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Repressione e prigionieri rivoluzionari

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  • Rafforzare la resistenza e l’organizzazione delle lotte contro la repressione


    Report dell'assemblea di Napoli


    Giovedì 2 marzo a Napoli si è svolta la riuscita assemblea cittadina contro la repressione. Circa 70 i partecipanti tra singoli attivisti e rappresentanti di organismi di lotta politici, sindacali e di movimento. Tra i partecipanti anche compagni/e provenienti da Roma e Torino.

    Nello stesso tempo proprio a Napoli si riuniva il massimo livello dei rappresentanti degli apparati repressivi che costituiscono il Comitato per l’ordine e la sicurezza locale (Il Ministro degli interni Marco Minniti, il capo della Polizia Franco Gabrielli, il nuovo Questore di Napoli Antonio De Ieso, il Prefetto Carmela Pagano, il Sindaco e il Presidente della Regione Campania). Lo scopo della riunione è stato chiaramente l’attuazione, nell’area metropolitana di Napoli, delle nuove misure repressive varate dal governo Gentiloni su “sicurezza urbana e controllo dei flussi migratori”.

    I 15 interventi che ci sono stati e il dibattito ricco che ne è conseguito è stato preceduto dagli interventi dei promotori dell’iniziativa (Laboratorio Politico Iskra, Rete dei Comunisti e Laboratorio Comunista Casamatta). Questi hanno bene evidenziato la repressione come fattore intrinseco alla lotta di classe e in quanto tale strettamente connesso allo sviluppo della crisi del sistema capitalista e di contro alle lotte politiche e sociali che ne derivano.

    E’ stato rimarcato che l’assemblea non è stata concepita e costruita come evento episodico, come qualcosa che nasce sull’onda emotiva degli ultimi avvenimenti repressivi gravi che si sono verificati nel nostro paese (atti repressivi di poche settimane fa relativi al SI Cobas di Modena e agli studenti universitari di Bologna ma è in tutto il paese che si registra un aumento di provvedimenti ed interventi atti a criminalizzare tutte le espressioni di dissenso e conflitto)

    Questa assemblea scaturisce invece dalla riflessione maturata tra più soggetti sulla situazione generale e dalla necessità di affrontare e assumere in modo stabile e continuativo la lotta alla repressione come un terreno della lotta di classe che mano a mano va evolvendosi in relazione alla crisi del sistema economico e sociale borghese.

    La situazione è tale che occorrono risposte unitarie a tutto campo. La repressione non può essere affrontata in condizioni di divisioni interne al movimento, in modo sporadico e isolatamente. Al contrario le azione repressive vanno assunte in termini di contrattacco politico collettivo, con prese di posizioni pubbliche articolate su vari livelli, a partire dalle aule dei tribunali, nelle piazze e con ogni mezzo di comunicazione di massa. È stato evidenziato come l’attenzione e il monitoraggio degli appartati dei servizi segreti (vedi anche l’ultima relazione annuale) si concentra sulle lotte sociali e le aree politiche e sindacali che sostengono e promuovono il conflitto di classe così tanto temuto dai poteri forti che non vogliono perdere il controllo della situazione.

    In termini propositivi le strutture che hanno organizzato l’assemblea avanzano proposte per costruire un fronte comune di lotta articolando la mobilitazione contro la repressione in tutti i posti di lavoro, nei territori e nell’intera società. Occorre, quindi, seguire ogni processo giudiziario in cui sono coinvolti attivisti, militanti, avanguardie o semplici partecipanti alle lotte sociali e politiche per dare il massimo del sostegno politico e pratico. Occorre un costante monitoraggio degli episodi repressivi e di tutte le misure liberticide che si mettono in atto. Nel contempo – rompendo il pesante silenzio che esiste su queste questioni – occorre assumere una posizione critica chiara contro le misure repressive massime come la tortura dell’isolamento carcerario rappresentata dal 41 bis e sulla scandalosa mancanza di una legge che punisce chi pratica la tortura. Bisogna rilanciare la rivendicazione che impone l’obbligo del numero identificativo degli agenti di polizia in tenute antisommossa i quali, come è noto, sono liberi di perpetrare impunemente pestaggi contro i manifestanti.

    Tutti gli interventi che sono seguiti si sono mossi in questo quadro. Essi hanno arricchito l’esposizione con ulteriori argomentazioni che per la maggior parte dei casi si integravano tra loro.

    Alfredo del Centro di documentazione e lotta Rosso 17 ha presentato la Campagna politica nazionale “Rafforzare e estendere Resistenza”
    (https://www.facebook.com/notes/rafforzare-ed-estendere-resistenza/rafforzare-ed-estendere-resistenza/257623497981484).

    In particolare il compagno ha messo in risalto l’importanza della resistenza alla repressione come presupposto necessario per l’avanzamento delle stesse lotte. A questo proposito Alfredo ha sostenuto che sono stati esemplari i casi di Nicoletta Dosio e degli anarchici torinesi che hanno violato le misure restrittive delle libertà personali ottenendo il risultato di revoca del provvedimento giudiziario. Va da se che queste forme di resistenza alla repressione hanno possibilità di riuscita se hanno un reale legame con le lotte di massa come in questo caso quella relativa al NO TAV. Il compagno ha sottolineato pure l’importanza del legame che esiste e bisogna sforzarsi di intravedere tra la repressione delle lotte odierne con la realtà dei prigionieri politici storici che a loro volta rappresentano nella loro lunga resistenza carceraria importanti esperienze dei decenni passati.

    Notevoli i contributi degli avvocati Alfonso Tatarano e Caterina Calia che da sempre sono impegnati nella difesa legale di militanti e attivisti colpiti dalla repressione. Il primo si è concentrato sulle novità del “Pacchetto Minniti”, in particolare sull’estensione della misura del Daspo contro i promotori e i partecipanti delle lotte sociale e politiche. Altrettanto interessante la riflessione di Alfonso a proposito di non ridurre la difesa degli imputati a mero aspetto tecnico legale, bensì creare sempre un movimento di massa di appoggio e rivendicazione delle ragioni sociali delle mobilitazioni attorno agli imputati.

    Dall’altro lato la compagna Calia ha illustrato la situazione grave del permanere dell’uso del 41 bis per i detenuti politici. Tale misura repressiva massima è tesa all’annientamento dell’identità politica del prigioniero da un lato e dall’altro è di fatto una misura repressiva pesante usata come possibile deterrente contro i protagonisti dell’odierno conflitto sociale. La compagna ha dunque messo in chiaro che non è vero quanto dicono alcuni che la repressione attuale contro i movimenti non ha nulla a che vedere con la questione del 41 bis. Di fatto esiste un filo diretto tra le lotte sociali e la misura drastica dell’isolamento carcerario che il magistrato applica dopotutto anche in violazione dei principi costituzionali ancora vigenti. Vige quindi un uso dell’isolamento carcerario assoluto tutto politico. La via per contrastare tale abuso non è – esclusivamente - quella legale come dimostrano, purtroppo, i ricorsi falliti ma è, necessariamente, principalmente la mobilitazione popolare e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

    In merito, poi, al “Pacchetto sicurezza” di Minniti che coinvolge in modo reazionario ancora di più i sindaci delle città, la compagna Calia dice che sarebbe interessante fare scoppiare contraddizioni con sindaci (come a esempio De Magistris) che presentano un profilo democratico e progressista.

    Il compagno Mimmo della USB di Napoli ha contribuito al dibattito testimoniando come nel corso delle lotte sindacali i lavoratori e gli stessi sindacalisti combattivi sono oggetto di repressione. E come pure la repressione può presentarsi nell’operato dei sindacati che collaborano con il padronato ai danni dei lavoratori. Inoltre, il compagno dell’USB, ha ricordato che nei prossimi mesi ci saranno alcuni processi a Napoli dove sono imputati sia attivisti sindacali che compagni dei vari movimenti di lotta.

    Il compagno Giacomo di Critica Comunista ha ripreso il ragionamento della lotta alla repressione che si esprime anche sviluppando la solidarietà con i prigionieri politici e a proposito del 41 bis ha ribadito che tale misura non è altro che tortura. Il compagno ha inoltre messo a fuoco la repressione che nei quartieri popolari si abbatte in particolare verso gli strati sociali extra legali impegnati per la loro sopravvivenza i quali non sono legati alle organizzazioni criminali.

    Valter attivista vicino al SI Cobas ha focalizzato l’attenzione sul fatto che vi è una certa inadeguatezza nella risposta alla repressione. In particolare il compagno ha focalizzato l’attenzione della repressione rispetto alle sacche proletarie più emarginate, a quelle degli immigrati sfruttati e sottopagati. Il compagno richiama sulla violazione della legalità in relazione alla legittimità, propone che quanti si occupano di repressione debbono raccordarsi tra loro, valorizzare i contributi degli avvocati, creare delle casse si soccorso.

    Il militante dei CARC intervenuto vede nella situazione attuale un’accelerazione e ferocia della repressione delle lotte che sono considerate dal potere unicamente come un problema di ordine pubblico. Propone il metodo dei “processi di rottura” come forme di contrattacco alla repressione.

    Il compagno Renato di Roma, disoccupato e occupante casa, segnala come sia importante procedere anche nel campo della lotta alla repressione con un processo unitario. Attualmente c’è divisione nei movimenti e questo non può fare che comodo allo stato borghese (dividi et impera). Ribadisce che la repressione è in stretto nesso con la crisi capitalista che avanza e che secondo una ricerca produrrà nei prossimi anni in Europa almeno 25 milioni di disoccupati. La tendenza del sistema borghese per il compagno è quella che va verso la guerra. Propone di portare il ragionamento della lotta alla repressione in occasione della prossima manifestazione del 25 marzo a Roma.

    Francesco Esposito, un ex operaio licenziato, ha riportato con il suo intervento alla questione delle lotte dei lavoratori nelle fabbrica. Il compagno ha parlato delle repressione padronale e si domandava come reagire ad essa specie quando persiste un basso livello d coscienza tra gli operai.

    Il compagno Adriano del Comitato di lotta per la Salute Mentale ha mostrato come anche i trattamenti psichiatrici coercitivi sono altrettanto forme di repressione sui soggetti proletari che vanno contrastati.

    Infine è intervenuto un lavoratore di origine africana iscritto alla USB che ha trattato della repressione che si abbatte sugli immigrati che scappano dai territori di guerra e di miseria.

