Mentre esorto tutti noi a collaborare nell'interesse del nostro popolo, non il contrario... Il concetto di sovranità non tollera che certi iracheni supportino forze straniere che minacciano la situazione interna del Paese. É vietato. Non vi é alcuna forza straniera in campo che combatta lo SIIL in Iraq, non lo permetteremo. Abbiamo la coalizione internazionale ed esperti internazionali che guidano le forze irachene, ma non combattono. Addestrano, armano e forniscono copertura aerea, sí! Ma forze straniere non combattono al posto o a fianco dell'esercito iracheno! Non vogliamo alcuna forza straniera e la presenza di forze turche in territorio iracheno, contro la volontà irachena, non é accetta. Gli abbiamo chiesto piú volte di ritirarsi... Tutti i leader dei trenta Paesi che si sono incontrati, sono d'accordo con l'Iraq: rispetto della sovranità e rifiuto delle interferenze da qualsiasi Paese negli affari iracheni... "[7]. Tuttavia, secondo la dichiarazione del 19 ottobre dell'ex-Generale libanese Muhamad Abas alla TV al-Mayadin [8], le forze pronte all'offensiva accerchiavano Mosul:
- sud e sud-est: forze dell'esercito iracheno e dell'Hash al-Shabi;
- est e nord-ovest: forze dell'esercito iracheno e peshmerga;
- est: forze di al-Najifi filo-turche a sostegno dei piani di Erdogan e degli alleati sauditi.
Ad ovest Mosul rimane aperta ai terroristi dalla Siria, come previsto degli osservatori, mentre nell'ultima edizione di "60 Minuti" del 21 ottobre, Nasir Qandil presentava il piano di Hashd al-Shabi che doveva entrare dalla riva ovest del Tigri per bloccare i terroristi a Mosul e impedirgli di fuggire nella provincia quasi disabitata, dove sarebbe stato facile disperdersi in attesa di giorni migliori, continuando la guerra di logoramento in Siria. Ma il governo iracheno era costretto a trattare con quello statunitense... e il 19 ottobre intervistato dalla televisione di Stato siriana, l'ex-Generale siriano Turqi al-Hasan testimonió come circa 800 terroristi fossero arrivati a Raqqa da Mosul, dove i cittadini siriani venivano espulsi dalle case per installarli, aggiungendo che le forze irachene avevano colpito un convoglio di una trentina di veicoli, proveniente da Mosul, al confine con la Siria. Sul piano di Erdogan, il Generale al-Hasan spiegava che le ultime dichiarazioni, sue e delle élite politiche turche, finalmente smascheravano il perché cercassero d'invadere Siria e Iraq. In sintesi: "Il Trattato di Losanna del 1923 [9] che ha definito i confini del nuovo Stato turco e organizzato lo scambio di popolazioni, afferma che potrebbe essere rivisito 100 anni dopo, cioé nel 2023. Ed Erdogan vuole questa revisione per espandere, non ridurre o dividere la Turchia. Pertanto, nella sua mente, se il governo iracheno non libera Mosul, potrebbe tornare alla Turchia. Potrebbe quindi creare l'enclave sunnita, invocandone l'adesione alla Turchia, in una forma o nell'altra, unione o federazione. Purtroppo, l'attuale costituzione irachena imposta dagli Stati Uniti gli permette di provarci. Di qui gli sforzi per minare il governo centrale iracheno". [10]
Lo scrittore palestinese Rasim Ubaydat conferma il Generale al-Hasan. In un articolo del 21 ottobre sul quotidiano libanese al-Bina, aggiunge: "La Turchia, che insiste a partecipare alla liberazione di Mosul nonostante il rifiuto del governo centrale iracheno, dopo aver occupato Jarablus e Dabiq in Siria e Bashiqa in Iraq con una messa in scena con lo SIIL, sostiene di difendere la propria sicurezza nazionale. In realtà, il sogno espansionista turco di oggi é rioccupare Mosul, Irbil, Qirquq in Iraq e Aleppo in Siria, città liberate dal giogo dell'impero ottomano sconfitto nel 1918. Ció dimostra che la Turchia di Erdogan é complice del terrorismo e della guerra di aggressione contro Siria e Iraq per annettersi altri territori, come i curdi che cercano di annettersi parte della provincia di Niniwa, in riconoscimento della partecipazione alla liberazione di Mosul"[10]. Ubaydat probabilmente parla dei peshmerga curdi o comunque curdi iracheni. Ma ora Salah Muslim, il leader del Partito dell'Unione Democratica (PYD, partito siriano curdo) annuncia il censimento della popolazione nel governatorato di Hasaqah, [11] ricordando un altro censimento in tempi caotici, manipolato dai turchi per appropriarsi del Sangiaccato di Alessandretta, che non faceva parte dello Stato turco, nel 1923, ma della Siria...

Washington vuole il Sunnistan tra Eufrate e Tigri

La maggior parte degli osservatori della regione sottolinea che gli Stati Uniti hanno deliberatamente ritardato la liberazione di Mosul, l'ultima grande città irachena occupata dallo SIIL, a sua volta controllato dagli Stati Uniti, ed hanno assicurato il loro sostegno all'esercito iracheno e dato il via all'operazione solo in prossimità delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Questo per accreditare la candidata democratica e aumentarne le possibilità di vittoria di Hillary Clinton. Ma Nasir Qandil dettagliando i piani C, D o Z del governo degli Stati Uniti, sottolineava che la liberazione di grandi città non significa assolutamente eliminare lo SIIL dalle enormi aree circostanti scarsamente popolate ma ricche di petrolio e superfici coltivabili, e studiando la posizione delle città su cui gli Stati Uniti cercano di mantenere la loro influenza, si nota che sono tutte situate tra il Tigri e l'Eufrate, territorio già noto come "terra dei due fiumi" e culla di molte grandi civiltà, ed ora riservato al loro mostruoso Frankenstein. In sintesi: "Non si deve pensare che la vittoria dell'esercito iracheno, sostenuta dalla coalizione internazionale guidata da Washington, significhi eliminare lo SIIL dall'Iraq. Certo, Ramadi e Tiqrit sono state liberate, ma la prima é sulle rive dell'Eufrate e la seconda é Mosul sulle rive del Tigri. Tuttavia, metà della provincia di al-Anbar (al-Ramadi), due terzi della provincia di Salahudin (Tiqrit) e tre quarti della provincia di Niniwa (Mosul) sono ancora occupate dallo SIIL dalla liberazione di Mosul. Cosí il triangolo di circa 70000 Kmq, definito da confine con la Siria, riva orientale dell'Eufrate e riva occidentale del Tigri, resteranno allo SIIL. Perché le aree popolate nel triangolo, pari a sette volte il Libano, si limitano a Sinjar e Tal Afar, il resto é deserto o é occupato da aziende agricole o installazioni petrolifere, dove potranno facilmente nascondersi, riprendersi e riarmarsi per gli obiettivi in sospeso di Washington. Allo stesso modo in Siria, la liberazione di Raqqa, Tabaqa, Dayr al-Zur e Buqamal non significa l'eliminazione dello SIIL. Si avrà anche una striscia di territorio di 70000 kmq ad est dell'Eufrate, dove le aree abitate solo sono Hasaqah e Qamishli. Ció spiega perché gli statunitensi non siano preoccupati dalla liberazione di Mosul, essendo evidente che le loro tattiche usano lo SIIL per fare pressione su Siria e Russia per avere accordi adatti. Ció spiega anche la linea rossa imposta dalla Turchia ad est dell'Eufrate, che vuole la sua parte in Siria ad ovest del fiume. Gli statunitensi si riservano il diritto di suonare la ritirata dello SIIL a piacimento, proprio come nella regione del Waziristan, dove la situazione é simile a ció che accade nella "terra tra i due fiumi", e dove i droni sciamano sugli obiettivi che hanno deciso di colpire, per via degli accordi con il governo afgano con il pretesto della guerra al terrorismo, dove il governo é in una situazione analoga a quella in cui é incastrato quello iracheno. Infine, con il pretesto della lotta al terrorismo, i calcoli statunitensi sono gli stessi ovunque: tale lotta richiede accordi militari, su energia, materie prime e cosí via, per mantenere l'egemonia, nonostante i fiumi di sangue e distruzione..."[12].
Alla luce di quanto accade ad Aleppo, va ritenuto che i piani di divisione degli uni e di espansione degli altri siano probabilmente pronti, ma l'isteria occidentale, spinta dalla determinazione di Siria ed alleati a ripulire Aleppo dai terroristi, significa che hanno capito che né Siria né Russia cederanno al ricatto e, soprattutto, che lo Stato siriano ha categoricamente rifiutato qualsiasi accordo in stile afgano o iracheno.

Note:
[1] Generale Amin Hutayt, al-Alam TV
[2] L'aviazione della coalizione internazionale ha distrutto due ponti sull'Eufrate e sul Qabur
[3] Iraq: USA prevede di stipare lo SIIL nell'est della Siria
[4] Erdogan: i Peshmerga dovrebbe partecipare alla battaglia di Mosul
[5] Dichiarazioni di Erdogan sul futuro di Mosul fanno infuriare Baghdad
[6] I cristiani della piana di Niniwa celebrano la liberazione delloro aree dallo SIIL per opera dell'esercito iracheno
[7] Conferenza stampa del primo ministro iracheno Haydar al-Ubadi
[8] Generale Muhamad Abas, al-Mayadin TV
[9] Trattato di Losanna del 1923-SDN
[10] Generale Turqi al-Hasan, al-Iqbariya TV
[11] Gli approfittatori della battaglia di Mosul
[12] Il censimento a Qamishli
[13] 60 minuti con Nasir Qandil, 21 ottobre 2016

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora




Introduzione alla lettura de "Il Secolo Corto" Di Filippo Gaja


La Rivoluzione mondiale era possibile nel 1945?
Senza la bomba atomica il mondo oggi sarebbe socialista

Appunti per una conferenza tenuta dall’autore martedí 4 ottobre 1994 presso il Centro Civico di Lacchiarella.

["Il Secolo Corto", di Filippo Gaia. Edizioni Maquis, 1994]


Alla metà del 1945, al termine della guerra, la rivoluzione mondiale era un fenomeno concreto, materiale, non ipotetico, riscontrabile sul terreno a occhio nudo. Quali forze ne hanno impedito il compimento ? Questa enunciazione in genere provoca sorpresa. Si é abituati a pensare che la rivoluzione mondiale sia stata l’obiettivo delle lotte di liberazione che hanno segnato il processo di decolonizzazione a partire dagli anni 50. Questa é stata in realtà una seconda fase innescata dalla volontà ricolonizzatrice dell’imperialismo. Il momento culminante del processo rivoluzionario che, senza condurre al socialismo universale, ha comunque sconvolto l’ordine coloniale, si ebbe nel 1945.
Poiché detta in questi termini la cosa appare molto schematica, mi sento in dovere di ampliare con poche parole il quadro entro cui va collocato il problema.
Il periodo post bellico fino al 4 ottobre 1957, data che segna la fine della supremazia atomica statunitense, è quello in cui si formano e si rivelano le forze decisive dell’evoluzione politica, economica e militare del mondo contemporaneo. Ne faró una semplice enumerazione prima di entrare nei particolari.

Possiamo riassumere queste forze in sei punti:

1) Molto tempo prima che la guerra cominciasse, nel 1938, i banchieri, i finanzieri e gli industriali di Wall Street avevano già elaborato il loro programma per utilizzare l’imminente conflitto al fine di ereditare gli imperi coloniali inglese, francese, olandese, portoghese e giapponese. Il laboratorio di pensiero di Wall Street, il "Council on Foreign Relations", elaboró giusto nel 1938 la famosa teoria del XX secolo come "il secolo americano". Banchieri, finanzieri, industriali americani, non affidarono a forze esterne l’esecuzione pratica del programma di conquista del mondo, ma entrarono nel governo Roosevelt, diventando ministri e generali. Wall Street condusse la seconda guerra mondiale in proprio, come un grande affare. La guerra fu poi presentata per ottenere l’adesione delle masse come una crociata contro le dittature fasciste e per la libertà.

2) Nel corso della seconda guerra mondiale é balzata all’evidenza la gigantesca capacità di mobilitazione della forza delle masse che il socialismo contiene in sé. Nel corso della guerra l’Armata Rossa sovietica divenne la piú grande forza militare del mondo, cosa che spaventó il mondo capitalista, tanto quello tedesco che quello occidentale. Il maggior motivo di preoccupazione per il grande capitale non risiedeva solo nella constatazione della potenza raggiunta dall’Armata Rossa nella Russia sovietica, ma era data soprattutto dalla possibilità che tale capacità del socialismo di agglomerare forza militare si estendesse ai popoli coloniali.

3) La rivolta contemporanea di piú di 60 paesi coloniali, in Asia e in Africa, come prodotto delle contraddizioni innescate dal loro coinvolgimento nella guerra interimperialistica.

4) Momento di svolta decisivo per i destini del mondo, l’acquisizione da parte degli Stati Uniti dell’arma atomica, e l’instaurazione del terrore atomico attraverso il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, che diede un nuovo corso alla politica mondiale. La distruzione di Hiroshima e Nagasaki non fu operata per indurre il Giappone alla resa. I giapponesi erano già pronti alla resa. L’arma atomica aveva altri obiettivi: fu usata come forma di intimidazione verso l’Unione Sovietica per indurla ad astenersi dall’appoggiare la rivoluzione mondiale, e verso lo stesso mondo coloniale in rivolta.
Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki doveva rendere universalmente patente che gli Stati Uniti si arrogavano il ruolo di dominatori del mondo.

5) L’arma atomica consentí in effetti l’imposizione forzata dell’egemonia statunitense al mondo intero attraverso la difesa spasmodica del monopolio nucleare americano prima, e poi, perduto questo, della supremazia nucleare degli Stati Uniti. Questa imposizione della supremazia USA fu ottenuta attraverso l’installazione di 1600 basi militari terrestri, aeree e navali; attraverso una serie infinita di interventi occulti e palesi per arrestare l’evoluzione progressista nel mondo; attraverso il soffocamento delle lotte di liberazione. Ebbe due punti di svolta centrali: la guerra di Corea e del Vietnam.

6) Infine, l’assedio del comunismo e la crociata mondiale anticomunista comunemente chiamata Guerra Fredda, in cui democrazie e nazismo si riunirono, si materializzó in una guerra di logoramento condotta con ogni mezzo politico, diplomatico, militare, che gettó il mondo in uno stato di vita artificioso e in una tensione spasmodica per quarant’anni. Questa guerra fu condotta soprattutto con mezzi spionistici e culminó con la privatizzazione della sovversione programmata con il piano della CIA denominato "Progetto Democrazia".

Torniamo al "Secolo Corto". Il momento centrale di questo processo é stato il periodo 1945-1957. In questi anni, lo scontro delle forze che abbiamo enumerato creó i presupposti di tutto lo sviluppo futuro.
Tutto ció che é accaduto in questi ultimi cinquant’anni, tutto ció che accade attualmente sotto i nostri occhi, tutto ció che potrà accadere ancora per molti decenni é stato e sarà la conseguenza diretta degli avvenimenti occorsi in questi 12 anni. Per dimostrarlo concretamente faró due esempi.
Primo esempio: la corruzione in Italia. La mostruosa rete di complicità che lega grande capitale, classe politica, mafia e camorra, frange dei servizi segreti e dei corpi militari, non é un fenomeno naturale. La classe politica italiana fu arruolata fin dal dopoguerra come un corpo omogeneo all’interno delle esigenze della strategia militare, prima strettamente statunitense e piú tardi "occidentale", e sottoposta a un rigido controllo. La mafia fu installata dagli americani come forza politica di controllo della Sicilia. Classe politica asservita e mafia hanno poi creato il grande sistema della corruzione, ma sempre al servizio di esigenze strategiche militari ineludibili. Ne "Il secolo corto" vi sono tre capitoli dedicati a questo argomento, al quale mi dedico da trent'anni.
Un secondo esempio si ravvisa nell’esplosione demografica e catastrofica che ci troviamo di fronte oggi. Per 450 anni, fino al 1950. il colonialismo aveva calmierato la crescita dei popoli coloniali, Nel 1950 eravamo 3 miliardi. Vi sono delle cifre che dovrebbero essere insegnate ai bambini delle elementari: dal XVI secolo in poi il colonialismo europeo ha ucciso ogni secolo nelle colonie decine di milioni di asiatici, africani e latino americani. Nel '500 ne ha uccisi 8 milioni. Nel '600 24 milioni, nel '700 80 milioni, nell'800 40 milioni. Queste cifre sono il frutto del lavoro serio di etnologi qualificati, ma da molti sono considerate di molto inferiori alla realtà. Gli africani che si stanno risvegliando hanno intrapreso lo studio dei danni causati direttamente e indirettamente all’Africa dalla tratta degli schiavi. In quattro secoli l’Africa ha subito lo spaventoso dissanguamento di 200 milioni di figli, la distruzione di tutte le civiltà autoctone e l’annientamento di ogni capacità di sviluppo autonomo.
La rivolta dei popoli dopo il 1945 ha dischiuso la via allo sviluppo naturale delle popolazioni del Terzo Mondo, ripetendo lo sviluppo demografico che l’Europa aveva già conosciuto nel 1700. Nel 1964 gli abitanti della terra avevano raggiunto i 3.286 milioni, nel 1980 i 4.437 milioni e nel 1990 i 6 miliardi.
Il punto di partenza di questa evoluzione é l’anno 1945 e il successivo decennio. Ció conferma che quanto accade sotto i nostri occhi ha la sua origine negli anni 1945-1957. In questo periodo si sono manifestate le forze decisive per lo sviluppo presente e futuro della società umana. Queste forze si sono opposte fra loro e si sono combattute violentemente dando luogo a un intreccio drammatico di fatti che il piú delle volte sono rimasti segreti e che solo oggi vengono strappati agli archivi consentendo una rilettura della storia.

