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Cenni Storici

Il messaggio di Hiroshima


Terzo capitolo del libro “Il secolo corto” di Filippo Gaia


Il 6 agosto 1945, quarantuno giorni dopo che gli Stati Uniti avevano fatto approvare e sottoscrivere a San Francisco il loro schema per le Nazioni Unite e la "Carta" con la quale si bandiva in linea di principio il ricorso alla violenza bellica nelle relazioni fra Stati, e quattro giorni dopo la conclusione della Conferenza di Potsdam, l'aviazione americana distrusse la città giapponese di Hiroshima, di 340.000 abitanti, con la prima bomba atomica usata dall'uomo sull'uomo nella storia dell'umanità. Alle 8,15 del mattino tre bombardieri B-29 provenienti da nord a 8.500 metri di quota apparvero improvvisamente nel cielo. Uno di essi si staccò dalla formazione e scese in picchiata sulla città, sganciando una unica bomba di potenza pari a 12,5 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. Dopo una caduta di circa un minuto, la bomba esplose a 564 metri d'altezza con una terrificante detonazione producendo una sfera di fuoco di centinaia di metri di diametro formata di gas roventi, a una temperatura di oltre 300.000 gradi.
Come un'idra a tre teste, la bomba produsse tre tipi di forze distruttive: un'onda d'urto di violenza enorme, procedente alla velocità del suono, che appiattì al suolo tutti gli edifici per un raggio di due chilometri; raggi termici con una temperatura superiore a quella della superficie solare, che produssero bruciature sulle parti esposte dei corpi umani fino a una distanza di 3 chilometri e mezzo; e radiazioni propagatesi con la velocità della luce, la cui efficacia mortale era destinata a perdurare nel tempo. Il 35% dell'energia totale prodotta dalla bomba consisteva in raggi termici, circa il 50% dell'energia era contenuto nell'onda d'urto esplosiva, e circa il 15% era energia radioattiva.
Una colonna di fumo a forma di fungo si levò pressoché istantaneamente dal centro dell'esplosione e salì a 3.000 metri di altezza in 48 secondi, e in otto minuti e mezzo raggiunse i confini fra la troposfera e la stratosfera.
Circa 20 minuti dopo l'esplosione, su Hiroshima si sviluppò una tempesta di fuoco causata dalla rarefazione dell'aria sovrastante la zona colpita dalla bomba; si manifestò con un forte vento proveniente da tutte le direzioni verso il centro della zona colpita. Il vento raggiunse una velocità massima di 60 chilometri circa due o tre ore dopo l'esplosione e perdurò diminuendo di intensità per circa 6 ore, cambiando più volte direzione, sollevando le lamiere zincate dei tetti, tizzoni ardenti e materiali infiammati che mulinavano e ricadevano qua e là portando distruzione e morte. Il vento fu accompagnato da una pioggia intermittente, densa e vischiosa, provocata dalla condensazione del vapore acqueo contenuto nella massa d'aria ascendente. Leggera al centro e più forte a circa 1.200 metri dal punto zero, verso nord e verso ovest, la pioggia, definita dalla voce popolare "la pioggia nera", determinò la ricaduta a terra di particelle radioattive di cui la nube atomica era carica e fu causa di un numero enorme di vittime per contaminazione. Dosi mortali di radiazione iniziale ricaddero fino a 1.200 metri dal punto zero. Dosi di radiazione semi-mortale di 400 curies furono constatate a distanze molto maggiori. La tempesta di fuoco fece sì che ogni materiale o struttura combustibile fossero distrutti.
Decine di migliaia di persone morirono istantaneamente. Migliaia di esseri umani, i più vicini al centro delle esplosioni, letteralmente scomparvero, dissolte dal fuoco atomico. Nel corso delle due prime settimane dopo i bombardamenti, il numero dei morti, compresi quelli periti all'istante, superò i 150.000-160.000. Alla fine di dicembre del 1945 il numero delle vittime prodotte dalla "malattia atomica" aveva portato a un totale di 190.000-230.000 (130.000-150.000 per Hiroshima e 60.000-80.000 per Nagasaki).
Quando la radio giapponese in lingua inglese "Tokio Rose" annunciò che gli effetti delle radiazioni facevano molti morti fra i sopravvissuti alle esplosioni, gli ambienti ufficiali a Washington manifestarono viva sorpresa. Quando il rapporto sui decessi e le malattie causate dalle radiazioni giunse a Washington, i capi militari respinsero l'informazione definendola «propaganda giapponese» non corrispondente «ad alcun dato scientifico conosciuto». Da allora si discute su due dubbi: l'uno che gli scienziati, i politici e i militari sapessero poco della bomba quando decisero di utilizzarla; l'altro, che sapessero tutto e che abbiano agito con efferato cinismo. Ciò che vi è di certo è che la malattia atomica ha continuato a mietere in Giappone decine di migliaia di vittime negli anni e nei decenni successivi.
Il responsabile militare del progetto per la bomba atomica riferì al Senato americano sui danni inferti: «A Hiroshima fu praticamente arsa e distrutta ogni cosa entro un raggio di due chilometri dal punto dello scoppio. Fra i 2 e i 3 chilometri dal punto dell'esplosione la distruzione fu totale, e i danni da incendio parziali. Da 3 fino a 5 chilometri di raggio, ogni cosa venne distrutta al 50%. Oltre un raggio di 5 chilometri i danni furono abbastanza lievi, con rottura dei tetti fino ad una distanza di 8 chilometri. I vetri si ruppero fino ad un raggio di 20 chilometri» (1).
Harry Truman, che attendeva informazioni a bordo dell'incrociatore Augusta al largo delle coste atlantiche degli Stati Uniti commentò: «È il più grande giorno della storia». Nella notte fra il 6 e il 7 agosto parlò alla radio per annunciare: «È una bomba atomica. Abbiamo dominato l'energia fondamentale dell'universo. La forza da cui il sole trae la sua potenza è stata lanciata contro coloro che hanno portato la guerra in Estremo Oriente».
Alle 11,02 del 9 agosto 1945, tre giorni dopo, una seconda bomba atomica, questa al nucleo di plutonio e di una potenza quasi doppia rispetto a quella di Hiroshima, pari a 22 chilotoni di TNT, fu sganciata sulla città di Nagasaki, popolata di 195.000 abitanti. Lo stesso giorno, conformemente agli impegni presi a Yalta, l'URSS dichiarò guerra al Giappone.
Il 10 agosto Truman parlò di nuovo alla radio. Dopo una esposizione ottimistica della situazione internazionale all'indomani della Conferenza di Potsdam e un breve commento sull'entrata delle truppe sovietiche in Manciuria, il presidente illustrò agli Americani l'importanza dell'impiego della nuova bomba. Nello stesso tempo, il messaggio radiofonico forniva al mondo una indicazione inequivoca su ciò che vi era da attendersi dagli Stati Uniti: «(...) In questi primi attacchi desideravamo evitare quanto più possibile di uccidere dei civili. Ma non è che un avvertimento. Se il Giappone non si arrenderà, altre bombe saranno sganciate sulle sue industrie belliche e, purtroppo, migliaia di civili moriranno. Invito i Giapponesi ad abbandonare immediatamente le città industriali e a sottrarsi alla distruzione. La bomba atomica è troppo pericolosa per essere consegnata ad un mondo senza legge. Per questo motivo la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada, che possiedono il segreto della sua produzione, non hanno l'intenzione di rivelarlo, fino a che non si saranno trovati i mezzi per controllare questa bomba e per proteggerci, noi e il resto del mondo, da una distruzione totale. Ci costituiamo in depositari di questa nuova forza, al fine di evitare che ne sia fatto un uso pericoloso, e per orientarne l'utilizzo per il bene dell'umanità».
La frase conclusiva conteneva una esplicita affermazione di egemonia universale di cui l'arma nucleare si annunciava come lo strumento: «Siamo in grado di dire che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione più potente, forse, di tutta la storia» (2). Era la proclamazione della "Pax americana", divenuta poi sinonimo di guerra atomica.
Il numero complessivo delle perdite umane causate dai due bombardamenti non ha mai potuto essere stabilito con esattezza, ma si dà la cifra di 300.000 morti come la più vicina alla realtà.
La questione se l'uso dell'arma atomica sul Giappone con il sacrificio di trecentomila vite sia stato o no militarmente necessario per ottenerne la resa è una di quelle che più hanno tormentato le generazioni che sono state testimoni dell'avvento dell'era atomica. Abbiamo visto nel capitolo precedente che Stalin a Potsdam comunicò a Truman l'intenzione di resa dell'imperatore Hirohito. Ma il governo americano aveva già ricevuto in giugno direttamente, attraverso un canale diplomatico portoghese, un'offerta di resa immediata del Giappone. La sola condizione posta era che fosse preservata la monarchia nipponica.
Le due bombe atomiche furono sganciate sul Giappone, ma chi era il vero destinatario?
La ricerca storica ha seppellito l'idea che il lancio delle due atomiche possa avere avuto come obiettivo quello di costringere il Giappone alla resa. Giova forse insistere brevemente sull'argomento per sgomberare il terreno da ogni dubbio.
Già il rapporto finale dell'aviazione statunitense sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki (3) smentì le tesi ufficialmente sostenute da Truman secondo le quali i Giapponesi si erano arresi solo dopo aver constatato la propria impotenza di fronte alla forza distruttiva della bomba atomica. Il rapporto affermava testualmente che «(...) certamente prima del 31 dicembre 1945 e con ogni probabilità prima del 1° novembre 1945 [data prevista per l"'Operazione Olympic", cioè per l'invasione del Giappone da parte dell'esercito degli Stati Uniti] i Giapponesi si sarebbero arresi anche se la bomba atomica non fosse stata usata e anche se nessuna invasione fosse stata contemplata». Questa conclusione era confermata anche dalla prima stesura originale del rapporto finale dell'esercito sulla guerra condotta contro il Giappone. Il rapporto rivelava che l'Alto Comando giapponese aveva già preso la decisione di arrendersi il 26 giugno 1945, più di un mese prima del bombardamento di Hiroshima. Tutti i documenti militari un tempo segreti e ora divenuti di pubblico dominio smentiscono la pretesa di Truman che l'atomica sia servita a salvare le vite di un milione di soldati americani. Il Comitato degli Stati Maggiori Riuniti per la pianificazione della guerra era giunto alla conclusione già il 15 giugno 1945, due mesi prima di Hiroshima, che l'Operazione Olympic di invasione dell'isola giapponese di Kyushu prevista per il 10 novembre 1945, sarebbe costata forse 20.000 morti. Se ciò non fosse bastato a determinare il crollo finale del Giappone, un secondo sbarco nelle pianure di Tokyo avrebbe dovuto aver luogo intorno al 1° marzo 1946. Anche per questa seconda operazione i pianificatori prevedevano perdite non superiori a 20.000 uomini. Ma questi documenti sono rimasti inaccessibili per decenni. Truman continuò invece incessantemente a gonfiare le cifre. Quando era presidente diceva che le bombe di Hiroshima e Nagasaki avevano salvato le vite di 250.000 uomini; nel 1955 dichiarò che ordinando il bombardamento atomico aveva salvato le vite di mezzo milione di uomini, e finì per sostenere che la "saggia" decisione di atomizzare 300.000 Giapponesi aveva impedito a un milione di Americani di morire nell'invasione del Giappone (4).
Già nel 1948 il fisico inglese Blackett nel suo studio Military and Political Consecuences of Atomic Energy, Conseguenze militari e politiche dell'energia nucleare, era giunto alla conclusione, analizzando tutti i dati conosciuti fino a quel momento, che il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki non aveva avuto alcun valore militare.
Blackett fu poi seguito in questa interpretazione dei fatti da altri scrittori, anche americani, come Norman Cousin e Thomas Finletter. Quest'ultimo era un uomo dell'establishment e fu a capo prima dell'Air Policy Committee e poi della missione per il Piano Marshall a Londra.
Il ragionamento che questi autori, di ispirazione ideologica molto differente fra loro, sviluppano, è a un dipresso il seguente: all'inizio dell'agosto 1945 la motivazione originale della "corsa alla bomba", vale a dire il timore di vedere la Germania nazista vincere la competizione scientifica e tecnologica, non esisteva più. Hitler si era suicidato e la guerra in Europa era finita da due mesi. Il Giappone era già vinto e pronto a firmare la resa. La flotta e l'aviazione giapponesi erano state praticamente distrutte e gli aerei americani dominavano sia il territorio che le acque costiere del Giappone. Esistevano ancora un forte esercito sul territorio nazionale e l'armata del Kwantung dislocata in Manciuria, ma già a Tokio si discuteva dell'opportunità di arrendersi. L'invasione del territorio giapponese non era prevista prima del novembre 1945. È evidente che non esistevano motivi urgenti di carattere militare che potessero giustificare tanta precipitazione nell'impiegare le bombe atomiche. Precipitazione è il termine esatto. Soltanto tre settimane separarono il giorno in cui si accertò che era possibile usare la bomba atomica da quello in cui essa fu effettivamente impiegata contro il Giappone. Senza dubbio, in tutta la storia della tecnica militare, non vi è altro esempio di una simile precipitazione nell'uso di una nuova arma. Stimson rivelò successivamente che quelle bombe erano le uniche in possesso degli Stati Uniti in quel momento e che la fabbricazione procedeva molto lentamente. Quali furono, quindi, i motivi di tanta fretta?
Secondo gli autori menzionati un'altra considerazione si aggiunge per portarci alla conclusione che Truman e i suoi generali furono sospinti da una fretta diabolica derivante da motivi inconfessati. I governanti di Washington potevano facilmente prevedere le ripercussioni sfavorevoli che avrebbe avuto in tutto il mondo l'uso di un'arma così terrificante contro le popolazioni civili. Senza dubbio, i dirigenti americani dovettero rendersi conto della tremenda responsabilità che gli Stati Uniti si assumevano impiegando la bomba atomica e delle incalcolabili conseguenze che una tale decisione avrebbe avuto nel futuro. Il rapporto sugli «Aspetti sociali e politici della scoperta dell'energia atomica», steso dal cosiddetto "Comitato Franck" (5) e presentato al presidente degli Stati Uniti nel giugno del 1945, già ammoniva esplicitamente il governo a non usare la bomba atomica sulla popolazione civile. Questo Comitato comprendeva i più quotati fisici atomici americani e, certamente, aveva a Washington una considerevole influenza.
Perché presidente, governo e Stato Maggiore si siano risolti a passar sopra a una così autorevole raccomandazione, i motivi devono forzatamente essere stati gravi, impellenti e non di ordine militare.
I tre autori identificano questa motivazione nell'impegno che l'Unione Sovietica aveva assunto di intervenire contro il Giappone tre mesi dopo la fine della guerra in Europa. Tale impegno scadeva l'8 agosto 1945. Ecco come Blackett descrive le considerazioni che portarono gli strateghi di Washington alla decisione di bombardare: «Si consideri la situazione quale dovette apparire a Washington sulla fine del luglio 1945. Dopo una lotta vittoriosa, ma aspramente combattuta, le forze americane avevano distrutto la marina giapponese e la flotta mercantile, gran parte dell'aviazione e molte divisioni dell'esercito, ma non si erano ancora scontrate con il grosso delle forze terrestri. Se le bombe non fossero state lanciate, la progettata offensiva sovietica in Manciuria, così a lungo richiesta e così favorevolmente accolta (almeno ufficialmente), avrebbe comunque raggiunto i suoi scopi secondo i piani prestabiliti. Doveva averlo previsto chiaramente l'Alto Comando alleato, che ben conosceva la grande superiorità delle armate sovietiche in mezzi corazzati, artiglierie e aviazione. Senza il lancio delle bombe, l'America avrebbe visto le armate sovietiche impegnare in battaglia la maggior parte dell'esercito giapponese, invadere la Manciuria e fare mezzo milione di prigionieri. E tutto questo sarebbe accaduto mentre l'esercito americano si trovava lontano dal territorio nipponico, a Iwojima e Okinawa» (6). Ecco perché in tutta fretta le due bombe atomiche - le uniche esistenti - furono trasportate attraverso il Pacifico per essere sganciate su Hiroshima e Nagasaki, appena in tempo per ottenere che il governo giapponese si arrendesse unicamente alle forze americane.
Questa, per Blackett, fu la ragione reale per cui venne usato precipitosamente tutto l'arsenale atomico esistente su Hiroshima e Nagasaki: fare in modo che il Giappone si arrendesse esclusivamente a MacArthur e all'esercito degli Stati Uniti. L'offensiva sovietica seguì vittoriosamente il corso prestabilito, ma passò quasi inosservata tra la sensazione destata nel mondo dallo sganciamento delle due atomiche. Senza l'offensiva nucleare americana sarebbe toccato all'Armata Rossa sconfiggere sul campo di battaglia il grosso delle forze terrestri giapponesi. In tal caso la dimensione della vittoria ottenuta dall'Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale si sarebbe ingigantita e l'influenza dell'URSS si sarebbe grandemente estesa in Oriente e in tutto il mondo. Il bolscevismo sarebbe stato il vero trionfatore del conflitto.
Anche Cousins e Finletter hanno portato validi argomenti a favore della tesi secondo la quale il motivo fondamentale della decisione di impiegare le bombe atomiche contro il Giappone fu di natura politica e non militare. Parlando dal punto di vista americano si sono chiesti innanzitutto se sarebbe stato possibile dare ai Giapponesi e al mondo una dimostrazione della potenza delle atomiche mediante un esperimento effettuato sotto il controllo delle Nazioni Unite per presentare poi un ultimatum al Giappone, rovesciando così sui Giapponesi stessi il peso della responsabilità. La risposta al quesito è negativa. Per Cousins e Finletter non c'era più tempo sufficiente, tra il 16 luglio, data dell'esperimento nel Nuovo Messico che dimostrò la possibilità di usare la bomba, e l'8 agosto, data in cui scadeva l'impegno preso dall'Unione Sovietica a intervenire contro il Giappone, per fare tutti i complicati preparativi richiesti da una esplosione atomica sperimentale. E concludono: «No, era impossibile effettuare un esperimento del genere se lo scopo reale era quello di mettere in ginocchio il Giappone prima che la Russia intervenisse». Senza falsi pudori i due autori, che come ripetiamo vedono le cose dal punto di vista americano, scoprono le carte, giustificando pienamente la distruzione esemplare di Hiroshima e Nagasaki ed esplicitandone il vero motivo. Dicono infatti: «E si può sostenere che questa decisione era giusta; che si trattava del legittimo esercizio della politica di potenza in un mondo crudele e tempestoso; che, agendo così, abbiamo evitato una lotta per il controllo effettivo del Giappone, quale vi è stata invece in Germania e in Italia; infine, che se noi non fossimo usciti dalla guerra in netto vantaggio sulla Russia, non avremmo avuto nessuna possibilità di opporci alla sua espansione» (7).
In base a tutte queste considerazioni, è difficile non condividere la conclusione, cui giunge Blackett, che «il lancio delle bombe atomiche, più che l'ultimo avvenimento militare della seconda guerra mondiale, rappresenta il primo atto della guerra fredda contro l'Unione Sovietica».
Questa interpretazione delle origini della guerra fredda è ormai ben documentata e sostenuta da tutta una nuova generazione di storici quali Gar Alperowitch, Barton J. Bernstein, Gregg Hèrken, Martin J. Sherwin e Daniel Yergin. Sarebbe ozioso insistere sull'argomento e rimandiamo i lettori a questi autori per maggiore documentazione.