    In conclusione con questa prima assemblea si sono voluti tracciare alcuni aspetti della repressione che tutti i partecipanti nella sostanza dicono che deve essere combattuta in modo unitaria, strutturato e continuativo.

    I vari interventi si sono dichiarati d’accordo nel proporre un percorso unitario di lotta a partire dai territori, dalle città per arrivare a un momento di confronto nazionale. Affrontare politicamente i processi contrattaccando gli accusatori affermando la legittimità delle lotte anche quando violano la legalità borghese. Occorre che nell’organizzarsi contro la repressione dello stato che vuole distruggere le lotte sociali, si stabilisca anche un legame forte con la resistenza dei prigionieri politici di lunga data e di recente carcerazione, che si dia, anche come obiettivo immediato, la fine del regime di tortura rappresentato dall’applicazione persecutoria del 41 bis nei confronti di alcuni di essi e facendosi promotori di campagne specifiche di lotta sui vari aspetti dell’ordinamento giuridico e penale liberticida ed antisociale.

    Gli appuntamenti in cui sperimentare una ripresa della lotta comune contro la repressione sono:

    - Il processo penale che si terrà a Napoli il 31 marzo contro alcuni attivisti del movimento disoccupati napoletano che per l’occasione imposteranno un presa di posizione politica contro i propri accusatori che li criminalizzano;

    - La manifestazione nazionale del 25 marzo a Roma contro le politiche di austerità e guerra dell’Unione Europea e della NATO;

    - Stabilire un prossimo incontro di coordinamento locale per provare a pianificare un lavoro comune di medio periodo che tocchi tutti gli argomenti trattati. Procedere in un processo che deve culminare con un appuntamento nazionale con tutti coloro che sono d’accordo nella costruzione di un fronte comune di lotta di resistenza contro la repressione delle lotte. Un possibile sviluppo positivo può essere dato dai compagni che hanno proposto la campagna “rafforzare e estendere resistenza”.

    A cura di Laboratorio Politico Casamatta, Laboratorio Sociale ISKRA, Rete dei Comunisti

    Napoli, 5/3/2017




    Estendere la solidarietà proletaria


    Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato dei Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale (ptsri)

    Redazione Aurora Proletaria


    Le statistiche “ufficiali” descrivono una realtà che fornisce soltanto parzialmente lo stato del nostro Paese in termini di occupazione e povertà. Dietro ai dati ufficiali vi sono decine di migliaia di famiglie che cercano disperatamente di resistere alla crisi facendo lavori in nero o, quando va male, costrette a ricorrere all'usura di banche e finanziarie per pagare l'affitto o il mutuo della casa quando non addirittura per la semplice spesa quotidiana come le migliaia di famiglie al limite della sopravvivenza. Mentre i padroni e i loro servi della politica vedono aumentare i loro profitti. agli operai (grazie anche alla complicità dei dirigenti dei sindacati di regime) vengono decurtati soldi sulla busta paga, aumentati i carichi di lavoro, dimezzate le pause e ridotta al lumicino la libertà sindacale. Condizioni da caserma vengono denunciate quotidianamente da decine e decine di lavoratori in tutti i settori produttivi e non solo. Durante i turni di lavoro non si smette mai di lavorare, le pause sono ridotte e anche chi deve recarsi al cesso è costretto a farlo collettivamente, con tutti gli altri operai formando così lunghe code ai bagni o di fronte alla macchinetta del caffè.
    In alcuni casi, sotto la minaccia dei capi, le poche e brevi pause vengono utilizzate per recuperare il lavoro arretrato. La paura di essere messo in cassa integrazione o addirittura di essere licenziato dissuade gran parte dei lavoratori dal denunciare anche i piccoli infortuni che subiscono durante i turni di lavoro. Capi e capetti si aggirano nei reparti a caccia di operai che si oppongono apertamente ai soprusi cercando di organizzarsi, o che si lamentano, o semplicemente dei così detti “scansafatiche”per poi rimproverarli e proporli per provvedimenti disciplinari. Durante gli scioperi ed i picchetti, in particolare nel comparto logistico, ad oggi il settore più combattivo della classe lavoratrice, polizia e carabinieri reprimono duramente i manifestanti, botte, denunce e carcerazioni sono ormai all'ordine del giorno. Il livello di repressione e di controllo contro i lavoratori aumenta e si estende nella misura in cui essi si oppongono con ogni mezzo allo sfruttamento e che i sindacati di regime mostrano il loro vero volto servile, traditore e meschino. Oggi, con l'avanzare della crisi generale del sistema capitalistico , i padroni devono correre ai ripari per evitare che le classi proletarie si organizzino e combattano i loro sfruttatori con maggior determinazione. In questa situazione in continuo sviluppo, i sindacati di regime che un tempo svolgevano diligentemente ed efficacemente il ruolo di pompieraggio, se non addirittura di delazione nei confronti degli operai che intendevano alzare il livello dello scontro di classe, non sono più sufficienti a garantire la pace sociale. La borghesia è costretta a giocare apertamente la carta della repressione utilizzando le sue forze armate, le sue spie e i suoi tribunali contro i lavoratori e contro chiunque osi organizzarsi per alzare la testa e mettere fine ai soprusi. Le persecuzioni contro le popolazioni in lotta per la salvaguardia dei territori, per la casa e gli spazi sociali e contro i lager in cui vengono internati gli immigrati per essere poi deportati, sono all'ordine del giorno. Chiunque partecipi con determinazione a manifestazioni ed iniziative di protesta deve mettere in conto l'eventuale pestaggio, denuncia, ordine restrittivo di ogni genere sino all'arresto. Malgrado queste rischiose condizioni migliaia di donne e uomini del nostro Paese non rinunciano a fare sentire la loro voce ed anzi, in alcune occasioni, infrangono le regole e le restrizioni imposte dagli sbirri e dai magistrati provocando scompiglio e paura di emulazioni nelle fila del nemico.
    Questo hanno imparato a fare anche i lavoratori della logistica dei Si-Cobas dopo i picchetti alla Levoni di Modena e l'arresto del loro dirigente Milani preso in trappola con una montatura orchestrata dal padron Levoni e dagli sbirri della Questura. I lavoratori hanno presidiato in massa il carcere in cui Milani sino al suo rilascio nella giornata stessa del presidio per poi organizzare, il giorno dopo, una manifestazione a Modena che la Questura prontamente ha vietato. Malgrado i divieti della Questura in migliaia si sono presentati alla manifestazione e dopo alcune cariche della polizia hanno aggirato il blocco degli sbirri, occupato la stazione ferroviaria e sfilato in corteo per le vie del centro città in barba alle prescrizioni e ai divieti della sbirraglia. Possiamo quindi constatare che la lotta è tale se ingaggiata autonomamente, liberi dai lacci delle regole che lo Stato democratico borghese ci impone per bocca di sbirri e magistrati; una lotta liberata dalla concezione borghese per cui le regole democratiche vanno rispettate anche se i nostri nemici di classe, gli stessi che le impongono, le infrangono allegramente quando a loro fa comodo.
    L'esempio dei lavoratori della logistica e quello di altri compagni che hanno messo in atto la linea delle violazioni delle regole e delle imposizioni del nemico, riporta all'attenzione di tutto il proletariato la questione dell'analisi giusta e dei conseguenti metodi e strumenti di lotta di fronte ad un impianto repressivo sempre più cruento, imponente e diffuso sino a comprendere ogni ambito della società. E' necessario iniziare a confrontarsi seriamente sul modo di rafforzare tali esperienze per renderle sistematiche dove esistono le condizioni per farlo, a partire dalla solidarietà con i prigionieri rivoluzionari e con tutti quei compagni che con la loro determinazione hanno attirato su di essi le ritorsioni e le rappresaglie dei servi del nemico di classe. Crediamo quindi importante proseguire nel dibattito interno per estenderlo, ad altre realtà in lotta.

    Proletari torinesi per il SRI (Soccorso Rosso Internazionale)




    Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale


    Pubblichiamo il documento di costituzione dei Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale (ptsri).

    Redazione Aurora Proletaria


    Da tempo alcuni militanti di diversa provenienza si sono ritrovati insieme sul terreno delle iniziative solidali contro la repressione e in sostegno ai rivoluzionari prigionieri, accomunati da affinità ideologica e dalla volontà di ricercare nuovi percorsi verso una prospettiva rivoluzionaria.
    In questo senso é concepita la solidarietà con i militanti di classe incarcerati, i quali, sovente, rappresentano le esperienze piu' avanzate. Lo scontro attorno ad essi/e costituisce, dunque, una valenza importante nel rapporto di forza fra le classi.
    Ma l'intervento contro la repressione deve essere inteso in senso ben piu' ampio contemplandone l'aspetto sociale. E' chiaro, ormai, che la repressione, la violenza statale e padronale sono diventate forme stabili e pervasive di governo nelle dinamiche sociali ed economiche. "Guerra imperialista dell'interno” o “guerra di classe dall' alto” (cosi son definite a ragione ormai correntemente) e la “piu' classica” aggressione imperialista, di rapina e sottomissione contro i popoli, hanno acquisito un ruolo centrale in termini economici in quanto tentativi di risoluzione della profonda crisi in cui si dibatte il capitalismo mondiale.
    L'essersi ritrovati su questa comune analisi, cosi come su alcuni elementi di prospettiva politica, ha fatto crescere i rapporti fra di noi alimentando il confronto e la ricerca di unità.
    Il riferimento al Soccorso Rosso Internazionale é diventato forte in questo senso. La partecipazione alle sue ultime conferenze ha dato una spinta definitiva alla nostra costituzione di un gruppo di attività. In particolare rispetto alla campagna contro la repressione di classe, di massa, e per lo sviluppo delle resistenze. Avendo partecipato al dibattito ed alla formalizzazione di questa proposta di campagna ed essendo interni ad alcune esperienze di lotta di questo tipo, pensiamo che non possiamo piu' fare a meno di dotarci di un' articolazione organizzativa. La proposta di campagna “Estendere e rafforzare resistenza” promossa da vari organismi in Italia, é una concretizzazione di quest'impostazione. Per questo motivo intendiamo situarci nella sua dinamica e contribuirvi. Contribuire, quindi, piu' in generale, agli sforzi prodotti per fare fronte comune e per l'unità di classe in tutti gli ambiti di lotta che sviluppino coscienza e forza di classe.
    Pur dando priorità a questo tipo di campagne e di intervento, ci occuperemo attivamente anche delle campagne promosse dal SRI : solidarietà e mobilitazioni verso rivoluzionari/e prigionieri/e particolarmente significativi/e, come i /le militanti rivoluzionari della Grecia, come Georges Abdallah e altri rappresentanti delle resistenze arabe e palestinesi, in particolare quelli/e del Marocco.
    E ora, sopratutto, rispetto ai numerosissimi/e prigionieri/e e alle loro Organizzazioni impegnate nella guerra di liberazione, di classe e internazionalista, fra Kurdistan, Turchia, Siria, Iran. Il Rojava ne é diventata l'epicentro, e la bandiera. Una campagna particolarmente riuscita e attualmente in corso, é quella di raccolta fondi per finanziare l'acquisto di bendaggi salva-vita marca Celox (a questo proposito viene anche diffuso un calendario, di cui è possibile farne richiesta) per i/le combattenti della libertà ed in prioritario sostegno, oltre che a tutte le forze impegnate nei ranghi YPG/YPJ/PKK, al Battaglione Internazionale di Liberazione per il grande significato di nuovo ed avanzato internazionalismo proletario che raccoglie in sé questa esperienza, sulle tracce delle Brigate Internazionali di Spagna.
    Il gruppo che oggi costituiamo si porrà al fianco di quello che con piu' continuità sta rappresentando il SRI in Italia : il “Collettivo contro la repressione, per il SRI” (CCRSRI) di Milano. La nostra iniziativa si svilupperà in parallelo al CCRSI considerando i differenti ma complementari campi d'azione. Tutti/e ci riconosciamo nella Piattaforma e nel Programma del SRI, su queste costruiamo la nostra unità; a partire da queste articoliamo i nostri interventi e diversità.
    D'altronde il SRI ha una vocazione di struttura di fronte. Ha già compreso in sé gruppi diversi di uno stesso Paese, e questo anzi cerca di favorire: il convergere di esperienze diverse verso una piattaforma comune, verso una pratica comune ed un dibattito, confronto, che facciano avanzare la prospettiva rivoluzionaria.
    E nello stesso spirito, di partecipazione e contributo, ci porremo in rapporto ai vari organismi di lotta e di militanza proletaria.
    Torino, gennaio 2017