C’é una parte del libro che non é nel libro. Ne é peró la premessa necessaria. Avrebbe dovuto essere il capitolo iniziale ma é rimasto fuori per ragioni di dimensione del volume.
Per meglio comprendere tracceró un quadro della situazione coloniale quale era nel 1939.

In Asia, in Africa e in Oceania, fatta eccezione per l’Australia la Nuova Zelanda e il Sud Africa, tutti gli altri territori erano interamente soggetti al colonialismo europeo, americano e giapponese.
La Cina era invasa dai giapponesi.
La Manciuria era occupata dai giapponesi.
La Corea era giapponese.
Il Vietnam, il Laos e la Cambogia erano sotto autorità francese.
La Birmania era britannica.
L’India (che comprendeva gli attuali Pakistan e Bangladesh) era una colonia britannica.
La Malesia era colonia inglese.
Le Filippine erano sotto dominio americano.
L’Indonesia era colonia olandese.
In Medio Oriente, la Palestina era protettorato inglese.
Il Libano era protettorato francese.
La Siria ugualmente.
L’Irak era sotto dominio inglese.
In tutto il Golfo Persico dominavano gli inglesi anche quando, come nel caso dell’Arabia Saudita, vi era una parvenza di Stato indipendente.
In Africa, l’Eritrea, l’Etiopia, la Somalia erano colonie italiane.
Il Somaliland era colonia inglese.
Il Kenia, l’Uganda, il Tanganika erano colonie portoghesi.
La Rhodesia (oggi Zimbabwe) e lo Zambia erano colonie inglesi.
Il Madagascar era colonia belga.
Il Sudan era colonia inglese.
Sull&rsquo:Egitto gravava la "protezione" britannica.
La Libia era colonia italiana.
Tunisia, Algeria e Marocco erano francesi.
Guinea francese, Mauritania, Senegal, Costa D’Avorio, Dahomei, Togo, Niger e Ciad costituivano l’Africa equatoriale francese.
Sierra Leone, Ghana e Nigeria erano colonie inglesi.
La Liberia era sotto protettorato americano.
Il Cameroun, il Gabon, il Congo Brazzavile erano colonie francesi.
Su questa situazione la seconda guerra mondiale 6eacute; intervenuta come una irresistibile furia sconvolgitrice. Conviene puntualizzare schematicamente i meccanismi che, in soli sei anni, hanno innescato, dopo quattro secoli e mezzo, il processo di trasformazione dell’umanità, prima di passare a una analisi dettagliata delle diverse situazioni.

Ne precisiamo tre:

1) I soldati coloniali chiamati a partecipare alla guerra antinazista proclamata come guerra per la libertà, a guerra finita rappresentarono una potente spinta alla rivolta. Avevano combattuto per la libertà e volevano la libertà.
2) I partigiani che avevano combattuta le guerre di guerriglia in Europa contro i tedeschi e in Asia contro i giapponesi, a guerra finita si trovavano le armi in mano e non si lasciarono disarmare.
3) Vi é un altro fattore, in genere ignorato dagli storici e dalla propaganda per evidenti ragioni di comodo, ma obiettivamente importante, che ha contribuito alla dinamica rivoluzionaria anticoloniale in Asia. I giapponesi avevano scatenato la guerra in Asia sulla base di una dottrina, quella dell’"area di grande prosperità" in Asia, che nascondeva la volontà di sostituire la colonizzazione giapponese a quella occidentale. A guerra perduta, in extremis, sfruttarono gli ultimi residui di autorità per consegnare il potere locale nelle mani delle borghesie indigene, proclamando i paesi indipendenti. Con ció impressero una dinamica violenta alla ribellione contro il dominio coloniale europeo.

Passeró a una analisi piú approfondita della importanza assunta dalla partecipazione di truppe reclutate nelle colonie alla guerra mondiale. Di per sé le cifre sono impressionanti.
Nel marzo del 1940 la Francia aveva alle armi 340.000 soldati nordafricani e 110.000 nelle altre colonie. Alla guerra sul suolo francese parteciparono 8 divisioni di truppe coloniali. Dopo il 1940 per continuare la lotta nelle colonie i francesi reclutarono altri 60.000 uomini nell’Africa orientale (Senegal, Oubangui, Cameroun) e nell’Africa equatoriale francese che furono poi impiegati sul fronte atlantico, in Provenza, in Alsazia ecc. Nella famosa divisione Leclerc i soldati coloniali erano in maggioranza rispetto agli europei. Solo nella fase iniziale della guerra, fino al momento dell’armistizio nel 1940, 24.270 soldati coloniali e 4.350 malgasci erano caduti sul campo.
L’Inghilterra fece un ricorso ancora maggiore della Francia alle truppe coloniali. Per mettere insieme un esercito per combattere contro gli italiani in Etiopia, Eritrea e Somalia, i britannici reclutarono truppe in Tanganika, in Kenia, in Uganda, nel Nyassaland e in Rhodesia. Gli africani arruolati dagli Inglesi furono 372.000. I reggimenti coloniali esistenti nel 1939 furono rafforzati costituendo nuove unità: 3 brigate di truppe nigeriane; 2 brigate della Costa D’Avorio; 1 brigata della Sierra Leone; 1 brigata del Gambia. Nel 1943 queste brigate formarono la ottantunesima divisione e la ottantaduesima divisione. Dopo essere state impiegate in Africa Orientale italiana queste truppe furono impiegate su altri fronti: in Africa del nord, in Italia, poi sui fronti asiatici, in particolare in Birmania. Se poco si Sto arrivando! sull’insieme del problema delle truppe africane, meno ancora si sa sulle perdite che subirono. Uno dei rari dati conosciuti fa riflettere: le due divisioni composte di soldati africani impiegate in Birmania ebbero, in 5 mesi di campagna 494 morti, 1.417 feriti e 56 dispersi. Soltanto in India gli Inglesi reclutarono e armarono 2 milioni di uomini. Gli indiani alla data dell’agosto 1945 avevano subito 180.000 fra morti e feriti. Gli indiani furono impiegati dappertutto, in Europa, in Medio Oriente,in Africa, in Asia. La quarta divisione indiana, fu impiegata in Eritrea, in Siria, in Libia, in Tunisia, in Italia e in Grecia. Nelle varie campagne perdette 25.000 uomini. In Italia 6.000 soldati indiani furono uccisi nei combattimenti contro i tedeschi. In una sola battaglia nel sud est asiatico morirono 32.000 soldati indiani.

Si puó comprendere come i combattenti coloniali siano tornati con delle nuove idee alle loro case a guerra finita. Erano stati chiamati a combattere contro tedeschi, italiani e giapponesi in nome della libertà e a guerra finita i popoli coloniali cominciarono a esigere la libertà. Non si puó comprendere appieno la situazione concretizzatasi nel 1945 se non si sottolineano alcune caratteristiche.
A differenza di ogni precedente occasione di rivolta, gli oppressi erano bene armati. Avevano recuperato armi nel corso della guerra in grandi quantità; erano addestrati al combattimento moderno poiché questo addestramento gli era stato impartito dagli stessi dominatori; in piú avevano acquisito per la prima volta da 450 anni esperienza di guerra e di guerriglia. Infine la cosa pi6uacute; importante: la lotta era ad armi pari.
Nell’insegnamento della storia, si omette in generale di mettere in evidenza che la facilità con cui gli europei si sono impadroniti del mondo nel corso dei quattro secoli e mezzo fra il 1492 e il 1945 si é basata sulla superiorità tecnologica militare: i conquistadores in America Latina avevano polvere da sparo, cannoni, archibugi, cavalli, corazze e cani da combattimento, contro cui gli indigeni erano impotenti. Oltre alle armi e al materiale bellico, l&Rsquo;organizzazione, l’inquadramento e la tattica hanno mantenuto la superiorità militare degli europei sugli "indigeni" per vari secoli. L’invenzione della mitragliatrice, arma divenuta operativa nel 1884 con l’ordigno messo a punto dall’inglese Hiram Maxim seguita dalla mitragliatrice di William Browning nel 1892, moltiplicó questa superiorità. Nella pratica bellica occidentale la mitragliatrice ha fatto la sua comparsa in grande stile solo nel 1914 all’inizio della prima guerra mondiale. Ma per decenni era stata usata prima sui popoli coloniali in particolare in Africa, dove i colonizzatori si sono trovati a dovere fronteggiare grandi masse. La mitragliatrice é stata l’arma che ha permesso a un numero ridotto di conquistatori di sottomettere i popoli africani. Gli Zulu, i Dervisci, gli Hereros, i Matabele e molti altri popoli subirono la superiorità delle mitragliatrici, senza le quali la British South Africa Company non avrebbe mai potuto mantenere il possesso della Rhodesia (attuale Zimbabwe) e i tedeschi del Tanganika, gli inglesi dell’Uganda ecc. Non faró qui la storia sociale della mitragliatrice come arma colonialista e imperialista in Asia e in America, che pur sarebbe un tema molto istruttivo. Mi limito a ribadire il concetto che la superiorità tecnologica militare é stata per quattro secoli e mezzo l’elemento decisivo del dominio europeo del mondo. Ma nel 1945 la situazione si é trovata radicalmente cambiata.
Colonizzati in rivolta e colonialisti repressori si sono trovati con le stesse armi in mano, fucili, mitragliatrici, batzooka, bombe a mano, mine, artiglieria. Gettiamo ora uno sguardo piú profondo sulla situazione in Asia. Vorrei prendere in esame caso per caso la situazione nei vari paesi di Asia e Africa quale era a metà del 1945, ció al fine di eliminare ogni possibile dubbio sulla veridicità dell’affermazione che nel 1945 una certa "rivoluzione mondiale" era un fenomeno concreto.

INDIA
Prenderó le mosse dall’India. Gli avvenimenti indiani a cavallo della seconda guerra mondiale illustrano esemplarmente quale sia stato il meccanismo della trasformazione rivoluzionaria del mondo, intendendo per trasformazione rivoluzionaria il processo di disintegrazione del vecchio ordine coloniale.
Come sappiamo l’India era una colonia inglese. Il 3 settembre 1939 il viceré inglese annunzió con un breve comunicato che l’India era entrata in guerra a fianco dell’Inghilterra. Per conseguenza furono arruolati 2 milioni di sudditi indiani e mandati a combattere la guerra inglese sui vari fronti.
La partecipazione delle truppe indiane alla guerra inglese non destó che scarsa risonanza nelle masse indiane, abituate a considerare i soldati indiani inquadrati nell’esercito britannico come mercenari. Ma sul piano politico generale innescó il processo che dopo 9 anni di lotte portó allo smembramento dell’India e all’indipendenza. Infatti il Partito del Congresso di Ghandi colse puntualmente l’opportunità storica che gli si presentava. Già nel marzo 1940 i partiti indiani presero posizione contro il coinvolgimento indiano nella guerra dichiarando formalmente che l’India era stata trascinata in guerra senza essere stata consultata. Grandi rifiutó il suo appoggio all’Inghilterra, richiese l’immediata convocazione di una Assemblea Costituente ed esigette l’indipendenza assoluta.
Il movimento nazionalista indiano aveva come massimo esponente Ghandi.
Ma una parte del Movimento del Congresso passó dalla parte dei giapponesi, guidata da Chandra Bose che per tutta la durata della guerra continuó a incitare con tutti i mezzi gli indiani alla rivolta promettendo libertà all’India. Il Giappone cercó di influire sulla situazione interna indiana organizzando gli elementi indiani antinglesi riparati all’estero. Si formó, sotto gli auspici del Giappone, un esercito composto di indiani residenti in Malesia e in altre regioni sotto controllo giapponese, di prigionieri di guerra e di disertori. Dopo l’occupazione della Birmania nel marzo del 1944, i giapponesi entrarono in contatto diretto con il territorio indiano e tentarono di scagliare questo esercito raccogliticcio guidato da Bose contro l’India invadendo lo stato di Manipur.
L’operazione riuscí a tagliare le comunicazioni fra il Manipur e il resto dell’India. Ma la controffensiva inglese respinse gli invasori nippo-indiani oltre la frontiera birmana.
In realtà l’India aveva una lunga tradizione di lotte contro l’occupazione inglese. Lo scontro fra colonizzatori inglesi e popolazioni indiane aveva dato luogo a decine di rivolte, guerre locali e spedizioni punitive repressive degli Inglesi a partire dal 1686, culminate nella rivolta del Bengala del 1857-1858. Fino a quella data l’India era una colonia privata di un gruppo di azionisti di una compagnia capitalistica: la "Compagnia Inglese delle Indie Orientali".
Dopo la rivolta il Bengala divenne colonia della corona britannica.
Partendo dalla rivolta del Bengala, per un secolo, il nazionalismo indiano moderno come movimento intellettuale e delle classi e delle caste dirigenti era andato sviluppandosi e affermandosi e nel 1939 aveva già raggiunto la maturità. Se la rivolta anticoloniale indiana ha avuto un corso particolare ció dipende da due fatti. In primo luogo non avendo subito l’occupazione giapponese l’anticolonialismo indiano ha avuto un processo diverso dal resto dei paesi asiatici. Non si é prodotto quel movimento armato di liberazione contro l’occupante, unitario e politicamente caratterizzato da una prevalenza di tendenze sociali radicali, come nel resto delle rivoluzioni asiatiche. D’altra parte l’India è un paese complesso fatto di 25 Stati e 6 territori, nei quali si parlano 15 lingue ufficiali e fra le 3.000 e le 5.000 lingue e dialetti non riconosciuti. In India il peso delle religioni é enorme. L’influenza delle idee del marxismo rivoluzionario e la sua diffusione fra le masse era assai ridotta. Lo sviluppo dei partiti comunisti si é fatalmente adattato alle condizioni regionali e ne é risultato frantumato.
Ma benché la rivoluzione anticoloniale indiana abbia avuto un corso differente dalle altre asiatiche, la sottrazione dei 340 milioni dell’India al controllo diretto del colonialismo inglese ha rappresentato un fattore di indebolimento dell’impianto imperialista in Asia. In altri paesi asiatici la situazione nel 1945 si presentava ben diversamente. In questi la caratterizzazione delle forze anticoloniali di estrazione popolare era nettamente rivoluzionaria e associava apertamente l’obiettivo della liberazione dalla schiavitú coloniale e dell’indipendenza a quello dell’uguaglianza sociale. L’obiettivo della lotta era l’espropriazione dei colonialisti e la restituzione delle risorse del paese alla sovranità popolare, come base per la costruzione del socialismo.