NOTE

1. Rapporto ufficiale dell’'Army's Manhattan District Corps of Engineers’.

2. Per obiettività bisogna dire che il 10 agosto 1945 Truman non poteva avere notizie esatte sul genocidio perpetrato a Hiroshima. La radio giapponese aveva dato laconicamente la notizia dell'esplosione con il seguente comunicato: «La città di Hiroshima essendo stata sorvolata dal nemico che utilizzava una nuova bomba ha subito danni considerevoli». Tuttavia gli scienziati che avevano fabbricato la prima atomica avevano previsto 20.000 morti (il testo del discorso di Truman è ripreso dal quotidiano Le Monde di Parigi dell'11 agosto 1945).

3. Report on the Pacific War, US Air Force -United States Strategic Bombing Survey, Washington, 1946. Alla distruzione di Nagasaki assistette anche il rappresentante di Churchill, capitano Leonard Chesire.

4. Joint War Plan Committee, 369/1, June 15, 1945, file 384, Japan (5-3-44), Records of the Army Staff, Record Group 319, JCS; vedi anche Barton J. Bernstein, «A Postwar Myth: 500.000 US Lives Saved», Bulletin oJ the Atomic Scientists, Giugno/Luglio 1986, pagg. 38-40.

5. E. H. S. Burhop, Op. cit., pagg. 136-137; vedi anche Marc Ferro (a cura di), Hiroshima, la bombe, Parigi, 1986, pag. 38.

6. P. M. S. Blackett, Conseguenze politiche e militari della guerra atomica, Torino, pag. 184; vedi anche Gregg Herken, The Winning Weapon: The Atomic Bomb in the Cold War, 1945-1950, New York, 1980, pag. 343.

7. Norman Cousin e Thomas Finletter, in Saturday Review oJ Literature, Washington, 15 Giugno 1946. Ai lettori desiderosi di approfondire l'argomento segnaliamo alcune opere significative. Fra le memorie e le testimonianze, Avoir détruit Hiroshima, Parigi, 1962; Michihiko Hachiya, Journal d'Hiroshima, Parigi, 1956; Dr. Shuntaro Hida, Little Boy, Parigi, 1984; Robert Junck, Vivre à Hiroshima, 1960; Plus Jamais: Le combat pour la paix des survivants d'Hiroshima, Parigi, 1982; Filippo Gaja, Cronaca di un bombardamento atomico, Milano, 1985. Fra i lavori storici: James Byrnes, Cartes sur table, Parigi, 1947; John Ehrman, Grand Strategy. History of the Second World War, Londra, 1956; Beltrand Goldsmith, L'aventure atomique, Parigi, 1962; Margaret Gowing, Dossier secret des relations atomiques entre alliés, 1939- 1945, Parigi, 1965; Robert Guillain, La guerre au Japon, Parigi, 1979; Robert Junck, Plus clair que mille soleils, Parigi, 1958; Peter Wyden, Day One: Before Hiroshima and After, New York, 1985.




Cuba 26 Luglio 1953


Il 26 luglio 1953 , un piccolo esercito armato di 131 uomini guidati da Fidel Castro assalta la caserma Moncada di Cuba, nel tentativo insurrezionale contro il regime del dittatore , imposto dagli Stati Uniti per tenere Cuba sotto il proprio dominio economico e militare, Fulgencio Batista.

Il Movimento 26 Luglio, movimento rivoluzionario per la rivoluzione socialista a Cuba, guidato da Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara , Camilo Cienfuegos e altri valorosi combattenti, prende il nome proprio dall’assalto fallito alla caserma Moncada il 26 luglio del ’53, assalto con cui Castro e i suoi 131 seguaci avrebbero voluto conquistare una delle principali caserme dell’esercito cubano e, da lì, chiamare l’insurrezione in tutto il Paese.

Nel Manifesto n° 1 al Popolo di Cuba (8 agosto 1955), redatto da Fidel Castro, si definiscono gli obiettivi e la struttura dell’organizzazione:
"Il 26 Luglio si costituisce senza odio nei confronti di nessuno. Non è un partito politico, ma un movimento rivoluzionario; le sue fila saranno aperte a tutti i cubani che desiderano sinceramente ristabilire la democrazia politica a Cuba e instaurare la giustizia sociale.
La sua direzione è collegiale e segreta, formata da uomini nuovi fortemente determinati, che non hanno compromessi con il passato; la sua struttura è funzionale: nei suoi gruppi di lotta, nei suoi quadri giovanili, nelle sue cellule segrete operaie, nella sua organizzazione femminile, nella sua sezione economica e nel suo apparato dedito alla propaganda clandestina, potranno arruolarsi giovani e anziani, uomini e donne, operai e contadini, studenti e professionisti; non perché tutti impugnino un’arma, giacché non saranno sufficienti per armare ciascuno di quelli che vorrà dare la propria vita in questa lotta, ma sarà affidato loro un compito secondo le rispettive forze, contribuendo economicamente, distribuendo proclami, o abbandonando il lavoro in un gesto di solidarietà e di sostegno ai lavoratori, quando le trombe della Rivoluzione chiameranno alla lotta; perché questa dovrà essere, più di ogni altra cosa, una Rivoluzione del Popolo, con il sangue del popolo e con il sudore del popolo".

Furono raccolti dei fondi, Fidel Castro impegnò persino il suo unico cappotto, affinché potessero essere stampati nella capitale messicana circa duemila esemplari di questo documento, che inviarono poi a Cuba, per la loro diffusione in tutto il paese.

Il 10 dicembre, poche ore prima di far ritorno in Messico, Fidel Castro firmò a Nassau, alle Isole Bahamas, il Manifesto n° 2 al Popolo di Cuba – stampato come il precedente in Messico – nel quale si dichiara:
"…I massacri di operai, gli scontri tra studenti e polizia nelle vie cittadine, la crescente crisi economica con la sequela di fame e miseria… gli uomini scomparsi senza lasciare traccia, le quotidiane malversazioni, i crimini impuniti… dimostrano che al paese non rimane altra via che la Rivoluzione. A coloro che fino a oggi hanno sostenuto altre tesi, non resta ora che seguire due vie: o si piegano al regime, o si uniscono alla Rivoluzione…".

La Rivoluzione trionferà , l'8 gennaio 1959,Fidel Castro raggiunse l'Avana ed entrò trionfalmente in città mostrandosi alla folla su una jeep con la barba lunga e una divisa militare verde oliva. Aveva finalmente vinto la sua rivoluzione, sottraendo Cuba a Fulgencio Batista e all'imperialismo Americano.

Il 6 agosto del 1960 il nuovo governo scelse la politica della nazionalizzazione di tutte le proprietà straniere sull'isola. Gli Stati Uniti risposero imponendo un embargo commerciale su Cuba.
Ci furono vari tentativi nordamericani di rovesciare illegalmente il nuovo governo, assumendo come "dittatura" la presidenza di Castro. Il più famoso fu il fallito tentativo di invasione con lo Sbarco nella Baia dei Porci.

Redazione Aurora Proletaria




Reggio Emilia 1960


E' il 7 Luglio del 1960 e a Reggio Emilia ormai da diversi mesi l'insofferenza verso il governo Tambroni si sta traducendo in un crescendo di scioperi e manifestazioni, puntualmente caricati dalla polizia che altrettanto puntualmente viene respinta dalla rabbia popolare.Non fa eccezione la manifestazione antifascista del giorno precedente a Porta San Paolo, al termine della quale, però, alcuni agenti lanciano un funesto messaggio: "La prossima volta, invece di farci picchiare, gli spareremo in faccia".

Il clima di tensione viene ulteriormente confermato da alcune indiscrezioni riferite al segretario emiliano del Pci, Renato Nicolai, a cui viene comunicato che la Questura di Reggio Emilia ha ricevuto precise disposizioni da Roma in merito all'atteggiamento da tenere durante lo sciopero generale indetto per il 7 Luglio in seguito ai fatti di Licata (dove due giorni prima la linea dura imposta da Tambroni ha già ucciso il venticinquenne Vincenzo Napoli) e Porta San Paolo: per i poliziotti l'ordine è di arrivare in assetto da guerra e di "dare una lezione" ai manifestanti.

Il comizio del Pci previsto per quel giorno in una sala di Piazza della Libertà si trasforma così in una manifestazione di massa a cui affluiscono decine di migliaia di persone; mentre molti stazionano al di fuori della sala straripante di gente, alcune motociclette sfilano per il centro con cartelli che recitano "Abbasso il fascismo", "Viva la Resistenza", "Via il governo Tambroni".

La polizia assedia a lungo la piazza e le vie adiacenti, in attesa di un pretesto qualsiasi per iniziare le violenze ma il momento sembra non arrivare; così, quando sono ormai le 16, la Questura decide di attaccare e dà ordine di disperdere gli scooteristi coi cartelli: nel giro di pochi secondi partono cariche e lacrimogeni e nella piazza invasa dal fumo la gente corre tra idranti e caroselli, riparando nelle strade circostanti.

Dopo un primo momento di smarrimento, però, i manifestanti si organizzano e rientrano nella piazza respingendo polizia e blindati con una fitta sassaiola.

Ma ecco che ad un tratto nel fragore della lotta si sente un rumore inusuale, inaspettato, un colpo secco: la polizia spara sui manifestanti.

Il primo a cadere è Lauro Ferioli, muratore di 22 anni, colpito in pieno petto mentre si lancia incredulo verso la polizia in un disperato tentativo di fermarli.

Marino Serri, 40 anni, operaio ed ex partigiano, ha assistito alla scena e col volto rigato da lacrime di rabbia si espone gridando "Assassini, assassini!" ma non fa in tempo a concludere perché una nuova raffica colpisce a morte anche lui.

Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, è ferito all'addome; si aggrappa ad una serranda mentre un compagno cerca di soccorrerlo ma un agente sopraggiunge e con disgustosa freddezza spara su entrambi, uccidendo Ovidio.

Segue Emilio Reverberi, 39 anni, anche lui operaio ed ex partigiano; ed infine Afro Tondelli, operaio di 35 anni, assassinato da un poliziotto inginocchiato e concentrato nel prendere la mira.

Gli spari si susseguono per quaranta minuti, almeno 500 i colpi esplosi in mezzo allo sgomento ed al terrore che serpeggiano per la piazza.

Pasquale Alvarez, uno dei feriti, riporterà in seguito: "Fischiavano le pallottole da tutte le parti. Era tremendo, indescrivibile. La folla, per fuggire alle cariche forsennate delle camionette che inseguivano la gente sotto i portici, mi ha spinto verso via Crispi. Credevo sparassero in aria. Poi ho visto un ragazzo cadere. Più tardi ho saputo che era Franchi".

La folla continua a lottare eroicamente per due ore; a fine giornata si contano 5 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti.

Non paghi della violenza cieca ed inaudita esercitata in piazza, gli agenti si schierano poi di fronte agli ospedali per impedire ai donatori di sangue di accedere alle strutture e costringendoli quindi a nascondersi a bordo di ambulanze fingendosi feriti.

Il Vicequestore Giulio Cafari Panico, accusato di omicidio colposo plurimo, e l'agente Orlando Celani, imputato d'omicidio volontario per aver sparato ad Afro Tondelli, vengono entrambi assolti nel 1964, il primo per non aver commesso il fatto, il secondo per insufficienza di prove.

Nei giorni successivi molte altre città italiane sono teatro di proteste e ovunque vengono applicati con freddezza i dettami di Tambroni, che portano alla morte di Francesco Vella, Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano e Rosa La Barbera a Palermo e di Salvatore Novembre a Catania.

Ma il sangue versato, a Reggio Emilia come altrove, non fa che accrescere la rabbia che percorre l'Italia intera e che porterà il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio di m.s.i. e monarchici (degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-gladio” : Antonio Segni, agli esteri , e Paolo Emilio Taviani), alle dimissioni prima della fine di Luglio.

Fonti : infoaut , anpi

I fatti furono cantati in una celebre canzone di Fausto Amodei, dal titolo Per i morti di Reggio Emilia, ripresa anche dal gruppo degli Stormy Six nel loro album “Guarda giù dalla pianura” e, più recentemente, alla base del romanzo di Paolo Nori del 2006 Noi la farem vendetta.




Compagno cittadino fratello partigiano

teniamoci per mano in questi giorni tristi

Di nuovo a reggio Emilia di nuovo la' in Sicilia

son morti dei compagni per mano dei fascisti

Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera

Fischia il vento infuria la bufera

A diciannove anni e' morto Ovidio Franchi

per quelli che son stanchi o sono ancora incerti

Lauro Farioli e' morto per riparare al torto

di chi si è gia' scordato di Duccio Galimberti

Son morti sui vent'anni per il nostro domani

Son morti come vecchi partigiani

Marino Serri e' morto e' morto Afro Tondelli

ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti

Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro

versato a Reggio Emilia e' sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi

Come fu quello dei Fratelli Cervi

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso

e' sempre quello stesso che fu con noi in montagna

Ed il nemico attuale e' sempre ancora eguale

a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale la canzone che abbiamo da cantare

Scarpe rotte eppur bisogna andare

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli

e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli

Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti

voialtri al nostro fianco per non sentirci soli

Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa

fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!


Come scoppiò la guerra di Corea,1950-53


APRILE 21, 2017
Luca Baldelli – Sito Aurora


1. Dal dominio giapponese a quello statunitense: la continuità dell’imperialismo: “Ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”

Il vangelo goebbelsiano, passato di mano con la fine della Seconda Guerra Mondiale ai tetri sacerdoti dell’anticomunismo, ha continuato a far proseliti, fino addirittura a diventare scontato canone esegetico-interpretativo, anche a sinistra. A farne le spese, tra i tanti capitoli della storia moderna e contemporanea, è stata certamente la Guerra di Corea del 1950-53 voluta e scatenata dall’imperialismo statunitense, per interposti governanti fascisti usurpatori della Corea del Sud, ma quasi unanimemente ritenuta, grazie alla propaganda intossicante delle centrali anticomuniste, un sanguinoso conflitto provocato dai comunisti sovietici e nordcoreani. Sarà il caso, quindi, di ripercorrere le tappe di questo conflitto, togliendo la maschera a calunniatori e falsari, purtroppo trasversalmente annidati (anche nell’“estrema sinistra”, specie trotskista). La Penisola coreana, da sempre oggetto di mire espansionistiche, imperialiste e colonialiste, tanto dell’occidente quanto dei giapponesi, si ribellò ai fascisti nipponici ed uscì dal secondo conflitto mondiale duramente provata, dal punto di vista sociale ed economico. La dominazione di Tokyo, iniziata nel 1905 e proseguita dietro il velo della progettata “sfera di coprosperità della Grande Asia Orientale”, significò non solo oppressione, cancellazione dei più elementari diritti di parola, di associazione, di agibilità politica, ma anche intensificazione del secolare sfruttamento delle masse contadine e saccheggio delle risorse di cui la Corea era ed è ricca (specie al Nord!) da parte dei monopoli giapponesi, i famigerati zaibatsu: oro, argento, magnesite, zinco, piombo e altre tesori del sottosuolo, furono convogliati verso le grandi concentrazioni capitalistiche nipponiche, a tutto profitto dell’oligarchia fascista. Contro questo stato di cose, fin dagli anni ’30 si era sviluppata una forte lotta antifascista, che dal 1940 raggiunse progressivamente il culmine, sotto la guida del Partito Comunista e del suo grande leader Kim Il Sung (Kim Ir Sen), destinato a diventare la carismatica guida della Corea democratica per decenni. Le masse operaie e contadine supportarono attivamente il movimento partigiano, soprattutto perché le sue parole d’ordine e i suoi programmi univano l’istanza della liberazione nazionale dal giogo straniero a quella delle più ampie riforme in senso democratico e progressista. Naturalmente, questa piattaforma fu vista sin dall’inizio come il fumo negli occhi da parte degli anglostatunitensi, desiderosi non della liberazione della Penisola coreana, ma di sostituire il dominio imperialista giapponese con il loro, con quello delle loro multinazionali e banche. Quasi tutti i principali esponenti politici statunitensi, è bene ricordarlo, avevano cospicui interessi nei consigli d’amministrazione di società e grandi concentrazioni. Basti pensare ad Allen Dulles, fratello di John Foster Dulles (che come vedremo sarà il vero stratega della Guerra di Corea) e capo dei servizi segreti statunitensi (OSS, Office of Strategic Services), il quale nel 1934 era membro del consiglio di amministrazione della “Banca Schroeder”, uno dei polmoni finanziari del nazismo, e che nel 1945 sedeva in quello della “National City Bank”, controllata dai Rockefeller e principale azionista della “New Corea Company”, colosso yankee fondato per subentrare al dominio economico giapponese in Corea.