    PROLETARI TORINESI PER IL SOCCORSO ROSSO INTERNAZIONALE PT-SRI

    proltosri@libero.it




    Militarizzazione della polizia e armi non letali
    Le squadre speciali come truppe di occupazione


    riceviamo e pubblichiamo a firma del Collettivo politico metropolitano

    Redazione Aurora Proletaria


    Le metafore di “guerra alla droga” all’interno degli U.S.A. a partire dagli anni ’80, dove le aree considerate “ad alto tasso criminale” (i ghetti) sono state considerate da un certo punto in poi zone di guerra che trasformano i proletari e i sottoproletari che abitano in queste zone in nemici potenziali e i poliziotti in truppe di occupazione. Lo stesso discorso si potrebbe dire nelle zone del sud Italia che con la scusante della “guerra alla Mafia”, per non parlare delle banlieues francesi dove nell’autunno del 2005 si sono espresse da parte delle masse proletarie/sottoproletarie (in particolare giovanili) delle forme di lotta che per un breve periodo di tempo fece perdere allo Stato il controllo di alcune zone metropolitane.

    Sarà un caso ma a Milano, nel 2007 grazie ai finanziamenti del Ministero della Salute e del Ministero dell’Ambiente, il Comune potrebbe avere a disposizione due esemplari di elicotterini (che costano 50.000 €) prodotti da un’azienda tedesca specializzata in tecnologia bellica. Il dispositivo volante è munito di un sistema GPS satellitare, che è direttamente collegato con un furgone della polizia di Piazza Beccarla (sede dell’Assessorato alla Mobilità e Ambiente) che smista le immagini per competenza a carabinieri, polizia, protezione civile e 118. Milano è la prima città in Europa che potrà contare per il controllo del territorio su un occhio elettronico volante, perché al mondo solo Los Angeles ha ufficialmente un dispositivo simile.

    In questo quadro le squadre speciali come gli Swat negli U.S.A. sono usate come presidio quotidiano nei quartieri abitati da minoranze etniche che hanno assunto l’aspetto di veri e propri territori occupati, non dissimili da quelli in atto nei territori palestinesi occupati.

    La costituzione di corpi polizia paramilitari con addestramento militare si è sviluppata in tutti i paesi imperialisti. In Gran Bretagna l’equivalente delle SWATS sono le PSU (Police Support Unit), utilizzate per molti anni in Irlanda del Nord, in Germania i Gsg 9 (Grenzchtzgruppe 9), in Francia i Gign (Groupe de Sécurité et d’Intevention de la Gendarmerie Nazionale), in Italia per l’occasione del vertice del G8 di Genova fecero la loro comparsa, i Ccir dei Carabinieri (Compagnia di Contenimento e Intervento Risolutive).

    I Ccir furono organizzati utilizzando i carabinieri che prestavano servizio c/o la Seconda Brigata mobile dell’Arma, normalmente impiegata per interventi in zone di guerra all’estero. Sono nati sulla scorta delle dottrine dell’ordine pubblico maturate dopo gli scontri di Seattle del 1999 e fondate sulla convinzione di chiara derivazione militare: la possibilità dell’attacco offensivo e risolutivo in operazioni di piazza. E non è un caso che sia stata la compagnia Ccir 12° battaglione CC Sicilia, durante gli scontri di Genova del 2001, l’artefice della carica laterale al corteo delle tute bianche che ha portato agli scontri di Piazza Alimonda e all’uccisione di Carlo Giuliani. L’altro aspetto inquietante sta nell’invisibilità dei Ccir si tratta una struttura semiclandestina, non avevano (ufficialmente sciolti dopo Genova) un proprio comando operativo, il loro arruolamento era condotto nei vari battaglioni tra il personale dell’arma più convinto e motivato (giovani con poca esperienza ma molti motivati e determinati e ufficiali con approccio offensivo e malcelate simpatie politiche vicine alla destra fascista ovviamente). Il modello ispiratore va fatto risalire per metà agli SWATS, e per l’altra metà dalla M.S.U. (Unità Multinazionale Specializzata) corpo d’élite nato nel 1998 su richiesta della N.A.T.O. (e operante nell’ambito dell’alleanza atlantica) e sotto il comando di un ufficiale dei Carabinieri, per le missioni internazionali con il compito di fondere il controllo bellico del territorio e la gestione di polizia tradizionale.

    La cooperazione internazionale tra questi corpi specializzati si è sviluppata in questi ultimi anni. Centinaia di carabinieri si addestrano nel modernissimo centro della gendarmeria francese a Saint-Astier nella regione della Dordogna, nei pressi di Bordeaux, una struttura unica in Europa. Nel Corriere della Sera del 7 giugno 2001 si dice: “Centinaia o migliaia, parte dei carabinieri che si stanno addestrando potrebbero trovarsi a Saint-Astier, nella Regione della Dordogna, dove sorge il modernissimo centro di addestramento della gendarmeria francese. Un luogo unico nel suo genere in Europa dove tutte le forze di polizia a ordinamento militare fanno a gara per andare a seguire i durissimi corsi. Per alcune missioni all’estero anche i carabinieri sono transitati da questi 148 ettari di terreno collinoso dov’è ricostruita, come in un set cinematografico, una vera e propria città. Fra negozi, piazze e stradine – in un contesto simile a quello di un qualsiasi centro occidentale – vengono sperimentate tecniche di guerriglia urbana, viene affinato, l’uso dei lacrimogeni, ci si prepara a reagire all’uso di bombe a mano. Secondo una tecnica organizzativa consolidata, gli agenti da addestrare simulano di essere manifestanti, con tanto di fazzoletti al collo e caschi in testa. Tutti, gli agenti, di diverse nazioni, per settimane gli uni contro gli altri, ad apprendere l’arte della guerriglia”.

    A Saint Aster si addestra la Gendarmeria Europea, nata da un accordo tra i ministri della difesa di Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna, il 17.09.2004. compito della Gendarmeria Europea è di intervenire nelle cosiddette “missioni di pace, coordinamento e cooperazione e compiti di polizia militare” nelle situazioni di crisi e di guerra come i Balcani o il medio oriente. Il contributo Italiano Eurogendfor, è costituito dalla partecipazione delle forze di polizia militare (alias Carabinieri) e dal aver messo a disposizione il quartier generale a Vicenza nell’ex scuola di addestramento dei Carabinieri Chinotto che affianca il COESPU (Centro di Eccellenza per le Stability Units), un nuovo corpo finalizzato all’addestramento di istruttori di polizia con status militari tipo Carabinieri provenienti da paesi extraeuropei come il Camerun, il Marocco e il Senegal.

    Non ci si deve meravigliare sul ruolo preponderante dei carabinieri, sulla formazione di questi corpi specializzati, poiché essi sono l’apparato ideale per la guerra civile e per il colpo di stato in Italia (prendiamo come esempio Piano Solo di De Lorenzo nel 1964) per tre ragioni:

    1° Sono una struttura da esercito professionale. E col D.L. 05/10/2000 n. 297 l’arma dei carabinieri è elevata a rango di forza armata.

    2° Anno compiti di ordine pubblico e di polizia militare.

    3° La loro collocazione all’interno dell’esercito con funzioni specifiche integrate nella NATO.

    In Italia rimangono in piedi, le strutture create negli anni ’70 e ’80 nel periodo della lotta armata da parte delle B.R. e delle altre O.C.C. in funzioni antiguerriglia. Queste sono strutture integrate, dove il magistrato antiguerriglia ha più rapporti con i poliziotti e i carabinieri dei reparti antiguerriglia che con gli altri magistrati, lo stesso discorso vale per gli agenti di P.S. e i C.C. di questi reparti. E in questo periodo che la guerra psicologica fu centralizzata negli uffici stampa. Perciò non c’è da meravigliarsi (che non significa accettazione passiva e mancanza di lotta) l’operare di magistrati come Giovagnoli (continuazione della magistratura emergenzialista) e di ufficiali di carabinieri come Ganzer. Queste strutture non solo si mantengono, ma dopo l’11 settembre con la scusa della “lotta al terrorismo” si sono rafforzate.

    L’idea forza che ispira questi corpi è che il cittadino diventa il nemico nel momento in cui manifesta contro i poteri dominanti.