CINA
Possiamo ora analizzare separatamente le varie situazioni cominciando dalla Cina. La lotta armata di lunga durata iniziata dai comunisti cinesi nel 1934 con la "lunga marcia", aveva ispirazione rigidamente ideologica, marxista, e un obiettivo luminosamente esplicito: fare della Cina un paese socialista. Fra il 1928 e il 1938 la lotta era stata diretta contro il nazionalismo reazionario del generalissimo Ciang Kai Shek (Kuomintang), emanazione del capitalismo cinese e mandatario degli interessi occidentali. L’invasione giapponese della Cina era iniziata nel 1933 con l’occupazione della Manciuria, ma investí direttamente il territorio cinese nel luglio del 1937. I comunisti furono perció costretti a battersi su due fronti, contro i Giapponesi e contemporaneamente, quando venivano attaccati, contro le truppe del Kuomintang.
Nel corso della lotta antigiapponese il comunismo cinese ha conosciuto un formidabile sviluppo. Gli effettivi dell’Armata Rossa, che erano di 92.000 uomini nel 1937, erano diventati 475.000 nel 1944 e crebbero vorticosamente nella fase finale del conflitto. Le "Milizie del popolo", forze rivoluzionarie ausiliarie, contavano già nel 1944 2.130.000 uomini. Erano armate in modo sommario ma avevano portato al livello dell’arte l’uso delle bombe a mano e degli esplosivi.
Inoltre i comunisti cinesi avevano formato un corpo di autodifesa chiamato "Associazione Popolare di Resistenza ai Giapponesi", che metteva in atto forme elementari di resistenza e rudimentali azioni offensive di ogni genere (contro le trasmissioni, i trasporti, i rifornimenti nemici). Già nel 1942 l’"Associazione" contava ben 16 milioni di uomini e donne che aumentarono ancora fino al 1945.
L’assoggettamento economico della Cina era l’obiettivo principale dell’imperialismo americano in Asia: il pezzo forte del bottino finale della guerra contro i Giapponesi, destinato a fornire uno sbocco alla produzione industriale americana. L’immenso mercato cinese avrebbe consentito uno sviluppo illimitato al capitalismo statunitense. Si comprende l’accanimento impiegato dagli americani per contrastare l’avanzata della rivoluzione cinese. Nell’ultima fase del conflitto, quando ormai era certo che il Giappone sarebbe stato sconfitto dagli anglosassoni, Ciang Kai Shek smise di attaccare i Giapponesi e concentró tutte le sue migliori truppe, addestrate dagli Americani, e tutto il meglio del suo armamento americano, artiglieria, aviazione e carri armati, contro l’Armata Rossa nell’inutile tentativo di arrestarla. Quello che ho detto qui é la premessa per comprendere quanto ho sviluppato ne "Il secolo corto", che affronta il tema degli interventi americani in Cina per soffocare la rivoluzione cinese. Era talmente importante per gli Stati Uniti bloccare l’avanzata dei comunisti che giunsero a impiegare le stesse truppe Giapponesi prigioniere contro l’Armata Rossa di Mao Tse Tung.
L’imperialismo yankee non riuscí ad arrestare la rivoluzione cinese. Ció accadde perchè i soldati americani si rifiutarono di partecipare nella misura che sarebbe stata necessaria alla repressione contro le masse cinesi. Nel capitolo "Riportateci a casa", "la rivolta delle truppe USA" de "Il secolo corto" questo tema é sviluppato ampiamente. In definitiva gli americani riuscirono solo a ritardare di 4 anni la vittoria finale di Mao Tse Tung.
Prima di passare ad analizzare le altre situazioni rivoluzionarie asiatiche mi sembra necessario sottolineare un fenomeno cui ho già fatto brevemente cenno. Parlando di rivoluzione indotta dalla guerra mondiale in Asia occorre precisare un ulteriore fattore di contraddizione. Le idee correnti sulla guerra fra Giappone e Stati Uniti in Asia ci vengono generalmente dai film di Hollywood. Una fonte storica francamente insufficiente. In realtà, come ho anticipato, i Giapponesi attuarono la conquista dell’Asia nei "duecento giorni di vittorie" (ricordiamo che per completarla mancavano loro soltanto l’occupazione della Nuova Guinea e l’invasione dell’Australia). La scaturigine reale della politica giapponese verso i paesi asiatici occupati derivó dal fatto che le forze giapponesi erano insufficienti per condurre una lotta simultanea contro gli Stati Uniti e contro una rivolta generale dei paesi occupati dove erano da tenere sotto controllo 400 milioni di abitanti. I Giapponesi ricorsero quindi al tentativo di associare i popoli asiatici alla lotta contro il colonialismo occidentale, sfoderando un programma detto di "creazione di un’area di grande prosperità asiatica" dopo il rovesciamento del dominio coloniale inglese, francese, americano e olandese. In tutta l’Asia occupata dai Giapponesi le classi indigene proprietarie produssero tendenze disposte a integrarsi nei piani giapponesi. Praticamente ovunque nei paesi asiatici occupati i Giapponesi riuscirono a mettere in piedi governi collaborazionisti sostenuti da un certo consenso di base.
La propaganda giapponese puntava a dare al termine DAI TOA (grande Asia) un significato di "generosità, grandezza e armonia dei paesi dell’estremo oriente". All'inizio del 1942 fu creato a Tokio il DAI TOA SHO, cioè il ministero della grande Asia, il cui programma immediato era di portare all’indipendenza la Birmania e le Filippine. Se si vogliono cercare obiettivamente i fattori dialettici che hanno portato alla distruzione degli imperi coloniali in Asia occorre ammettere che il programma giapponese conteneva in sé i fermenti capaci di dare impulso ai nazionalismi in Asia, dove, occorre tenerlo presente, esistevano classi dirigenti borghesi capitalistiche mature, pronte a far proprio il potere politico.
Nei fatti, la vera opposizione ai Giapponesi é venuta in tutta l’Asia dal basso, dai contadini ansiosi di conquistare il possesso della terra, e di giustizia sociale, pronti a imbracciare le armi per sfruttare il momento della disintegrazione secolare dell’ordine coloniale.

MALESIA
Nel 1945 la situazione si presentava ugualmente sull’orlo di uno sbocco rivoluzionario. I Giapponesi avevano occupato la penisola di Malacca in 50 giorni nel dicembre 1941. I britannici, fatto saltare il ponte che univa l’isola di Singapore al continente, tentarono un’ultima resistenza a Singapore poi capitolarono. All’epoca la Malesia era uno Stato a composizione mista. A Singapore la popolazione era costituita da 120.000 malesi, 750.000 cinesi, oltre a 70.000 indiani e 9.000 europei. Nell’insieme della Malesia, la maggioranza era di origine malese ma con una fortissima minoranza cinese (piú di un terzo degli abitanti).
La predominante etnica malese all’interno della quale i contadini poveri erano in maggioranza, fu corteggiata dai Giapponesi, nel quadro della loro politica che mirava a presentare la guerra antiamericana come una guerra di liberazione dell’Asia. La resistenza antigiapponese in Malesia fu essenzialmente condotta dalla parte di popolazione di origine cinese. I britannici stabilirono una intensa collaborazione con il "Malayan Communist Party", che nel corso del conflitto continuó incessantemente a rafforzarsi in numero di uomini, in armamento e in organizzazione. Quando i giapponesi abbandonarono la Malesia, i comunisti rappresentavano la forza dominante, sia nella penisola che a Singapore. Anche in Malesia la lotta anticolonialista non era un fenomeno nuovo.
Fu a partire dal 1923 che i primi militanti cinesi comunisti cominciarono a fare proseliti in Malesia e a Singapore. Nel 1926 costituirono a Singapore il sindacato generale dei Mari del Sud, che nel 1928 cambió il proprio nome in quello di Partito Comunista dei Mari del Sud. Poi, nel 1930, formó il PC di Malesia (MCP).
Immediatamente la polizia inglese ne catturó i principali capi, riducendo il partito quasi a zero. Per una curiosa beffa della storia, saranno proprio i Britannici che favoriranno la sua vera rinascita.
Nel dicembre 1941, qualche giorno prima dell’invasione giapponese, l’MCP prese la decisione di passare alla clandestinità per organizzare, sull’esempio di quando accadeva in Cina, la lotta dei contadini poveri per opporsi alle immancabili razzie di raccolti che i giapponesi operavano, secondo tradizione, sistematicamente. Poco prima della caduta di Singapore, i comunisti, che avevano una formazione militare, furono disseminati in Malesia, per costituire l’ossatura dell’armata popolare malese antigiapponese (APMAJ). Nell’aprile 1945, il PCM proclamó in chiaro che l’obiettivo della lotta armata consisteva nella "lotta per la liberazione nazionale" e nella creazione di un "esercito di liberazione" per la costituzione di una Repubblica Democratica Popolare alla fine delle ostilità. I Britannici erano perció coscienti di queste mire, ma decisero di assumersi un rischio calcolato sostenendo le unità di guerriglia dell’MCP che costituivano d’altronde la sola forza in grado di opporsi in Malesia agli occupanti Giapponesi. Nel dicembre 1945, dopo la resa giapponese, i guerriglieri tornarono ai loro villaggi ma rifiutarono di farsi disarmare e si organizzarono politicamente nell’Associazione dei Veterani dell’APMAJ e nella Federazione dei sindacati pan-malesi. Inoltre, circa 4.000 guerriglieri rimasero nascosti nella giungla, perfettamente armati e inquadrati. Nel 1945 la guerriglia comunista era in realtà la forza di potere decisiva in Malesia. Nel febbraio 1948 si verificó un’importante svolta con la Conferenza della Gioventú Asiatica di Calcutta. La repressione colonialista era stata scatenata in tutta l’Asia. La parola d’ordine dell’insurrezione armata fu lanciata a Calcutta e raccolta dal Partito Comunista Malese.
La federazione dei sindacati pan-malesi organizzó sciopero su sciopero. L'APMJ si trasformó nell’esercito popolare antibritannico di Malesia e in seguito, il primo febbraio 1949, in Armata Nazionale Per la Liberazione della Malesia (ANLM). Fu costituita la Lega per la Liberazione Nazionale della Malesia (LLNM). I comunisti malesi fecero ogni sforzo per unire insieme tutte le nazionalità della Malesia, ma con un successo relativo. La guerriglia antibritannica raggiunse uno sviluppo notevolissimo. 5.000 guerriglieri restarono alla macchia nella giungla a tempo pieno, e 9.000 partigiani agivano in funzione di truppe di sostegno. I 14.000 uomini erano suddivisi in reparti organici che noi tenderemmo a chiamare "brigate". Il 95% di queste 12 "brigate" era costituito da combattenti di etnia cinese; solo la decima brigata, che agiva nella provincia di Pahang, era composta da 300 malesi musulmani. Le azioni armate dell'ANLM erano sostenute dal movimento popolare "Min Yuen", che ne costituiva la logistica, per il rifornimento ai guerriglieri di alimenti, medicamenti e fondi, per le informazioni. Al vertice, l’ANLM, l’LLNM e il movimento popolare erano sotto il diretto controllo dei 12 membri del comitato centrale del Partito Comunista Malese. Le decisioni politiche e le direttive militari generali erano prese sotto la responsabilità dei tre membri dell’ufficio politico e dal segretario generale Chin Peng.
La tattica del PCM consistette nell’applicazione di un terrorismo senza sfumature contro i Britannici e i loro sostenitori. Gli Inglesi sfruttarono questa tattica errata per dividere Cinesi da Malesi e per alimentare nei Malesi risentimento e paura. Nell’ottobre 1951 il Comitato Centrale prese coscienza che l’insurrezione stava andando incontro alla sconfitta e decise un cambiamento di strategia. I guerriglieri si ritirarono nelle regioni montagnose mentre il movimento popolare ricevette la direttiva di agire soprattutto sul piano della propaganda.
Gli Inglesi usarono una tattica spietata e in 12 anni di lotta giunsero quasi a sterminare la guerriglia cino-malese. Nel 1955 apparve evidente che la lotta armata era fallita e i superstiti dell'ANLM ripiegarono all’estremo sud della Thailandia. La repressione inglese fu l’unico successo pieno ottenuto dai colonialisti occidentali in Asia e ha continuato a essere studiata come un modello di controguerriglia nelle accademie occidentali. Era basata sul principio di frantumare le unità guerrigliere, isolarle in piccoli gruppi e distruggerle con forze soverchianti. Tutta la popolazione suscettibile di fornire aiuto alla guerriglia venne concentrata in 480 campi sorvegliati, spopolando le campagne. I lavoratori delle piantagioni furono obbligati a vivere, dopo il lavoro, in villaggi posti sotto sorveglianza militare.

BIRMANIA
La Birmania offre un altro esempio degli inesorabili meccanismi della dialettica rivoluzionaria. Notoriamente la Birmania, paese molto ricco di risorse (legno di tek, rubini, piombo, rame, zinco, tungsteno era considerata uno dei gioielli della corona inglese, ed era governata dall’amministrazione coloniale britannica con mano di ferro. Un’agitazione per l’indipendenza era in atto in Birmania fin dal 1931.
La resistenza anti inglese era animata dagli strati intellettuali della società indigena, espressione principalmente del desiderio della borghesia birmana di strappare agli Inglesi lo sfruttamento delle ricchezze del paese. Nelle campagne i contadini erano invece in movimento per la riforma agraria. Al loro interno andavano rapidamente radicandosi i movimenti di ispirazione comunista.
Quando i Giapponesi invasero la Birmania nel 1942 non vi fu una resistenza propriamente birmana. Solo le popolazioni di frontiera, al nord, al centro e al sud, non propriamente birmane, che erano state artificiosamente annesse alla Birmania dall’amministrazione coloniale britannica, i Karen a est di Rangoon, gli Shan a nord-ovest, i Cachin e i Chin alla frontiera con l’India, opposero una accanita resistenza agli invasori giapponesi. I Birmani propriamente detti, o per meglio dire le classi abbienti birmane accettarono globalmente i vantaggi della politica di "co-prosperità" giapponese che offriva la possibilità di accedere, almeno formalmente, a una parvenza di indipendenza. Fu cosí formato anche un governo birmano filo giapponese che dichiaró guerra alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti.
Nel maggio 1943, come ho accennato, un esercito nappo-indio-birmano penetró per qualche decina di chilometri nel Bengala. Era un tentativo di spingere alla sollevazione gli Indiani, ma l’India non era matura per questa evenienza. Se la politica filo giapponese trovó successo negli strati superiori della società birmana, lasció indifferenti gli strati inferiori. I contadini erano contro tutti i colonialismi, sia quello giapponese che quello inglese, poiché il colonialismo era ció che impediva la riforma agraria.
Nel 1944 gli alleati occidentali intrapresero la riconquista della Birmania con un corpo di spedizione di 750.000 uomini composto di truppe inglesi, americane, di due divisioni cinesi nazionaliste addestrate in India, di mercenari gurka e coscritti indiani. La nuova situazione diede luogo alla nascita di un forte movimento contro l’occupazione angloamericana, che assunse tutta le caratteristiche di una guerra di liberazione nazionale. La borghesia birmana capí che era giunto il momento di approfittare delle contraddizioni interimperialistiche per ottenere l’indipendenza e i contadini compresero che occorreva costituire una forza armata popolare. Il generale Aung San, che era stato ministro della guerra nel governo birmano filo giapponese, fondó la "Lega Popolare Antifascista per la Libertà" attorno alla quale si agglomerarono successivamente tutte le forze moderate birmane. Fu poi proprio alla Lega Popolare Antifascista per la Libertà che gli Inglesi si affidarono per salvaguardare i loro interessi in Birmania, in quanto la "Lega" era la formazione piú a destra di tutte quelle esistenti. Tutte le altre erano caratterizzate da programmi politici e sociali radicali. Quando, dopo il ritiro dei Giapponesi dalla Birmania, la forza d’occupazione anglo-cino-americana viene sciolta e ritirata, restarono sul terreno, da un lato, una serie di forze guerrigliere organizzate per etnie, all’interno delle quali i comunisti costituivano la forza decisiva (PCB), e dall’altro la "Lega Popolare" del generale Aung San.
In ogni modo la situazione birmana era assolutamente sfuggita a qualsiasi possibilità di controllo da parte dell’impero inglese e nel settembre del 1947 Londra si rassegnó a dare alla Birmania lo statuto di Stato sovrano.
Le elezioni del 9 aprile 1947 furono boicottate dai partiti nazionalisti regionali ed etnici e comunisti, e furono perció poco o nulla rappresentative. Gli scarsi elettori portarono al potere la "Lega Popolare Antifascista per la Libertà", contro la quale si produsse subito una intensificazione in tutta la Birmania delle guerriglie etniche. Come detto, al loro interno, come fattore di unità e di coesione, operava il PCB, organizzato su basi politiche e ideologiche a scala nazionale. Il generale Aung San, considerato vicino ai comunisti, fu assassinato subito dopo le elezioni e la sua sparizione aprí la strada alla trasformazione del potere centrale birmano in un regime dittatoriale militare esasperatamente anticomunista anche se mascherato sotto l’etichetta di "Governo del partito del programma socialista". Piú tardi il governo militare portó l’equivoco alle estreme conseguenze proclamando la Birmania "Repubblica socialista dell’unione birmana" volta a realizzare la "via birmana al socialismo". Il suo programma reale era la lotta al comunismo. I comunisti erano usciti dalla guerra come una potente forza militare e politica, avevano reparti in armi in tutto il paese, e conducevano la guerriglia in appoggio alle rivendicazioni dei contadini per la terra non solo nelle regioni periferiche, in alleanza con le guerriglie etniche, ma anche nel cuore del paese birmano e giunsero a occupare le due maggiori citt&agrae; birmane, Mandalay e la capitale Rangoon.
Non potró qui fare tutta la storia della molto complessa evoluzione della situazione birmana. Il mio scopo era solo quello di evidenziare come alla fine della guerra, nel 1945, esistevano in Birmania una grande forza rinnovatrice di cui i comunisti costituivano il nerbo ed il collante. Mi limiteró a segnalare che l’azione repressiva dei militari di Rangoon ha avuto ragione della resistenza armata comunista solo nelle regioni centrali della Birmania del fiume Iravadi, del Pegu e dell’Arcan.
A distanza di decenni l’immutato governo dittatoriale di Rangoon si trova oggi a fronteggiare una quindicina di eserciti ribelli che controllano circa un terzo della Birmania. Il partito comunista in quanto tale ha un esercito di circa 10.000 uomini e controlla un territorio di circa 20.000 chilometri quadrati con capitale Pangshan, nel nord-est, ai confini con la Cina. Ma i comunisti sono presenti e organizzati in tutti gli stati e in tutti gli eserciti etnici, perció continuano a rappresentare ancor oggi il vero fattore di unità nella frammentazione regionale ed etnica. A distanza di quasi cinquant’anni la situazione in Birmania resta complessa. Sono in attività il Kachin Indipendence Army, lo Shan State Army, il Consiglio Nazionale Socialista del Nagaland alla frontiera con l’India, il fronte Rohyngyas dell’Arakan, gli eserciti delle popolazioni Wa, Palaung, Pao, Karenni e Kayan. Tutte queste rivolte sono, per lo meno formalmente, collegate nel Fronte Nazionale Democratico, alleato su un piano di uguaglianza al Partito Comunista Birmano. Soltanto il Karen National Liberation Army rifiuta l&rsuo;alleanza con i comunisti per ragioni ideologiche. I Karen controllano una banda di territorio di 1.000 chilometri lungo la frontiera con la Thailandia.

THAILANDIA
Fa eccezione nel quadro. Sfuggita alla colonizzazione diretta occidentale la Thailandia era nel 1940 un paese retto, a partire dal 1933, da una elite aristocratica rigidamente nazionalista che fu attratta dal programma giapponese della "grande area di prosperità" e firmó un trattato di alleanza con il Giappone, e nel gennaio 1942 dichiaró guerra alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Un esercito tailandese di 90.000 uomini partecipó a fianco dei giapponesi alla conquista della Birmania. L’alleanza con i Giapponesi portó la Thailandia ad annettersi, durante la guerra, 70.000 chilometri quadrati di territorio laotiano e cambogiano, quattro province malesi, e il territorio birmano abitato dalla popolazione Shan. La Thailandia non subí l’occupazione giapponese.
L’organizzazione comunista era debole. Esisteva dal 1932 un Partito Comunista del Siam, che peró aveva aderenti quasi esclusivamente nella minoranza cinese. Anche se nel 1942, nel momento dell’alleanza tailandese con il Giappone, il Partito Comunista dalla clandestinità si era dichiarato aperto a tutta la popolazione Thai, i comunisti restarono sostanzialmente il partito dei cinesi. Alla fine della guerra l’elite dirigente tailandese operó un perfetto voltafaccia in senso filo occidentale, allineandosi agli interessi inglesi e americani, sfruttando la sua preziosa posizione strategica di baluardo reazionario giusto al centro di tutta la regione in rivolta (Birmania, Malesia, Indocina). La Thailandia ufficiale passó cosí dal campo giapponese al campo occidentale senza subire danni. Si avrà una fase guerrigliera tailandese successiva ma sarà una estensione della guerra del Vietnam.