I partigiani coreani ebbero l’aiuto generoso e disinteressato dell’Unione Sovietica e dell’Armata Rossa e, sulla base degli accordi di Mosca tra USA, URSS e Gran Bretagna, nel 1945 la Penisola coreana fu temporaneamente divisa in due parti: a Nord del 38° parallelo la zona di occupazione sovietica, a Sud del 38° parallelo quella statunitense. Tale divisione doveva essere del tutto provvisoria, contingente, visto che nel 1943 gli stessi Alleati, a Cairo, si erano accordati per una futura Corea libera, unita e neutrale. Mentre i propositi sovietici erano sinceri e limpidi, quelli statunitensi ed inglesi invece grondavano ipocrisia da tutti i pori. Nella Corea settentrionale, infatti, sotto l’egida del Comando militare sovietico, si procedette con lena alla democratizzazione del potere, alla liquidazione di tutte le strutture antipopolari e fasciste di dominio dei giapponesi, alla creazione delle più solide basi per un’economia libera, solida e indipendente. Tecnici sovietici affiancarono da subito operai, specialisti, dirigenti coreani nella ricostruzione delle fabbriche distrutte dai fascisti. Nel frattempo, i comitati popolari, organismi nei quali i comunisti erano non solo determinanti, ma maggioritari, iniziarono ad espropriare le terre di latifondisti, proprietari assenteisti, grandi capitalisti parassitari, distribuendole tra agricoltori piccoli e medi e braccianti. Per la prima volta, chi non aveva mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra per piantare un po’ di insalata, ricevette quanto bastava per il decoroso mantenimento di se stesso e della propria famiglia. La disoccupazione e l’indigenza progressivamente scomparvero; si inaugurò una nuova era di pace, sviluppo e vera democrazia per tutti. Il Partito Comunista agì nel pieno rispetto del pluralismo e della libertà, rafforzando e riorganizzando la propria attività nell’autunno del ’45. Accanto al PC nacquero il Partito Democratico della Corea Settentrionale, araldo degli interessi della piccola borghesia progressista, il Partito dei Giovani Amici, assai originale e composito, ispirato alla setta religiosa progressista “Cihondoge” (“Dottrina della Via Celeste”), il Nuovo Partito Popolare della Corea del Nord. Altro che dittatura e monopartitismo! Ancora oggi, nella Corea del Nord esistono più Partiti, con grande scorno della propaganda imperialista e anticomunista: il Partito Socialdemocratico e il Partito Chondoista Chongu (ispirato alla religione ceondoista) sono rappresentati nell’Assemblea Suprema del Popolo (Parlamento), ma i loro nomi non li vedrete né li udirete pronunciare nei media asserviti alla borghesia reazionaria o comunque connotata. In armonia con tutti i Partiti democratici e progressisti, dunque, i comunisti, nel Nord della Corea, s’impegnarono a fondo per la ricostruzione di città, paesi e villaggi. Non altrettanto si può dire del Sud: qui, i giapponesi restarono in sella, a tutelare le loro posizioni apicali, abusive e illegittime, persino tre settimane dopo la firma dell’armistizio. I loro organi rimasero intatti per lungo tempo, in spregio a qualsiasi processo di democratizzazione e a qualsiasi reale cambiamento. Tuttavia, le masse lavoratrici non stettero a guardare e si organizzarono in comitati popolari forti e ramificati: nell’estate del ’45, ve ne erano già 150.
Il 7 settembre 1945, il Generale Mc Arthur, Comandante delle forze armate statunitensi nell’Estremo Oriente, comunicò con un’ordinanza che al potere nipponico subentrava quello statunitense, con un’apposita amministrazione militare. Contrariamente agli intenti svanverati, molti funzionari giapponesi rimasero, puntellati dai fucili dei marines, ai loro posti, e il popolo dovette scendere in piazza e lottare per vederne rimossi solo alcuni, come l’odiato governatore generale Abe. Sotto le ali dell’aquila yankee nacquero tutta una serie di partiti e formazioni reazionarie, di destra, che compirono azioni squadristiche e intimidazioni a danno di operai, contadini e cittadini democratici. Tutte le imprese e le attività economiche impiantate dai giapponesi per rapinare la Corea ed il suo popolo furono trasferite nelle mani degli statunitensi, che le utilizzarono a loro profitto e per la causa di un nuovo asservimento economico, politico e sociale. Si scelse anche un fantoccio, un reazionario adatto a rappresentare i voleri degli USA nella Penisola: Syngman Ri, che diventerà nel 1948 Presidente della Repubblica di Corea (Corea del Sud) con violenze inenarrabili e brogli a catena. Mentre nel Sud le epurazioni di elementi fascisti dalla polizia e dalla pubblica amministrazione marciavano spedite, nel Sud, alla fine degli anni ’40, oltre il 53% degli ufficiali e il 25% dei componenti degli apparati repressivi, erano personaggi in servizio sotto il dominio giapponese, come c’informa Max Hastings nel suo pregevole lavoro “The Korean War”.

2. Occupazione statunitense e regime fantoccio a Sud, fondazione della Repubblica Democratica a Nord

Alla fine del 1946, il Partito Comunista, il Partito Popolare ed il Nuovo Partito Popolare si fondevano nel Partito del Lavoro della Corea Meridionale. I complotti reazionari e imperialisti per metterlo fuori legge iniziarono subito, ma la forza del popolo, mobilitato in maniera pressoché permanente, impedì questi colpi di mano. La corruzione, la compravendita di voti, i brogli e i maneggi divennero allora pane quotidiano. Naturalmente, ciò non significò il venir meno della repressione. Nel 1947, in coincidenza con la ripresa dei lavori della Commissione sovietico–statunitense sulla Corea, nel Sud della Penisola vennero arrestati ben 12000 esponenti democratici: fu il chiaro segnale del fatto che mai gli USA avrebbero accettato una Corea unita, sovrana e indipendente com’era negli auspici di tutto il popolo. Gli statunitensi posero un veto scandaloso alla costituzione di un governo democratico provvisorio, quale era stato delineato, concordemente, negli accordi di Mosca del dicembre 1945. Kim Gu, esponente nazionalista e progressista del Sud, vero vincitore delle elezioni del 1948 nella parte meridionale del Paese, venne trattato come un appestato dagli occupanti statunitensi, che rifiutarono persino una sua richiesta d’incontro (finirà ucciso dagli sgherri di Syngman Ri). Il 26 settembre del 1947, l’URSS propose il ritiro contemporaneo delle truppe sovietiche e statunitensi. Gli USA si opposero anche a questa richiesta e lavorarono per consolidare il loro abusivo proconsolato nella parte meridionale della Penisola coreana. L’ONU, controllata dagli imperialisti, spalleggiò gli USA e si arrivò ad elezioni separate nella Corea del Sud.
Contro questa decisione si mobilitò l’intero popolo coreano: alla Conferenza di Pyongyang dell’aprile 1948, 56 rappresentanti di partiti e organizzazioni del Nord e del Sud decisero unanimemente il boicottaggio delle elezioni farsa e chiesero l’allontanamento della Commissione ONU che le appoggiava. Nell’isola di Jeju Do si sviluppò un ampio movimento popolare e partigiano, che dette del filo da torcere alle autorità e si estese ad altre regioni del Sud. I soldati inviati da Ri si ammutinarono e passarono in massa dalla parte dei rivoltosi. Il 10 maggio del 1948, si tennero le elezioni burla per l’“Assemblea Nazionale” della Corea meridionale: in un clima di corruzione endemica, terrore e brogli, sotto le baionette e i mitra yankee, prevalsero naturalmente i reazionari. Le navi da guerra statunitensi avevano fatto la loro comparsa nei porti, gli aeroplani avevano sorvolato notte e giorno le città e i villaggi, la polizia aveva pattugliato e controllato fino all’ultimo seggio presente. Su 8000000 di elettori, 800000 si trovavano in carcere, il Partito Comunista non aveva potuto presentare candidati perché messo fuorilegge, 20 candidati indipendenti erano stati gettati in prigione perché accusati artificiosamente di “comunismo”. Con tali premesse, come avrebbe potuto prevalere la vera volontà popolare? Nell’“Assemblea Nazionale” entrarono 84 agrari, 32 magnati industriali, 23 ex-funzionari filogiapponesi e 59 reazionari del mondo della cultura, del clero e di circoli affini. Una farsa grottesca! Syngman Ri, divenuto Presidente, scatenò il terrore contro democratici, progressisti e comunisti più di prima, con l’appoggio totale ed incondizionato dei marines.
Il Partito del Lavoro della Corea settentrionale, nato nel ’46 dall’unione del Partito Comunista e del Nuovo Partito Nazionale, decise di tenere elezioni per la creazione di una vera Assemblea Nazionale Suprema della Corea, con la partecipazione dell’elettorato tanto del Nord quanto del Sud. Nel luglio del 1948, il responso delle urne fu inequivocabile: il 99% degli elettori si pronunciò, senza alcuna costrizione e violenza, per il Fronte Unico Nazionale Democratico. Al Sud, gli squadristi di Ri fecero di tutto per impedire le consultazioni, con atti di terrorismo e provocazioni continue. Tuttavia, i reazionari non poterono schiacciare la libera espressione della volontà popolare; i rappresentanti sudcoreani eletti nella prima tornata, a causa degli impedimenti frapposti dai fascisti seguaci di Ri, si riunirono nel Nord e qui parteciparono all’elezione dell’Assemblea Suprema, composta da 572 deputati, dei quali 360 provenienti dalla Corea meridionale e 212 da quella settentrionale. Chi poteva quindi, a buona ragione, parlare a nome della parte meridionale del Paese? 198 fantocci o uomini ricattati eletti sotto la minaccia dell’esercito statunitensi, oppure 360 liberi cittadini, di tutte le estrazioni, eletti in maniera democratica? Il 9 settembre 1948, visto che al Sud il potere era stato già usurpato, venne proclamata la Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea e si formò un governo guidato da Kim Il Sung. Questo governo chiese ad USA e URSS di ritirare le truppe presenti nel Paese; l’URSS, fedele agli impegni solennemente assunti, attuò quanto richiesto, mentre gli USA, appalesando in maniera evidente una volta di più la loro malafede, se ne guardarono bene dal farlo. Alla fine del 1948, mentre l’Armata Rossa era rientrata nei propri confini, l’esercito statunitense era presente in Corea a difendere l’usurpatore Syngman Ri, a puntellare il suo governo antipopolare e mafioso. Migliore raffigurazione del quadro internazionale, del modo diverso di concepire i rapporti con gli Stati sovrani da parte dei campi capitalista e socialista, non poteva essere offerta!
Mentre il Nord progrediva e consolidava il suo benessere, la sua libertà e la democrazia popolare più piena e compiuta, il Sud viveva nella miseria e nella paura. Lotte contadine e operaie divampavano ovunque, soffocate nel sangue della repressione. Nel 1949, un grande sciopero si sviluppò al Sud e il Fronte Unico Patriottico Democratico lanciò un appello all’unificazione del Paese. Ri fu costretto a promettere una riforma agraria, ma intanto inserì provocatori ovunque nel movimento partigiano e antifascista, per compiere atti terroristici poi sistematicamente attribuiti ai comunisti e ai progressisti tutti. Con tali premesse, il confronto bellico non poteva che emergere come prospettiva tragicamente reale e così fu.

3. Il copione USA: risolvere la crisi economica con la guerra. Il crescendo bellicista yankee e la follia militarista di Syngman Ri


Nel 1949-50, le provocazioni raggiunsero il culmine, contemporaneamente (guarda caso) all’emergere di una forte crisi dell’economia statunitense, che è opportuno inquadrare in alcune significative cifre: fatto 100 il potere d’acquisto del dollaro nel 1939, esso era pari a 71,2 nel 1946, a 57 nel 1950. Un crollo impietoso, al quale faceva invece da contraltare il poderoso sviluppo dell’economia dell’URSS, unico Paese del mondo nel quale i prezzi diminuivano anno dopo anno. L’indice di produzione complessivo, fatto 100 il livello del 1937, raggiunse quota 212 nel 1943, in piena guerra (a riprova del fatto che le guerre servono sempre e solo al capitalismo). Nel 1948 l’indice cadde a 170, per precipitare a 156 nel 1949. Nel primo trimestre del 1950, gli investimenti regredirono del 14% rispetto al corrispondente periodo del 1949. La disoccupazione avanzò a livelli pericolosi: 6,5% al 1° gennaio 1950, rispetto al 3,40% della corrispondente data del 1948 e al 4,3% dello stesso giorno del 1949. Questo secondo i dati dell’US Bureau of Labor Statistics! In realtà, se si prende in considerazione l’arcipelago della sottoccupazione e del precariato, volutamente non censito, si può dire che in quel difficilissimo 1950 vi fossero ben 14000000 di uomini e donne senza occupazione per un lungo periodo di tempo o in permanenza, ovvero un buon 20% del totale della forza lavoro. Nel marzo 1950, poi, le esportazioni statunitensi ammontarono a 867000000 di dollari, contro 1177000000 dell’anno precedente. I profitti netti delle società per azioni, pari a 21000000000 di dollari nel 1948, nel 1949 erano scesi a 17000000000. In questo panorama, la guerra, nella logica imperialista, s’impose come unica via di uscita. Clare Boothe Luce, futura ambasciatrice USA in Italia, moglie di Henry Luce, giornalista anticomunista del “Time”, scrisse: “Il nostro popolo non vuole né la crisi né la guerra, ma se dovesse scegliere preferirebbe la guerra”. Dal canto suo, in un’intervista alla “United Press”, rilasciata il 7 ottobre 1949, Syngman Ri affermò di potersi impadronire di Pyongyang in tre giorni. Non era una novità: il 30 settembre, appena una settimana prima, lo stesso Ri aveva scritto al suo amico statunitense Dr. Robert Oliver (autore dell’interessante opera “Syngman Rhee: The Man Behind the Myth”) una missiva con una frase molto eloquente: “Sono convinto che sia venuto il momento di lanciare un’offensiva. Cacceremo la gente di Kim Il Sung verso le montagne, dove a poco a poco l’affameremo”. Alla faccia della “guerra difensiva” contro la Corea democratica! Lo stesso concetto fu ribadito più volte l’anno successivo dal tirannuccio di Seul, anche nel corso della visita di John Foster Dulles del giugno 1950. Nello stesso periodo, concertando evidentemente dichiarazioni e piani, il generale statunitense William L. Roberts impartì ordini per numerosi attacchi armati di provocazione e azioni d’infiltrazione contro la Corea democratica. Il governo di Pyongyang ne contò ben 2167 di questi attacchi ed incursioni dal Sud, nel solo 1949. Il 1° novembre di quello stesso anno, il “New York Herald Tribune” riportò una dichiarazione di Sin Sung Mo, ministro della Guerra sudcoreano: l’esercito di Seul “è pronto a penetrare in territorio comunista”.
Come si può vedere, la Corea democratica, lungi dall’attaccare, fu costretta a difendersi da azioni ostili continue e da piani bellicisti ed imperialisti ogni volta corroborati da nuovi aggiustamenti tattico–strategici. A far gola agli imperialisti statunitensi erano, in maniera particolare, gli impianti industriali nordcoreani, nazionalizzati e rinati con la difficilissima ricostruzione postbellica, assieme ai giacimenti auriferi di Unsan, i più ricchi dell’Asia, situati anch’essi nel Nord. Da una parte i propagandisti yankee suonavano la grancassa del più truce anticomunismo, dipingendo i Paesi a democrazia popolare come attanagliati da fame, miseria e terrore, dall’altra, nello stesso tempo, e con evidente contraddizione, invidiavano le ricchezze di quel mondo e non potevano tollerare che fossero messe al servizio del progresso di tutto il popolo e non di un pugno di sanguisughe. Ad agognare l’esclusiva dello sfruttamento dei giacimenti di Unsan, in una nuova Corea sottomessa al padrone a stelle e strisce, era soprattutto la “Oriental Mining Co.”, il cui capo era Samuel Hodd Dolbear, consigliere (coincidenza!) di Syngman Ri per le questioni dell’industria mineraria. I pescecani si agitavano nelle acque più torbide possibili, ma il potere popolare della Corea democratica non solo non cedeva, ma era sempre più forte! Il 1950 si aprì all’insegna dell’escalation delle provocazioni. Il 28 aprile 1950, il “Melbourne Sun”, testata australiana, riportò un’intervista al giornalista statunitense Richard Johnson, ben introdotto negli ambienti militari, il quale confermò le intenzioni del governo di Seul di attaccare il Nord. Ri, a detta di Johnson, non si preoccupava nemmeno di una possibile guerra mondiale pur di realizzare il suo sogno di invadere e sottomettere il Nord. Il terreno era ormai pronto per le più devastanti avventure…