    Guerra nelle banlieues delle metropoli imperialiste



    Il Pentagono facendo tesoro dell’esperienza molto amara appresa dalla guerriglia urbana dove le truppe americane si sono dimostrate regolarmente inferiori a nemici male armati ed equipaggiati, ma tremendamente determinati e abili ad approfittare della loro conoscenza del territorio, ha promesso ai soldati americani in difficoltà nella guerriglia urbana a Baghdad entro il 2015 nuove attrezzature militari e armamenti. Questo non solo per quello che è successo a Baghdad, ma anche dall’esperienza di Mogadiscio del 1993 dove i Ranger subirono perdite del 60% per mano dei guerriglieri somali.

    Il peggio per il Pentagono (come per le forze armate degli altri paesi imperialisti) è che nel futuro dovrà affrontare sempre di più questo tipo di situazioni di conflitto. Almeno un miliardo di esseri secondo dati ONU vive attualmente nelle grandi megalopoli del Sud del Mondo. Oramai quest’urbanizzazione ha raggiunto proporzioni mostruose: Lagos potrebbe avere nel 2015 venti milioni di abitanti, Karachi ne ha oggi 25 milioni, il Cairo 16 milioni.

    Ma a dimostrazione della dimensione internazionale dello scontro di classe e della controrivoluzione, anche le città delle metropoli imperialiste, come dicevo prima, sono diventare terreno di scontro e di sviluppo della militarizzazione.

    Prendiamo come esempio gli U.S.A. Negli ultimi 25 anni, i vari uffici di polizia hanno organizzato unità paramilitari (PPUs) variamente denominate: SWAT, SRT, equipaggiate per operare in tenuta di combattimento con armi automatiche ad alto potenziale come fucili d’assalto e granate assordanti, accecanti, gas paralizzante e automezzi corazzati. Il numero di queste unità e il numero delle situazioni nelle quali vengono dispiegate sono aumentate rapidamente. Con i prevedibili risultati: civili coinvolti, poliziotti uccisi da fuoco amico ed un crescente antagonismo tra forze di polizia militarizzate e popolazione.

    All’interno di questi corpi d’élite molto militarizzati hanno accresciuto la cultura della violenza e dell’antagonismo razziale. Uno studio fatto dai professori Peter Kraska e Vicotor Kappeler della Scuola di studi di polizia dell’Università dell’Eastern Kentacky rileva il livello di inaccettabilità che queste squadre di polizia paramilitare hanno raggiunto nelle comunità afro americane e ispaniche. C’è stato un incremento di queste squadre. Nel 1982 il 59% dei dipartimenti di polizia aveva tra i suoi effettivi un’unità paramilitare. Quindici anni dopo quasi il 90% dei 48 dipartimenti ha in attività unità paramilitare. Queste unità sono chiamate per compiti di normale amministrazione per le forze di polizia, come pattugliare le strade o eseguire mandati di perquisizione.

    Le comunità nere delle città sono le prime a subire l’impatto con queste unità dove il razzismo cresce.

    Nel 1983 e nel 1989 ci furono due cambiamenti del Posse Comitatus Act, che era stato emesso per porre fine allo stato di legge marziale che regnava negli stati del Sud dopo la guerra civile, che hanno portato l’istituzione militare e poliziesca a lavorare a fianco a fianco. Dopo questi emendamenti al Posse Comitatus Act, i militari hanno potuto fornire servizi d’intelligence, materiali e mezzi e addestramento così come partecipare a operazioni antidroga in pratica pressoché tutte le attività di ricerca, attività e arresto.

    La somiglianza tra le attività di polizia e quelle dei militari ha creato un forte allarme riguardo alle libertà civili. Nel maggio 1997 una squadra dei marines che stava portando avanti una missione di “addestramento antidroga” sul confine messicano, ha ucciso un pastore di pecore che stava portando la sua lana dal Messico al Texas. I quattro soldati che agivano ha volto coperto, affermarono che il pastore – armato di un fucile a colpo singolo che usava per difendersi dai coyote – aveva fatto fuoco su di loro.

    L’esercito va assumendo funzioni di polizia civile, così la polizia agisce e appare sempre più come un reparto di soldati.

    La strada verso armamenti high tech è stata spianata dalla fine della cosiddetta guerra fredda, quando a fronte delle riduzioni della spesa militare, si è creato un surplus a prezzi stracciati nel mercato di tali armamenti. I fabbricanti di armi iniziarono una politica aggressiva di marketing verso i dipartimenti di polizia al fine di poter piazzare armi automatiche e altro, infatti, le aziende tengono seminari e spediscono dépliant colorati con tutte le figurine e i manichini abbigliati ninja-style. Questa confluenza di esperienza, con artiglieria militare, immersione nella cultura militare e l’immaginario creato dai media stanno velocemente creando un nuovo tipo di agente, che si comporta sempre di più come un soldato in guerra che come un poliziotto in pattuglia.


    Le “armi non letali” come strumenti di controllo politico e per la guerra all’interno



    Le tecnologie della repressione sono il prodotto dell’applicazione della scienza e della tecnologia al problema della neutralizzazione dei nemici interni dello Stato. Sono dirette principalmente contro la popolazione civile, solo raramente uccidono poiché sono indirizzate principalmente al cuore, alla mente e al corpo e sono usate sia nelle guerre esterne, che nei conflitti civili interni, le rivolte ecc.

    Questo nuovo tipo di armamenti ha rivoluzionato lo scopo, l’efficienza e la crescita del potere repressivo della polizia che certamente è molto diverso da nazione a nazione. Vedere le riflessioni del maggiore dei carabinieri Rosario Castello nella pagina web: http://www.carabinieri.it/Inernet/Editoria/Rassegna-Arma/2003/4/Informazioni-e-segnalazioni/01_Rosario_Castello.htm dove fa delle riflessioni sull’utilizzo delle “armi non letali”. Castello comincia la riflessione con un classico della strategia militare Sun Tzu: “Quando duemila anni fa circa, Sun Tsu affermò che per annientare il nemico non era necessario distruggerlo fisicamente, ma annientarne la volontà di vincere”, ci fa capire che queste armi sono politicamente convenienti perché evitano inutili spargimenti di sangue con tutti gli inconvenienti a livello mediatico e politico (possiamo prendere come esempio quello che è successo in Birmania, cosa sono le conseguenze a livello politico di una repressione fatta alla luce del sole e davanti ai media internazionali). Sono armi per una guerra a bassa intensità che però hanno lo svantaggio di una loro possibile proliferazione e utilizzo da parte di gruppi criminali/terroristi.

    Questo fatto ha preoccupato settori di opinione pubblica, poiché la commissione STOA del Parlamento Europeo (Scientific Tecnological Options Assessment - Commissione per la Valutazione delle Opzioni Scientifiche e Tecnologiche) ha ordinato uno studio per conto della Commissione libertà civili e affari interni dell’Unione Europea.

    Questo rapporto del 1998 dal titolo emblematico “Una valutazione delle tecnologie di controllo politico” ha confermato i primi interessi da parte degli scienziati in Europa (ma non negli U.S.A.).

    Il rapporto STOA ha disegnato un agghiacciante quadro delle innovazioni repressive, con le seguenti opzioni:

    1° Sistemi semi intelligenti della zona di rifiuto. Questi sistemi di guardia automatizzati adottano reti neurali capaci di utilizzare modelli di riconoscimento e “imparare” così che possano pattugliare zone sensibili e utilizzare secondo l’opportunità armi letali o sub letali.

    2° Sistema di sorveglianza globale. Il software di riconoscimento vocale può intercettare e rintracciare individui e gruppi, mentre supercomputer classificano automaticamente la maggior parte delle chiamate telefoniche, fax, e-mail. Sistemi di “Data veglianza” tracciano immigrati o altri obiettivi, attraverso l’uso delle tecniche biometriche per identificare le persone tramite il riconoscimento del DNA, la retina o le impronte digitali. Un esempio di applicazione di questo sistema di sorveglianza globale è il Progetto europeo Erodac. Questo progetto diventato operativo il 15 gennaio 2003 prevede che uno Stato membro dell’U.E. potrà raffrontare le impronte digitali dei richiedenti Asilo o dei cittadini terzi presenti “illegalmente” nel proprio territorio per verificare se hanno presentato domanda di asilo in un altro Stato membro.

    3° Profilo dati. Le polizie di stato sono state in grado di usare la sorveglianza dei dati per compilare “mappe di amicizia” o legami, attraverso l’analisi di chi Telefona o spedisce posta elettronica e di chi la riceve. In Guatemala si è usato il sistema Tadiran localizzato nel palazzo nazionale per creare liste di gente da assassinare.

    4° Sub-letale o armi inabilitanti. Pepper spray (spray al pepe), CS gas e schiuma chimica, può essere usati sia nelle prigioni, che nel controllo di massa, così come nelle operazioni di conflitti sotterranei diversi dalle guerre (o come si ama chiamarli attualmente Conflitti a bassa intensità). Il Pepper gas, un impianto tossico, è stato bandito nel 1972 dalla Convenzione delle Armi Biologiche per l’uso in guerra, è invece consentito nell’uso per la sicurezza personale. “La schiuma adesiva” un adesivo chimico, può essere usato su varie superfici, o l’uno con l’altro. La schiuma può essere usata per formare barriere che bloccano tutte le vie di fuga e facilitano gli arresti di massa.

    5° Munizioni dalla punta morbida. Con il pretesto di proteggere civili innocenti, i proiettili soft point sono venduti come più sicuri delle regolari munizioni con rivestimento in acciaio, che potrebbero passare attraverso i muri, e colpire civili aldilà del campo di vista. Queste munizioni sono tra le più usate da SWAT e dalle altre forze speciali delle polizie.

    6° Veicoli d’ordinanza mimetizzati. Progettati per dissimulare, soprattutto per la televisione, questi veicoli delle forze di sicurezza mimetizzati spesso come ambulanze, possono dispiegare una formidabile quantità di armamenti e sono stati usati per dare una prova di forza in paesi come la Turchia, o per spruzzare sostanze chimiche o tinture sui manifestanti, come hanno fatto le forze di sicurezza in Indonesia.


    Le armi per un controllo di massa



    Queste tecnologie di repressione stanno diventando più sofisticate, e più potenti, e più diffuse in stati come la Cina e il Guatemala.