VIETNAM
La rivoluzione del Vietnam é quella su cui l’attenzione del mondo si é maggiormente fermata. Basterà ricordarla per sommi capi. Lo sviluppo della forza rivoluzionaria in Indocina puó essere considerata una emanazione diretta della Rivoluzione d’Ottobre, e si puó ricostruire attraverso le diverse fasi della vita del suo massimo esponente, Ho Chi Minh. Nel 1921 Ho Chi Minh, studente in Francia, fu fra i fondatori del Partito Comunista Francese ed eletto a occuparsi delle questioni coloniali nel comitato centrale del PCF. Probabilmente, ma non é documentato, fu presente al Congresso dei Popoli d’Oriente di Baku, nell’agosto del 1920. In Francia inizió subito la preparazione della rivoluzione anticolonialista fondando "L’Unione Intercoloniale", come organizzazione di lotta dei popoli coloniali sottomessi alla Francia, e il giornale "Le paria".
Nel 1933, a Mosca, assunse l’incarico di rappresentante delle masse contadine delle colonie nel Komintern. Nel 1925 raggiunse i comunisti cinesi per incarico del Komintern e a Canton fondó "L’Unione dei Popoli Oppressi dell’Asia" riunendo gli emigrati del Vietnam, della Corea, dell’Indonesia, della Malesia e dell’India che vivevano in Cina. In Vietnam esisteva un gruppo giovanile di ispirazione rivoluzionaria: i "Cuori fraterni del Vietnam", primo nucleo del futuro Partito Comunista anche se dall’esterno questo gruppo si presentava come nazionalista. La tattica predicata da Ho Chi Minh allo scopo di evitare la repressione era quella di mimetizzarsi e consolidarsi. In un opuscolo "La via della rivoluzione", nel 1926, Ho Chi Minh indica come obiettivo possibile la rivoluzione dei popoli coloniali contro gli imperialisti e non la rivoluzione socialista.
Quest’ultima restava un obiettivo implicito ma non espresso, il cui conseguimento era affidato alla dialettica dei fatti. La guerra in Asia fu per i comunisti vietnamiti l’occasione per introdurre l’elemento soggettivo nella oggettività del processo storico. Nel 1940, dopo il crollo della Francia di fronte ai Tedeschi, i Giapponesi stabilirono un accordo con l’amministrazione coloniale francese, che seguiva le direttive del governo di Vichy, ottenendo il diritto di passaggio sulle strade vietnamite cambogiane e laotiane per raggiungere la Cina meridionale. Questa prima penetrazione si trasformó in un controllo totale del Vietnam. Spontaneamente un pó in tutto il Vietnam nacquero nuclei di resistenza, che per inesperienza rischiarono di farsi sterminare da Giapponesi e Francesi uniti. Ho Chi Minh intervenne per impedire le rivolte isolate. Istituí un comando centrale, al confine con la Cina e intraprese l’organizzazione capillare della resistenza armata. Tutto veniva fatto non in nome del partito ma in nome dell'"Esercito per la Liberazione della Patria".
L’esercito venne effettivamente costituito, ma evitó qualsiasi combattimento fino al 1944. Fino ad allora si limitó a raccogliere uomini ed armi e ad addestrarli. Nel 1944, quando si fece palese che i Giapponesi avrebbero perduto la guerra, Ho Chi Minh affidó a Vo Nguyen Giap il compito di organizzare una grande forza armata per la lotta decisiva contro il colonialismo. Giap creó i reparti di "propaganda armata" che si affiancarono alle "Unità per la Liberazione della Patria" e creó in ogni villaggio i "comitati di autodifesa". Il tutto costituí l’"Esercito per la Liberazione del Vietnam". Politicamente tutti gli elementi rivoluzionari furono raggruppati nella "Vietnam Doc Lap Dong Minh", cioé la "Lega per l’indipendenza del Vietnam", conosciuta come Viet Minh.
Nel corso della guerra antigiapponese l’organizzazione militare rivoluzionaria vietnamita mantenne uno stretto contatto con gli Americani. Gli osservatori del Viet Minh controllavano ogni movimento dei Giapponesi e delle forze colonialiste francesi. Una nutrita delegazione dei servizi segreti strategici USA era collocata presso il quartier generale di Ho Chi Minh, dotata di una radio potente.
L’organizzazione del Viet Minh aiutó i piloti americani abbattuti ad attraversare il territorio controllato dai Giapponesi per rientrare in Cina. Di tempo in tempo le unità militari vietnamite fecero anche saltare ponti o minarono tratti di strada, su richiesta americana, per ostacolare i movimenti Giapponesi. In cambio i Vietnamiti ricevettero dagli Americani e dai Cinesi lanci di armi e di equipaggiamento.
Nel marzo del 1945 i Giapponesi attaccarono e disarmarono le guarnigioni francesi sospettate di seguire gli ordini di De Gaulle e cioè degli alleati. La rivoluzione vietnamita veniva automaticamente spinta nella fase finale. Nel giugno del 1945 tutte le forze pronte al combattimento furono concentrate nelle province di Cao Bang, Bac Can, Lang Son, Thai Nguyen, Tuyen Quang e Ha Giang. Questo territorio fu dichiarato territorio libero.
Il 24 luglio 1945, quando già il Giappone era in procinto di arrendersi, il governo di Tokio emise una dichiarazione formale proclamando l’indipendenza del Vietnam e trasferendo il potere all’imperatore Bao Dai. Dopo la seconda atomica, quella di Nagasaki, il 10 agosto la radio giapponese annunció che il Giappone era pronto a capitolare. Lo stesso 10 agosto Ho Chi Minh fu eletto presidente del governo provvisorio del Vietnam, e venne lanciato l’ordine di insurrezione generale. Agli ordini di Nguyen Giap, comandante militare, le unità dell’esercito popolare uscirono dalle foreste ed irruppero nei territori fin lí occupati da Giapponesi e Francesi impadronendosi di un grande bottino di armi e munizioni, che furono subito distribuite al popolo. Contemporaneamente le "Brigate di propaganda" promossero manifestazioni di massa ad Hanoi, nella città imperiale di Hue e a Saigon.
Il 26 agosto l’imperatore Bao Dai abdicó compiendo in modo ufficiale e solenne il gesto pubblico di consegnare il "sigillo imperiale di Stato" all’inviato del governo provvisorio di Ho Chi Minh. Fatto di grande significato poiché:
a) legittimó giuridicamente il potere del nuovo governo;
b) agli occhi di quella parte dei vietnamiti ancora chiusi nella tradizione confuciana, il "mandato del cielo" passó direttamente dall’imperatore ai comunisti e assicuró la legale continuità del potere statale.
Il 2 settembre infine, mentre a bordo della corazzata Missouri gli Americani ricevevano a Tokio la capitolazione giapponese, ad Hanoi Ho Chi Minh proclamava la nascita della Repubblica democratica del Viet Nam. Il Viet Nam fu il primo paese ex coloniale che raggiunge insieme i due obiettivi, quello di scrollarsi di dosso l’oppressione coloniale, quello di raggiungere l’indipendenza come Stato e quello di porre le basi di un regime di uguaglianza sociale. Quello vietnamita é stato un modello insuperato di strategia e di tattica rivoluzionaria. Non entreró nel merito di ció che é accaduto poi: lo sbarco degli Inglesi nel sud, il ritorno dei colonialisti francesi, la prima guerra di Indocina, la sconfitta francese di Dien Bien Phu, il subentro degli Americani, la seconda guerra e la sconfitta definitiva dell’imperialismo yankee, poiché ció fa parte della storia a tutti nota.

FILIPPINE
Le Filippine sono un paese con una lunga tradizione di lotta anticoloniale. Colonizzate dagli spagnoli alla fine del 1500 furono invase dagli Americani nel 1899. I filippini condussero contro l’occupazione USA una guerriglia di resistenza che duró fino al 1907.
I comunisti comparvero sulla scena filippina nel 1931, interpreti soprattutto delle esigenze dei contadini fra cui misero salde radici, e dello scarso proletariato industriale, in particolare i minatori. I Giapponesi occuparono le Filippine fra il dicembre del 1941 e l’aprile del 1942, e giocarono con la borghesia filippina la carta della "grande prosperità". La maggior parte della classe dirigente filippina si mostró pronta a collocarsi nell’orbita giapponese. La resistenza antigiapponese fu esclusivamente popolare, in specie contadina, in quanto le truppe giapponesi si sostenevano con requisizioni e razzie dei raccolti e i contadini erano nella necessità di difendersi.
C’era dunque una ragione materiale perché i contadini prendessero la armi contro i Giapponesi.
La resistenza popolare cominció a prendere forma nel marzo del 1942 come movimento Huk, abbreviazione della parola "Hukhalahap", che significa Esercito di Liberazione. Il movimento si estese rapidamente e al termine della guerra gli Huk disponevano di una forza armata di oltre 100.000 uomini. Gli americani avevano inizialmente sostenuto gli Huks per indebolire i Giapponesi, ma si resero rapidamente conto che a guerra finita gli Huks avrebbero rappresentato un pericolo per il colonialismo. Prima ancora che la guerra finisse, nelle zone sotto loro controllo gli Huks avevano stabilito, per la prima volta nella storia filippina, delle istituzioni democratiche nei villaggi, lo sfruttamento in comune delle terre senza padrone, il sequestro dei raccolti dei proprietari feudali pro imperialisti. Gli Americani iniziarono il doppio gioco contro gli Huks già a metà del 1944 e dopo il termine della guerra scatenarono la guerra aperta contro gli Huks che rifiutarono di lasciarsi disarmare. Una guerra che non é mai terminata, perché la guerriglia Huks, fra alti e bassi é viva ancora oggi. In conclusione nel 1945 si era formata una forza popolare nelle Filippine che era nelle condizioni di assumere il potere, cosa che, senza l’intervento americano, sarebbe inevitabilmente accaduta.
Il nazionalismo borghese filippino seguí una diversa strada. Una parte legata agli interessi americani si limitó ad attendere il ritorno degli Stati Uniti. Una parte si schieró a fianco dei Giapponesi e formó un governo collaborazionista. Nell’autunno del 1944 gli Americani intrapresero la riconquista delle Filippine che fu compiuta in nove mesi. Al termine, come detto, l’amministrazione coloniale americana subito intraprese la repressione degli Huks. Fu concessa l’amnistia a coloro che avevano collaborato con i Giapponesi e fu dichiarato illegale il partito comunista.

INDONESIA
La lotta contro il colonizzatore olandese aveva radici antiche. Nel 1923, nel 1926 e nel 1927 si erano avuti violenti moti anticolonialisti a Giava e Sumatra.
La direzione del movimento era nelle mani del Partito Nazionalista, rappresentante delle classi proprietarie, un movimento nato dopo la prima guerra mondiale e sviluppatosi clandestinamente fra le due guerre. Il suo leader, Suekarno, fu imprigionato dagli Olandesi e liberato dai Giapponesi nel 1942. In Indonesia i Giapponesi giocarono fino il fondo la carta dell'"area di grande prosperità".
Fin dall’inizio della loro occupazione (dicembre 1941-gennaio 1942) lasciarono una certa autonomia ai nazionalisti e pochi giorni prima della capitolazione, il 14 agosto 1945, proclamarono l’indipendenza dell’Indonesia con presidente Suekarno, con l’evidente scopo di strappare l’Indonesia alla dominazione olandese. Con le armi lasciate dai Giapponesi, il nuovo governo indonesiano armó subito un esercito di 300.00 uomini. Entità piuttosto eterogenea, con ufficiali usciti dalle scuole olandesi e altri provenienti dalle file della "resistenza" fra cui non pochi, anche se minoritari, di tendenza progressista e anche comunisti. Complessivamente l’esercito manifestó peró una prevalenza di elementi anticomunisti. Non mi dilungheró nella descrizione di quello che é accaduto in seguito, che sfocerà nella tragedia del 1965 nella quale un milione di comunisti furono uccisi e il Partito Comunista distrutto.
Ricorderó solo tre fatti :
che subito dopo la nascita della Repubblica indonesiana si presentó un problema di equilibrio fra Suekarno e i comunisti. Il partito comunista era stato fondato nel 1920 e aveva appoggiato i moti degli anni '20. Ma nel 1927, dopo la rivolta di Suekarno, il PKI era stato oggetto di una repressione spietata da parte degli olandesi e fu schiacciato. Per molto tempo non fu in grado di esercitare un peso significativo sugli avvenimenti. Con l’occupazione giapponese dell’Indonesia i comunisti assunsero - nella clandestinità - un nuovo ruolo, mettendosi al centro di un nugolo di organizzazioni militanti anticolonialiste di varia estrazione e dando vita a una organizzazione militare comunista. Dopo la proclamazione dell’indipendenza i comunisti appoggiarono Suekarno, che poteva essere definito un nazionalista radicale. Ma il colonialismo occidentale non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla colonia Indonesia. Già nel settembre 1945 gli Inglesi intrapresero la riconquista delle "Indie Olandesi" cominciando dal Borneo. Non incontrarono alcuna resistenza nel Borneo settentrionale, già colonia britannica, e nel Sarawak. Ma nelle sei settimane trascorse dal crollo giapponese i nazionalisti di Suekarno appoggiati dai comunisti si erano nel frattempo organizzati nominando un primo ministro socialista, un presidente simbolo dell’unità, Suekarno, strutturando il nuovo stato e rafforzando l’esercito.
Gli Inglesi temporeggiarono in attesa degli Olandesi che impiegarono due anni a concentrare le forze di 140.000 uomini per riconquistare la colonia. Partirono all’attacco nel 1947. La lotta contro gli olandesi fu il momento dell’espansione del PKI. Gli Olandesi furono alla fine obbligati a concedere l’indipendenza alla colonia indonesiana, ma l’Occidente, Americani in testa, manovrarono attivamente per rafforzare le tendenze di destra. La vicenda indonesiana ŕ piena di insegnamenti per la sinistra. Nel 1965, i militari di destra guidati dalla CIA fecero il colpo di Stato. Il Partito Comunista indonesiano aveva in quel momento raggiunto una forza impressionante: aveva 3 milioni di iscritti al partito, 2 milioni di iscritti all’organizzazione giovanile, 1.750.000 al movimento femminile, 3.200.000 all’organizzazione sindacale, 8 milioni al Fronte Contadino. Esisteva anche un settore di sinistra dell’esercito influenzato da ufficiali di fede comunista.
Ciononostante le forze reazionarie indonesiane pilotate dallo spionaggio americano finirono per prevalere. Oltre un milione di comunisti furono massacrati.

TIMOR-EST
Era una colonia portoghese, la sua posizione geografica ne faceva un trampolino di lancio naturale per una eventuale invasione giapponese dall’Australia.
I Giapponesi vi sbarcarono una forza di invasione di 20.000 uomini nel 1942. I Portoghesi non opposero alcuna resistenza, secondo gli ordini ricevuti da Lisbona. La popolazione, cogliendo l’occasione di indebolire il colonizzatore, si schieró unanimemente contro i Giapponesi appoggiando la piccola forza guerrigliera di 400 uomini installata a Timor-Est dagli australiani. La lotta armata antigiapponese produsse un impatto notevole sull’evoluzione politica degli abitanti di Timor-Est. I Giapponesi applicarono metodi feroci e gli abitanti di Timor-Est subirono perdite proporzionalmente disastrose: circa 60.000 morti, cioé il 13% della popolazione. Molti villaggi e paesi furono distrutti. Dopo la resa giapponese, gli Australiani riconsegnarono Timor-Est ai Portoghesi, i quali si vendicarono sugli "indigeni" imponendo loro il lavoro forzato ed esercitando l’autorità coloniale in modo brutale.
L'’avvento a Giakarta del governo anticolonialista di Suekarno indusse negli abitanti di Timor-Est a dar vita a una organizzazione di resistenza che ottenne l’appoggio unanime della popolazione. Passarono peró 13 anni prima che si creassero le condizioni della rivolta, che fu scatenata nel 1958, ma venne schiacciata nel sangue dai Portoghesi. Nel momento del crollo della dittatura fascista in Portogallo nel 1974, i militari indonesiani occuparono Timor-Est facendo ripiombare questo territorio nella guerriglia, che dura ancor oggi. Gli abitanti di Timor-Est sono in guerriglia ininterrottamente da cinquantadue anni. COREA
La Corea era stata sottoposta al dominio coloniale giapponese per 40 anni, a partire dal 1905.
Fu coinvolta direttamente nella guerra nel 1945 quando i Sovietici, provenendo da nord, prolungando l’avanzata dopo aver occupato la Manciuria, la presidiarono fino all’altezza del 38 parallelo, secondo gli accordi con gli alleati, mentre gli Americani, sbarcando da sud, occuparono l’altra metà fino al 38 parallelo sbarcandovi l’8 settembre 1945. La sola resistenza antigiapponese mai esistita in Corea, era stata quella comunista cui si era affiancata una resistenza democratica ispirata a varie tendenze negli ultimi mesi quando la sconfitta giapponese si delineava inevitabile.
Nella zona sovietica, il comando militare pose il governo nelle mani dei comunisti che subito distribuirono le terre ai contadini confiscandole ai proprietari giapponesi e ai coreani che avevano collaborato con i nipponici.
Gli Americani arrivarono in Corea con un presidente anticomunista già confezionato, Singhman Rhee. Lo scontro fra rivoluzione e reazione capitalista in Corea assunse subito il valore di una questione di principio, di un cardine della contesa fra est e ovest e ad esso è dedicato larga parte de "Il secolo corto" a cui rimando chi vuole approfondire l’argomento.