4. La visita di John Foster Dulles e lo scoppio del conflitto

I fratelli Dulles furono, negli USA, simboli della perfetta simbiosi fra poteri forti economico–finanziari, autentici governi ombra e potere ufficiale. Ottimamente introdotti negli ambienti bancari e delle multinazionali, appoggiavano il nazismo ed il fascismo nello stesso momento in cui, ad uso dell’opinione pubblica, sostenevano di combatterli. Si può dire, nel loro caso almeno, che buon sangue davvero non mente: il loro zio Robert Lansing, segretario di Stato degli USA dal 1915 al 1920, sotto la presidenza di Wilson, aveva affermato che il bolscevismo, qualora si fosse diffuso, avrebbe comportato il dominio della “massa ignorante e incapace” sulla Terra. I Dulles, in particolar modo Allen, furono i cervelli operativi del reclutamento dei nazisti per conto dei servizi statunitensi nel dopoguerra, a cominciare dall’“Operazione Sunrise”, coi suoi “protocolli” segreti comprendenti il salvacondotto per SS e militari, fino all’“Operazione Fort Hunt” che permise la ricostituzione della rete spionistica nazista di Gehlen sotto l’egida statunitense, passando per l’“Operazione Paperclip”, che consentì di porre al servizio dell’apparato militare industriale USA migliaia di scienziati nazisti, anch’essi sottratti alla giustizia. Come meravigliarsi del fatto che nel 1950 i fratelli, in particolar modo John questa volta, fossero i principali pianificatori della Guerra di Corea? Il 17 giugno 1950, John Foster Dulles, in qualità d’inviato straordinario del segretario di Stato USA Dean Acheson, principale collaboratore del Presidente Harry Truman, si recò in Corea del Sud e, davanti al Parlamento di Seul pronunciò una frase sibillina e assai rivelatrice al tempo stesso: “I comunisti non si manterranno eternamente nel Nord”. Chiaro! Se li si aggrediva e li si attaccava ogni giorno dalle postazioni del Sud, quale altro destino si poteva preconizzare? Il disegno statunitense apparve evidente, in tutto il suo cinismo. In quella stessa occasione, Syngman Ri, da pupazzo manovrato qual era, rincarò la dose: “Se non possiamo proteggere la democrazia con la guerra fredda, dovremo strappare la vittoria con quella calda”. Due dichiarazioni di guerra belle e buone che facevano pendant, del resto, con quanto affermato il 5 maggio 1950 da Thomas T. Connally, presidente della Commissione Esteri del Senato USA, all’assai influente organi di stampa “US News and World Report”: “Molti pensano che gli USA abbiano bisogno di una guerra. La cosa migliore è farla ora”.
Washington puntava tutto sullo scontro bellico per ravvivare l’economia, mentre Ri, che il 30 maggio aveva perso le elezioni nonostante il terrore sparso a piene mani (il 10% circa della popolazione si trovava in carcere e chi veniva trovato in possesso di armi, anche solo da caccia, veniva fucilato sommariamente), desiderava la guerra per ricompattare il consenso perduto attorno alla sua figura e mettere a tacere ogni dissenso con un giro di vite ulteriore sulla società sudcoreana, ancora più forte della legge marziale imposta l’11 giugno, dopo che grandi manifestazioni di popolo avevano salutato con entusiasmo la proposta del Fronte Democratico Unito per elezioni generali libere in tutta la Corea. Il 25 giugno, giorno dell’inizio delle ostilità, tutti i giornali del mondo immortalavano John Foster Dulles in visita al 38° parallelo, circondato da generali statunitensi e sudcoreani, con lo sguardo teso verso il Nord mentre consultava le carte topografiche. Un messaggio trasparente, nella sua tragica evidenza! Gli USA avevano ordinato l’inizio di un’altra sanguinosissima guerra. A trarne profitto sarebbero stati, come sempre, il complesso militare–industriale e i potentati finanziari statunitensi, tra i quali quella “National City Bank” che, come abbiamo visto prima, aveva Allen Dulles nel Consiglio di Amministrazione e controllava quella “New Korea Company” padrona dell’economia di un pezzo significativo della Penisola coreana. Nelle stesse ore in cui Dulles impartiva gli ordini ai suoi fantocci di Seul, a Tokyo, come informava il “New York Times” del 20 giugno 1950, il segretario di Stato alla Difesa USA Louis Johnson e il Capo di Stato Maggiore generale Omar Bradley erano a Tokyo, impegnati in “riunioni ultrasegrete presso il comando del Generale McArthur, Comandante in capo delle truppe statunitensi nel Pacifico”. Il grilletto venne premuto dunque il 25 giugno, e non dai nordcoreani. La disinformazione martellante dei media asserviti all’imperialismo ha sempre, costantemente ripetuto, e ripete ancora, che l’esercito nordcoreano attaccò per primo. Oggi, tale menzogna è quasi dogma di fede. In realtà, come stiamo via via scoprendo, le cose andarono in maniera ben diversa. A parte le aggressioni ripetute contro il Nord tutti i giorni dal 1946 almeno al maggio del 1950, che da sole avrebbero potuto costituire un buon motivo per legittimare Pyongyang a dare una risposta militare decisa e definitiva, c’è da dire che nei giorni immediatamente a ridosso dell’inizio del conflitto, gli attacchi dell’esercito di Syngman Ro divennero ossessivi, sfibranti e intollerabili. Il 25 giugno, il giornalista John Gunther seppe in Giappone, da un alto funzionario statunitense, che i sudcoreani avevano attaccato il Nord. Gunther cercò di “diluire” questa vicenda tirando in ballo malintesi e messaggi della radio nordcoreana ritenuti disinformanti, come se dei membri del governo di occupazione statunitensi in Giappone potessero credere così, su due piedi, alla presunta propaganda di Pyongyang. Una tesi che non sta in piedi e che conferma un fatto: la Corea del Sud aveva colpito per prima e la notizia era nota ai livelli più elevati del potere statunitense. Il fatto stesso, però, andava coperto, per accreditare spudoratamente la tesi opposta: quella del first strike nordcoreano. Dal 23 giugno le artiglierie di Seul bombardavano il territorio nordcoreano e vi era stato, soprattutto, un attacco di sorpresa della fanteria sulla città nordcoreana di Haeju. Questi fatti avevano reso necessaria, spiegava Radio Pyongyang, un’offensiva che doveva condurre al respingimento di ogni incursione, ma anche alla bonifica, lungo il confine, di ogni base terroristica e di ogni punto d’appoggio militare rivolto contro la Corea democratica.
“All’alba del 25 giugno, recitava letteralmente il comunicato del Ministero degli Interni della Repubblica Democratica Popolare di Corea letto a Radio Pyongyang, le cosiddette truppe di difesa nazionale del governo fantoccio della Corea meridionale hanno sferrato una improvvisa offensiva contro il territorio della Corea settentrionale lungo l’intera linea del 38° parallelo. Attaccando d’improvviso la Corea settentrionale, il nemico ne ha invaso il territorio per una profondità variante da uno a due chilometri a Nord del 38° parallelo (…) Il Ministero degli Interni della Repubblica coreana ha ordinato ai reparti di frontiera della Repubblica di respingere gli attacchi del nemico (…) Attualmente le truppe di frontiera della Repubblica stanno sostenendo aspri combattimenti difensivi opponendo al nemico accanita resistenza. Nel distretto di Yontan i distaccamenti di frontiera della Repubblica hanno respinto gli attacchi del nemico che aveva invaso il territorio della Corea settentrionale. Il governo della Repubblica democratica popolare coreana ha incaricato il Ministero degli Interni di notificare alle autorità del governo fantoccio della Corea meridionale che, se esse non cessano immediatamente i loro temerari attacchi nell’area del 38° parallelo, saranno prese risolute misure per annientare il nemico”. Su queste dichiarazioni, vere ed anzi incontrovertibili, si esercitò il dispositivo della calunnia, della montatura anticomunista, della falsificazione della storia e finanche della cronaca. Gli USA e i loro alleati, con alcune eccezioni, utilizzarono subito gli scranni dell’ONU per scatenare una gigantesca campagna anticomunista ed antisovietica, additando falsamente al mondo la Corea democratica come Paese aggressore. L’Ufficio per l’informazione sudcoreano annunciò, nelle prime ore del 26 giugno, che la città di Haeju era stata davvero occupata, ma nel quadro di un’azione difensiva rispetto agli attacchi del 25 sferrati dalla Corea democratica (alcuna parola sui bombardamenti provocatori del 23 e 24). Seul, insomma imbrogliò le carte per figurare come vittima, quando invece un rapporto militare statunitense, già dal 25, riportava che Haeju era in mano all’esercito sudcoreano. Senza sapere nulla del comunicato radiofonico sudcoreano, “Daily Herald”, “Guardian” e “New York Herald Tribune”, nei numeri usciti il 26, quindi riferiti al giorno del 25, confermarono la cattura di Haenju da parte delle truppe di Syngman Ri. Gli USA, pur conoscendo la verità, presentarono all’ONU, mentendo, un rapporto in cui i fatti erano completamente rovesciati, seguiti da tutta una serie di prese di posizione dei Paesi “satelliti” desiderosi di partecipare alla nuova avventura bellica per raccattare le briciole del dividendo imperialista. Diversamente da quanto si ritenne all’epoca, e si continua a credere oggi, nessun contingente delle Nazioni Unite (né gli osservatori militari presenti sul campo, né la Commissione delle Nazioni Unite per la Corea, di stanza a Seul) assistette al divampare delle prime ostilità. La propaganda regnava sovrana, uccidendo la verità, con le veline sudcoreane e dei marines a sostituire la cronaca oggettiva e ponderata dei fatti. Il delegato jugoslavo provò a ricondurre tutti alla ragionevolezza: nel rimarcare l’imprecisione e la fumosità delle notizie che stavano pervenendo, propose che la Corea democratica avesse la possibilità di venire a spiegare la propria posizione, davanti alla massima assise internazionale. Non ci fu nulla da fare, naturalmente! La macchina bellica era partita.


La Corea democratica non aveva mai nutrito alcuna intenzione di occupare il Sud militarmente. La prova incontrovertibile di tale atteggiamento, riconosciuta inevitabilmente anche dagli statunitensi, stava nel fatto che Pyongyang non aveva ordinato la mobilitazione generale e non aveva schierato l’esercito in assetto offensivo; semmai, prevedendo il primo colpo della Corea del Sud, aveva schierato alcune truppe aggiuntive a ridosso del 38° parallelo, nei giorni precedenti il conflitto, per rafforzare le difese in caso di attacco. Il Nord poteva contare su 6 divisioni pronte e pienamente operanti, contro le 13-15 necessarie per un’operazione offensiva plausibile e sostenibile. In barba a questi elementi, che mettevano in crisi l’assurda tesi della Corea democratica potenza attaccante, il 26 giugno, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU passò la proposta statunitense per sanzioni economiche contro la Corea democratica e, il giorno successivo, si raccomandò ai Paesi membri di “fornire immediata assistenza” alla Corea del Sud “nella misura necessaria a respingere l’attacco armato”. L’URSS non stava prendendo parte ai lavori dell’ONU per protesta contro la presenza, nel suo seno del delegato della Cina nazionalista, altro Stato fantoccio legato all’imperialismo statunitense, mentre alla Cina popolare alcun seggio veniva ancora riconosciuto, nonostante la sua sovranità su un territorio abitato da oltre 540 milioni di persone, contro gli 8 milioni scarsi della Cina nazionalista (meglio nota come Taiwan). Stalin, il VK(b)P e tutti gli organi del potere sovietico stavano comunque con gli occhi bene aperti, attenti a non dare la stura a provocazioni, ma anche pronti a difendere il campo socialista e i Paesi di democrazia popolare. A manovrare tutto erano Truman, Presidente succeduto a Roosevelt, 33° grado della Massoneria di Rito Scozzese, vero ideatore della guerra fredda assieme a Churchill, e il più volte citato John Foster Dulles, destinato a diventare, dal 1953, Segretario di Stato, per i suoi meriti acquisiti nel costruire a tavolino la Guerra di Corea. Truman, già nell’aprile 1950, aveva fatto preparare dal National Security Council il documento ultrasegreto denominato “NSC–68”, imperniato sul più massiccio riarmo degli USA e sull’estensione della guerra fredda. L’ONU non fu affatto imparziale, nemmeno nella persona del suo Segretario generale, il norvegese Trygve Lie: nelle sue memorie, egli afferma apertamente di non esser stato un osservatore impassibile dei fatti e dà la stura ad ogni genere di strali contro il comunismo e l’URSS. Come si scoprirà in seguito, aveva stretto, alla faccia degli Statuti e dei Regolamenti, un patto di ferro con gli USA per licenziare tutti i funzionari sospetti di simpatie comuniste o progressiste.
Tuttavia, nonostante questa mobilitazione, la ferrea determinazione del popolo della Corea democratica nel difendere il proprio territorio e le proprie conquiste sociali, unitamente al malcontento della stragrande maggioranza dei soldati sudcoreani, riottosi all’idea di dover servire un potere corrotto e guerrafondaio, fece sì che l’esercito della Repubblica Democratica Popolare si dimostrasse oltremodo efficiente, mietendo vittorie su vittorie e respingendo quasi ovunque il nemico. Qualche tempo dopo, in un anomalo afflato di sincerità, a suo modo, lo stesso delegato statunitense all’ONU Warren Austin raffigurerà la situazione con queste parole al “New York Times” il 1° ottobre 1950: “la barriera artificiale che ha diviso la Corea democratica da quella del Sud non trova alcun motivo di esistere né nel diritto né nella ragione. Le Nazioni Unite, la loro commissione inviata in Corea e la Repubblica di Corea (la Corea del Sud) non riconoscono in alcun modo tale linea. Ora i nordcoreani, con un attacco armato portato contro la Repubblica di Corea, hanno negato anch’essi l’esistenza di una tale linea di confine”. Tornando ai primi giorni del conflitto, dobbiamo sottolineare che per Syngman Ri e la sua banda stava profilandosi quasi da subito una vera e propria disfatta, quando ecco intervenire a supporto del dittatore e della sua schiera di corrotti e criminali l’esercito statunitense: il 27 giugno, l’aviazione yankee prese a bombardare città e villaggi del Nord, mentre le unità della 7.ma flotta attaccarono i porti nordcoreani e procedettero allo sbarco di truppe a Nord del 38° parallelo: per prima la 24.ma divisione di fanteria, a seguire 2.da, 25.ma, 1.ma divisione di cavalleria blindata e 1.ma divisione di fanteria di marina. La guerra si allargò a macchia d’olio e il 7 luglio fu designato, in qualità di Comandante delle truppe ONU, il generale statunitense Douglas McArthur, guerrafondaio inveterato, il quale attuerà un’escalation oltre il 38° parallelo, arrivando all’occupazione del territorio nordcoreano. Questo folle bellicista verrà fermato solo dalla incrollabile volontà di resistenza del popolo nordcoreano, dall’intervento cinese e dalla fermezza sovietica, e verrà infine deposto da Truman, non senza aver prima richiesto, con la bava alla bocca data dalla frustrazione e dallo scorno davanti agli insuccessi, l’utilizzo della bomba atomica contro la Cina popolare (e implicitamente, contro l’URSS). Grazie alla solidarietà internazionalista, al ruolo della Cina e dell’URSS, i militaristi statunitensi ricevettero un colpo durissimo e la Corea democratica poté veder ripristinata la piena sovranità e autorità, a prezzo di un numero enorme di vite umane, un olocausto yankee sottaciuto o volutamente ignorato dai sacri testi del mondo capitalistico–borghese, trasudanti apologia e mistificazione da ogni rigo. Questa, però, come si diceva un tempo, è un’altra storia… della quale ci occuperemo presto.

5. Un monito che vale per l’oggi!

In questa sede, ci premeva evidenziare le cause scatenanti di un conflitto attorno al quale, ancora oggi, buona parte di quello che si legge, anche a sinistra, è composto da menzogne, esagerazioni, distorsioni. Gli USA, baluardo mondiale dello sfruttamento, dell’impostura e del brigantaggio economico imperialista, videro la loro economia salvata dal tracollo e ravvivata proprio grazie al conflitto coreano. Il celebre economista Paul A. Samuelson, direttore del prestigioso “Massachusetts Institute of Technology”, scriverà: “La nostra prosperità fu dovuta alla guerra di Corea”. Il bilancio militare era stato portato da 19 miliardi di dollari nel 1949 a 54 miliardi nel 1953; gli acquisti di equipaggiamenti e armamenti erano volati a quota 1962 milioni di dollari, contro i 312 previsti. Quando si discetta di “ricchezza” e di “opulenza” degli USA, concetti oggi fortemente in declino data la situazione sempre più evidente a tutti, occorre sempre pensare a come quell’opulenza fu costruita: fu edificata sullo sfruttamento più bestiale, sulla distruzione di milioni di vite umane, sulle continue avventure belliche intraprese con provocazioni sistematiche, inganni e stratagemmi più vari. Una lezione, questa, da tener ben presente, specie oggi che le condizioni che portarono alla Guerra di Corea paiono ripetersi pericolosamente, con un mondo capitalista in piena recessione e una potenza, gli USA, in pieno declino, sommersa dai debiti e dalla miseria crescente di vaste fette della popolazione. “Il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia”, affermava nel secolo scorso il socialista e pacifista francese Jean Jaures. Se così è, e non vi sono dubbi, è bene che tutti i militanti comunisti riflettano e aprano l’ombrello della rivolta cosciente per un nuovo ordine economico, umano e sociale.



Referenze biografiche e sitografiche
Filippo Gaja: “Il secolo corto” (Maquis Editore, 1994, in particolare il capitolo “In guerra a tutti gli effetti”, pgg. 353–368) “Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS”, voll. 10, 11 e 12 (Teti editore, Milano, 1975)
“L’Unità” (numeri del 13/4/1950 per un’analisi dello stato dell’economia statunitense e del 27/6/1950 sulle dinamiche belliche nella Penisola coreana)
John Gunther: “L’enigma di Mc Arthur” (Milano, Garzanti, 1951)
J. F. Stone: “Storia segreta della guerra di Corea” (Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1954)
Karunakar Gupta: “How did the Korean War Begin?”, in “The China Quarterly”, Londra, Ottobre-Dicembre 1972; “Comment: The Korean War”, in “The China Quarterly”, Aprile-Giugno 1973.
Peter Lowe: “The Origins of the Korean War” (Routledge, London and New York, 2014)
J.C. Goulden: “The Untold Story of the War” (McGraw Hill, New York, 1983)
Albert Norden: “Le secret des guerres: genese et techniques de l’aggression” (Paris, Le Pavillon, 1972)
Trygve Lie: “In the Cause of Peace” (Macmillan, New York, 1954)
Robert T. Oliver: “Syngman Rhee: The Man Behind The Myth” (Dodd Mead, New York, 1954);
Dati sulla disoccupazione negli USA dell’US Bureau of Labor Statistics, con rimandi a rielaborazioni, serie storiche e aggiornamenti.
Juche Italia, (utile per inquadrare il ruolo di Syngman Ri nella dialettica tra Nord e Sud, con riferimento alla difesa delle tradizioni da parte dei comunisti)
Kim Il Sung: “Opere Scelte” (2 voll., Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang, 1967);
“La costruzione della società socialista” (Jaca Book, Milano, 1971), utili per una panoramica generale sulla Corea democratica e le sue vicende fondamentali.