    Molti di queste armi sono considerati dai produttori come “inoffensive”. Esse sono usate sia contro le rivolte che per il controllo di massa (eufemismo per parlare di proteste e di opposizione politica).

    Quando si parla di “non letalità” di queste armi, pensiamo ai proiettili di plastica che sono stati frequentemente casi di cecità, oltre che di serie ferite mortali sia dei manifestanti che dei passanti. Tutti i proiettili di plastica comunemente disponibili e usati in Europa vanno molto al di fuori dei parametri di danno da armamenti ad energia cinetica stabiliti nel 1975 dagli scienziati militari U.S.A.

    Negli U.S.A. il pepper gas è diventato un attrezzo di routine per la polizia dal 1987 anno di adozione da parte dell’FBI. Un rapporto dell’Associazione Internazionale dei capi della polizia, ha documentato 113 “morti accidentali” collegate al pepper gas in U.S.A. principalmente causate da asfissia posizionale. C’è stato un grande abuso di questo mezzo: in California, membri della polizia, tenendo fermo le teste dei manifestanti, hanno aperto loro le palpebre e depositato il liquido urticante direttamente sui loro bulbi oculari. Amnesty International ha definito questo impiego contro attivisti ecologisti pacifici, “equivalente alla tortura”.


    Guerra “non letale”




    Gli eserciti sono impazienti di imbracciare la dottrina della “guerra non letale”. Il concetto nacque negli U.S.A. nel 1990, i suoi difensori erano prevalentemente scrittori futuristi come Alvin e Heidi Toffler, i quali trovarono uno spunto nei laboratori di armi nucleari di Los Alamos, Oak Ridge e Laurence Livermore. Questa dottrina trovò un campione nel Coll. Jhon Alexander, che era diventato famoso per il programma Phoenix nella guerra del Vietnam (più tardi diventato un proponente della guerra psichica). Il Pentagono e il Dipartimento di Giustizia chiamati a raccolta intorno alla dottrina della “guerra non letale” speravano di trovare un “proiettile magico” che potesse neutralizzare “il fattore CNN” e che in qualche modo permettesse al sistema di potere vigente senza pubblico spargimento di sangue.

    Questa esigenza era sentita sia da parte della polizia dopo il pestaggio di Rodney King a Los Angeles, dall’A.T.F. e dall’FBI dopo Waco e Rubi Ridge e dall’esercito che bruciava l’umiliazione subita in Somalia. Tutti cercavano una “soluzione tecnica”.

    Si costituì un gruppo di lavoro integrato composto da: i Marines, l’Air Force, il Comando per le Operazioni Speciali, l’Esercito, la Marina, la Giunta dei Capi Unificati di Stato Maggiore, e i dipartimenti del Trasporto, della Giustizia e dell’Energia. Uno dei ruoli di questo gruppo di lavoro è stabilire collegamenti con governi amici. Questo gruppo ha sponsorizzato delle conferenze a Londra sul “Futuro delle armi non –letali” Nel corso della conferenza del 1997, Hildi S. Libby, direttrice del programma militare per i sistemi non letali, propugnava lo sviluppo di una vasta gamma di avanzate tecnologie destinate a "essere inserire nei programmi di armamenti esistenti". Il suo intervento era centrato senza che nessuno se ne sorprendesse sulle munizioni che permettono di isolare una determinata zona. In effetti, gli Stati Uniti rifiutano di firmare il trattato sulle mine anti-uomo prima del 2006, per avere il tempo di sviluppare "adeguate" soluzioni alternative.

    Tra i progetti presentati da Libby, si possono elencare: una mina anti-uomo “non letale", basata sulla classica mina M1*A1; una carica “non letale" di 66 mm per contenere o reprimere la folla un sistema di tiro costituito da munizioni di tipo diverso (pallottole di gomma, gas, mine invalidanti, ecc.); una mina immobilizzante anti-uomo, che chiude la vittima in una rete. Tra i “miglioramenti" già sperimentati di questa mina: l'aggiunta di materiale adesivo o irritante, di elettroshock o di un effetto “lama di rasoio" che costringe le persone colpite a rimanere completamente immobili per evitare ulteriori ferite laceranti.

    Le conferenze del 1997 e 1998 hanno permesso di scoprire alcune armi su cui si era fino allora mantenuto il segreto: la pistola Vortex, che emette onde d'urto verso il corpo umano, e alcune armi acustiche dagli effetti regolabili che, secondo l'esperto americano William Arkin, possono, a scelta, provocare un “lieve fastidio" oppure “emettere onde di 170 decibel capaci di ledere organi, creare cavità nel tessuto umano e causare traumi potenzialmente letali".
    La conferenza del 1998 è stata l'occasione per presentare il "concetto di difesa a strati", concepito come una cipolla i cui strati più esterni sono i meno letali ma che, man mano ci si avvicina al centro, diventa sempre più distruttiva. Era poi proiettato un video dimostrativo in cui si vedevano alcuni soldati fare uso di armi a microonde, e al loro fianco personale medico che si prendevano cura delle vittime in coma.

    Oltre alle possibili violazioni del giuramento di Ippocrate, Steven Aftergood, direttore della Federazione degli scienziati americani, sottolinea il carattere estremamente intrusivo di queste armi: “Non prendono di mira solo il corpo delle persone. Sono programmate per disorientarle o destabilizzarle a livello mentale". Ordigni di questo tipo possono interferire con i regolatori biologici di temperatura del corpo umano; le armi a frequenza radio, per esempio, agiscono sulle connessioni nervose del corpo e del cervello; i sistemi laser provocano, a distanza, scosse elettriche "tetanizzanti" o "paralizzanti".

    Diverse organizzazioni non governative si sono schierate contro le “armi non letali”, sottolineando la contraddizione in termini insita in una tale definizione. Si teme che, nel bel mezzo di un'operazione di polizia, lo stress possa spingere alcuni a non limitarsi a fare uso di opzioni invalidanti, ma a usare le opzioni più violente, a portata di interruttore con il rischio che semplici operazioni di vigilanza si trasformino in esecuzioni sommarie. Tali armi potrebbero poi essere utilizzate in contesti molto diversi da quelli previsti dai loro fabbricanti. L'enorme numero di esecuzioni quotidiane che ha caratterizzato il conflitto in Ruanda è stato in buona parte determinato dalla tecnica paralizzante utilizzata: si tagliava il tallone d'Achille delle vittime, per poi tornare e dar loro il colpo di grazia. La caligine adesiva che incolla al suolo le vittime, i prodotti chimici che stordiscono le masse e i sistemi paralizzanti che impediscono alle persone di muoversi potrebbe quindi paradossalmente rendere le zone di conflitto ancor più letali, considerato l'effetto anestetizzante che esercita sulle vittime. In Irlanda, sorta di laboratorio per la prima generazione di armi non letali, si è verificato un effetto boomerang: l'uso di queste armi ha rinfocolato ed esacerbato il conflitto.


    Privatizzazione della polizia



    In un articolo di Rita Pennar pubblicato nella Voce della Campania c’è la seguente notizia: in un protocollo d’intesa redatto al Ministero dell’interno nei primi giorni del novembre 2007 e riguardante delle modifiche al Tulps (Testo unico leggi pubblica sicurezza) e in particolare al Titolo IV, tratta della “riforma” degli istituti di vigilanza privati. Girato in forma riservata dalla Federpol (Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni, le Informazioni) agli associati, il protocollo è accompagnato da copia della missiva di G. Pellegrino (presidente nazionale della Federpol) al prefetto Giulio Gazzella Direttore dell'Ufficio per l'amministrazione generale del Dipartimento della pubblica sicurezza, che chiede un incontro per mettere a punto alcuni aspetti del protocollo d’intesa.

    In questo protocollo è previsto che all’area di sicurezza privata oltre i confini tradizionali degli articoli 133 e 134 del Tulps, vale a dire entro i confini che fino ad ora hanno limitato i poteri agli addetti della vigilanza privata, sia riservato compiti di ordine pubblico che fino adesso era esclusivamente riservato a Polizia e Carabinieri.

    Già col decreto dell’8 agosto 2007 arriva un nuovo eldorado per chi si occupa di “vigilanza”, soprattutto nella parte in cui prevede i servizi Stewart negli stadi siano “assicurati dalle società organizzatrici direttamente ovvero avvalendosi di istituti di scurezza privata autorizzati” nel caso limite possono rientrare non solo gli istituti di vigilanza composte da guardie particolari (generalmente armate), ma anche le attività di reclutamento, addestramento e organizzazione di corpi di contractors come quelli utilizzati in Iraq.

    Con le modifiche al Tulps si arriva all’unificazione tra gli istituti che si occupano d’investigazioni e gli istituti di vigilanza privata e le guardie giurate (finora tutto ciò contenuto nei limiti per quanto riguarda compiti e funzioni), tutto ciò nel segno degno di un colossale business.


    Serial Killer “affossa” un disegno di legge



    C’era stato un precedente di “riforma” che intendeva allargare le competenze degli istituti vigilanza. Tentativo che finì tragicamente.

    Nella notte del 21 e 22 febbraio 2005 lungo la statale che collega Verona e Brescia, ci fu una sparatoria nel corso della quale furono esplosi oltre 30 colpi e che ha fatto 4 vittime: 2 agenti di polizia, una prostituta ucraina e Andrea Arrigoni, l’uomo che avrebbe ucciso i due poliziotti e la prostituta.

    Ma chi era Arrigoni? Ma che centra lui con la riforma della vigilanza privata che in quel periodo stava preparando AN?.

    Andrea Arrigoni aveva fatto il paracadutista in Somalia, la guardia del corpo di Umberto Bossi tra il 1994 e il 1996, è in seguito diventato poi una guardia privata, aveva messo su l’agenzia Mercuri Investigazioni a Bergamo ed era uno dei dirigenti della CON.IPI, l’associazione nazionale degli investigatori privati (della quale presidente onorario e Maurizio Gasparri e membro e anche un ex generale dei carabinieri G. Servolini, e presidente è Filippo Ascierto ex maresciallo dei carabinieri). Arrigoni negli ultimi mesi prima di morire era diventato un assiduo frequentatore di Montecitorio e di convegni organizzati alla Camera.