AFRICA E MEDIO ORIENTE
Un fenomeno analogo a quello che si é prodotto in Asia si é verificato in Africa e in Medio Oriente. Il processo di trasformazione ha seguito lo stesso iter che in Asia. La guerra mondiale ha coinvolto tutte le colonie europee in Africa. Nella guerra di difesa della cosiddetta Africa Orientale italiana, Etiopia, Eritrea e Somalia, gli italiani armarono e gettarono nella mischia 200.000 uomini di truppe coloniali. Le contraddizioni della guerra strapparono Libia, Etiopia, Somalia ed Eritrea al dominio del colonialismo italiano e le misero sulla via dell’indipendenza.

LIBIA
La Libia divenne campo di battaglia per tre anni fra Inglesi e italo-tedeschi e fu occupata dagli Inglesi. Il nazionalismo libico non era una novità: una potente insurrezione contro l’occupazione italiana si era già prodotta nel 1919-1922 che aveva obbligato gli italiani a una riconquista militare durata fino al 1930 e a una repressione durissima. Durante la guerra si era formato in Egitto un corpo militare libico rafforzato da volontari arabi che operó concretamente contro le truppe italiane nel quadro dell’ottava armata inglese.
Questi combattenti antitaliani costruirono l’ossatura dell’indipendenza libica, la cui proclamazione fu peraltro laboriosa. Le compagnie petrolifere ango-franco-americane non volevano al potere rivoluzionari che nazionalizzassero il petrolio. Praticamente tutta l’Africa fu coinvolta nella guerra.

MADAGASCAR
Il Madagascar fu occupato dagli Inglesi nel maggio del 1942 con un corpo di spedizione di 10.000 uomini con il pretesto strategico di proteggere il traffico navale del canale del Mozambico. Fra il maggio e la fine di ottobre gli Inglesi liquidarono le forze francesi fedeli al regime filotedesco del maresciallo Petain. Riconsegnarono poi il Madagascar alla Francia di De Gaulle. Ma nel frattempo la resistenza anticolonialista malgascia, organizzata nel Movimento Democratico del Rinnovamento Malgascio, era ormai divenuta una forza capace di condurre alla fine della guerra una insurrezione generale. I francesi tentarono di soffocarla con una vera guerra di sterminio a base di massacri. I Malgasci subirono 89.000 morti.

AFRICA DEL NORD
Nell’Africa del Nord c’era già una situazione insurrezionale fra il 1942 e il 1945. Gli Americani sbarcarono in Marocco nel novembre del 1942. Già nel 1943 il nazionalismo marocchino unito nel Partito Unico dell&rsquo:Indipendenza (ISTIOLAL) era in movimento per ottenere l’indipendenza. La resistenza del Marocco al colonialismo francese aveva già dato luogo a una guerra lunga e sanguinosa che era terminata solo nel 1934. La repressione francese fu durissima e il simbolo ne resta il massacro di Rabat e Fes per reprimere una sollevazione popolare antifrancese nel gennaio-febbraio 1944, seguito poi da vari altri massacri.

ALGERIA
L’8 novembre 1942, 850 navi inglesi e americane di cui 350 da guerra sbarcarono gli alleati in Algeria e con poche azioni di guerra neutralizzarono le truppe francesi fedeli a Petain. Algeri diventó cosí la sede di un vero e proprio governo francese in territorio extrametropolitano, sotto la presidenza del generale Giraud e di De Gaulle. Partendo dall’Algeria i gaullisti poterono organizzare la partecipazione della Francia "libera" al fianco degli angloamericani. Come ho già detto i Francesi reclutarono un corpo di spedizione militare composto di truppe coloniali, in particolare algerine e marocchine, che fu impiegato in Italia (a Cassino e altrove). Dai graduati algerini che avevano combattuto in Italia, uscí lo stato maggiore che vincerà la guerra di liberazione antifrancese e porter&ahrave; l’Algeria all’indipendenza. In Algeria l’attività indipendentista era già stata messa fuori legge nel 1939 e l’agitazione nazionalista si manifestó in modo scoperto nel maggio 1945, con manifestazioni represse con assurda durezza dalle truppe francesi. A Setif nella regione di Costantina, le manifestazioni si trasformarono in rivolta armata. Nello spazio di due mesi (maggio giugno) la repressione francese causó 45.000 morti fra gli Algerini. Questo massacro segnó l’inizio di una guerra lunga e spietata terminata con la sconfitta francese.

TUNISIA
In Tunisia era attivo da lungo tempo un partito indipendentista (Neo-Destar).
Dopo i moti indipendentisti di Tunisi nel 1938 era stato messo fuori legge e i suoi capi arrestati. Nel novembre 1942 tedeschi e italiani occuparono la Tunisia e l’occupazione duró fino al maggio 1943, al momento della resa finale delle truppe italo-tedeschi. In questo periodo il movimento nazionalista tunisino ebbe la possibilità di organizzarsi praticamente allo scoperto.
Dopo la rioccupazione alleata il governo francese operó una profonda e radicale epurazione nell’intento di distruggere il nazionalismo tunisino provocando una serie di rivolte tutte duramente represse. Il capo del partito Uabib Burguiba si rifugió al Cairo.

SENEGAL
Il Senegal che era controllato dalle forze di Vichy, fu oggetto di un fallito tentativo di riconquista da parte di un corpo di spedizione anglo-gollista appoggiato da una parte dalla flotta britannica con due corazzate. Gli inglesi bombardarono Dakar producendo numerose vittime tra i civili europei e africani, ma furono respinti dal fuoco dell’artiglieria costiera che danneggió le corazzate e perdettero 19 aerei.
Nel 1942, nel momento dell’invasione dell’Africa del Nord, gli Americani imposero al governatore antigaullista Boisson di poter utilizzare Dakar come base per la loro flotta. In tal modo il Senegal e tutta l’Africa Occidentale francese (oltre al Senegal, la Guinea francese, la Costa D’Avorio, il Dahomey, il Ciad, la Mauritania e il Niger) tornarono sotto l’autorità della Francia gollista. Ma in tutti questi paesi era in atto la rivolta anticolonialista.
Le vicende della guerra avevano ormai determinato il collo della credibilità imperiale francese e distrutto il mito dell’invincibilità del colonialismo.
Le popolazioni manifestavano apertamente una esigenza di indipendenza. La reazione francese si espresse sotto forma di una serie di massacri. In dicembre 1944, alcune centinaia di "Tirailleurs Senegalais" fucilieri senegalesi, un corpo coloniale dell’esercito francese, liberati dai campi di prigionia tedeschi, sbarcati qualche giorno prima a Dakar, si trovavano concentrati nel campo di Thiaroye.
Reclamavano le paghe arretrate e la smobilitazione e organizzarono una manifestazione. L’esercito francese intervenne e aprí il fuoco uccidendone 60 e ferendone decine di altri. Molti dei superstiti furono poi processati e condannati e restarono in carcere fino al 1947.
Questa fu una specie di repressione preventiva, seguita da una serie di 17 altri massacri nei diversi paesi in rivolta nell’impero coloniale francese in Africa.

CONGO BELGA
Il Congo Belga fu coinvolto a sua volta nel processo evolutivo generato dalla guerra.
Ma il Congo Belga era troppo importante per la strategia militare occidentale in quanto produttore dell’uranio necessario alla fabbricazione delle armi atomiche. Nel 1942 gli Stati Uniti lo presero sotto la propria tutela. Dalla lotta politica contro il colonialismo occidentale uscí uno dei grandi eroi africani, PATRICE LUMUMBA; assassinato poi dalla CIA. Il quadro della situazione rivoluzionaria nel 1945 potrebbe essere approfondito dicendo che i Francesi si trovarono la rivolta a Tahiti che peraltro aveva già una sua tradizione di guerriglia anticolonialista (1844-1846). Qui il movimento nazionalista fu galvanizzato dal ritorno di 300 veterani tacitiani dalla guerra mondiale.
Analogamente, i soldati indigeni (kanaki) della Nuova Caledonia usati dall’esercito francese su vari fronti, smobilitati e rimpatriati, si organizzarono per la protesta. Tornando ai loro campi e ai loro villaggi, constatarono che le loro famiglie erano rimaste senza assistenza nei sei anni della loro assenza. Reclamarono giustizia, uguaglianza e socialismo e diedero vita a una resistenza anche armata, in atto ancora oggi.

MEDIO ORIENTE, GOLFO PERSICO, BALCANI E SPAGNA
Resta da analizzare brevemente la situazione rivoluzionaria in Medio Oriente e nel Golfo Persico, nei Balcani e in Spagna.
Per ció che riguarda i Balcani ricorderó solo che nel 1945 nacquero due repubbliche socialiste, prodotto della resistenza armata popolare contro il nazismo e il fascismo: quella di Jugoslavia e quella di Albania. Furono le prime due repubbliche socialiste europee di una potenziale, ipotizzabile Europa socialista.
Questo argomento é da me trattato diffusamente ne "Il secolo corto".
Voglio sottolineare solo il fatto che sia in Albania che in Jugoslavia la resistenza antitedesca guidata dai comunisti giunse alla vittoria nel 1945 senza alcun aiuto esterno. Avremmo avuto una terza repubblica socialista in Grecia senza l’intervento diretto dell’esercito inglese prima, nel 1945, e di quello americano poi, giacché i partigiani, all’interno dei quali i comunisti erano la maggioranza, detenevano il controllo del territorio al momento del ritiro tedesco.

Potrebbe sembrare una fantasia, un eccesso di inguaribile ottimismo introdurre la Spagna nel novero delle nazioni che avrebbero potuto conquistare il socialismo nel 1944-1945, essendo allora la Spagna dominata dal fascismo del generalissimo Franco. Ma non é cosí. La storia spagnola é quella su cui piú brutalmente si é scatenata la volontà di occultare, nascondere, deformare, stravolgere, falsificare della cultura borghese e dei suoi mercenari intellettuali. In realtà nel 1945 in Spagna si era concentrata e condensata una forza esplosiva rivoluzionaria che un nonnulla avrebbe potuto far deflagrare e che sarebbe inevitabilmente esplosa se un concorso straordinario di forze internazionali unite in un complotto tanto immane quanto mostruoso a danno del popolo spagnolo non avesse soffocato il movimento. Non credo che si possa vivere lucidamente senza conoscere la vera storia della Spagna repubblicana. Ció almeno per una ragione: che questa storia illustra spietatamente qual é la vera natura della destra europea e del democraticismo liberale. Potete lasciar perdere tutto il resto ma questa lezione dovete studiarla e impararla perché niente é cambiato da allora: la destra e la falsa democrazia sono rimaste inalteratamente quelle dal 1936 al 1989.
La seconda guerra mondiale non é cominciata in Polonia bel 1939, come pretende la storiografia convenzionale. Ma in Spagna nel 1936.
L’eroica resistenza dei repubblicani spagnoli fra il 1936 e il 1939 ha deciso la seconda guerra mondiale in Europa prima ancora che questa cominciasse, in quanto lasció i fascisti spagnoli talmente stremati da rendere impossibile la loro partecipazione alla guerra a fianco di Hitler e Mussolini. Ció impedí che i Tedeschi potessero impadronirsi di Gibilterra. Se Gibilterra fosse caduta in mano tedesca il Mediterraneo sarebbe stato chiuso alle flotte inglese e americana e la guerra nel Mediterraneo avrebbe avuto un corso diverso.
Questo é solo uno degli aspetti.
Il carattere feroce del fascismo spagnolo, l’ipocrisia delle democrazie occidentali nel soffocare la Repubblica, il ruolo delle Brigate Internazionali come matrice della resistenza in Europa, Il modo in cui gli angloamericani hanno tenuto in piedi Franco fino all’abbraccio finale fra Franco e Eisenhower.
Tutto questo é descritto ampiamente nel mio libro e non avrebbe ragione che mi dilungassi qui a ripetere quanto ho scritto. La lettura del lungo capitolo che ho dedicato alla Spagna ne "Il secolo Corto" potrà convincere chi ascolta che la Spagna era una polveriera rivoluzionaria nel 1945.

LIBANO E SIRIA
La Francia aveva occupato il Libano come eredità dello smembramento dell’impero turco nel 1919. Ma i Francesi si erano scontrati subito con il nascente nazionalismo arabo. Ne era nata una vera guerra. Solo nel periodo 1919-1920 le truppe d’occupazione francesi subirono 6.000 morti e feriti. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, data la delicatezza della posizione strategica del Medio Oriente, gli alleati dichiararono l’indipendenza del Libano con la limitazione che si assumeva la "difesa" del paese per la durata della guerra. Era implicita la promessa dell’indipendenza. Già nel 1943 i libanesi erano in armi contro gli occupanti francesi. Nel maggio 1945, lo sbarco di nuove truppe francesi portó alla insurrezione armata. Si produsse un conflitto sanguinoso con centinaia di morti, bombardamenti aerei e di artiglieria.
I Francesi dovettero infine piegarsi e abbandonare il levante. Nel 1945 c’era dunque una rivoluzione armata in Libano e in Siria.

IRAK
In Irak erano invece gli Inglesi che dal dopoguerra 1914-1918 "proteggevano" le zone petrolifere gestite dall’Anglo-Iranian Oil Company. L’Irak era stato conquistato dagli Inglesi nel corso di questa guerra con un corpo di spedizione formato in gran parte da truppe coloniali. Ma esisteva un nazionalismo iracheno risultato della lotta contro la dominazione turca. Nel maggio 1920, all’annuncio che gli Inglesi avevano ottenuto dalla Società delle Nazioni il mandato, l’Irak per sfida si proclamó indipendente. Inizió una guerriglia che fu soffocata con 30.000 soldati indiani e l’uso di gas asfissianti (9.000 morti fra gli iracheni, 2.000 fra gli inglesi.) Il nazionalismo iracheno restó tuttavia attivo, Nel 1941, allo scoppio della seconda guerra mondiale, elementi antibritannici presero il potere a Baghdad e gli Inglesi concentrarono truppe a Bassora. La resistenza nazionalista fu vinta e le forze britanniche ripresero il controllo di tutto il paese stabilendo basi aeree e navali e presidi terresti.
Alla fine della guerra, con il graduale ritiro delle truppe britanniche, l’agitazione nazionalista riprese in grande stile. L’Irak nel 1945 si trovava anch’esso in una situazione rivoluzionaria, che condusse piú tardi gli Inglesi al ritiro definitivo.
La situazione del Medio Oriente e del Golfo Persico non é riassumibile cosí schematicamente. Ho trattato questo argomento nel libro "Le frontiere maledette del Medio Oriente", che affronta l’analisi di molteplici situazioni: Palestina, Kuwait, Iran, Arabia Saudita, Yemen.
Nel 1945 esisteva una situazione rivoluzionaria anche in Kurdistan e nel nord dell’Iran. Nel 1941 l’Iran fu occupato contemporaneamente da forze angloamericane e sovietiche. La nuova situazione consentí un rapido sviluppo del partito comunista Tudeh, che significa massa, nato nel 1920 e costretto sempre ad agire in clandestinità.
Le forze d’occupazione sovietiche favorirono l'’rganizzazione di forze autonomiste e progressiste nell’Azerbajgian iraniano, nel Nord dell’Iran e nel Kurdistan iraniano, dove si formarono due repubbliche autonome. Ma nel 1946 i due movimenti rivoluzionari subirono una dura repressione. L’influenza inglese (che era collegata al monopolio dell’Anglo-Iranian Oil Company) sul petrolio iraniano venne decisamente sostituita da quella americana.
Credo che questo breve sguardo gettato sul 1945 dimostri che alla fine della seconda guerra mondiale un fenomeno rivoluzionario era in atto contemporaneamente in tutti i paesi soggetti al dominio coloniale, e che la spinta rivoluzionaria si estendeva nei Balcani e si presentava in Spagna.

E SE GLI STATI UNITI NON AVESSERO AVUTO LA BOMBA ATOMICA ?
Fu legittimo chiedersi che cosa sarebbe accaduto se gli Stati Uniti non avessero avuto la bomba atomica e se fossero stati costretti a programmare, assieme agli ex paesi colonialisti, la ricolonizzazione dell’Asia e dell’Africa con i soli mezzi convenzionali.
Gli Stati uniti hanno potuto gravare sulla testa dei Popoli l’ipotesi dell’uso dell’arma atomica fin dal giorni immediatamente successivi a Hiroshima e Nagasaki. L’arma atomica ha funzionato come elemento di dissuasione nei confronti delle classi possidenti dei paesi coloniali, pronte ad associarsi al piú potente, nella cui ombra prosperano. I riverberi dell’arma atomica paralizzarono la spinta nazionalista poiché consolidarono l’idea dell’invincibilità degli Stati Uniti e con gli Stati Uniti dell’invincibilità dell’Occidente.
Senza l&rsquo:arma atomica gli alleati occidentali si sarebbero trovati di fronte a un problema militare, per tornare a sottomettere Asia e Africa, di proporzioni cosí vaste da diventare insolubile. Sarebbe loro occorso un esercito sterminato, di decine di milioni di uomini, per reprimere tutte le nazioni che si trovavano contemporaneamente in rivolta. E questo esercito non esisteva.