Lenin : Stato e Rivoluzione


In occasione del 146° anniversario della Comune di Parigi pubblichiamo l'analisi del compagno Lenin tratta da "Stato e Rivoluzione"

Redazione Aurora Proletaria


III. Lo Stato e la rivoluzione.
L' esperienza della Comune di Parigi (1871).
L'analisi di Marx


1. In che cosa consiste l'eroismo del tentativo dei comunardi?


E' noto che alcuni mesi prima della Comune, nell' autunno del 1870, Marx metteva in guardia gli operai parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo sarebbe stato una sciocchezza dettata dalla disperazione. Ma quando, nel marzo 1871, la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi l'accettarono cosicchè l'insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx, nonostante i cattivi presagi, salutò con entusiasmo la rivoluzione proletaria. Egli non si ostinò a condannare per pedanteria un movimento "inopportuno", come fece Plekhanov, il tristemente celebre rinnegato russo del marxismo, che nei suoi scritti del novembre 1905 incoraggiava gli operai e i contadini alla lotta e, dopo il dicembre 1905, gridava alla maniera dei liberali: "Non bisognava prendere le armi".
Marx non si limitò tuttavia ad entusiasmarsi per l'eroismo dei comunardi che, com'egli diceva, "davano l'assalto al cielo". Nel movimento rivoluzionario delle masse, benchè esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza storica di enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale, un tentativo pratico più importante di centinaia di programmi e di ragionamenti. Analizzare questa esperienza, ricavarne delle lezioni di tattica, rivedere, sulla base di questa esperienza, la sua teoria questo fu il compito che Marx si pose.
L'unico "emendamento" che Marx giudicò necessario apportare al Manifesto del Partito comunista, lo fece sulla base dell'esperienza rivoluzionaria dei comunardi di Parigi.
L'ultima prefazione a una nuova edizione tedesca del Manifesto del Partito comunista firmata insieme dai due autori porta la data del 24 giugno 1872. In questa prefazione Karl Marx e Friedrich Engels dicono che il programma del Manifesto del Partito comunista "è oggi qua e là invecchiato". "...La Comune, specialmente, - essi aggiungono, - ha fornito la prova che "la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini"..." .
Le ultime parole, fra virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori dall'opera di Marx: La guerra civile in Francia. Così, a questo insegnamento principale e fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed Engels un'importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al Manifesto del Partito comunista.
E' estremamente caratteristico che gli opportunisti abbiano snaturato proprio questo emendamento sostanziale; e i nove decimi, se non i novantanove centesimi, dei lettori del Manifesto del Partito comunista non ne afferrano certamente la portata. Su questa deformazione parleremo in particolare, in un capitolo successivo dedicato in modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che l'"interpretazione" corrente, volgare, della famosa formula di Marx, da noi citata, è che Marx vi avrebbe sottolineato l'idea dell'evoluzione lenta, in contrapposizione con la conquista del potere, ecc.
In realtà, è proprio il contrario. L'idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la "macchina statale già pronta", e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene.
Il 12 aprile 1871, vale a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a Kugelmann: "...Se tu rileggi l'ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano ad un'altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla" (il corsivo è di Marx; zerbrechen nell'originale) "e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni parigini" (Neue Zeit, XX, I, 1901-1902. p. 709). (Le lettere di Marx a Kugelmann sono state pubblicate in russo almeno in due edizioni, una delle quali da me curata e preceduta da una mia prefazione.) "Spezzare la macchina burocratica e militare": in queste parole è espresso in modo incisivo l'insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato nella rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. E proprio questo è l'insegnamento che non solo è stato assolutamente dimenticato, ma addirittura deformato dall'"interpretazione" dominante, kautskiana, del marxismo!
Quanto al passo del 18 Brumaio al quale Marx si riferisce, l'abbiamo citato più sopra integralmente.
E' interessante segnalare soprattutto due punti del passo citato da Marx. Anzitutto Marx limita la sua conclusione al Continente. Questo era comprensibile nel 1871, quando l'Inghilterra era ancora il modello d'un paese capitalistico puro, ma senza militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perciò Marx escludeva l'Inghilterra, dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, si presentava ed era allora possibile senza la condizione preliminare della distruzione della "macchina statale già pronta".
Attualmente, nel 1917, nell'epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade: l'Inghilterra e l'America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori e le ultime rappresentanti della "libertà" anglosassone per quanto riguarda l'assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso pantano, comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la "condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare" è la rottura, la distruzione della "macchina statale già pronta" (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione "europea", imperialistica).
In secondo luogo, merita un' attenzione particolare la osservazione straordinariamente profonda di Marx che la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è "la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare". Questo concetto di rivoluzione "popolare" sembra strano in bocca a Marx, e i plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di Struve che vogliono farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un "lapsus". Essi hanno deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che nulla esiste per loro all'infuori dell'antitesi: rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche quest'antitesi è da essi concepita nel modo più scolastico che si possa immaginare.
Se si prendono come esempio le rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben riconoscere che sia la rivoluzione portoghese che la rivoluzione turca furono rivoluzioni borghesi. Ma né l'una né l'altra furono "popolari"; né nell'una né nell'altra, infatti, la massa del popolo, la sua stragrande maggioranza, agì in modo attivo, indipendente, con le sue particolari esigenze economiche e politiche. La rivoluzione borghese russa del 1905-1907, invece, pur non avendo ottenuto i "brillanti" successi riportati in certi momenti dalle rivoluzioni portoghese e turca, fu incontestabilmente una rivoluzione "veramente popolare", poichè la massa del popolo, la sua maggioranza, i suoi strati sociali "inferiori", più profondi, oppressi dal giogo e dallo sfruttamento, si sollevarono in modo indipendente e lasciarono su tutta la rivoluzione l'impronta delle loro esigenze, dei loro tentativi di costruire a modo loro una nuova società al posto dell'antica ch'essi distruggevano.
Nell'Europa del 1871, il proletariato non formava la maggioranza del popolo in nessun paese del Continente. Una rivoluzione poteva essere "popolare", mettere in movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il proletariato e i contadini. Queste due classi costituivano allora il "popolo". Queste due classi sono unite dal fatto che la "macchina burocratica e militare dello Stato" le opprime, le schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla, ecco il vero interesse del "popolo", della maggioranza del popolo, degli operai e della maggioranza dei contadini, ecco la "condizione preliminare" della libera alleanza dei contadini poveri con i proletari. Senza quest'alleanza non è possibile una democrazia salda, non è possibile una trasformazione socialista. E' noto che la Comune di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, ma non raggiunse il suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno.
Parlando quindi di una "reale rivoluzione popolare", senza dimenticare affatto le particolarità della piccola borghesia (delle quali parlò molto e spesso), Marx teneva dunque rigorosamente conto dei reali rapporti di forza fra le classi della maggior parte degli Stati continentali dell'Europa del 1871. D'altra parte egli costatava che gli operai e i contadini sono egualmente interessati a spezzare la macchina statale, che ciò li unisce e pone di fronte a loro il compito comune di sopprimere il "parassita" e di sostituirlo con qualche cosa di nuovo.
Con che cosa precisamente ?

2. Con che cosa sostituire la macchina statale spezzata?


A questa domanda Marx non dava ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito comunista, che una risposta puramente astratta; per meglio dire indicava i problemi e non i mezzi per risolverli. Sostituire la macchina dello Stato spezzata con 1'"organizzazione del proletariato come classe dominante", con la "conquista della democrazia": questa era la risposta del Manifesto del Partito comunista.
Senza cadere nell'utopia, Marx aspettava dall'esperienza di un movimento di massa la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo precisamente questa organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e conseguente "conquista della democrazia".
Nella Guerra civile in Francia Marx sottopone l'esperienza della Comune, per quanto breve essa sia stata, a un'analisi attentissima. Citiamo i passi principali di questo scritto:
Nel secolo decimonono, trasmesso dal medioevo, si sviluppava "il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura". A misura che l'antagonismo di classe tra capitale e lavoro si accentuava, "il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere [...] di forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe. Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato risaltava in modo sempre più evidente". Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il potere dello Stato diviene uno "strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro". Il Secondo Impero non fa che consolidarlo.
"La Comune fu l'antitesi diretta dell'Impero." "Fu la forma positiva" di "una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe...". In che cosa consisteva questa forma "positiva" di repubblica proletaria, socialista? Quale era lo Stato ch'essa aveva cominciato a creare?
"...Il primo decreto della Comune fu la soppressione dell'esercito permanente, e la sostituzione ad esso del popolo armato..." Questa rivendicazione figura oggi nel programma di tutti i partiti che desiderano chiamarsi socialisti. Ma quel che valgono i loro programmi, lo dimostra nel modo migliore la condotta dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi che, appunto dopo la rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si rifiutarono di attuare questa rivendicazione!
"...La Comune fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti della classe operaia... Invece di continuare ad essere agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello Stato scomparvero insieme coi dignitari stessi... Sbarazzatisi dell'esercito permanente e della polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il "potere dei preti"... I funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza... dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili...". La Comune avrebbe dunque "semplicemente" sostituito la macchina statale spezzata con una democrazia più completa: soppressione dell'esercito permanente, assoluta eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari. In realtà ciò significa "semplicemente" sostituire - opera gigantesca - a istituzioni di un certo tipo altre istituzioni basate su princípi diversi. E' questo precisamente un caso di "trasformazione della quantità in qualità": da borghese che era, la democrazia, realizzata quanto più pienamente e conseguentemente sia concepibile, è diventata proletaria; lo Stato (forza particolare destinata a opprimere una classe determinata) s'è trasformato in qualche cosa che non è più propriamente uno Stato.
Ma la necessità di reprimere la borghesia e di spezzarne la resistenza permane. Per la Comune era particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non averlo fatto con sufficiente risolutezza è una delle cause della sua sconfitta. Ma qui l'organo di repressione è la maggioranza della popolazione, e non più la minoranza, come era sempre stato nel regime della schiavitù, del servaggio e della schiavitù salariata. E dal momento che è la maggioranza stessa del popolo che reprime i suoi oppressori, non c'è più bisogno di una "forza particolare" di repressione! In questo senso lo Stato comincia ad estinguersi. Invece delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata ( funzionari privilegiati, capi dell'esercito permanente), la maggioranza stessa può compiere direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo stesso assume le funzioni del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere. A questo proposito è da notare in particolar modo un provvedimento preso dalla Comune e che Marx sottolinea: la soppressione di tutte le indennità di rappresentanza, la soppressione dei privilegi pecuniari dei funzionari, la riduzione degli stipendi assegnati a tutti i funzionari dello Stato al livello di "salari da operai". Qui appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta dalla democrazia borghese alla democrazia proletaria, dalla democrazia degli oppressori alla democrazia delle classi oppresse, dallo Stato come "forza particolare" destinata a reprimere una classe determinata, alla repressione degli oppressori ad opera della forza generale della maggioranza del popolo, degli operai e dei contadini. Ed è precisamente su questo punto particolarmente evidente - il più importante forse nella questione dello Stato - che gli insegnamenti di Marx sono stati più dimenticati! Gli innumerevoli commenti dei volgarizzatori non ne fanno cenno! E' "consuetudine" tacere su questo punto, come su di una "ingenuità" che ha fatto il suo tempo, esattamente come i cristiani "dimenticarono", quando il loro culto divenne religione di Stato, le "ingenuità" del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico rivoluzionario.
La riduzione delle retribuzioni degli alti funzionari pare "semplicemente" l'esigenza di un democratismo ingenuo, primitivo. Uno dei "fondatori" del moderno opportunismo, l'ex socialdemocratico Ed. Bernstein, s'è molte volte esercitato a ripetere banali motteggi borghesi a proposito del democratismo "primitivo". Come tutti gli opportunisti, come i kautskiani dei nostri giorni, Bernstein non ha assolutamente compreso che, in primo luogo, il passaggio dal capitalismo al socialismo è impossibile senza un certo "ritorno" al democratismo "primitivo" (come si potrebbe altrimenti far compiere alla maggioranza della popolazione, e poi alla intera popolazione, le funzioni dello Stato?); in secondo luogo, che il "democratismo primitivo" sulla base del capitalismo e della civiltà capitalistica non è il democratismo primitivo delle epoche patriarcali e precapitalistiche. La civiltà capitalistica ha creato la grande produzione, le officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e su questa base, l'immensa maggioranza delle funzioni del vecchio "potere statale" si sono a tal punto semplificate e possono essere ridotte a così semplici operazioni di registrazione, d'iscrizione, di controllo, da poter essere benissimo compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per un normale "salario da operai"; si può (e si deve) quindi togliere a queste funzioni ogni minima ombra che dia loro qualsiasi carattere di privilegio e di "gerarchia". Eleggibilità assoluta, revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza alcuna eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del "salario da operaio": questi semplici e "naturali" provvedimenti democratici, mentre stringono pienamente in una comunità di interessi gli operai e la maggioranza dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione statale, puramente politica, della società; ma essi, naturalmente, assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo in legame con la "espropriazione degli espropriatori" realizzata o preparata; in legame cioè con la trasformazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione in proprietà sociale.
"La Comune - scriveva Marx - fece una realtà della frase pubblicitaria delle rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l'esercito permanente e il funzionarismo statale".
Fra i contadini, come fra le altre categorie della piccola borghesia, solo un'infima minoranza "si eleva", "arriva" nel senso borghese della parola; solo alcuni individui divengono cioè delle persone agiate, dei borghesi o dei funzionari con posizione sicura e privilegiata. L'immensa maggioranza dei contadini, in tutti i paesi capitalistici in cui esistono dei contadini (e questi paesi sono la maggioranza), è oppressa dal governo e aspira a rovesciarlo, aspira ad un governo "a buon mercato". Solo il proletariato può assolvere questo compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo verso la riorganizzazione socialista dello Stato.

3. La soppressione del parlamentarismo


"La Comune - scrisse Marx - non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo...
"...Invece di decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare [ver- und zertreten] il popolo nel Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda." Questa mirabile critica del parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi anch'essa, grazie al dominio del socialsciovinismo e dell'opportunismo, alle "parole dimenticate" del marxismo. Ministri e parlamentari di professione, traditori del proletariato e socialisti "d'affari" dei nostri tempi hanno abbandonato agli anarchici il monopolio della critica del parlamentarismo e per questa ragione, di eccezionale saviezza, hanno qualificato di "anarchismo" qualsiasi critica del parlamentarismo! Nulla di strano quindi che il proletariato dei paesi parlamentari "progrediti", disgustato dalla vista di "socialisti" come gli Scheidemann, i David, i Legien, i Sembat, i Renaudel, gli Henderson, i Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i Bissolati e compagnia, abbia riversato sempre più spesso le sue simpatie sull'anarco-sindacalismo, per quanto questo sia fratello dell'opportunismo.
Ma per Marx la dialettica rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia alla moda, quel gingillo in cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. Marx seppe romperla implacabilmente con l'anarchismo per la sua incapacità di utilizzare anche la "stalla" del parlamentarismo borghese. soprattutto quando è evidente che la situazione non è rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo dare una critica veramente proletaria e rivoluzionaria del parlamentarismo.
Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: - ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche. Ma se si pone la questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come una delle istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in questo campo, dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si può farne a meno? Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati dimenticati così bene che il "socialdemocratico" contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari.
Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il principio dell'eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che "lavorino" realmente. "La Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo."
Un organismo "non parlamentare, ma di lavoro": questo colpisce direttamente voi, moderni parlamentari e "cagnolini" parlamentari della socialdemocrazia! Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall'America alla Svizzera, dalla Francia all'Inghilterra, alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro "di Stato" si compie fra le quinte, e sono i ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il "popolino". Questo è talmente vero che anche nella repubblica russa, repubblica democratica borghese, tutte queste magagne del parlamentarismo si fanno già sentire ancor prima che essa sia riuscita a darsi un vero Parlamento. Gli eroi del putrido fi1isteismo, gli Skobelev e gli Tsereteli, i Cernov e gli Avksentiev, sono riusciti a incancrenire persino i Soviet, trasformandoli in mulini di parole sul tipo del parlamentarismo borghese più rivoltante. Nei Soviet i signori ministri "socialisti" ingannano con la loro fraseologia e le loro risoluzioni i fiduciosi mugik. Nel governo si balla una quadriglia permanente, da un lato, per sistemare a turno attorno alla "torta" dei posticini remunerativi e onorifici il più gran numero possibile di socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d'altro lato, per "occupare l' attenzione" del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori "si sbrigano" le faccende "dello Stato".
In un articolo di fondo, il Dielo Naroda, organo dei "socialisti rivoluzionari", partito al governo, confessava recentemente, con l'impareggiabile franchezza propria della gente della "buona società", in cui "tutti" si abbandonano alla prostituzione politica, che anche nei ministeri appartenenti ai "socialisti" (si passi la parola!), persino in essi tutto l'apparato amministrativo rimane in fondo lo stesso, funziona come per il passato e sabota in piena "libertà" le riforme rivoluzionarie! Ma, anche senza questa confessione, la storia effettiva della partecipazione dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi al governo non è forse la migliore prova di ciò? L'unica cosa caratteristica è qui che, trovandosi al governo in compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov, Zenzinov e altri redattori del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto il senso del pudore da raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si trattasse di un affare da nulla, che "da loro", nei loro ministeri, tutto procede come prima!! Fraseologia democratica rivoluzionaria per abbindolare i sempliciotti di campagna e trafila burocratica per "farsi ben volere" dai capitalisti: ecco il fondo di questa "onesta" coalizione.
La Comune sostituisce questo parlamentarismo venale e corrotto della società borghese con istituzioni in cui la libertà di opinione e di discussione non degenera in inganno; poichè i parlamentari debbono essi stessi lavorare, applicare essi stessi le loro leggi, verificarne essi stessi i risultati, risponderne essi stessi direttamente davanti ai loro elettori. Le istituzioni rappresentative rimangono, ma il parlamentarismo, come sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati, non esiste più. Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo concepirla senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio della borghesia è uno sforzo serio e sincero e non una frase "elettorale" destinata a scroccare voti degli operai, come lo è per i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, per gli Scheidemann e i Legien, i Sembat e i Vandevelde.
E' molto significativo che Marx, parlando delle funzioni di questo personale amministrativo necessario alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come termine di paragone il personale di "ogni altro imprenditore", cioè un'ordinaria impresa capitalistica con "operai, sorveglianti e contabili".
In Marx non v'è un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una società "nuova". No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che sorge dall'antica, le forme di transizione tra l'una e l' altra. Egli si basa sui fatti, sull' esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. Egli "si mette alla scuola" della Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa, senza mai far loro pedantemente la "morale" (come faceva Plekhanov dicendo: "Non bisognava prendere le armi", o Tsereteli: "Una classe deve sapersi autolimitare").
Non sarebbe possibile distruggere di punto in bianco, dappertutto, completamente, la burocrazia. Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa per cominciare immediatamente a costruirne una nuova, che permetta la graduale soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l'esperienza della Comune, è il compito primordiale e immediato del proletariato rivoluzionario.
Il capitalismo semplifica i metodi d'amministrazione "dello Stato", permette di eliminare la "gerarchia" e di ridurre tutto a un'organizzazione dei proletari (in quanto classe dominante) che assume, in nome di tutta la società, "operai, sorveglianti e contabili".
Noi non siamo degli utopisti. Non "sogniamo" di fare a meno, dall' oggi al domani, di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici, fondati sull'incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni che nulla hanno di comune con il marxismo e che di fatto servono unicamente a rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono oggi, e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né di "sorveglianti, né di contabili".
Ma bisogna subordinarsi all'avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: al proletariato. Si può e si deve subito, dall'oggi al domani, cominciare a sostituire la specifica "gerarchia" dei funzionari statali con le semplici funzioni "di sorveglianti e di contabili", funzioni che sono sin da ora perfettamente accessibili al livello generale di sviluppo degli abitanti delle città e possono facilmente essere compiute per "salari da operai".
Organizziamo la grande industria partendo da ciò che il capitalismo ha già creato; organizziamola noi stessi, noi operai, forti della nostra esperienza operaia, imponendo una rigorosa disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta per mezzo del potere statale dei lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di "sorveglianti e ai contabili", modestamente retribuiti, responsabili e revocabili (conservando naturalmente i tecnici di ogni specie e di ogni grado): è questo il nostro compito proletario; è da questo che si può e si deve cominciare facendo la rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla grande produzione, porta da se alla graduale "estinzione" di ogni burocrazia, alla graduale instaurazione di un ordine - ordine senza virgolette, ordine diverso dalla schiavitù salariata - in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza e di contabilità saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano poi un'abitudine e finalmente scompariranno in quanto funzioni speciali di una speciale categoria di persone.
Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa socialista, Giustissimo. La posta è attualmente un'azienda organizzata sul modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco l'imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I "semplici" lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre sottomessi alla stessa burocrazia borghese. Ma il meccanismo della gestione sociale è già pronto. Una volta abbattuti i capitalisti, spezzata con la mano di ferro degli operai armati la resistenza di questi sfruttatori, demolita la macchina burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un meccanismo mirabilmente attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal "parassita", e che i lavoratori uniti possono essi stessi benissimo far funzionare assumendo tecnici, sorveglianti, contabili e pagando il lavoro di tutti costoro, come quelli di tutti i funzionari "dello Stato" in generale, con un salario da operaio. E' questo il compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei confronti di tutti i trust e che libererà dallo sfruttamento i lavoratori, tenendo conto dell'esperienza praticamente iniziata (soprattutto nel campo dell'organizzazione dello Stato) dalla Comune.
Tutta l'economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici, i sorveglianti, i contabili, come tutti i funzionari dello Stato, retribuiti con uno stipendio non superiore al "salario da operaio", sotto il controllo e la direzione del proletariato armato: ecco il nostro fine immediato. Ecco lo Stato, ecco la base economica dello Stato di cui abbiamo bisogno. Ecco ciò che ci darà la distruzione del parlamentarismo e il mantenimento delle istituzioni rappresentative, ecco ciò che sbarazzerà le classi lavoratrici della prostituzione di queste istituzioni da parte della borghesia.