    Proprio in quel periodo si stava preparando da parte di A.N., in particolare da parte di Mantovano all’epoca sottosegretario all’Interno (nonché sostenitore dell’Opus Dei) stava preparando una legge di riforma sulla vigilanza privata che era un autentico colpo di stato. La manovra consisteva nell’equiparare lavoro e competenze dei vigilantes (di cui A.N. controlla la principale rete agenzie) a quelli della Polizia di Stato. Nel progetto c’era la volontà di attribuire loro le competenze dei cosiddetti servizi integrati (il controllo della criminalità comune), con possibilità di identificare le persone.

    Quando saltò fuori “ufficialmente” il legame tra Arrigoni e i vertici di A.N., Forza Italia stoppò il progetto. L’allora ministro degli Interni Pisanu tolse immediatamente la delega alla vigilanza privata a Mantovano.


    Dssa e servizi vari



    Il 1° luglio 2005, partendo dalle indagini sugli ambienti mercenari e delle guardie del corpo, per trovare la pista che aveva portato Fabrizio Quatrocchi sequestrato e ucciso a Baghdad il 14 aprile 2004, scoppiò lo scandalo Dssa (Dipartimento Studi Strategici). La Dssa si presenta come una polizia parallela operante “ufficialmente” su più fronti: monitoraggio degli ambienti extracomunitari (pedinamenti, sorveglianza, identificazione fotografica) per individuare estremisti islamici, caccia ai militanti o ex militanti della sinistra rivoluzionaria latitanti all’estero (come Cesare Battisti) fino ad arrivare a occuparsi della protezione del Papa.

    A capo di questo servizio, è Gaetano Saya, fondatore del nuovo MSI. Si dichiara agente coperto e lo quando lo arrestano a Firenze per associazione a delinquere, rifiuta di rispondere all’interrogatorio per non tradire . Infatti, tra il vantato dal Dssa, ci sono personaggi che provengono da Gladio e soprattutto dalle forze dall’ordine: agenti di polizia in servizio o da poco in congedo.

    La fretta in cui il ministro degli Interni ha annunciato da Roma che era stata liquidata una , tradiva le reali intenzioni di coprire tutto. Risulta che gli uomini della Dssa avevano le per entrare liberamente nel centro elaborazione del Viminale, oltre a avere placche e pass che davano loro libero accesso in questura come in altre sedi, usando auto di servizio. Non solo: il materiale illustrativo della Dssa circolava liberamente all’interno dei vari corpi, dove avveniva il reclutamento, specialmente tra i Gom della penitenziaria.

    Obiettivo della Dssa era di formare un Nucleo interforze di polizia, capace di riunire in un’unica struttura paramilitare, fuori dal controllo dello Stato, la nebulosa delle varie milizie che s’ispirano al razzismo padano o al fascismo. A questa costituenda formazione sarebbe riconducibile il Corpo politico destra nazionale che aveva come coordinatore Stefano Sacconi; le Giacche verdi Lombardia – Volontari a cavallo per la protezione civile e ambientale; e la stessa Unione nazionale forze di polizia, sindacato creato a Milano da un ispettore di polizia vicino all’estrema destra. Ora, il Nucleo Interforze esiste: vicino a Termini c’è la caserma di Castro Pretorio dell’esercito, all’entrata c’è la targa INTERFORZE, che non è una struttura solo dell’esercito ma della polizia e dell’esercito. Quindi c’è uno scambio tra esercito e polizia.

    La DSSA è dunque un’organizzazione che interviene all’interno e all’estero.

    Come si diceva prima. la Dssa tra i corpi dello stato, dove reclutava c’erano i GOM e questi assieme la mala fascista, in altre parole le componenti mafiose-malavitose sorte nuovamente come filiazione esterne dei pentiti e delle polizie che li controllano; componenti sarde fasciste, componenti napoletane ex nuova famiglia e non solo, componenti romane legate ai NAR e alla banda della Magliana, la Nuova Corona Unita pugliese, componenti calabresi soprattutto del casentino, del catanzarese, della Locride, la mafia vincente siciliana e quella emergente (Catania, gela ecc.), ex mala torinese, la mafia fascista milanese, le componenti mafiose rumene, albanesi, kosovare, le componenti multinazionali legate all’Egitto e alla Colombia, nessuna di queste realtà si preoccupa più di fare la guerra ai pentiti perché è pericoloso, perché può ostacolare i loro affari; tutte le componenti prediligono i mezzi soft rispetto agli omicidi; esempio i racket per far chiudere un’attività commerciale che non si “adegua” per poi in seguito impossessarsi dei suoi beni.


    Gli antesignani della Dssa



    Questo intreccio tra neofascisti, militari e forze dell’ordine non è nuovo. Viene da lontano: dall’immediato dopoguerra e dalle trame della cosiddetta “strategia della tensione”.

    Negli anni più vicini pensiamo alla Falange Armata, che dalla testimonianza di un ex parà della Folgore fa emergere i seguenti elementi:

    1° La Falange Armata è stata una serie di operazioni non una struttura con vita propria. Operazioni tendenti alla destabilizzare del quadro politico esistente in funzione di una sua stabilizzazione in senso reazionario. Molti membri di queste operazioni, furono scaricati quando erano di impaccio o non servivano più lo scopo (Uno bianca)

    2° Gli operatori della Falange Armata avevano competenze specifiche in materia di apparecchiature elettroniche.

    3° La storia di un giovane paracadutista di carriera, accusato di rapina è perciò finito in galera, e che penetra nelle celle dei “terroristi” e dei trafficanti di armi assieme all’omicidio dell’operatore carcerario Scalone, significa che questo tipo di operazioni riguardava la presenza all’interno delle carceri.

    Ma ci sono state altri tipi di operazioni inquietanti come il Progetto Arianna nel 2000, un’organizzazione antidroga clandestina costituita a Latina da appartenenti alla polizia, per finire ai Berretti Bianchi, una fondazione di carattere internazionale nata nel 1998 col nome White Helmets Europe, con sede in Argentina, alimentata da ex poliziotti, spuntata a lato del caso Telecom-Serbia.

    Ma non bisogna dimenticare la Legione Brenno, venuta alla luce nel 1998, a seguito di un sanguinoso conflitto avvenuto nel 1995 con agenti di polizia a Marghera. La Legione Brenno, il cui nome si rifà al leggendario capo dei Galli e che si ispira ai cavalieri templari, era stata fondata da alcuni (formalmente) ex carabinieri (come Sacchetti), sarebbe nata nei primi anni novanta per sostenere le formazioni croate dell’Hos, ossia, il Partito del Diritto erede degli Ustascia filonazisti e avrebbe inviato prima Croazia e poi in Bosnia dei mercenari italiani per combattere i “comunisti” serbi, trafficando in armi e in esplosivi.

    Come ogni struttura di questo tipo, anche la Legione Brenno aveva rapporti con la malavita nazionale, soprattutto per lo spaccio di stupefacenti attuato attraverso una rete di propri uomini di fiducia ingaggiati come personale della Security in numerose discoteche del Nord.

    Ora se la Falange era una serie di operazioni, la Brenno e la Dssa non potrebbero essere la continuazioni di tali operazioni? Che la tendenza alla privatizzazione abbia proliferato questo tipo di strutture?


    Per concludere



    A partire della fase imperialista, il modo di produzione capitalista ha esaurito le sue potenzialità come ambito favorevole allo sviluppo della forza produttiva del lavoro umano. Quanto più la fase del suo declino si protrae, tanto più i suoi effetti distruttivi diventano profondi e universali, diffusi a più aspetti individuali e sociali: distruzione dell’ecosistema, inquinamento diffuso, deterioramento della salute individuale e delle condizioni igieniche, distruzioni di uomini e cose, tutto ciò è un prodotto non dai “limiti allo sviluppo” ma dal modo di produzione capitalista.

    Nell’attuale fase caratterizzata, come si dicevo all’inizio, dall’accentuazione delle varie contraddizioni (imperialismo/popoli oppressi, capitale/classe operaia e tra le diverse frazioni della borghesia imperialista), nei paesi imperialisti è in atto una centralizzazione del potere, con rafforzamento degli esecutivi, questo anche come risposta alle contraddizioni in atto. Aggiungendo, che la lotta politica nei paesi imperialisti è diventata una lotta tra bande. Tutto ciò può aiutarci a capire i fenomeni sopra descritti di militarizzazione delle forze polizia e la diffusione delle armi “non letali”.




    Comitato Giuliano Naria
    Atti preparatori al Convegno contro la repressione, 30-31 maggio 1981


    Durante il convegno sulla repressione tenuto il 30-31 maggio 1981 alla Palazzina Liberty di Milano si trattarono le questioni della lotta contro il pentimento e la dissociazione e della solidarietà con i prigionieri politici (in gran numero compagni delle Brigate Rosse) che resistevano contro feroci torture, privazioni ed omicidi dello Stato. In quell'occasione dall'intervento del Comitato Giuliano Naria (in ricordo  accusato di avere partecipato all'azione contro il procuratore capo di Genova Francesco Coco e la sua scorta) , nacque l'opuscolo “ Toni Negri, ovvero del soggettivismo e del gradualismo”. L'intervento del comitato Naria mirava a smascherare le posizioni innocentiste e l'intero contenuto del pensiero di Negri e compagni che veniva sottoposto a verifica e impietosamente criticato dalle vicende politiche di quegli anni.

    Il testo che proponiamo in attenta lettura sulle pagine web di Aurora proletaria, rappresenta una lucida ed inconfutabile critica al pensiero operaista della Scuola di Francoforte che è tutt'ora, con le dovute diverse modalità pratiche, la teoria che muove gli ambienti di Autonomia Operaia.

    Documento pdf




    La Germania tiene per mano le carceri in Turchia


    Intervista a Sadi Ozpolat, compagno turco che ha passato nelle galere turche 17 anni, condannato a 6 anni in carcere in Germania per “appartenenza a associazione sovversiva con finalità di terrorismo internazionale” art. 129b (il pari del 270bis in Italia) dovrebbe uscire il 12 maggio del prossimo anno

    Ci sono differenze fra le carceri turche e tedesche?

    (Sadi dice che le differenze ci sono ma non sono essenziali, piuttosto, sottolinea, ci sono similitudini …).

    In entrambi i paesi esiste la tortura dell’isolamento. Ed è tanto scientifica come mostrano alcune sentenze giuridiche, al punto che l’isolamento rappresenta una prassi di tortura. In Turchia come in Germania la tortura viene soprattutto impiegata contro i prigionieri rivoluzionari; adottata anche e in misure sottovalutate, contro prigionieri non colpiti da accuse politiche.