FONTE : http://homosapiensplus.altervista.org/documenti/bombardamento/conferenza.htm




Sviluppi politici nel Kurdistan Occidentale (Kurdistana Rojava)


Al fine di comprendere al meglio la complicata situazione dei curdi siriani continueremo a documentarci e a documentare utilizzando i canali disponibili che ci possano fornire documenti utili allo scopo.
La redazione di Aurora proletaria


I curdi che vivono nel Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava) e in Siria hanno vissuto a lungo ai margini degli sviluppi politici generali e sono stati loro stessi a rischio di scomparsa. Non avevano mai acquisito il posto che si meritavano a livello di dibattito pubblico regionale e internazionale. Quando si parlava dei curdi siriani, anche negli ultimi tempi, non era che a margine degli avvenimenti verificatisi nel Kurdistan iracheno o nel Kurdistan turco. Eppure i curdi del Kurdistan occidentale non hanno sperimentato meno problemi degli altri; ma questo fatto si spiega attraverso considerazioni geografiche, demografiche e soprattutto fondamentalmente politiche, il motivo principale essendo la persistenza dello status quo nella regione di fronte alle politiche negazioniste che hanno ignorato i diritti e persino l&rsquo:esistenza di un popolo.

Tuttavia la rivolta popolare scoppiata nel Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava) contro il regime siriano ha aperto la strada a un rapido cambiamento della situazione e ha finalmente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale su questa parte del Kurdistan. Questa regione, la piú piccola del Kurdistan, é diventata attualmente la chiave per risolvere la questione curda, e un modello di organizzazione politica per l’intero Medio Oriente. I cambiamenti avvenuti in Kurdistan occidentale hanno prodotto effetti sulle altre parti del Kurdistan (Turchia, Iran e Iraq), effetti che, ovviamente, non vanno in un’unica direzione. Si possono valutare le difficolt` affrontate per arrivare a un tale livello di cambiamento. Le politiche repressive, i programmi d’assimilazione e la propaganda negazionista sono simili nelle diverse parti del Kurdistan e, in Kurdistan occidentale, sono state spinte fino al punto in cui i curdi abitanti in quella regione non avevano acquisito alcun diritto fondamentale in quanto residenti, alcuni privati perfino dei documenti necessari per il godimento dei diritti civili. Essi stessi hanno quindi dovuto resistere per lunghi anni.

Questo dossier, oltre alle informazioni generali presentate, consentirà di osservare gli sviluppi della situazione dopo la rivoluzione del 19 luglio 2012 in Kurdistan occidentale. Sarà possibile constatare come le cosiddette forze dell’opposizione, i gruppi islamisti, Al-Qaeda cosí come le forze del regime abbiano intensificato i loro attacchi contro i curdi del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava). Questo dossier contiene inoltre articoli e analisi provenienti da diverse fonti di stampa.

1. LA REGIONE DI CIZRE
Questa regione comprende le seguenti città: Dêrika Hemko, Rimêlan, Tilkoçer, Girkê Legê, Çilaxa, Tirbespiyê, Qamislo, Amudê, Dirbêsiyê, Serêkaniyê, Tiltemir e Hesekê. I tre quarti sono attualmente sotto il controllo delle autorità, curde. Istituzioni civili e militari sono state introdotte da piú di un anno in tutti i centri urbani della regione. La popolazione della zona supera il milione di abitanti.

La densità della popolazione e la ricchezza del suo sottosuolo fanno di Cizre la regione piú importante del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava). Non é esagerato affermare che essa si trova nel cuore del Rojava, é essa stessa Rojava. Il governo siriano ha collegato tutte le città della regione alla provincia di Heseké. I giacimenti di petrolio della regione Rimelan-Cizre sono piú importanti di quelli della Siria. Rimelan ha lo stesso potenziale petrolifero di Kirkuk. Un’altra fonte di ricchezza della regione Cifre é l’agricoltura.

2. LA REGIONE DI KOBANE
La regione é costuituita dai comuni di Kobanê, Til Ebyad, Eyn Ìsa, Menbec e Cerablus. É situata proprio davanti alla pianura di Suruç, nel Kurdistan del Nord (Kurdistan di Turchia). Piú di 500.000 curdi vivono in questa regione agricola attraversata da uno dei due fiumi della Mesopotamia, l’Eufrate. Il centro della città e un gran numero di villaggi sono sotto controllo curdo.

3.LA REGIONE DI EFRIN
La popolazione della regione é stimata sui 500.000 abitanti. Tuttavia, a seguito di migrazioni interne dalle altre città dove erano presenti curdi in Siria, questo numero si é raddoppiato. Una parte importante di questa popolazione vive a Êzaz, Cebel Seman e Ìdlip. La regione é interamente sotto controllo curdo.

Queste tre regioni curde sono attualmente tre parti distinte del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava), ma questa suddivisione amministrativa non impedisce le relazioni gerarchiche tra le strutture politiche. I partiti e le associazioni politiche si sono organizzati nelle tre parti del Kurdistan occidentale. Le istituzioni create durante la rivoluzione nella regione di Kurdistana Rojava lavorano nell’ambito di uno stesso coordinamento, L’Alto Consiglio Curdo. Le Forze di Difesa del Popolo (YPG) hanno unità decentrate in ciascuna di queste tre aree per garantire il controllo e la difesa delle frontiere.

SINTESI STORICA
Con gli accordi di Losanna del 1923 il Kurdistan fu diviso in quattro parti. Il confine tra la Turchia e la Siria ha seguito il percorso della linea ferroviaria tra Berlino e Baghdad. Qamislo (Kurdistan occidentale) e Nusaybin (Kurdistan turco) erano in precedenza una sola città, ma dopo il passaggio della ferrovia Qamislo si trovó in terra siriana e Nusaybin in terra turca.

Molti villaggi, comuni e città furono divisi in due. Le tribú, le famiglie, decine di migliaia di curdi che vivevano sulla stessa terra si trovarono separati da barriere di filo spinato e mine. Solo in questi ultimi anni sono stati in grado di incontrarsi di nuovo oltre il muro di filo spinato. Questo autentico dramma vissuto da migliaia di curdi é ancora oggi oggetto di documentari e programmi televisivi in occasione di festività religiose. I curdi furono vittime di politiche repressive e divisi, durante la prima guerra mondiale, da parte delle grandi potenze che non ne riconobbero né l’esistenza, né i diritti. I curdi del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava) hanno visto peggiorare la loro situazione con l’arrivo al potere del partito Baath nel 1963. Furono considerati pericolosi da Damasco e furono vittima di numerosi attacchi e di operazioni repressive. Un decreto di 12 articoli pianificó ufficialmente questa politica che portó all’insediamento degli arabi nella regione curda costringendo i curdi all’esilio. L’amministrazione attiró gli arabi offrendo loro facilitazioni economiche e facendoli stabilire in villaggi arabi al fine di tagliare le comunicazioni tra i villaggi curdi rimanenti. Si trattó di una cacciata «incrociata» nel paese, i curdi cacciati dalla regione vennero deportati nelle regioni arabe al centro della Siria. Questa politica mirava a arabizzare i curdi e ad assimilarli.

In Siria cosí come in Turchia la lingua curda fu proibita nella stampa e nella società. I nomi delle città e dei luoghi storici curdi furono arabizzati. 300.000 curdi furono privati dei loro diritti fondamentali, come il diritto di essere naturalizzati. Oltre al genocidio culturale, il regime siriano non ha smesso di impegnarsi nelle aggressioni fisiche. Il 12 marzo 2004 a Qamislo, per esempio, nel corso di una partita di calcio tra la squadra del Qamislo e quella di Der Ez Zor, le forze governative siriane aiutate dai nazionalisti arabi hanno attaccato con violenza i curdi. Nel corso di questi scontri una trentina di curdi sono stati uccisi, centinaia feriti e imprigionati. Le manifestazioni di protesta sono durate per dieci giorni; in seguito a questi tragici eventi i curdi hanno deciso di organizzarsi nel modo che ha portato agli sviluppi attuali. Il Partito dell’Unità Democratica (PYD) é stato fondato nel 2003 e, nello stesso periodo, sono state poste le premesse per la fondazione delle Unità di Difesa del Popolo (YPG).

Il fatto che Abdullah Ôcalan, leader del popolo curdo, abbia vissuto piú di venti anni in Siria, e che abbia sviluppato  il movimento di liberazione del Kurdistan, ha riguardato direttamente i curdi del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava) e ha sostenuto la riflessione e la strategia delle loro organizzazioni. Attualmente i curdi del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava), attraverso la loro propria organizzazione, hanno fondato autorità locali autonome.

LA RIVOLUZIONE DEL 19LUGLIO 2012 UN MODELLO PER I POPOLI A RISCHIO
Prendendo in mano la gestione e l’amministrazione della città di Kobanê lo scorso 19 luglio 2012, il popolo del Kurdistan occidentale ha già acquisito un anno di esperienza sulla strada dell’istituzione del processo rivoluzionario. Con il sistema di "autonomia democratica" da esso fondato, é diventato un esempio per gli altri popoli del Medio Oriente. Il popolo curdo é ormai riconosciuto in tutto il mondo come la terza forza in Siria.

La Siria, durante il terzo anno di occupazione militare ad opera di forze esterne, é diventata una terra dove é presente la guerra tra comunità con tutto il dramma umano che essa genera; le distruzioni sono aumentate. Nel Kurdistan occidentale, al contrario, nello stesso periodo, é avanzato passo dopo passo il processo rivoluzionario avviato dal popolo.

La prima tappa, il primo anno del processo rivoluzionario - anno in cui il popolo ha preso il controllo delle autorità locali di Kobanê il 19 luglio 2012 - é stata quella di far riconoscere la propria esistenza come popolo e di stabilire la propria autorità nelle province intorno a questa regione. Nonostante le forti pressioni e l’embargo dall’esterno, il popolo ha saputo far funzionare le istituzioni in tutti i settori della società e ha costruito un sistema di libera espressione per tutti, indipendentemente dalla diversità delle opinioni. Una domanda si impone: com’é stato possibile che il Kurdistan occidentale abbia potuto seguire la propria strada mentre la guerra in corso in Siria continuava e continua tutt’ora, alimentata dalle potenze dominanti del mondo?

LE CONDIZIONI IN CUI LA RIVOLUZIONE É COMINCIATA
La "Primavera dei Popoli" chiamata "Primavera Araba", che ha avuto inizio in Tunisia ed é proseguita in Egitto e Libia, é riuscita anche in Siria. La rivoluzione popolare iniziata ufficialmente il 26 marzo 2011, ma in realtà il 15 marzo 2011, ha gradualmente guadagnato terreno in tutto il paese. Durante questo periodo, le grandi potenze come gli Stati Uniti, l’Europa, la Russia e la Cina e altri paesi "satelliti" come la Turchia e l’Iran erano desiderosi di sviluppare una politica nel loro interesse di stati regionali. Cosí si sono cominciate a organizzare le forze di opposizione siriane (N.d.T. al regime di Bashar al-Assad): tredici partiti di sinistra, tre partiti curdi e diversi personaggi pubblici si sono uniti nel settembre 2011 sotto il nome di Comitato di Coordinamento per il Cambiamento Democratico Nazionale – CCCND) (El Heyet Tensiq). I soldati che disertavano l’esercito siriano hanno cominciato a fuggire in Turchia e hanno fondato l’"Esercito siriano libero" (ESL). Piú tardi, gruppi organizzati da Arabia Saudita, Iran, Turchia e Al-Qaeda si sono inquadrati nei ranghi dell’ESL. Il 15 settembre 2011, un gruppo di opposizione siriano ha fondato a Istanbul, con il sostegno della Turchia, il Consiglio nazionale siriano (CNS). Allo stesso modo i gruppi di opposizione si sono riuniti a Doha, capitale del Qatar, e hanno fondato l’11 novembre 2012 la Coalizione Nazionale delle forze della Rivoluzione e dell’opposizione siriana (CNFROS). Nel frattempo, la guerra tra clan é proseguita con il suo strascico di tragedie e distruzione.

DIECI ANNI DI ESPERIENZA
La lotta e la resistenza dei curdi contro le politiche negazioniste e le guerre distruttive sono state, molto prima di questo periodo che ha coinvolto oggi il Kurdistan occidentale, le forze motrici della "Primavera delle Nazioni". La resistenza del Kurdistan occidentale risale infatti a ben prima del 2011. La lotta di liberazione del popolo curdo é stata - in questa parte del Kurdistan, dove ha vissuto per molti anni Abdullah Ôcalan, il leader del popolo curdo - molto importante e i curdi in Siria hanno pertanto acquisito di fatto dieci anni di esperienza.

Gli eventi del 12 marzo 2004, allorché il regime Baath ha proceduto ad un vero e proprio massacro nella città di Qamislo, fu come uno shock per il movimento curdo che ha in seguito rafforzato i suoi mezzi di autodifesa e moltiplicato le sue attività in campo sociale. La creazione della maggiore formazione politica nella regione, il Partito dell’Unione Democratica, il PYD, risale a questo periodo (2003). Questa politica ha dato i suoi frutti e ancora oggi le forze di difesa del popolo (YPG) si possono appoggiare a questa mobilitazione.

IMPEGNO ATTIVO NELLA RIVOLUZIONE
La rivolta popolare contro il regime siriano per i curdi é stata l’occasione di portare la propria lotta a un livello superiore. Il movimento curdo, pur decidendo di partecipare attivamente alla rivoluzione, é stato in grado di fare tesoro della sua esperienza storica, e in conformità con la propria visione di società ha deciso di seguire un corso indipendente. Ha preso le distanze sia dalle forze del regime Baath sia dalle forze di opposizione, mostrando di posizionarsi come terza forza, una forza che propone una soluzione. All’inizio, durante le manifestazioni nazionali del venerdí, sia le forze del regime Baath, sia quelle dell’opposizione cercavano di tirare i curdi ciascuno dalla propria parte. Gli uni e gli altri promettevano di riconoscere ai curdi i loro diritti, ma "dopo la risoluzione del conflitto", entrambi accusandoli di fare il gioco dell’avversario: pro-regime per l’uno, pro-opposizione per l’altro.

Di fronte all’approccio e del regime e dell’opposizione, i curdi hanno deciso, per rimanere attivi nella rivoluzione e mobilitati politicamente, di creare il Movimento della Società Democratica (TEV-DEM) e l’Assemblea Popolare del Kurdistan Occidentale (MGRK). Sedici partiti curdi del Kurdistan occidentale hanno a loro volta creato l’Assemblea nazionale curda della Siria (ENKS). I curdi sono stati gli iniziatori dei cortei del venerdí nelle regioni curde e il TEV-DEM é stato l’organizzatore delle proteste contro le politiche negazioniste. Per la prima volta corsi di lingua curda sono stati inaugurati a Efrin. Assemblee popolari sono state istituite in tutte le città, assicurando servizi che in precedenza erano di competenza dello Stato, come la distribuzione di gasolio e la pulizia delle strade. Giovani curdi hanno iniziato a offrire corsi di curdo nelle scuole secondarie e superiori. Nello stesso periodo é stato creato l’Istituto per la Lingua curda (Saziya Zimane Kurdi-SZK).

LE FORZE DI DIFESA
I curdi si sono organizzati politicamente e, dopo aver sviluppato le loro attività nella società civile, hanno rafforzato le loro forze di legittima autodifesa (YPG), fondate nel 2004 e riconosciute ufficialmente nel 2011. Tutte le unità legate alle YPG hanno successivamente preso posizione lungo i confini del Kurdistan occidentale.

LA RIVOLUZIONE DEL 19 LUGLIO E LA STRATEGIA IN TRE FASI
La strategia curda é stata quella di stare lontano da questa sporca guerra e di organizzare la propria resistenza, cercando di sviluppare una propria politica indipendente. La rivoluzione del 19 luglio 2012 ha permesso al popolo del Kurdistan occidentale di prendere gradualmente il controllo di tutte le assemblee comunali in base alla strategia avviata dal movimento curdo, una strategia in tre fasi. La prima fase é stata diretta a prendere il controllo delle zone rurali e dei villaggi collegati al comune, la seconda a prendere il controllo delle istituzioni civili e dei servizi pubblici connessi allo stato, la terza al controllo di tutte le città curde.

Il 18 luglio 2012, quando gran parte dei quadri dirigenti del regime siriano sono stati uccisi nel corso di una riunione di crisi a Damasco, capitale della "Repubblica araba siriana", l’Esercito siriano libero (ESL) ha preso il controllo delle città di Minbic e Cerablus situate tra Kobanê e Aleppo. Questi hanno contribuito al ritiro delle forze militari siriane nelle città curde tra cui quella di Kobanê, con il sostegno della popolazione curda. A partire dal 19 luglio 2012, la terza fase della strategia del movimento curdo poteva dispiegarsi. Dopo Kobanê é stata la volta delle città di Serêkaniyê, Dirbêsiyê, Amude, Derik, Girke lege, Tirbespiyê e Tiltemî. I quartieri curdi delle città siriane ancora sotto il controllo delle forze del regime - Aleppo, Raqqa e Hassakˆ - sono stati anch’essi "liberati". Durante questo periodo di 2-3 mesi, tutte le collettività locali curde sono andate nelle mani del popolo, ad eccezione di Qamislo, la piú grande città della regione, ancora sotto il controllo delle forze del regime siriano, e di alcune istituzioni pubbliche.