4. L'organizzazione dell'unità nazionale


"...In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo..." Le comuni avrebbero eletto la "delegazione nazionale" di Parigi.
"...Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in mala fede, ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili...
"L'unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità, indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un'escrescenza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante sulla società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società.
Sino a qual punto gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non abbiano capito, o per meglio dire, non abbiano voluto capire queste considerazioni di Marx, è provato nel modo migliore dal libro Le premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein si è acquistato una fama alla maniera di Erostrato. Proprio a proposito di questo passo di Marx, Bernstein scrisse che questo programma "per il suo contenuto politico, rivela, in tutti i suoi tratti essenziali, una straordinaria affinità col federalismo di Proudhon... Nonostante tutte le altre divergenze tra Marx e il "piccolo-borghese" Proudhon [Bernstein scrive "piccolo-borghese" tra virgolette, le quali, secondo lui, dovrebbero dare alle sue parole un senso ironico], il loro modo di vedere, è sotto questo aspetto, il più possibile simile". Certo, continua Bernstein, l'importanza delle municipalità aumenta, ma "mi pare cosa dubbia che il primo compito della democrazia sia l'abolizione [Auflösung, letteralmente: scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un cambiamento [Umwandlung, metamorfosi] così completo della loro organizzazione come lo raffigurano Marx e Proudhon: formazione di un'assemblea nazionale di delegati delle assemblee provinciali o dipartimentali, che a loro volta sarebbero composte di delegati delle comuni, in modo che le rappresentanze nazionali nella loro forma attuale scomparirebbero completamente" (Bernstein, Le premesse, pp. 134 e 136, edizione tedesca del 1899).
E' semplicemente mostruoso! Confondere le concezioni di Marx sulla "soppressione del potere dello Stato parassita" col federalismo di Proudhon! Ma non è per caso, giacchè all'opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla affatto del federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione della vecchia macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi borghesi.
All'opportunista viene in mente soltanto ciò che egli vede attorno a se, nel suo ambiente di filisteismo piccolo-borghese e di stagnazione "riformista", vale a dire le sole "municipalità"! Quanto alla rivoluzione del proletariato, l'opportunista ha disimparato persino a pensarci.
E' ridicolo. Ma è degno di nota che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto Bernstein. Molti hanno confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella letteratura russa e Kautsky in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto niente di questa deformazione di Marx ad opera di Bernstein.
L'opportunista ha disimparato così bene a pensare da rivoluzionario e a riflettere sulla rivoluzione, ch'egli attribuisce del "federalismo" a Marx, confondendolo così con Proudhon, fondatore dell'anarchismo. E Kautsky e Plekhanov, che pretendono di essere marxisti ortodossi e di difendere la dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su questo punto! Ecco una delle ragioni essenziali del modo estremamente banale, proprio tanto dei kautskiani quanto degli opportunisti, su cui dovremo ritornare, di considerare la differenza esistente tra il marxismo e l'anarchismo. Nelle considerazioni di Marx già citate sull' esperienza della Comune non c'è la minima traccia di federalismo. Marx è d'accordo con Proudhon proprio su un punto che l'opportunista Bernstein non vede; Marx dissente da Proudhon proprio là dove Bernstein vede la concordanza.
Marx è d' accordo con Proudhon in quanto entrambi sono per la "demolizione" dell'attuale macchina statale. Questa concordanza del marxismo con l' anarchismo (sia con Proudhon che con Bakunin) non vogliono vederla né gli opportunisti né i kautskiani, perchè su questo punto essi si sono allontanati dal marxismo.
Marx dissente sia da Proudhon che da Bakunin appunto a proposito del federalismo (per non parlare poi della dittatura del proletariato). In linea di principio, il federalismo deriva dalle vedute piccolo-borghesi dell'anarchismo. Marx è centralista. E in tutti i passi citati non si troverà la minima rinuncia al centralismo. Soltanto gente imbevuta di una volgare "fede superstiziosa" nello Stato può scambiare la distruzione della macchina borghese con la distruzione del centralismo! Ma se il proletariato e i contadini poveri si impadroniscono del potere statale, si organizzano in piena libertà nelle comuni e coordinano l'azione di tutte le comuni per colpire il capitale, spezzare la resistenza dei capitalisti, rimettere a tutta la nazione, a tutta la società la proprietà privata delle ferrovie, delle officine, della terra, ecc, non è questo forse centralismo? Non è forse il centralismo democratico più conseguente, e, con ciò, un centralismo proletario?
Bernstein è semplicemente incapace di concepire la possibilità di un centralismo volontario, di un'unione volontaria delle comuni in nazione, di una volontaria fusione delle comuni proletarie nell'opera di distruzione del dominio borghese e della macchina statale borghese. Bernstein, come ogni filisteo, si rappresenta il centralismo come un qualcosa che, venendo unicamente dall'alto, non può essere imposto e mantenuto se non dalla burocrazia e dal militarismo.
Marx, quasi avesse previsto che le sue idee potevano essere travisate, sottolinea intenzionalmente che accusare la Comune di aver voluto distruggere l'unità nazionale e sopprimere il potere centrale equivale a commettere scientemente un falso. Marx adopera intenzionalmente l'espressione "organizzare l'unità della nazione" per contrapporre il centralismo proletario cosciente, democratico, al centralismo borghese, militare, burocratico.
Ma... non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non vogliono appunto sentir parlare di distruggere il potere dello Stato, di amputare questo parassita.

5. La distruzione dello Stato parassita


Abbiamo già citato, su questo punto, i passi corrispondenti di Marx; dobbiamo ora completarli.
"...E' comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzione di vecchie e anche di defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza [bricht] il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei comuni medioevali... una federazione di piccoli Stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai Girondini... una forma esagerata della vecchia lotta contro l'eccesso di centralizzazione...
"...La costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le energie sino allora assorbite dallo Stato parassita, che si nutre alle spalle della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia.
"...In realtà, la costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. L'esistenza stessa della Comune portava con se, come conseguenza naturale, la libertà municipale locale, ma non più come un contrappeso al potere dello Stato ormai diventato superfluo..."
"Distruzione del potere totale", questa "escrescenza parassitaria", "amputazione", "demolizione" di questo potere, "il potere dello Stato ormai diventato superfluo": è in questi termini che Marx parla dello Stato, giudicando e analizzando l' esperienza della Comune.
Tutto ciò è stato scritto circa mezzo secolo fa; ed oggi bisogna ricorrere quasi a degli scavi archeologici per far penetrare nella coscienza delle grandi masse questo marxismo non deformato. Le conclusioni che Marx trasse dall'ultima grande rivoluzione ch'egli visse, sono state dimenticate proprio quando è giunta l'ora di nuove grandi rivoluzioni del proletariato.
" ...La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta. nella quale si poteva compiere la emancipazione economica del lavoro...
"...Senza quest'ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno..."
Gli utopisti si sono sempre sforzati di "scoprire" le forme politiche nelle quali doveva prodursi la trasformazione socialista della società. Gli anarchici si sono disinteressati della questione delle forme politiche in generale. Gli opportunisti dell'odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche borghesi dello Stato democratico parlamentare come un limite al di là del quale è impossibile andare; si sono rotta la testa a furia di prosternarsi davanti a questo "modello" e hanno tacciato come anarchico ogni tentativo di demolire queste forme.
Da tutta la storia del socialismo e della lotta politica Marx trasse la conclusione che lo Stato è condannato a scomparire e che la forma transitoria dello Stato in via di sparizione (transizione dallo Stato al non-Stato) sarà "il proletariato organizzato come classe dominante". In quanto alle forme politiche di questo avvenire, Marx non si preoccupò di scoprirle. Si limitò all'osservazione esatta della storia francese, alla sua analisi e alla conclusione che scaturiva dall' anno 1851: le cose marciano verso la distruzione della macchina dello Stato borghese.
E quando il movimento rivoluzionario di massa del proletariato scoppiò, Marx, nonostante l'insuccesso del movimento, nonostante la sua breve durata e la sua impressionante debolezza, si mise a studiare le forme ch'esso aveva rivelato.
La Comune è la forma "finalmente scoperta" dalla rivoluzione proletaria sotto la quale poteva prodursi la emancipazione economica del lavoro.
La Comune è il primo tentativo della rivoluzione proletaria di spezzare la macchina dello Stato borghese; è la forma politica "finalmente scoperta" che può e deve sostituire quel che è stato spezzato. Vedremo più avanti che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in una situazione differente, in altre condizioni, l'opera della Comune e confermano la geniale analisi storica di Marx.




Marzo 1943


La mattina di venerdì 5 marzo 1943, contrariamente al solito, allo stabilimento Fiat di Mirafiori la sirena di prova allarme aereo non viene azionata dalla direzione aziendale. La polizia fascista era venuta infatti a sapere di uno sciopero che avrebbe dovuto scoccare quel giorno proprio al segnale della sirena, ma il pur tempestivo provvedimento si rivelerà ingenuo come tentare di tappare con un dito la falla in una diga: alle 10 in punto, anche senza sentire la sirena, come un sol uomo gli operai dell'officina 19 fermano le macchine, organizzano un corteo interno e in men che non si dica trascinano in sciopero l'intero stabilimento.

Questo episodio è la miccia che darà fuoco alla grande ribellione operaia in tutte le fabbriche del Nord, passato alla storia come gli scioperi del marzo 1943, che segnarono l'inizio della fine per la dittatura fascista di Mussolini e rappresentarono il primo, vero, eroico episodio della gloriosa Resistenza.
Poche ore dopo gli operai di Mirafiori incrociano le braccia anche quelli della Rasetti e della Microtecnica, poi nel corso della giornata seguono la Fiat Grandi Motori, la Westinghouse, le Ferriere Piemontesi, la Fiat Lingotto.

Il lunedì successivo, anziché rientrare, gli scioperi contagiano nuove fabbriche, estendendosi ad Aeronautica, Fiat materiale ferroviario, Fiat ricambi, Fispa, Guinzio e Rossi, Tubi Metallici, Challier. Il martedì entrano in sciopero anche gli operai della Fimet, dell'Ambra, della Ceat, della Michelin, delle Concerie Fiorio, della Fast di Rivoli; e nel corso della settimana seguono via via Capiamianto, Frigt, Concerie Riunite, Fatis di Collegno, Lancia, Savigliano, Riv e altre.
Sono circa 100 mila gli operai torinesi scesi in lotta sfidando la repressione poliziesca fascista, i tribunali militari e i tribunali speciali fascisti. Per le leggi di guerra scioperare equivaleva infatti a tradimento. Nella sola prima settimana di sciopero sono ben 164 gli operai arrestati e processati, di cui tre fucilati subito dopo la sentenza.

Verso la fine di marzo da Torino e dal Piemonte gli scioperi si estendono anche alla cintura industriale di Milano: il 23 scendono in sciopero gli operai della Falck. Una squadraccia fascista tenta di penetrare nella fabbrica ma viene respinta da un fitto lancio di bulloni e materiale vario. Il 24 sciopera la Pirelli. Il 25 incrociano le braccia gli operai della Ercole Marelli e le operaie della Borletti, che con una grande manifestazione sfidano la polizia guidata dal gerarca fascista Malusardi. Gli scioperi si estendono poi a Face Bovisa, dove le operaie malmenano un milite fascista che aveva ferito una loro compagna e inneggiano alla libertà cantando Bandiera Rossa, alla Caproni, Bianchi, Cinemeccanica, Metameccanica, Breda, Brown Boveri, Alfa Romeo, Innocenti e altre.
Da Torino e Milano la protesta si estende ancora, in altre zone del Nord e del Centro, come a Porto Marghera, come in Emilia (Ducati di Bologna) e in Toscana (Galileo e Nuovo Pignone di Firenze).
Si calcola che negli scioperi di marzo siano scesi in lotta circa 200 mila lavoratori, la più grande lotta di massa a livello europeo in tutta la seconda guerra mondiale.


Proponiamo le riflessioni del compagno Pietro Secchia sui grandi scioperi iniziati il 5 Marzo 1943 da “Lotta antifascista e giovani generazioni” La Pietra 1973

Con le manifestazioni in ricordo degli scioperi di Torino e di Milano del marzo 1943 sono iniziate le celebrazioni del trentesimo anniversario della Resistenza.??Quegli scioperi scoppiati non a caso il 5 marzo 1943 segnarono una svolta decisiva nella lotta contro il fascismo che accusò il colpo , furono la scesa in campo della classe operaia in modo possente e decisivo. Poiché, se è vero che durante il ventennio fascista non erano mancati scioperi, fermate di lavoro, agitazioni, si era sempre trattato di movimenti locali e parziali riguardanti alcune fabbriche, ora in questa, ora in quest'altra città. Essi ferivano la «legalità» fascista, ma non riuscirono mai a spezzarla, come la spezzarono gli scioperi del marzo 1943.

Senza sottovalutare il duro, lungo, difficile lavoro di chi li aveva organizzati , non si possono vedere quegli scioperi al di fuori del quadro degli sviluppi della situazione internazionale, delle battaglie sui vari fronti e delle loro ripercussioni in Italia.

Non si può ignorare o dimenticare che la vittoria definitiva di Stalingrado porta la data del 2 febbraio 1943 e che un mese dopo scoppiano gli scioperi di Torino e di Milano. Lo riconobbe perfino Mussolini che, nel suo discorso al Direttorio fascista riunito il 17 aprile, disse: «Quanto è accaduto è sommamente deplorevole. Questo episodio sommamente antipatico [si riferisce agli scioperi di Torino e Milano] che ci ha fatto ripiombare di colpo vent'anni addietro, bisogna inquadrarlo nell'insieme della situazione internazionale e cioè nel fatto che l'avanzata dei russi pareva ormai irresistibile e che quindi il "baffone" (così è chiamato negli ambienti operai Stalin) sarebbe arrivato presto a "liberare" l'Italia». L'«Unità» del 31 gennaio 1943 portava a piena pagina il titolo: « Le grandi vittorie dell'Esercito Rosso avvicinano il momento del crollo hitlero-fascista». E l'«Unità» del 20 febbraio, sempre in prima pagina, titolava: «L'Esercito Rosso lottando per la liberazione dell'URSS lotta per la libertà di tutti i popoli oppressi». L'articolo di fondo incita «tutti a partecipare al Fronte Nazionale d'Azione per muovere all'attacco e organizzare senza indugio la lotta aperta contro il fascismo». Infine l'«Unità " del 28 febbraio (cinque giorni prima dello scoppio degli scioperi di Torino) porta sull'intera pagina il titolo: «Commemoriamo il XXV anniversario dell'Esercito Rosso iniziando in Italia la lotta armata per la pace e la libertà».
I primi mesi del 1943 segnarono per l'Italia l'ora della riscossa. Dopo le vittorie dell'Esercito Rosso sul Fronte Orientale, la distruzione dell'Armir, i successi delle armate anglo-americane in Tunisia, le menzogne della stampa fascista non riuscivano più a celare la realtà agli italiani. La resa dei conti per Mussolini e i suoi complici si avvicinava.
L'inizio dei possenti bombardamenti della Raf su numerose città e centri vitali del nostro paese faceva pesare più direttamente su tutta la popolazione gli orrori della guerra e toccare con mano la dura realtà della disastrosa e infame politica del fascismo. Il bagliore degli incendi illuminava tragicamente le notti delle nostre città bombardate (il fascismo non aveva potuto predisporre neppure una efficace difesa e un adeguato sfollamento delle popolazioni). Ogni giorno aumentava la fuga dalle organizzazioni fasciste: dal 28 ottobre 1942 all'11 marzo 1943 oltre due milioni di italiani (secondo i dati ufficiali) non avevano rinnovato la tessera del partito fascista, gli iscritti alla Gioventù del Littorio erano scesi da nove milioni a quattro milioni, le iscritte ai fasci femminili da oltre un milione a 350 mila, e così via.
Questa fuga in massa di coloro che volenti o nolenti erano stati irreggimentati nelle organizzazioni fasciste indicava chiaramente che gli italiani aprivano gli occhi, non avevano più paura, e che il terrore dell'Ovra non riusciva più a contenere la ribellione.
La caldaia era in ebollizione.Le leggi sulla mobilitazione civile e sulla militarizzazione degli operai che sottoponevano i lavoratori a uno sfruttamento bestiale, il carovita in continuo aumento e i bombardamenti che talvolta colpivano le officine erano tutti elementi i quali, aggravando la situazione, creavano facile terreno a organizzare quelle lotte e quegli scioperi che malgrado l'impegno e gli sforzi non si erano potuti organizzare prima.
Infatti, se fin dal giugno 1941 Palmiro Togliatti con i suoi appelli quotidiani da radio Mosca aveva indicato agli italiani la via da seguire, incitandoli alla ribellione, agli scioperi e alla lotta; se fin dai primi mesi del 1942 lanciava appelli alla lotta armata e alla guerriglia partigiana, è soltanto nel marzo 1943 che scoppiarono i grandi scioperi di Torino e di Milano.
L'epica battaglia di Stalingrado, conclusasi il 2 febbraio alle ore 16 con la completa distruzione della VI Armata tedesca e con la capitolazione di Von Paulus, non fu soltanto, come tutti gli storici riconoscono, la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale, ma mutò le sorti stesse del conflitto, fu il segnale decisivo che percorse da un capo all'altro l'Europa.
Il 5 marzo gli operai della FIAT, guidati dai loro comitati segreti, iniziarono lo sciopero. La notizia si diffuse con la velocità del fulmine in tutti gli altri stabilimenti della città e della regione. Nei giorni successivi lo sciopero si allargò ad altre fabbriche. Al sesto giorno Mussolini, nell'impossibilità di piegare la decisa volontà dei lavoratori e degli antifascisti, cercò di far soffocare il movimento con la violenza. Fu come buttare benzina sul fuoco. Dal 16 marzo ai primi di aprile lo sciopero si estese rapidamente a tutti i centri principali del Piemonte, ad Asti e nel Biellese , a Milano e in Lombardia, minacciando di dilagare negli stabilimenti della Liguria, della Venezia Giulia e dell'Emilia.