    In entrambi i paesi la logica del carcere ha un’eguale funzione. Cerca di allontanare i prigionieri rivoluzionari dai pensieri e dagli intrecci rivoluzionari per costringerli attraverso il pentimento ad abbandonare. Persino la lettura può essere effettivamente ostacolata e vietata, questo vale anche per le letture legali e serve allo scopo di annientare l’identità rivoluzionaria. Io, per esempio, sono stato costretto, per avere i libri in cella, a portare avanti uno sciopero della fame di 18 giorni e successivamente di 44 giorni. Fra i libri e le riviste vietate in carcere qui ci sono persino libri pubblicati da me, come anche la rivista “Yuruyus” legale in Turchia e “Gefangenen Info” altrettanto legale qui.

    In entrambi i paesi si cerca di interrompere collegamenti e possibilità di contatti con il mondo esterno, al fine di intensificare l’isolamento. Per questo in Turchia come in Germania viene ostacolata la corrispondenza; le visite e i contatti con persone, conoscenti e avvocati vengono ridotte il più possibile.

    La differenza fra i due sistemi carcerari, in fondo, esiste soltanto nei modi e nella frequenza di esercitare però la medesima prassi.

    In Turchia sei stato portavoce di scioperi della fame durissimi (1). Come consideri questa lotta?

    In carcere lo sciopero della fame fino alla morte è un metodo di lotta efficiente. Gli esempi nel mondo sono tanti. Uno di questi, quello condotto dai prigionieri dell’IRA (2), si è concluso con una vittoria. Nel nostro paese, noi prigionieri del DHKP-C (Fronte-Partito Rivoluzionario di Liberazione Popolare) più volte abbiamo intrapreso lo sciopero della fame illimitato, cogliendo delle vittorie. Questo tipo di sciopero è riconosciuto come forma di resistenza, resa necessaria in considerazione degli attacchi dello stato contro l’identità rivoluzionaria dei prigionieri.

    In particolare noi prigionieri del DHKP-C ci siamo adoperati a far sì che questo metodo venisse modificato. La discussione non ruotava attorno al quesito se lo sciopero della fame illimitato è o non è una forma di resistenza, ma, al contrario se suscita o no resistenza. Nelle forme di resistenza sono assieme compresi il rifiuto dell’appello (della conta), l’elevamento di barricate in diversi punti del carcere e la presa in ostaggio di guardie e direttori.

    Lo sciopero della fame illimitato si presenta come la forma di resistenza più efficace e più forte. Dursun Karatas (3) spiegava allora, che quel tipo di sciopero della fame è una forma d’azione piena di possibilità, potrebbe concludersi nelle prime battute, come anche essere portata avanti mesi, anni. Tende, fra l’altro, a politicizzare la popolazione, a unirla nella resistenza, a smascherare lo stato, a rafforzare le fila rivoluzionarie e a mettere a prova le volontà e l’ideologia rivoluzionarie. Per tanti aspetti questo è un metodo colmo di effetti. Gioca un ruolo importante e decisivo nella storia della resistenza del nostro paese. Secondo noi quello sciopero rappresenta uno schema di resistenza che i movimenti rivoluzionari del mondo devono analizzare.

    Qual’è la situazione generale dei prigionieri in Turchia?

    I prigionieri rivoluzionari in Turchia vengono sottoposti in misura permanente alla politica della repressione e della tortura. Ma, sotto la spinta della resistenza, gli attacchi non hanno efficacia, così il carcere invece di essere un luogo dove lo stato oligarchico turco può portare colpi forti alla rivoluzione, diventa luogo in cui si rafforzano volontà e identità rivoluzionarie. Così si formano i rivoluzionari per la lotta fuori. Questa è la lotta della volontà in cui il capo del nostro partito, Dursun Karatas, anni fa ha intrapreso fino a raggiungere obiettivi importanti. Lui non ha permesso che lo stato riuscisse a adoperare le carceri per distruggere l’identità rivoluzionaria. Piuttosto le carceri sono diventate ‘scuola di rivoluzione’.

    Facendo di Stammheim esempio, l’Unione Europea (UE) e la Germania hanno giocato un ruolo importante nell’introduzione delle carceri F-Typ. Sei d’accordo?

    Sì è così. Il sistema imperialista sviluppa rapporti attraverso esperimenti che si influenzano reciprocamente. Questo vale anche per la politica carceraria. In Turchia l’isolamento è direttamente alimentato dalla prassi d’isolamento nel mondo. In concreto, sì, crediamo che l’UE e la Germania hanno dato vigore alla costruzione delle carceri d’isolamento F.Typ (4) in Turchia.

    Perché oggi non ci sono collettivi di prigionieri?

    Il fatto che in Germania non esista più nessuna organizzazione fra prigionieri la considero una grave carenza. Un’organizzazione integra prende vita dalla lotta. L’estensione della lotta contro la situazione nelle carceri porta con sé organizzazione. La lotta suscita la necessità, fenomeno che a sua volta porta con sé la soluzione alle carenze.

    Note

    1. Lo sciopero della fame fino a morire in Turchia, contro l’introduzione dei bracci di isolamento – sul modello di Stammheim iniziò nel 2000 e terminò nel 2007. Vi trovarono la morte 122 prigionieri.

    2. Nello sciopero della fame del 1981 morirono sette militanti dell’IRA e tre dell’INLA (Irisch National Liberation Army). La richiesta centrale dello sciopero della fame del 1980 era di indossare abiti civili in connessione al riconoscimento di prigionieri politici - che non venne accolta; lo sciopero, stavolta a staffetta, per rendere possibile una più lunga durata, venne ripreso nel marzo 1981. I precedenti, a cominciare dal 1976 furono i Blanket Protests (protesta della coperta adoperata al posto della divisa), che sfoceranno nella Dirty Protests (protesta della sporcizia per eludere i controlli …)

    3. Dursun Karatas (1952-2008) venne arrestato nel colpo di stato del 1980 (in Turchia); nel 1989 riuscì a fuggire. Come prigioniero prese parte allo sciopero della fame illimitato del 1984 contro l’introduzione della casacca; successivamente venne eletto presidente del DHKP-C.

    4. Nel 2000 in Turchia venne introdotto il carcere d’isolamento modello Stammheim-Stoccarda (allo stesso tempo è il carcere dove vennero uccisi nell’ottobre 1977 militanti della Raf Jan-Carl Raspe, Gudrun Ensslin, Andreas Baader).

    Fonte : http://www.infoaut.org




    Contro le regole dettate dal nemico il proletariato lotta secondo le proprie


    Un salto qualitativo che produrrà quantità! ?


    Dagli ambienti piú rappresentativi del movimento NO TAV giunge, nei fatti, una nuova ed avanguardistica parola d’ordine: rifiutare le imposizioni di Questura e PM, violarne i diktat!
    Si tratta di un fatto senza precedenti per un movimento popolare e di una linea di condotta che sancisce senza mezzi termini il disconoscimento delle Autorità giudiziarie e di polizia in relazione alla lotta sacrosanta per la difesa del territorio, contro le speculazioni e le mafie.
    Quasi la maggioranza degli ultimi provvedimenti giudiziari (obblighi di firma e arresti domiciliari ) comminati ad alcuni esponenti del movimento NO TAV, sono stati appositamente e sistematicamente violati dagli stessi attivisti oggetto delle sanzioni. Una linea di condotta che nell’ambito dell’ordinamento democratico borghese e delle leggi che lo regolamentano, determina scompiglio e smarrimento nelle menti di chi, come poliziotti e magistrati, é preposto al compito di reprimere e condannare chi si oppone ai diktat dei potenti di turno.
    Il pubblico e praticato disconoscimento delle regole imposte dal sistema democratico borghese che determinano quello che é legale e quello che non lo é in relazione alle mobilitazioni popolari, alle manifestazioni e alla lotta politica, rappresenta una sorta di contrattacco politico del movimento nei confronti degli organi repressivi segnando un ulteriore passaggio ad un livello superiore della lotta sociale che i NO TAV conducono da ormai due decenni, un ulteriore esempio di lotta popolare che potrebbe aprire (secondo noi lo farà) un dibattito di piú elevato livello sulla legittimità popolare contrapposta alla legalità borghese e sulle complessive "regole del gioco".
    Una linea avanguardistica che, nei fatti, sta producendo effetti positivi riduciendo a piú "pacati consigli" i magistrati inquisitori.
    Nicoletta Dosio, nota attivista del movimento contro l’alta velocità si é sottratta, dichiarandolo apertamente, agli obblighi di firma ed in seguito addirittura agli arresti domiciliari prresso la sua abitazione iniziando un tour di conferenze in giro per l’Italia. I magistrati, ad oggi (05-10-2016) trascorso circa un mese dall’imposizione degli arresti, non hanno ancora nemmeno intrapreso l’atto dovuto, secondo i codici penali borghesi, della traduzione in carcere, cosa che invece hanno immediatamente attuato nei riguardi di persone con reati comuni e privi di mobilitazione popolare attorno a loro.
    Questa é la dimostrazione che la solidarietà e la mobilitazione sono armi efficai e riescono a limitare, quando non addirittura a sconfiggere, qualsiasi paladino della giustizia borghese. Il fatto che all’interno del movimento NO TAV si inneschino dibattiti, discussioni accese ed anche spaccature sulle linee politiche ed i metodi di lotta del movimento contro l’alta velocità é da ritenersi un fatto positivo anche se esso potrebbe produrre ulteriori spaccature. Non si é mai visto, nella storia dei movimenti di lotta e nella lotta politica un omogeneo e monolitico modus operandi; come ben sappiamo, le grandi sollevazioni che hanno portato ai cambiamenti, sono state scritte con le lotte intestine che hanno scremato i movimenti dalle componenti piú arretrate conducendo quelle maggiormente avanzate all’innalzamento della loro coscienza politica e al rafforzamento della loro determinazione fino alla vittoria.