Il mese di luglio é diventato ancora una volta un punto di svolta nella storia dei curdi. Il 2 luglio 1979, infatti, il leader del popolo kurdo, Abdullah Ôcalan, aveva varcato i confini del Nord Kurdistan per andare in Kurdistan occidentale, aprendo la strada per la rivendicazione identitaria: si trattó di un passo storico nella lotta per la liberazione del Kurdistan. I 14 luglio 1982 quattro quadri del PKK, Hayri Durmus, Mehmet Kemal Pir, Akif Ali Yilmaz e Ali Çiçek, detenuti nel carcere di Diyarbakir, avevano iniziato uno sciopero della fame fino alla morte per protestare contro il sistema carcerario, le pressioni, la tortura e la politica negazionista verso l’identità curda. Attraverso questa resistenza é stata scritta una nuova pagina nella lotta per la liberazione del Kurdistan. Questa lotta si é diffusa nei quattro angoli del Kurdistan e ha portato la voce del popolo curdo a tutto il mondo.

Il 19 luglio 2012, i curdi che avevano cacciato le forze del regime dalle città del Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava) hanno preso la gestione del governo locale per mettere in pratica i principi di un sistema chiamato "autonomia democratica", tra cui il controllo politico, l’organizzazione delle forze di legittima autodifesa, l’amministrazione della giustizia e le attività economiche e socio-culturali, nonché le questioni riguardanti i diritti delle donne.

LA FONDAZIONE DELL’ALTO CONSIGLIO CURDO
Gli eventi del 19 luglio 2012 e le loro conseguenze hanno rafforzato l’unione dei diversi gruppi politici curdi nel Kurdistan occidentale. Il PYD - che é la piú grande delle forze politiche della regione - rilevando, dopo diversi incontri, una concreta evoluzione, si é riunito all’Assemblea del popolo del Kurdistan occidentale e ha formato con altri sedici partiti curdi l’Assemblea nazionale curda della Siria (ENKS). A seguito di questo importante incontro, che si é tenuto l’11 luglio a Erbil, nel Kurdistan meridionale, le due assemblee hanno deciso di lavorare insieme e hanno annunciato ufficialmente il 24 luglio la fondazione dell’Alto Consiglio Curdo. Questo passo decisivo per l’unità fra i curdi é stato accolto il 29 luglio in Kurdistan occidentale da centinaia di migliaia di curdi che sono scesi in piazza per dare il proprio riconoscimento all’Alto Consiglio Curdo. Successivamente l’Alto Consiglio Curdo ha istituito tre comitati: il "Comitato della diplomazia", il "Comitato dei Servizi Sociali" e il "Comitato della Difesa".

LA VITTORIA DIPLOMATICA
Questa nuova situazione é stata ben accolta a livello internazionale. Cosí Lakhdar Brahimi (già alto rappresentante della Lega Araba e delle Nazioni Unite nel mondo, nominato il 17 agosto 2012 mediatore internazionale delle Nazioni Unite nella guerra civile siriana), si é incontrato con funzionari dell’Alto Consiglio Curdo. Allo stesso modo, funzionari del Consiglio hanno avuto l’opportunità di condividere la loro visione politica con l’opinione pubblica internazionale durante le visite nei paesi europei. I piú importanti sviluppi diplomatici sono avvenuti nel maggio 2013, quando, su proposta del PYD, l’Alto Consiglio Curdo é stato ufficialmente invitato a partecipare alla Conferenza di Ginevra, alla quale parteciperanno gli Stati Uniti, la Russia, l’Unione europea e le forze dell’opposizione siriana. I curdi, la cui esistenza non é stata fino ad ora riconosciuta, potranno partecipare per proprio conto a una piattaforma internazionale.

YPG, LE FORZE DI DIFESA NAZIONALE
Insieme a questi sviluppi politici e diplomatici e alla presa di controllo delle autorità locali della città, importanti misure sono state adottate nel settore della difesa. Le YPG, fondate nel 2004, si sono organizzate dopo la rivoluzione del 19 luglio 2011 in brigate e battaglioni che hanno preso posizione in tutte le città del Kurdistan occidentale e in città della Siria come Aleppo e Hassaké. Le YPG, che svolgono un importante ruolo di difesa nella regione, hanno dato prova di una grande resistenza agli attacchi del regime nelle città di Aleppo, Efrin, Serêkaniyê, Amude e Hassakê. Le YPG, nonostante la perdita di decine di combattenti che sono morti negli scontri, hanno mantenuto la loro posizione e protetto senza distinzione tutti i popoli della regione. Le YPG sono oggi riconosciute come la "Forza di Difesa Nazionale", nonostante la propaganda anti-curda le dipinga come una "forza armata di un gruppo politico".

LA SICUREZZA NELLE CITTÀ É DI COMPETENZA DELL’ASAYIS
Un passo importante é stato compiuto per garantire la sicurezza nelle città, considerata un requisito indispensabile per il funzionamento di base dell’auto-governo democratico. La polizia ha preso posizione prima a Kobanê, poi in tutte le province del Kurdistan occidentale. La sicurezza delle città é stata affidata a loro dopo aver ricevuto un addestramento nelle accademie militari delle regioni di Cizre, Kobanê e Efrin. Finora hanno soddisfatto le aspettative. I loro interventi nell’ambito dei reati penali  (rapina, sequestro di persona, omicidio, conflitti familiari) sono apprezzati.

LE AUTORITÀ INDIPENDENTI E LE ASSEMBLEE POPOLARI
Oltre a queste attività, sono state create nel Kurdistan occidentale assemblee popolari in città come Derik, Girke lege, Tirbê Spiyê, Qamislo, Amude, Dirbêsiyê, Serêkaniyê, Tiltemir, Kobanê e Efrin, e in sette province collegate a Efrin ma anche in Siria, a Damasco, Aleppo, Raqqae Hassaké. "Case del popolo" sono state istituite in ogni distretto. Sono proprio queste assemblee a essere responsabili per la soluzione dei problemi della popolazione.

Le popolazioni assire, araba, cecena, armena e caldea, prima diffidenti, hanno successivamente preso il loro posto in queste assemblee. Numerosi sono coloro che, tra queste persone, si sono impegnati non solo nelle attività di queste assemblee, ma anche tra le fila delle forze di difesa.

SI ISTITUZIONALIZZA L’ISTRUZIONE IN LINGUA CURDA
Una delle attività educative piú importanti é quella dedicata alla comprensione del sistema di auto-governo democratico attraverso una formazione rivolta a tutti i cittadini. Per raggiungere quest’obiettivo sono state istituite in molte città accademie che offrono formazione continua. Molte di queste istituzioni sono chiamate "Pensieri di Nuri Dersimi" (N.d.T. uno dei principali organizzatori della rivolta alevita di Dersim nel 1937, che si rifugió in Siria fino alla morte avvenuta nel 1973). Vi si insegna la filosofia di Nuri che comincia cosí a raggiungere tutti i segmenti della società. Importanti passi sono stati compiuti attraverso questi sistemi educativi. Anche l’istruzione in lingua madre é stata una delle attività piú importanti svolte nel Kurdistan occidentale. Per far fronte al flusso di formazione richiesta fornito dall’Istituto per la lingua curda (SZK), sono state costruite centinaia di scuole e sono stati formati quasi un migliaio d’insegnanti. Migliaia di bambini curdi sono educati fin dalla piú tenera età in curdo. Inoltre corsi di curdo si sono tenuti per la prima volta nelle scuole appartenenti al regime. Queste attività vogliono essere un sistema alternativo al sistema di istruzione. É stata inoltre creata l’Unione degli insegnanti curdi. Si sono cominciate a creare importanti istituzioni nel campo dell’arte e della cultura. Diversi centri di "Arte e Cultura" sono stati aperti a Qamislo, Derik, Amude, Aleppo, Efrin e Kobanê. Questi centri forniscono all’intera popolazione, adulti e bambini, attività quali lezioni di musica, danze popolari, teatro. É stato aperto inoltre un centro di ricerca sulla cultura regionale.

I COMITATI
I comitati sono stati istituiti per soddisfare le esigenze della popolazione e risolvere i problemi sociali, giudiziari e economici. In questo contesto, oltre al comitato per i servizi sociali dipendente dall’Alto Consiglio Curdo, sono stati istituiti comitati per la pace e i servizi sociali in ogni assemblea. A fronte di un sistema giudiziario statale, é stato istituito un comitato "giustizia%quot; che riceve lamentele dai residenti durante il lavoro di modernizzazione: é stato costituito un comitato per la pace e la giustizia, legato all’Alto Consiglio Curdo, per una riforma del sistema giudiziario, il 4 aprile 2013 é stata creata l’Accademia delle Scienze Sociali della Mesopotamia, l’Ufficio "diritto e giustizia sociale".

LE DONNE SONO LA FORZA MOTRICE DELLA RIVOLUZIONE
Le attività dei giovani e delle donne sono uno dei pilastri del sistema di autonomia democratica. Le donne curde mobilitatesi sotto il nome di Yekitiya Star (L’Unione di Stelle), hanno preso parte alla decisione di creare "assemblee popolari" per le donne e "case delle donne". Esse sono rappresentate in modo adeguato nelle "assemblee popolari". Hanno creato diversi centri educativi e scientifici e hanno fondato un’accademia per le donne il cui scopo é quello di diffondere l’ideologia della "liberazione delle donne". Le donne assicurano la co-presidenza delle "autorità popolari". Le organizzazioni femminili svolgono un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti politici, educativi, familiari, economici e quelli con le forze dell’ordine. Queste donne che si sono ritagliate un proprio ruolo per l’istruzione in lingua madre hanno deciso di riunirsi in un’associazione dal nome "Unione delle donne insegnanti" nell’Istituto per la Lingua Curda (SZK).

LE YPJ: LE UNITÀ DI DIFESA DELLE DONNE
Le donne, per sbarazzarsi del patriarcato e dello stato, hanno compiuto passi significativi nella costruzione di un sistema autonomo. Coloro che avevano preso posto fino a allora nelle file delle YPG hanno deciso di organizzarsi in modo indipendente a livello militare e prendere il nome di YPJ (Unità di Difesa delle Donne). Esse sono attualmente organizzate in brigate e battaglioni in tutte le province per difendere la popolazione. Anche le attività dei giovani sono organizzati autonomamente sotto il nome di "Movimento della Gioventú Rivoluzionaria". Inoltre, gli studenti sono organizzati sotto il nome di "Federazione degli Studenti Patriottici". Alcune accademie sono incaricate della formazione.

COOPERATIVE PER LA ROTTURA DELL’EMBARGO
L’embargo presente nella regione crea notevoli problemi, in particolare nel campo della salute. La popolazione manca di generi di prima necessità come medicinali, cibo e carburante. Una commissione speciale é stata istituita sotto gli auspici dell’Alto Consiglio Curdo per risolvere questi problemi. La mezzaluna curda - Heyva Sor Kurd - é a disposizione per soddisfare al meglio le esigenze della popolazione e organizzare gli aiuti dall’estero. É stata inoltre intrapresa nel 2013 un’altra iniziativa in campo economico, che é anche uno dei pilastri fondamentali del sistema, chiamata "Associazione per lo sviluppo dell’economia del Kurdistan occidentale", creata al fine di rompere l’embargo e per costruire un sistema di risoluzione dei conflitti in questo settore. Questa organizzazione ha iniziato la sua opera nelle città di Kobanê e Derik, e intende sviluppare l’economia basandosi sul dinamismo della popolazione. Essa promuove in particolare le cooperative.

STAMPA E INFORMAZIONE
Un’altra attività fondamentale nell’ultimo anno in Kurdistan occidentale riguarda la stampa e l’informazione. Nonostante l’obsolescenza dei mezzi di comunicazione risalenti a piú di trent’anni fa, i servizi di stampa e di informazione hanno, a partire dallo scorso anno, lavorato costantemente e sistematicamente, con un canale TV, giornali, una rivista e una radio, tutte in collegamento alle agenzie di stampa. Radio locali trasmettono ora i loro programmi nelle città di Qamislo, Kobanê, Derik e Erin.
Mentre la lotta per il potere provoca sempre piú morti e distruzione in Siria, le autorità autonome del Kurdistan occidentale creano un clima di fiducia e sono diventate un modello per i popoli della regione. Sono diventate il bersaglio di varie forze i cui interessi sono ora a rischio e che considerano la volontà popolare come una minaccia. Ecco perché il Kurdistan occidentale é sotto attacco e vittima di una guerra speciale.

Queste forze portate in campo dalla Turchia hanno creato incidenti ad arte per attirare i curdi nella trappola di un conflitto cieco. Un membro delle YPG ŕ stato ucciso e altri tre gravemente feriti durante gli scontri del 2 ottobre 2012 nella città di Dirbesiyê dopo che le forze armate turche si sono posizionate in misura ingente al confine. Il PYD è stato accusato di collaborazionismo con il regime di Bashar al-Assad per seminare la divisione tra i curdi, ma tale piano é stato sventato. L’Esercito siriano libero (FSA), a sua volta, cerca di avvicinarsi a diversi gruppi e partiti curdi attaccando i valori del popolo curdo.

LE MANOVRE DELLA TURCHIA
Oltre agli attacchi militari, la Turchia é impegnata in importanti manovre diplomatiche per contrastare la volontà politica del popolo curdo. Dopo la creazione dell’Alto Consiglio Curdo, alcuni partiti curdi si sono incontrati ad Erbil con Ahmet Davutoĝlu, ministro degli Affari esteri della Turchia. Nel contempo 6eacute; stato rivelato un documento segreto del Ministero degli Affari Esteri della Turchia: un tentativo di screditare il PYD di fronte agli altri partiti curdi. Parallelamente Abdulhakim Besar, presidente del Partito democratico curdo (PDK-S/Al-Parti), si é riunito a Londra con le autorità statunitensi. Da parte sua, Lakhdar Brahimi (mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano) ha chiesto un incontro con i funzionari del PYD che lo hanno messo al corrente della loro posizione, e cioé che l’organismo che rappresenta i curdi era l’Alto Consiglio Curdo e che non vi poteva essere quindi alcun dubbio che il PYD avrebbe dovuto essere l’unica organizzazione invitata a questo incontro. Diversi partiti curdi rappresentati nell’Alto Consiglio Curdo e nell’Assemblea nazionale dei curdi della Siria, come conseguenza di questa posizione del PYD, sono stati invitati a partecipare alla riunione con Lakhdar Brahimi tenutasi a Damasco.

INCONTRI SEGRETI ANTI PYD
Emissari turchi, americani e israeliani hanno tenuto nel corso di questi ultimi mesi di primavera, a Erbil, un incontro segreto con le autorità del Sud Kurdistan, il cui scopo era di silurare il PYD. A seguito di questo incontro, é stata rapidamente intrapresa una campagna diffamatoria contro il PYD, ma i curdi del Kurdistan occidentale hanno contrastato questa offensiva scendendo in piazza in massa.
Su richiesta dell’Alto Consiglio Curdo, l’Ensk (l’Assemblea nazionale curda della Siria creato da 16 partiti curdi nel Kurdistan occidentale) convocato per chiarire la sua posizione, e l’Assemblea Popolare del Kurdistan occidentale si sono incontrati e, il 4 novembre, il Presidente della Regione del Kurdistan del Sud (Mesut Barzani) ha fatto una dichiarazione sostenendo l’unione di tutti i curdi. Ma tre giorni dopo, contrariamente allo spirito dell’appello, sono stati invitati a partecipare alla riunione dell’opposizione siriana a Doha (Qatar) solo il Partito democratico curdo (PDK-S/Al-Parti) e il Partito dell’Unione Libertà (Azadi), "dimenticando" di invitare l’Alto Consiglio Curdo.

GLI ATTACCHI DELLE BANDE
La Turchia, le cui manovre per stabilire zone "cuscinetto" sono andate fallite, ha quindi optato per un’altra tattica tesa a far attaccare le città del Kurdistan occidentale da bande organizzate che hanno intensificato i loro attacchi. I quartieri curdi di Aleppo sono stati vittime di queste bande il 25 e 26 ottobre 2012. Trenta curdi sono stati uccisi in questi attacchi. Queste bande supportate dalla Turchia hanno lanciato attacchi senza sosta fra il 27 e il 30 ottobre 2012 contro la città di Efrin e i suoi dintorni. Successivamente é risultato che anche partiti curdi, il Partito democratico curdo (PDK-S/Al-Parti) e il Partito dell’Unione Libertà (Azadi) avevano partecipato ad attacchi contro curdi nelle città di Aleppo e Erin.

QUANDO IL PIANO É FALLITO A EFRIN SI SONO DIRETTI A CIZRE
Nel momento in cui il piano contro la città di Erin é fallito, un secondo piano é stato messo a punto contro Cifre dall’esercito turco che il 2 settembre ha attaccato la linea di confine a Dirbesiye uccidendo un membro delle YPG e ferendone gravemente altri tre. Il 20 settembre un membro della ENKS, Ebu Candia, é stato assassinato a Serêkaniyê. L’8 novembre, gruppi armati con base in Turchia hanno cominciato ad attraversare il confine a Serêkaniyê, dichiarando di essere gruppi dell’opposizione siriana venuti a combattere le truppe governative. Ma il 19 novembre hanno preso a attaccare i curdi.
Va notato che questi attacchi sono stati commessi con la partecipazione dei partiti curdi, il Partito Democratico Curdo (PDK-S/Al-Parti) e il Partito dell’Unione Libertà (Azadi), mentre si teneva un incontro segreto a Doha, capitale del Qatar. Le forze delle YPG hanno opposto una strenua resistenza che ha sventato questo secondo piano, costringendo il 13 dicembre questi gruppi di banditi a firmare un accordo in base al quale si ritiravano dalla città. Allo stesso tempo, le truppe del regime Baath sono state respinte al di fuori delle città curde di Dirbêsiyê, Tiltemir, Amude e Derik. Secondo l’accordo, le forze di opposizione siriane hanno accettato di riconoscere tali aree come zone franche e si sono impegnati a fermare i loro attacchi.