Le celebrazioni degli scioperi di Torino e di Milano del marzo 1943 segnano dunque a buon motivo l'inizio del trentennale della Resistenza anche perché indicano che quando gli operai scendono in campo uniti, la loro lotta acquista un peso decisivo. Se gli scioperi di Torino e di Milano (organizzati dai comunisti, ma vi parteciparono operai di ogni corrente politica e senza partito, lavoratori anziani e giovani delle nuove generazioni cresciute negli anni del fascismo) non furono decisivi per l'abbattimento immediato del regime, gli assestarono un durissimo colpo; essi furono una di quelle «spallate», come si dice, con le quali si mutano le situazioni. Ebbero i loro limiti, perché quegli scioperi non andarono oltre Torino, Milano e alcune località del Piemonte e della Lombardia: perché forte fu la repressione seguitane (oltre 900 gli arrestati) e perché, come ha scritto Roberto Battaglia:

«Nel resto d'Italia manca ancora la possibilità di organizzare le masse popolari nell'urto decisivo, infinitamente minore è il peso della classe operaia, i gruppi antifascisti agiscono ancora in superficie e non in profondità. Tanto che si può affermare che già agli albori della Resistenza, si riveli in tutta la sua gravità il problema storico del dislivello e dello squilibrio tra le due Italie».
Tuttavia non se ne può sottovalutare l'importanza ed è giusto considerarli come l'inizio della Resistenza, anche se a quegli scioperi seguì una «stasi» e fu chiaro che, per abbattere il fascismo, occorreva allargare l'unità ad altre forze politiche, occorreva che altri si muovessero.

Redazione Aurora Proletaria




La III Internazionale Comunista (Comintern)


Il 2 MARZO 1919 è stata fondata a Mosca, al suo primo Congrasso durato cinque giorni, la III° Internazionale, chiamata Internazionale Comunista (abbreviata COMINTERN). Di fatto però, essa si era già andata creando nel 1918 con la formazione, in parecchi Stati, di Partiti Comunisti sorti dalla lotta a fondo contro la POLITICA RIFORMISTA, PATRIOTTICA, SOCIALIMPERIALISTICA della II° Internazionale.
L' Internazionale Comunista sorse come Partito Comunista Mondiale, per guidare, sulla scia della Rivoluzione d' ottobre, le masse sfruttate del mondo intero a liberarsi dalla schiavitù capitalistica, da quest'ultima forma di schiavitù che è il lavoro salariato, e fondare la Repubblica Mondiale dei Soviet, realizzazione della dittatura del proletariato, della vittoria dei lavoratori sul Capitalismo.

Di seguito le parole di Lenin per la fondazione della III Internazionale, a Mosca il 2 Marzo1919:

“Nella rivoluzione è duraturo solo ciò che è stato conquistato dalle masse del proletariato. Merita di essere registrato solo ciò che è stato conquistato in modo realmente duraturo.
La fondazione della III Internazionale, dell'Internazionale comunista, a Mosca, il 2 marzo 1919, è stata la registrazione di ciò che hanno conquistato le masse non solo russe, non solo di Russia, ma anche tedesche, austriache, ungheresi, finlandesi, svizzere, in breve, le masse proletarie internazionali.
E appunto per questo è una cosa stabile la fondazione della III Internazionale, la fondazione dell'Internazionale comunista.
Solo quattro mesi fa non si poteva ancora dire che il potere sovietico, la forma sovietica dello Stato, era una conquista internazionale. In quel potere era implicito qualcosa, e qualcosa di sostanziale, che non apparteneva soltanto alla Russia, ma a tutti i paesi capitalistici. E tuttavia non si poteva ancora dire, prima della verifica dei fatti, quali modificazioni, di quale portata e profondità, avrebbe recato l'ulteriore sviluppo della rivoluzione mondiale.
La rivoluzione tedesca ha fornito questa verifica. Un paese capitalistico progredito - dopo l’ultimo dei paesi più arretrati - ha mostrato al mondo intero, in un breve periodo di tempo, in poco più di cento giorni, non solo le stesse forze fondamentali della rivoluzione, non solo la sua stessa direzione fondamentale, ma anche la stessa forma fondamentale della nuova democrazia proletaria: i soviet.
In pari tempo, in Inghilterra, in un paese vincitore, nel paese più ricco di colonie, nel paese che più di ogni altro era e aveva fama di essere un modello di "pace sociale", nel paese capitalistico più antico, registriamo un vasto, incontenibile, divampante e poderoso sviluppo dei soviet e delle nuove forme sovietiche della lotta proletaria di massa; gli Shop stewards committees, i comitati dei delegati di fabbrica.
In America, nel paese capitalistico più giovane e forte, si riscontra un'immensa simpatia delle masse operaie per i soviet.
Il ghiaccio è rotto.
I soviet hanno vinto in tutto il mondo. Hanno vinto anzitutto e soprattutto nel senso che si sono conquistati la simpatia delle masse proletarie. Questo è l'essenziale. Nessuna atrocità della borghesia imperialistica, nessuna persecuzione, nessun assassinio di bolscevichi potrà strappare alle masse questa conquista. Quanto più la borghesia "democratica" infierirà, tanto più durature saranno queste conquiste nell'animo delle masse proletarie, nei loro sentimenti, nella loro coscienza, nella loro eroica volontà di lotta.
Il ghiaccio è rotto.
Ecco perché il lavoro della conferenza internazionale comunista di Mosca, che ha fondato la III Internazionale, si è svolto così agevolmente, senza impacci, con tanta serenità e fermezza.
Abbiamo registrato ciò che era stato conquistato. Abbiamo trascritto sulla carta ciò che era già radicato nella coscienza delle masse. Tutti sapevano (anzi tutti vedevano, sentivano, percepivano, ognuno in base all'esperienza del suo paese) che stava divampando un movimento proletario nuovo, che non aveva precedenti per forza e profondità, che non si sarebbe adattato a nessuna delle vecchie cornici, che non sarebbe stato frenato né dai grandi maestri del meschino politicantismo, né dai Lloyd George e dai Wilson del capitalismo "democratico" anglo-americano, noti a tutto il mondo per la loro perizia e abilità, né dai Renaudel, Hernderson, Branting e da tutti gli altri eroi del socialsciovinismo, che ne hanno fatto di cotte e di crude.
Il nuovo movimento avanza verso la dittatura del proletariato, nonostante tutte le oscillazioni, nonostante le più gravi sconfitte, nonostante l'inaudito e inverosimile caos "russo" (se si giudica dall' esterno, dal di fuori), avanza verso il potere sovietico con la forza di un torrente di milioni e decine di milioni di proletari che tutto travolge nel suo corso.
Abbiamo registrato tutto questo. Nelle nostre risoluzioni, tesi, rapporti e discorsi si è fissato quanto è già stato conquistato.
La teoria del marxismo, illuminata dalla viva luce della nuova esperienza degli operai rivoluzionari, arricchita dall'apporto di tutto il mondo, ci ha aiutato a capire che tutto si svolge secondo certe leggi. Essa aiuterà i proletari del mondo intero che combattono per distruggere la schiavitù salariata capitalistica a prendere chiara coscienza dei fini della loro lotta, a procedere con più fermezza per la via già tracciata, a vincere in modo più sicuro e stabile e a consolidare la vittoria.
La fondazione della III Internazionale, dell'Internazionale comunista, è il preludio della repubblica internazionale dei soviet, della vittoria internazionale del comunismo.
Lenin, 5 marzo 1919”

Il 15 Aprile 1919 Lenin scrive : “La III Internazionale e il suo posto nella storia” che di seguito pubblichiamo :

“Gli imperialisti dei paesi dell'"Intesa" bloccano la Russia, mirano a isolare, come un focolaio d'infezione, la repubblica sovietica dal mondo capitalistico. Questa gente, che si gloria del "democratismo" delle sue istituzioni, è talmente accecata dall'odio contro la repubblica sovietica, che non si accorge neppure di coprirsi di ridicolo. Pensate: i paesi più avanzati, più civili e più "democratici", che sono armati fino ai denti e, dal punto di vista militare dominano, soli, su tutta la terra, temono come il fuoco il contagio ideologico proveniente da un paese in rovina, affamato, arretrato e, secondo le loro affermazioni, perfino semiselvaggio!
Questa sola contraddizione apre gli occhi alle masse lavoratrici di tutti i paesi e contribuisce a smascherare l'ipocrisia degli imperialisti Clemenceau, Lloyd George, Wilson e dei loro governi.
Ma non ci aiuta soltanto il fatto che i capitalisti sono accecati dal loro odio contro i soviet; ci aiutano anche i loro dissidi interni, che li spingono a farsi reciprocamente lo sgambetto. I capitalisti, che temono più di ogni altra cosa la diffusione di informazioni veritiere sulla repubblica sovietica e, in particolare, la diffusione dei suoi documenti ufficiali, hanno stretto fra loro una vera e propria congiura del silenzio. Ciò nonostante, l'organo principale della borghesia francese, Le Temps, ha pubblicato una notizia sulla fondazione a Mosca della III Internazionale comunista.
Per questa pubblicazione, esprimiamo all'organo principale della borghesia francese, a questo corifeo dello sciovinismo e dell' imperialismo francese, i nostri più rispettosi ringraziamenti. Siamo pronti a inviare a Le Temps un messaggio solenne con l'espressione della nostra riconoscenza per l'aiuto intelligente e proficuo che esso ci dà. Dal modo come "Le Temps" ha redatto la sua informazione basandosi sulla nostra radio, si scorge con la più grande chiarezza quali sono i motivi che hanno ispirato quest'organo del sacco di scudi. Ila voluto dare un colpo di spillo a Wilson, pungerlo un po': guardate con che razza di gente volete mettervi a trattare! Questi sapientoni che scrivono per ordine del sacco di scudi, non si accorgono che il loro tentativo di servirsi dei bolscevichi per spaventare Wilson si trasforma, davanti alle masse lavoratrici, in pubblicità per i bolscevichi. Ancora una volta: i nostri più rispettosi ringraziamenti all'organo dei milionari francesi!
La fondazione della III Internazionale è avvenuta in una situazione mondiale tale che nessuna proibizione, nessuna piccola e misera astuzia degli imperialisti "dell'Intesa" o dei servi del capitalismo, come gli Scheidemann in Germania, i Renner in Austria, riesce a impedire che la notizia della nascita di questa Internazionale e la simpatia per essa si diffondano fra la classe operaia del mondo intero. Questa situazione è stata creata dalla rivoluzione proletaria, che si sviluppa manifestamente dappertutto, non giorno per giorno, ma ora per ora. Questa situazione è stata creata tra le masse lavoratrici dal movimento sovietico, il quale ha già conquistato una forza tale che è diventato effettivamente internazionale.
La I Internazionale (1864-1872) aveva posto le fondamenta dell'organizzazione internazionale degli operai per la preparazione del loro assalto rivoluzionario contro il capitale.
La II Internazionale (1889-1914) è stata l'organizzazione internazionale del movimento proletario che si sviluppava in estensione, non senza un temporaneo abbassamento del livello rivoluzionario, non senza un temporaneo rafforzamento dell'opportunismo, ciò che, alla fine, ha condotto al vergognoso crollo di questa Internazionale.
La III Internazionale è stata creata di fatto nel 1918, quando il processo di molti anni di lotta contro l'opportunismo e contro il socialsciovinismo, particolarmente durante la guerra, ha condotto alla formazione dei partiti comunisti in parecchie nazioni. Formalmente la III Internazionale è stata fondata al suo primo congresso, nel marzo 1919, a Mosca. E il tratto più caratteristico di questa Internazionale, il compito a cui era chiamata - applicare, tradurre in pratica i principi del marxismo e attuare i secolari ideali del socialismo e del movimento operaio - questo tratto caratteristico della III Internazionale è subito venuto alla luce nel fatto che la nuova, la terza "Associazione internazionale degli operai", già oggi coincide, in una certa misura, con l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche.
La I Internazionale pose le fondamenta per la lotta proletaria internazionale per il socialismo.
La II Internazionale è stata l'epoca della preparazione del terreno per una larga diffusione di massa del movimento in un buon numero di paesi.
La III Internazionale ha colto i frutti dell'attività della II Internazionale, ne ha tolto via il sudiciume opportunista, socialsciovinista borghese e piccolo-borghese e ha incominciato ad attuare la dittatura del proletariato.
L'unione internazionale dei partiti che dirigono il movimento più rivoluzionario del mondo, il movimento del proletariato per l'abbattimento del giogo del capitale, ha oggi un fondamento solido come nessun altro mai: un certo numero di repubbliche sovietiche che impersonano, su scala internazionale, la dittatura del proletariato, la sua vittoria sul capitalismo.
L'importanza storica mondiale della III Internazionale, dell'Internazionale comunista, sta nell'aver incominciato a tradurre in pratica la più grande parola d'ordine di Marx, la parola d'ordine che riassume il secolare sviluppo del socialismo e del movimento operaio, la parola d'ordine che si esprime nel concetto di dittatura del proletariato.
Questa geniale previsione, questa geniale teoria diventa realtà.
Oggi queste parole latine sono tradotte in tutte le lingue nazionali dell'Europa moderna, anzi, in tutte le lingue del mondo.
E' incominciata una nuova epoca della storia mondiale.
Il genere umano si libera dall'ultima forma di schiavitù: la schiavitù capitalistica o schiavitù salariata.
Liberandosi dalla schiavitù, il genere umano passa per la prima volta alla libertà effettiva.
Come è potuto accadere che il primo paese che ha attuato la dittatura del proletariato, organizzato una repubblica sovietica, sia stato uno dei paesi europei più arretrati? Non sbaglieremo dicendo che appunto questa contraddizione tra l'arretratezza della Russia e il suo "salto" oltre la democrazia borghese, verso la forma più alta della democrazia, la democrazia sovietica o proletaria, appunto questa contraddizione è stata una delle ragioni (insieme alla pressione delle abitudini opportuniste e dei pregiudizi filistei che pesano sulla maggioranza dei capi del socialismo) che hanno in modo particolare ostacolato o rallentato in Occidente la comprensione della funzione dei soviet.
Le masse operaie hanno capito istintivamente, in tutto il mondo, il significato dei soviet, come strumento per la lotta del proletariato e come forma dello Stato proletario. Ma i "capi" corrotti dall' opportunismo continuavano e continuano ad adorare la democrazia borghese, chiamandola "democrazia" in generale.
C'è forse da stupirsi se l'attuazione della dittatura del proletariato ha mostrato prima di tutto la "contraddizione" tra l'arretratezza della Russia e il suo "salto" oltre la democrazia borghese? Ci sarebbe invece da stupirsi se la nuova forma di democrazia ci fosse stata regalata dalla storia senza una serie di contraddizioni.
Qualsiasi marxista, anzi, chiunque conosca la scienza moderna in generale, se gli vien posto il quesito: "E' probabile che il passaggio dei diversi paesi capitalistici alla dittatura del proletariato avvenga in modo regolare, armonico e proporzionato?", darà indubbiamente 'una risposta negativa. Nel mondo capitalistico non vi sono mai state e non possono esserci né regolarità, né armonia, né proporzione. Ogni paese ha sviluppato con particolare rilievo ora uno, ora un altro lato o carattere o gruppo di particolarità del capitalismo e del movimento operaio. Il processo di sviluppo è avvenuto in modo ineguale.
Quando la Francia fece la sua grande rivoluzione borghese destando a nuova vita storica tutto il continente europeo, l'Inghilterra si trovò alla testa della coalizione controrivoluzionaria, pur essendo nello stesso tempo molto più sviluppata della Francia dal punto di vista capitalistico. E il movimento operaio inglese di quel tempo anticipava genialmente parecchi aspetti del futuro marxismo.
Quando l'Inghilterra diede al mondo il primo vasto movimento proletario rivoluzionario, effettivamente di massa, politicamente definito, il cartismo, sul continente europeo avvennero, nella maggior parte dei casi, deboli rivoluzioni borghesi, ma in Francia si accese la prima grande guerra civile tra il proletariato e la borghesia. La borghesia sconfisse i vari reparti nazionali del proletariato singolarmente, e nei diversi paesi in vari modi.
L'Inghilterra ha fornito il modello di un paese nel quale, secondo l'espressione di Engels, la borghesia, accanto all'aristocrazia imborghesita, ha creato l'aristocrazia operaia più imborghesita. Il paese capitalistico più progredito si dimostrava in ritardo di parecchi decenni dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato. E la Francia sembrava avesse esaurito le forze del proletariato nelle due eroiche insurrezioni della classe operaia contro la borghesia nel 1848 e 1871, le quali hanno dato un contributo immenso alla storia mondiale. In seguito, dopo il 1970, l'egemonia nell'Internazionale del movimento operaio passò alla Germania, la quale allora era economicamente in ritardo rispetto sia all'Inghilterra che alla Francia. E quando la Germania sorpassò nel campo economico entrambi questi paesi, e cioè all'inizio del secondo decennio del secolo XX, alla testa del partito operaio marxista della Germania, che serviva da modello a tutto il mondo, si trovò un gruppo di perfetti mascalzoni formato dalle più luride canaglie vendute ai capitalisti, - da Scheidemann e Noske a David e Legien - questi ripugnanti carnefici passati dalle file operaie al servizio della monarchia e della borghesia controrivoluzionaria.
La storia mondiale procede inflessibilmente verso la dittatura del proletariato, ma segue vie tutt'altro che piane, facili, dirette. Quando Karl Kautsky era ancora un marxista e non quel rinnegato del marxismo che è divenuto quando si è messo a propugnare l'unità con gli Schedeimann e la democrazia borghese contro la democrazia sovietica o proletaria, proprio al principio del secolo XX egli scrisse un articolo: Gli slavi e la rivoluzione. In quest'articolo descriveva le condizioni storiche che facevano pensare alla possibilità che l'egemonia del movimento rivoluzionario internazionale passasse agli slavi.
Così è avvenuto. Per un certo tempo -soltanto per un breve periodo di tempo, s'intende- l'egemonia nell'Internazionale rivoluzionaria proletaria è passata ai russi, come in diversi periodi del secolo XIX era stata degli inglesi, poi dei francesi e in seguito dei tedeschi.
Ho già avuto occasione di dire: per i russi, in confronto ai paesi avanzati , è stato più facile iniziare la grande rivoluzione proletaria; ma sarà per essi più difficile continuarla e condurla sino alla vittoria definitiva, cioè alla completa organizzazione della società socialista.
Per noi è stato più facile incominciare anzitutto perché l'arretratezza politica eccezionale, rispetto all'Europa del secolo XX, della monarchia zarista ha dato una forza eccezionale all'assalto rivoluzionario delle masse. In secondo luogo, l'arretratezza della Russia ha fuso in modo originale la rivoluzione proletaria contro la borghesia con la rivoluzione contadina contro i grandi proprietari fondiari.
Nell'Ottobre 1917 abbiamo incominciato da questo, e non avremmo vinto allora così facilmente se non avessimo così incominciato. Fin dal 1856, a proposito della Prussia, Marx rilevava la possibilità di una combinazione originale della rivoluzione proletaria con la guerra dei contadini. I bolscevichi, dall'inizio del 1905, propugnarono l'idea della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. In terzo luogo, la rivoluzione del 1905 contribuì immensamente all'educazione politica delle masse degli operai e dei contadini, tanto nel senso della conoscenza dell'"ultima parola" deI socialismo occidentale da parte della loro avanguardia, quanto nel senso dell'azione rivoluzionaria delle masse. Senza una "prova generale" come quella del 1905, le rivoluzioni del 1917 -la rivoluzione borghese di febbraio come la rivoluzione proletaria di ottobre- non sarebbero state possibili. In quarto luogo, le condizioni geografiche permettevano alla Russia di resistere più a lungo degli altri paesi contro la preponderanza esterna dei paesi capitalistici progrediti. In quinto luogo, l'atteggiamento originale del proletariato verso i contadini facilitava il passaggio, dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione socialista, favoriva l'influenza dei proletari della città sugli strati semiproletari, sugli strati poveri della popolazione della campagna. In sesto luogo, la lunga scuola degli scioperi e l'esperienza del movimento di massa dei proletari europei, in una situazione profondamente rivoluzionaria e che si acutizzava con rapidità, hanno facilitato la nascita di una forma di organizzazione proletaria rivoluzionaria originale come i soviet.
Questo elenco, si capisce, non è completo. Ma per ora possiamo limitarci ad esso.
La democrazia sovietica o proletaria è nata in Russia. Rispetto alla Comune di Parigi si è fatto un secondo progresso d'importanza storica mondiale. La repubblica sovietica proletaria e contadina è la prima durevole repubblica socialista del mondo. Ormai, come nuovo tipo di Stato, essa non può più morire. Già oggi essa non è più sola.
Per continuare il lavoro di edificazione del socialismo e per condurlo a termine ci vuole ancora moltissimo. Le repubbliche sovietiche nei paesi culturalmente più sviluppati, dove il peso e l'influenza del proletariato sono maggiori, hanno tutte le probabilità di superare la Russia, quando si metteranno sulla via della dittatura del proletariato.
Ora la fallita II Internazionale si estingue e imputridisce ancor prima di morire. In pratica essa fa la parte del lacchè della borghesia internazionale. E' una vera e propria Internazionale gialla. I suoi maggiori capi ideologici, del genere di Kautsky, esaltano la democrazia borghese, chiamandola "democrazia" in generale, oppure -e questo è ancora più sciocco e grossolano- "democrazia pura". La democrazia borghese ha fatto il suo tempo, come ha fatto il suo tempo la II Internazionale, la quale ha svolto un lavoro storicamente necessario e utile quando si trattava di preparare le masse operaie nel quadro di questa democrazia borghese.
La più democratica delle repubbliche borghesi non è mai stata altro, e non poteva essere altro, che una macchina per l'oppressione capitalistica dei lavoratori, uno strumento del potere politico del capitale, la dittatura della borghesia. La repubblica democratica borghese prometteva il potere alla maggioranza, proclamava il potere della maggioranza, ma non ha mai potuto attuarlo, data l'esistenza della proprietà privata della terra e degli altri mezzi di produzione.
La "libertà" nella repubblica democratica borghese era, di fatto, la libertà per i ricchi. I proletari e i contadini lavoratori potevano e dovevano servirsene al fine di preparare le loro forze per abbattere il capitale, per superare la democrazia borghese; ma, di regola, le masse lavoratrici, sotto il capitalismo, non potevano utilizzare effettivamente la democrazia.
Per la prima volta nel mondo la democrazia sovietica o proletaria ha creato la democrazia per le masse, per i lavoratori, per gli operai e per i contadini.
Non c'era mai stato al mondo un simile potere statale della maggioranza della popolazione, un potere effettivo di questa maggioranza, come è il potere sovietico.
Esso soffoca la libertà degli sfruttatori e dei loro accoliti, strappa loro la "libertà" di sfruttare, la "libertà" di speculare sulla fame, la "libertà" di lottare per la restaurazione del potere deI capitale, la "libertà" di un'intesa con la borghesia straniera contro gli operai e i contadini del loro paese.
I Kautsky difendano pure una simile libertà. Per farlo bisogna essere un rinnegato del marxismo, un rinnegato del socialismo. Il fallimento dei capi teorici della II Internazionale come Hilferding e Kautsky, trova l'espressione più chiara nella loro completa incapacità di comprendere il significato della democrazia sovietica o proletaria, il rapporto che intercorre tra essa e la Comune di Parigi, la sua posizione storica, la sua necessità come forma della dittatura del proletariato.
Nel n. 74 del giornale Die Freiheit (La libertà), organo della socialdemocrazia tedesca "indipendente" (leggi: piccolo- borghese, filistea), l'11 febbraio 1919 è apparso un appello: Al proletariato rivoluzionario della Germania.
Quest'appello è firmato dalla Direzione del partito e da tutto il suo gruppo all'"Assemblea nazionale", la "Costituente" tedesca.
Quest'appello accusa gli Scheidemann di voler eliminare i Consigli e propone --senza scherzi!- di combinare i Consigli cori la "Costituente", di dare ai Consigli certi diritti statali, un certo posto nella Costituzione.
Conciliare, unificare la dittatura della borghesia con la dittatura del proletariato! Come è semplice! Che idea geniale da filistei!
Peccato che essa sia già stata sperimentata in Russia al tempo di Kerenski, dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari uniti, (la questi democratici piccolo-borghesi che immaginano di essere dei socialisti.
Chi, leggendo Marx, non ha capito che nella società capitalistica, in ogni momento grave, in ogni serio conflitto tra le classi è possibile soltanto o la dittatura della borghesia o la dittatura del proletariato, non ha capito niente né della dottrina economica, né della dottrina politica di Marx.
Ma la geniale idea filistea di Hilferding, di Kautsky e soci, l'idea di una pacifica combinazione della dittatura della borghesia con la dittatura del proletariato; esige un esame speciale, se si vuol dar fondo agli assurdi economici e politici accumulati in questo notevolissimo e comicissimo appello dell'11 febbraio. Converrà rinviare questo esame a un altro articolo.
Lenin, 15 aprile 1919”