    Redazione Aurora Proletaria




    Rafforzare ed estendere resistenza


    Per una campagna nazionale di solidarietà con le lotte sociali e politiche colpite dalla repressione


    Negli ultimi anni le manifestazioni di conflittualità sociale e politica sono oggetto di attacchi sempre piú duri, in Italia come nel resto d’Europa. Nei periodi, quali quello attuale, in cui la crisi si acuisce, gli spazi di contrattazione economica e di agibilità politica si restringono. Ogni espressione radicale di conflitto viene colpita in modo sempre piú duro, provocando lo sdegno dei sinceri garantisti, e le loro denunce sulla trasformazione dello " stato di diritto " in stato " di emergenza ", " di eccezzionalità permanente ". Si tratta senza’altro di voci positive, ma le loro letture sterili, innocentiste, talvolta vittimistiche, sono destinate ad avere scarsa incisività politica. Non individuano infatti la realtà di fondo, ovvero che la repressione e la tendenza alla guerra globale . imperialista e di classe - sono parte integrante del modo di produzione capitalistico, e l’accentuazione dell’autoritarismo strettamente connessa con l’avanzare della crisi economica. A conferma di ció, se ce ne fosse bisogno, c’é la sostanziale omogeneità di fondo dei percorsi in atto in vari paesi europei, che raggiunge punte estreme in Turchia e Kurdistan, dove la repressione si confonde con la guerra dispiegata. Ed é proprio questo scenario a evidenziare come evolve, e evolverà, il confronto nella lotta di classe, che tenderà sempre piú a una vera e propria guerra.
    É una costante del modo di produzione capitalistico, che si esprime attraverso un sistema di prevenzione.contenimento indispensabile per garantire la sopravvivenza di un sistema basato sullo sfruttamento e la disuguaglianza. Ne troviamo ammissione esplicita nello stesso pensiero dottrinario e strategico borghese. questo nodo va posto al centro del nostro approccio. Ci permette di identificare la tendenza dominante e di individuare un terreno su cui l’iniziativa e il dibattito possono decisamente politicizzarsi, tendenzialmente, in termini rivoluzionari. Perché é chiaro che se ci si trova di fronte a un sistema che non riesce piú a regolare le proprie contraddizioni, nonché le sue stesse esigenze economiche, se non in procedure di guerra, i margini per un contrasto di tipo riformistico, legai-istituzionale, si riducono drasticamente.
    Lottare contro la repressione per noi é un dovere. Come é importante, nello specifico, denunciare le torture, le condizioni di carcere duro, condurre campagne contro l’art. 41 bis, ecc. All’interno peró della dinamica piú generale di uno scontro che vede contrapposti interessi di classe assolutamente incompatibili. Ci troviamo oggi a fare i conti con una situazione di debolezza, di rapporti di forza sfavorevoli. Ma questo non comporta la necessità di attestarsi su parole d’ordine arretrate. Al contrario. Dobbiamo porre fin da subitole basi perché in futuro si possa trasformare la difesa in attacco. Sostenere le lotte piú avanzate, lavorare per favorire un loro coordinamento e una crescita di coscienza. Questo é uno dei nostri compiti. Non possiamo " creare " le lotte di massa, lo sappiamo, ma sicuramente dobbiamo incidere in ogni situazione per far si che i soggetti e i contenuti migliori vengano valorizzati e non dispersi, come invece é spesso accaduto negli ultimi anni. In questo quadro, sollevare il problema politico della legittimità del conflitto anche nelle sue forme di rottura, di opposizione piú dura, sostenere e diffondere tutte quelle pratiche e comportamenti che difendono e allargano gli spazi di agibilità politica, puó contribuire da un lato a sviluppare la solidarietà fra le varie realtà dal’altro a rafforzare quegli elementi piú radicali di resistenza in grado di permettere che le lotte riescano a riprodursi, non disperdendosi ai primi attacchi repressivi a cui inevitabilmente saranno sottoposte.
    Negli ultimi anni la devastazione di interi territori in nome del profitto, la mancanza di case e di lavoro, la decadenza della scuola e del sistema sanitario, ovvero un generale peggioramento delle condizioni di vita provocato dal’acuirsi della crisi, ha spinto di nuovo sul terreno della lotta settori popolari piú vasti, che sono andati ad affiancare i militanti politici. Lavoratori, in particolare della logistica, cittadini che si oppongono a discariche, basi militari, grandi opere, migranti, terremotati, pastori, disoccupati, studenti, occupanti di case... si sono trovati a fare i conti con pestaggi, denunce, fogli di via, schedature di massa e misure restrittive varie, o con nuove forme di repressione subdole quali le multe pecuniarie, volte a indebolire il sostegno popolare ai movimenti. Nello stesso tempo sono stati denunciati, arrestati e condannati militanti politici per gli scontri di piazza o le espressioni piú conflittuali delle lotte sociali, fino ad arrivare ad attacchi generalizzati come il maxiprocesso contro il movimento fiorentino.
    Vari sono infatti gli strumenti utilizzati, da quelli piú apertamente militari e polizieschi (carcerazioni, arresti, denunce, fogli di via, Daspo, ecc) e quelli amministrativi (in particolare le sanzioni pecuniarie) fino a forme piú soft, mediatiche e culturali.
    Molte voci, anche nel movimento, affermano che le lotte negli ultimi anni sono state poche, deboli ed effimere. Le migliaia di denunce smentiscono queste affermazioni. Sicuramente peró, tranne rari casi, sono state estremamente frammentate e poco collegate fra loro. E per questo costrette ad un arretramento ai primi colpi della repressione. Perché mentre gli attacchi possono rafforzare e rendere ancora piú determinata una lotta inserita all’interno di una strategia politica, in assenza di un progetto in grado di guidarla verso un salto politico organizzativo, non potrà mai fare fronte all’innalzamento del livello di scontro imposto dallo Stato. Lo sbocco inevitabile diviene la disgregazione, il ritorno nei limiti della legalit&agrae; borghese.Anche il movimento No Tav, che pure ha sorpreso in questi anni per la sua tenuta militante é inevitabilmente soggetto alle leggi della lotta tra le classi e quindi destinato a un progressivo arretramento, in assenza di condizioni in grado di permettere un suo salto politico organizzativo.
    Cosa fare allora oggi, in una situazione di frammentazione delle forze e di assenza di riferimenti generali, per non rimanere spettatori del conflitto e favorire il processo per una crescita di coscienza delle lotte?
    Nel campo della lotta alla repressione vanno ribaltati i termini del nostro intervento. La denuncia e la corretta informazione sulla’apparato di prevenzione/repressione statale sono necessarie. Cosi come le campagne di solidarieà nei confronti dei prigionieri politici, " vecchi " e " nuovi ", e di tutti i compagni e le compagne colpiti dalle differenti forme di repressione (licenziamenti, multe, denunce, carcerazione). Ma l’elemento centrale deve diventare un altro. Riaffermare, tramite una campagna politica nazionale che unifichi il pi6uacute;possibile i protagonisti delle lotte in corso, la legittimità di quelle stesse pratiche che sono bersaglio di provvedimenti repressivi. La prosecuzione della lotta, in un’ottica di ricomposizione di classe e di allargamento del conflitto, é il modo migliore per rispondere all’attacco frontale operato dallo Stato ed esprimere solidarietà a chi ne viene colpito. Questo il senso del diritto di resistenza. Dove la parola " diritto " non intende riferirsi al sistema borghese di leggi, ma alla riaffermazione e alla riproposizione di quelle lotte e di quei comportamenti colpiti dagli attacchi giudiziari e polizieschi. Occupazioni abitative, iniziative antifasciste, blocchi stradali, sabotaggi, scontri di piazza... Mai cadere nella trappola di distinguere   " buoni " e " cattivi " di fronte al nemico di classe. " Si parte e si torna insieme... " ci insegna il movimento No Tav, quando rivendica collettivamente anche le azioni maggiormente criminalizzate. " Siamo tutti terroristi! ". Le inchieste, i processi, devono trasformarsi in megafono delle ragioni e degli obbiettivi della lotta. All’opposto, ad esempio, di quanto accaduto in occasione della manifestazione No Expo del 1 maggio 2015 a Milano. Le divergenze si discutono all’interno, non si contrattano " indulgenze " in cambio di differenziazioni e prese di distanza.
    Il clamidi rappresaglia repressiva degli ultimi anni ha spinto alcuni militanti, nel 2013, a lanciare una campagna politica con l’obbiettivo di collegare, anche attraverso le vicende giudiziarie, le differenti situazioni di lotta. Nacque cosi l’idea di una amnistia sociale. Le premesse di questa campagna, e anche parte degli obbiettivi, sono a tutti’oggi condivisibili. Tentare di creare adeguati strumenti perché le lotte possano resistere alla repressione. Sbagliata era invece la parola d’ordine su cui si basava la campagna. Amnistia sociale. É un’ingenuità pensare che questa parola d’ordine possa essere agitata solo come " propaganda " facilmente comprensibile a vari settori in lotta, senza necessariamente essere collegata alla richiesta di un atto di " clemenza " da parte dello Stato. Che, probabilmente, era nella testa di alcuni fra i fautori della campagna. In una situazione di debolezza, non puó che essere un cedimento delle posizioni di classe. La differenza di obbiettivi fra gli stessi promotori, l’ambiguità di fondo, hanno portato la campagna ad arenarsi proprio mentre suscitava un fortissimo interesse in numerose realtà di lotta, testimoniato dalle centinaia di adesioni giunte al Manifesto politico.
    Riprendiamo le spinte positive di quella iniziativa in una prospettiva di classe, rivoluzionaria, che sia in grado di trasformare le difficoltà attuali dello scontro in opportunità di avanzamento.
    Costruiamo un intervento che favorisca il collegamento, la radicalizzazione e la crescita di coscienza delle lotte, la salvaguardia delle battaglie politiche e dei militanti!
    Contro la repressione delle lotte sociali lanciamo una campagna politica che abbia come parola d’ordine RAFFORZARE ED ESTENDERE RESISTENZA!
    Aprile 2016







    Necessità di una preparazione ideologica di massa

    di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

    La legislazione comunista

    Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

    Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

    Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

    Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

    (l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

    Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

    (l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

    Referendum sulla costituzione

    Votare o non votare, è questo il problema?

    Lettera di un operaio FIAT di Torino

    " FCA, la fabbrica modello "

    Elezioni borghesi: un espediente per simulare il consenso popolare!

    Lo scorso 19 giugno, con i ballottaggi, si sono consumate le ennesime elezioni previste dal sistema democratico borghese. Si trattava di elezioni amministrative ma di alto significato politico nazionale.

    Collettivo Aurora
    La crisi del sistema capitalista e la ricostruzione del partito comunista in Italia

    Un appello alla trasformazione dei rapporti tra i comunisti, per l’ unione delle forze e la rinascita del movimento comunista.