GÍRZÍRO E DI NUOVO SERÊKANÍYê
Questo accordo é durato solo un mese, e il 16 gennaio 2013, mentre le forze di difesa delle YPG e il movimento curdo erano impegnati a cacciare i militari del regime Baath di Girziro, un villaggio nel comune di Girke lege che si trova nella regione petrolifera, i gruppi armati hanno attaccato di nuovo Serekaniyê. Gli scontri sono durati quindici giorni e sono stati condotti da venti gruppi diversi. Nel corso di questi scontri due ambulanze, una francese e l’altra turca, sono state sequestrate dalle forze delle YPG mentre stavano trasportando armi fabbricate in Turchia. Uno degli aggressori era un cittadino turco. Si é inoltre constatato che paesi come la Turchia, la Francia, l’Iran, il regime Baath e le forze di opposizione siriane hanno preso parte agli scontri. Le perdite da parte degli aggressori sono state ingenti. Da parte curda si é lamentata la morte di quattro civili e undici combattenti, membri delle YPG.
Le forze delle YPG hanno combattuto le forze del regime a Girziro e polverizzato i gruppi armati a Serekaniyê. Le forze delle YPG hanno inoltre preso il controllo il 1 marzo 2013, dopo una settimana di scontri, del comune di Cil Axa (Al Jawadiyah) attaccato alla città di Girke lege e nella regione petrolifera di Rimêlan. Parallelamente a questi eventi, il 13 febbraio 2013 i gruppi armati hanno attaccato la città di Tiltemir dove vivono insieme in pace, curdi, arabi e assiri. Gli scontri tra le forze dell’ESL e delle YPG hanno provocato dieci morti tra gli assalitori.

LE FRONTIERE SONO STATE CHIUSE
Dopo questi attacchi, il governo regionale del Kurdistan del Sud ha deciso il 19 maggio 2013 di chiudere il posto di confine di Sêmalka, nonostante le proteste della popolazione curda che ha interpretato questa decisione come parte del piano anti-curdo.

NUOVI ATTACCHI AD EFRIN
Questi gruppi armati, dopo aver fallito a Cizre, hanno attaccato di nuovo Efrin, e per raggiungere i loro scopi hanno messo l’intera regione sotto embargo. Dal 25 maggio 2013 hanno cominciato ad attaccare i villaggi vicino a Efrin e costretto la popolazione di Aleppo (Aleppo) all’emigrazione forzata. Questi gruppi hanno anche cercato di tagliare acqua ed elettricità. Tre attivisti di Al-Qaeda usciti dalla Tunisia sono arrivati in Siria attraverso la Turchia per partecipare ai combattimenti. Hanno detto che avevano ricevuto aiuto dai servizi segreti dello Stato turco. La zona è ancora soggetta ad embargo.
Durante gli scontri nella città di Hassakê, forze delle YPG hanno identificato soldati turchi. Questi gruppi armati hanno provato ad attaccare il tessuto sociale della regione sviluppando un traffico di droga, ma si sono confrontate con le forze dell&rsuo;ordine popolari che hanno cacciato i trafficanti e messo sull’avviso la popolazione. Mentre tutti questi piani venivano neutralizzati, il movimento politico curdo decideva tuttavia di rafforzare e formalizzare il proprio sistema di difesa per mezzo di tutte le istituzioni create durante questo periodo di conflitto.
In questo quadro, tutti i capi delle principali tribú del Kurdistan occidentale si sono riuniti il 24 febbraio 2013 a Amude per dare vita a un’assemblea delle tribú.

VITTORIA DIPLOMATICA DELL’ALTO CONSIGLIO CURDO
La piú importante vittoria diplomatica curda si é avuta nel maggio 2013 quando, su proposta del PYD, l’Alto Consiglio Curdo é stato ufficialmente invitato dalla Russia alla Conferenza di Ginevra, che vedrà la partecipazione degli Stati Uniti, della Russia, dell’Unione europea e delle forze dell’opposizione siriana. I curdi, la cui esistenza non era precedentemente riconosciuta, saranno in grado di partecipare per proprio conto a una piattaforma internazionale. Alcune forze guidate dagli Stati Uniti hanno cercato da allora di far annullare questo invito e per frantumare l’unità dei curdi hanno proposto nomi come quello di Abdulbasit Seyda (che é stato per un periodo presidente del Consiglio nazionale siriano, ed é considerato dal Consiglio nazionale curdo come la voce della Turchia, mentre per il CNK rappresenta solo se stesso).

Infine, nonostante tutti questi ostacoli, i curdi, in base alle loro esperienze e risultati, eleggeranno un’autorità regionale provvisoria in cui verranno rappresentati tutti i gruppi etnici. Un "contratto sociale" sarà firmato da tutte le parti. Sarà nominato un comitato dall’autorità regionale provvisoria, previa consultazione e discussione con le strutture etniche, culturali e religiose. Questa autorità provvisoria che prenderà il posto dell’Alto Consiglio Curdo dovrà pubblicare ufficialmente il contratto sociale da sottoporre a referendum popolare durante le elezioni regionali. Queste elezioni regionali si terranno entro tre mesi dall’istituzione dell’autorità provvisoria. In questo modo il popolo avrà ufficialmente scelto la propria autorità.

É possibile datare tutti questi sviluppi dal 19 luglio 2012, primo anno della rivoluzione. I popoli del Kurdistan occidentale hanno fondato e costruito un solido sistema contro le politiche negazioniste. Hanno iniziato a praticare questo sistema in tutti i settori della vita con il nome di "autonomia democratica". (Fonte: Dildar Aryen, Questo articolo é stato pubblicato in tre parti dall’agenzia di stampa ANF dal 17.07.2013)

LA BANDA DI ALQAEDA ASSASINA I CURDI
In Siria da due anni é in corso una guerra civile e si vive una tragedia umana. E i curdi soffrono sempre di piú delle sue conseguenze. Fin dall’inizio i curdi non hanno preso posizione, ovvero si sono comportati in modo estremamente prudente. Prudenti, affinché i combattimenti non si estendessero alle loro zone. Le precauzioni prese in buona parte hanno avuto successo. Perché hanno avviato un autogoverno dei loro territori. Nel nord della Siria i curdi sono la maggioranza. Oltre ai curdi, in questa zona vivono anche arabi, assiri e armeni. La regione curda rappresenta anche per questi popoli una regione sicura. Tali popoli, cosí come i gruppi religiosi come cristiani e yazidi, sono rappresentati nelle comunità di autogoverno costituite. Ma questo autogoverno non é piaciuto a tutti coloro che hanno interessi nella regione e quindi hanno provato a distruggerlo. In primo luogo era lo Stato turco a sentirsi disturbato. Ha immediatamente chiuso i confini, decretato l’embargo e impedito l’avvicinamento tra i curdi e l’opposizione siriana. E successivamente ha appoggiato all’interno dell’opposizione siriana il Fronte Al Nusra nella guerra contro i curdi con armi e tutti i mezzi possibili. In questo modo ha poi rafforzato questi gruppi che intendono dominare la regione. Sentendosi rafforzati nei loro intenti, hanno attaccato. Attualmente si combatte dappertutto nelle zone curde di Haseki, Raqqa e Aleppo. Questo vuol dire che dal confine iracheno fino alla città di confine di Hatay/Turchia, ovvero una zona di confine lunga 700 km sono in corso combattimenti.

Fin dall’inizio i curdi non erano amici del regime siriano. Come in altre zone del paese, anche nelle zone curde ci sono state proteste. Ma l’opposizione siriana si é appoggiata al nazionalismo arabo. E il popolo curdo con i suoi diritti umani fondamentali non veniva riconosciuto. Le richieste dei curdi non venivano ascoltate. Per questa ragione i curdi hanno preso una terza via e cosí determinato la propria collocazione in Siria. Ovvero né con il regime, né dalla parte dell’opposizione. Perché i curdi non hanno attaccato nessuno e/o si sono appropriati della terra di qualcuno. Ma contro gli attacchi, da qualunque parte provenissero, hanno cercato di difendersi. Anche le forze del regime hanno combattuto contro i curdi. Soprattutto ad Aleppo sono state usate armi chimiche contro i curdi. E nonostante questi attacchi, i curdi sono rimasti sulla posizione dell’autogoverno e cercano pazientemente di mantenere questa posizione. Gli attacchi del 16 luglio sono stati iniziati dal Fronte Al-Nusra, che é subordinato ad Al-Qaeda. L’obiettivo di questo Fronte é di costituire in tutta la regione un emirato islamico. Sotto il nome "Stato Islamico Iraq-Damasco" nelle zone occupate hanno già proclamato il proprio potere. Con l’occupazione delle zone curde vogliono completare il loro "emirato islamico". Il Fronte Al-Nusra Front viene appoggiato dalle formazioni jihadiste della regione. Questi gruppi sono costituiti prevalentemente da persone organizzate in diversi paesi e inviate in Siria in nome della guerra santa "Jihad" e che con la Siria non hanno nulla a che vedere, ovvero non sono siriani.

É interessante anche osservare che in diversi paesi islamici, molti prigionieri legati ad Al-Queda sono "fuggiti", ma in realtà sono stati liberati e mandati in Siria (Iraq/Bagdad: Carceri di Abu Graib e Taci - piú di 800 detenuti, Libano: carcere Bingazi Kuveyfiye circa 1200 prigionieri, Pakistan: circa 250 prigionieri dal carcere Dera Ismail Han). In Arabia Saudita Arabia sono stati rilasciati circa 1400 pericolosi criminali condannati e mandati in guerra in Siria. Questi gruppi non hanno nulla a che vedere con giustizia, diritti umani, etica, coscienza morale. Anche con il vero Islam non hanno niente a che fare. Sono spietati e barbari. Da loro presunti studiosi religiosi vengono proclamate le cosiddette "Fatwa" contro i curdi. Secondo loro i curdi sono "infedeli" e uccidere i loro uomini é un buon atto di fede. E il sequestro dei loro beni, di donne e bambini é permesso. Non c’é distinzione tra civile e soldato. Fino ad ora sono stati uccisi centinaia di persone indifese e di bambini. Da ultimo, il 1 agosto 2013 sono state uccise piú di 70 persone nei villaggi di Til Eran e Til Hasil ad Aleppo. Le riprese di questo massacro sono state anche pubblicate. Sono state trasmesse anche le riprese del rogo di tre ostaggi curdi cosparsi di benzina. Nessuno sa cosa sia successo con centinaia di altri curdi che hanno portato via durante controlli stradali e assalti ai villaggi.

L’embargo proclamato contro i territori curdi diventa sempre piú rigido. Non solo i valichi di confine turchi sono chiusi, ma sono stati chiusi anche quelli verso il Kurdistan meridionale e l’Iraq. E dall’altro lato, le strade che portano verso le città siriane sono controllate dai banditi e criminali già citati. Per salvarsi, soprattutto da Aleppo e Damasco, la gente (curdi, assiri, armeni, in parte arabi e cristiani e yazidi) fuggono verso le zone curde. La popolazione di questa zona é raddoppiata. Quindi le tragedie umane sono predeterminate. Le zone curde hanno di fronte due grandi problemi: da un lato sono esposti agli attacchi armati di questi gruppi barbarici e senza scrupoli. Se dovessero davvero riuscire a vincere questa guerra, significherebbe un massacro su larga scala. Dall’altro lato a causa dell’embargo sono confrontati con un dramma umanitario. Siamo consapevoli del fatto che in tutta la Siria si verificano delle tragedie. Ma la minaccia alla quale sono esposti i curdi é particolarmente seria e grande. Perché porta in sé il potenziale di una grande tragedia. Per questo sarebbe necessario intervenire prima che sia troppo tardi:

— gli attacchi e i massacri ai quali sono esposti i curdi devono essere condannati
— la Turchia deve smettere immediatamente di fornire appoggio ai gruppi citati e aprire i valichi di frontiera. Allo stesso modo devono essere aperti i valichi di frontiera verso il Kurdistan meridionale e l’Iraq
— vanno forniti aiuti umanitari alle zone curde sotto la sorveglianza dell’ONU.
— riconoscimento dell’identità curda in Siria e la realtà del popolo curdo e dei suoi diritti umani e con il diritto all’autogoverno e alla costruzione di una Siria democratica e pluralista.

Per queste ragioni facciamo appello a tutti i paesi, ma soprattutto all’ONU, alla UE, alla Commissione europea, a tutti gli enti/istituzioni e a tutti coloro che credono nella pace, nella democrazia, nella libertà e nei diritti umani, perché alzino la propria voce, prendano posizione, mostrino sensibilità e prendano misure adeguate. (Comunicato Stampa del Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan -KNK)

FONTE http://www.firatnews.com/news/guncel/yok-olusun-esiginden-ornek-modele-19-temmuz-devrimi.htm
http://www.ilkehaber.com/haber/rojava-nedir,-ne-degildir,-orada-neler-oluyor-27052.htm
http://www.yeniozgurpolitika.com/index.php?rupel=nuce&id=22317
http://www.firatnews.com/news/guncel/rojava-ya-saldiran-gucler-kimler-seyit-evran.htm
http://www.kongrakurdistan.net
KNK, Congresso Nazionale del Kurdistan Rue Jean Strass 41, 1060 Brussels, Belgio www.kongrakurdistan.net
Rue Jean Strass 41, 1060 Brussels, Belgio
kongrakurdistan@gmail.com Tel. 0032 26 47 30 84




Solidarietà rivoluzionaria con il ROJAVA


Nel cuore del Medio Oriente, le popolazioni del Rojava (Kurdistan siriano) si sono sollevate contro le forze reazionarie che opprimono la regione da decenni.
Dopo aver liberato il Rojava dal Daesh ( Isis), gli abitanti del Rojava ed i numerosi rivoluzionari stranieri accorsi a sostenerli, ora preoccupano gli imperialisti USA e la NATO, cosi come i regimi reazionari e fascisti del Medio Oriente : la Turchia, l’ Arabia Saudita e l' Iran.
Tutti questi stanno intervendo attualmente, tramite bombardamenti o ingerenze, continuando le stesse strategie che avevano portato alla creazione dei numerosi gruppi islamisti, come il Daesh, Al Qaida, Al Nusra. Dei mostri che sono poi sfuggiti al controllo dei paesi capitalisti che li hanno creati.
Nonostante i massacri con attentati, i bombardamenti sui civili, gli arresti in massa di militanti rivoluzionari, gli attacchi permanenti contro le guerriglie popolari, o ancora i mercanteggiamenti capitalistici, i nemici del popolo non riescono a frenare la lotta di liberazione intrapresa dalle popolazioni del Rojava, del Kurdistan e di tutto il Medio Oriente.
E, particolarmente le donne in armi del Rojava, che sono il peggior incubo per gli islamisti.
Dopo essersi assicurata dell' appoggio dei suoi alleati abituali e storici : USA, NATO, Unione Europea, ONU, socialdemocratici e reazionari, la Turchia ha intrapreso un' ampia campagna di repressione attraverso i territori kurdi in Turchia, Iraq e Siria. Nell' obiettivo prioritario di sabotare le aspirazioni rivoluzionarie dei popoli oppressi del Rojava.
Aiutiamo il Battaglione Internazionale di Liberazione che raggruppa combattenti comunisti, anarchici e antifascisti, accorsi a difendere il Rojava con lo stesso spirito delle Brigate Internazionali nella Spagna del 1936.
Apportiamo loro un sostegno politico e materiale finanziando degli speciali bendaggi emostatici. Il 60% dei feriti in combattimento muoiono di emorragia, in attesa di essere curati. Questi bendaggi speciali stoppano l' emorragia rapidamente. Costano 40 dollari l' uno.
Sosteniamo la lotta rivoluzionaria dei popoli del Rojava e ovunque, contro gli islamisti, gli Usa, la Nato, e gli Stati reazionari
Parteciamo a questa raccolta, inviando le donazioni :

IBAN : BE09 0016 1210 6957 - BIC : GEBA BE BB - Causale : "Rojava"

Oppure offrite online su : rojava.xyz
Secours Rouge (Belgique)
Alternative Libertaire ( Belgique)
Iranian Youth Committee (Belgique e Iran)
Union des Femmes Socialistes (Belgique, Turchia, Kurdistan)
Collectif des Immigrés Opprimés ( Belgique, Turchia, Kurdistan)
OCML Voie Proletarienne (Francia)
Rote Hilfe (Svizzera)
Revolutionare Aufbau (Svizzera)
Revolutionare Jugend Zurich (Svizzera)
Revolutionare Jugend Bern ( Svizzera)









Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

Referendum sulla costituzione

Votare o non votare, è questo il problema?

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Elezioni borghesi: un espediente per simulare il consenso popolare!

Lo scorso 19 giugno, con i ballottaggi, si sono consumate le ennesime elezioni previste dal sistema democratico borghese. Si trattava di elezioni amministrative ma di alto significato politico nazionale.

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La crisi del sistema capitalista e la ricostruzione del partito comunista in Italia

Un appello alla trasformazione dei rapporti tra i comunisti, per l’ unione delle forze e la rinascita del movimento comunista.