Al seguente link è possibile consultare il manifesto dell'Internazionale Comunista al proletariato di tutto il mondo in formato pdf. “Manifesto Comintern”.

IL 1 Settembre 1928 nasce il programma dell'Internazionale Comunista che potete consultare in formato pdf al seguente link : “Programma Comintern”.

Redazione Aurora Proletaria




Solzhenitsyn ai raggi X. Anatomia di un mito anticomunista


SETTEMBRE 3, 2016
Luca Baldelli


Chi non ha sentito nominare, almeno una volta nella sua vita, opere come “Arcipelago Gulag”, “Padiglione cancro”, “Una giornata di Ivan Denisovic”, “Agosto 1914”? Pompate a più non posso dai circuiti anticomunisti, ai quali fa capo da sempre tutta una galassia editoriale e mediatica, questi tomi e pamphlet antisovietici hanno fatto il giro del mondo. A dire il vero, alcuni di questi libri sono stati stampati e, in alcuni casi, anche favorevolmente recensiti da pezzi importanti della critica sovietica, specie negli anni ’60, egemone il krusciovismo! Ciò, a riprova della liberalità estrema, a volte eccessiva, del sistema sovietico, checché ne dicano i consunti megafoni della propaganda filo capitalista. Tutte queste opere hanno un comune denominatore, oltre alla critica spietata verso la realtà sovietica e l’ideale umanitario contenuto nel marxismo–leninismo: l’autore. Si tratta di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn. Su di lui sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, che da 60 anni hanno alimentato e riempito, in occidente, i bacini lacustri della più sfrenata propaganda contro l’URSS.
Solzhenitsyn è assurto a vate indiscutibile ed insindacabile, ad ineffabile autorità in sede storica e storiografica, a mito, a totemica entità la cui analisi e critica equivale ad un tabù inviolabile. Se l’ha detto Solzhenitsyn, questa, in epigrammatica sintesi, la vulgata dominante su fatti e personaggi del socialismo reale, allora deve per forza essere vero! Ancora oggi, questo personaggio, a cavallo tra mitomania, narcisismo e oscena prostrazione ai templi del potere capitalistico, è poco studiato, per nulla approfondito, letto con una lente di ingrandimento deformante che, attaccata al manico del pregiudizio, porta anche il lettore più in buona fede, puro e disinteressato, ad evidenziare e introiettare ogni sorta di menzogna, lasciando da parte, nel deposito delle eventualità varie, i pochi cascami di verità che affiorano dalle sue pagine. Si è sempre sostenuto, e lo si afferma con la ritualità del mantra, che il monumentale “Arcipelago Gulag” sarebbe uno spaccato di estremo, brutale verismo sulla realtà concentrazionaria sovietica; stessa cosa per “Padiglione cancro”. Si pretende, poi, che “ Una giornata di Ivan Denisovic” sia il ritratto fedele, quasi fotografico, del recluso tipo. Si assicura che la sorte di Matriona è stata quella della stragrande maggioranza delle donne sovietiche, con relative famiglie, nel malvagio e anzi demoniaco ordinamento economico kolchoziano dell’URSS. Si certifica infine, con il timbro scolorito ma pervicacemente imbrattante della greuelpropaganda antistaliniana, che Stalin ha avuto sulla coscienza ben 60 milioni di cittadini, repressi e fatti fuori in vari modi. Sempre perché a dirlo è stato Solzhenitsyn, e se lo dice lui… Guai a dubitare!
Innanzitutto, per comprendere l’opera di un autore è bene dare un’occhiata alla sua biografia: essa, lungi dal rappresentare un inutile orpello, una digressione da lasciare al capitolo varie ed eventualità, rappresenta l’ossatura di una visione del mondo, di un modo di agire e di rapportarsi alla realtà. Chi è, dunque, Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn? Nasce a Kislovodsk, nel Caucaso del Nord, l’11 dicembre 1918, mentre infuria la guerra civile scatenata dai bianchi reazionari, con l’appoggio attivo delle potenze imperialiste mondiali. Il padre, Isakij, giovane ufficiale dell’Esercito, è la prima pedina della disinformazione orchestrata da Solzhenitsyn in prima persona, e dalle centrali antisovietiche: infatti, non è il povero, umile maestro schiaffato dinanzi la pubblica opinione mondiale da un figlio sempre pronto a vestire abusivamente gli improbabili panni del povero, ma il rampollo di una facoltosa famiglia, con a capo un ricco proprietario terriero. A smascherare la bugia delle “umili origini” non saranno né la TASS, né la NOVOSTI, né la PRAVDA o altri organi ufficiali del PCUS e del Governo sovietico, ma la borghesissima rivista amburghese STERN nel 1971. Nel 1917, leggiamo nel numero dell’insospettabile rivista, Isakij Solzhenitsyn sposa Taisia Scherbak, a sua volta figlia di un ricco possidente, Zachar Scherbak, padrone di vaste estensioni di terreno nel Kuban, selvaggia e affascinante landa cosacca. Taisia cresce in una villa principesca, del tutto simile ad un antico maniero e convola a nozze, come abbiamo visto, con un uomo dello stesso rango sociale. Quando è già incinta di Aleksandr, il futuro scrittore, Isakij muore: ufficialmente, si parlerà sempre di un incidente di caccia, ma non poche voci insinueranno, con insistenza, la tesi del suicidio. Il quadretto familiare, però, non è completo: Isakij è infatti figlio di Semjon Efimovich Solzhenitsyn, che con i suoi cinque figli (quattro maschi e una femmina) amministra una tenuta di circa 200 ettari, con capi di bestiame in abbondanza, ed è pure influente membro del consiglio di amministrazione della Banca di Rostov.
Insomma, una stirpe che naviga nell’oro e fa il bello e il cattivo tempo, non solo soggiogando i contadini al più bieco sfruttamento, ma controllando anche i decisivi rubinetti del credito, grazie ai quali può agevolmente eliminare concorrenti scomodi e pretenziosi.
Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, il personaggio al centro delle nostra disamina, nasce, come abbiamo visto, nel 1918, nella in casa della zia Irina, moglie di Roman Scherbak, fratello della madre Taisia. Sarà proprio Irina a rivelare la vera storia dei Solzhenitsyn alla Stern. Roman, grazie anche alla dote della moglie, che rimpingua ulteriormente i suoi non certo trascurabili averi, conduce una vita da nababbo, compiendo frequenti viaggi all’estero e acquistando automobili di lusso: negli anni antecedenti alla Prima Guerra Mondiale è proprietario di una delle nove Rolls Royce immatricolate in Russia. Con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, per la famiglia Solzhenitsyn il vento cambia: il popolo, sfruttato e angariato da secoli di dominazione, presenta il conto a lorsignori! Le immense ricchezze, guadagnate sul sudore e sul sangue di tanti figli della terra, vengono confiscate e redistribuite tra chi non aveva mai avuto nulla, nemmeno un pezzo di terra dove piantare la cipolla per la zuppa. Più tardi, negli anni ’30, su quelle immense estensioni sorgerà il Kolkhoz “Kirov”. Qui, tra l’altro, almeno fino agli anni ’70 lavorerà Ksenia Vasiljev’na Zagorina, cugina di Solzhenitsyn. Torniamo però, dopo questa breve digressione, ai primi anni del potere sovietico. Taisia, madre vedova, davanti alla sorte avversa si trasferisce a Rostov sul Don, dove trova subito impiego come dattilografa e stenografa. Il potere sovietico, intransigente verso gli sfruttatori e i prepotenti, ma giusto e umano come nessun’altro, non nega un onesto lavoro ad alcuno, nemmeno ai rampolli della più avida borghesia spodestata, i quali invece il lavoro, e finanche la sopravvivenza, l’avevano negati a generazioni intere. Bisogna poi sottolineare che, se da un lato le proprietà terriere della famiglia Solzhenitsyn e dei parenti vengono confiscate, la stessa sorte non subiscono gli averi accumulati in anni e anni, specie tesori, gioielli e denaro. Certi pingui forzieri nessuno va a scovarli, anche perché i provvedimenti varati nel corso degli anni dall’“illiberale” potere sovietico, fino alla Costituzione del 1936, tutelano in maniera rigida l’inviolabilità del domicilio. Il piccolo Aleksandr cresce con la passione per la lettura, ma anche con l’ostilità larvata verso ogni ordinamento teso a cancellare le differenze sociali: questo è il retaggio familiare, insopprimibile, che ne influenza il carattere. Mentre altre famiglie già titolari di cospicue ricchezze si adattano al nuovo sistema sovietico, e anzi i loro membri si costruiscono nuove carriere, circondati dalla stima e dall’apprezzamento di tutti, i Solzhenitsyn, almeno in parte, si mostrano recalcitranti e quasi attendono, con messianica tensione, il momento di un rivolgimento che restauri la situazione passata, il “bengodi” perduto. E’ in questo milieu che si formano il pensiero e la visione del mondo del futuro scrittore. Adolescente, si rifiuta di entrare a far parte dei Pionieri e va regolarmente in Chiesa: la pratica religiosa, del resto, non è affatto proibita e, negli anni ’30 sarà semmai la propaganda ateista a venire ostacolata, sotto la guida saggia ed equilibrata del compagno Stalin, anche per gli eccessi compiuti da trotskisti ed elementi estremisti negli anni precedenti.
L’atteggiamento di Aleksandr Solzhenitsyn non gli preclude alcun riconoscimento e tantomeno alcun diritto: a dispetto delle origini borghesi, condizione questa, secondo la falsa propaganda anticomunista e antisovietica, che gl impederebbe gli studi e l’avanzamento professionale, Solzhenitsyn, dopo brillanti studi superiori, accede senza problema all’Università statale di Rostov. Nell’URSS si tiene conto unicamente del merito, delle capacità e dei risultati acquisiti nello studio e nel lavoro, non della discendenza familiare o delle raccomandazioni, come avviene nel mondo capitalista, dove gli avvocati sono figli di avvocati, i notati figli di notai e i farmacisti figli di farmacisti. Non solo: alla faccia della pretesa (sempre della propaganda anticomunista) pianificazione vincolata e vincolante delle scelte dei singoli riguardo a Facoltà e indirizzi, Solzhenitsyn sceglie, malgrado i consigli e le aspettative di insegnanti e amici, la Facoltà di Fisica e Matematica, anziché un indirizzo umanistico – letterario. “Mi sono orientato, dirà, verso queste materie non tanto per vocazione, quanto per la presenza di insegnanti assai preparati e stimolanti”. Dalla viva voce di un acerrimo anticomunista, quindi, veniamo a sapere che la libertà di scelta era, nella “tremenda” URSS staliniana, popolata di trinariciuti elfi e bestiali creature mortifere, assolutamente sancita e rispettata e che l’insegnamento era tutto fuorché piatto, noioso, ideologico come qualche corifeo della borghesia ha ripetuto per anni e ancora oggi pretende di far credere. Alla faccia del lignaggio borghese, dei latifondi dove non tramontava mai il sole, del persistente atteggiamento di ostilità verso il governo sovietico, malgrado l’iscrizione al Komsomol, atto puramente formale, non seguito da alcun tipo di impegno, Solzhenitsyn viene premiato più volte: studia con profitto, applicazione e costanza e arriva a conseguire la Borsa di Studio “Stalin”, la più elevata per ammontare nel generosissimo, anzi ineguagliato, sistema sovietico di sostegno alla promozione dell’istruzione. Nel 1941, Aleksandr si laurea a pieni voti. Non condivide la sorte di tanti laureati disoccupati nell’odierno sistema capitalista, bensì ottiene immediatamente un posto di ricercatore di II livello e lettore (figura intermedia, quest’ultima, tra il docente e l’assistente). Poco dopo, gli organi di Facoltà lo raccomandano per altri incarichi. Non è tutto: nel ’39 Solzhenitsyn ha pure cominciato gli studi presso l’Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca, con la modalità della formazione a distanza. E sì, in quel preteso inferno chiamato convenzionalmente URSS, anche chi non può seguire direttamente più corsi, per ovvi motivi legati alla mancanza di divina obiquità, può farlo con la mediazione dell’istruzione per corrispondenza. Avendo il futuro assicurato e la protezione accordata dalla culla alla tomba, grazie al sistema sovietico, Solzhenitsyn, non ancora conseguita la laurea, si sposa nel 1940 con Natalja Rescetovskaja, dalla quale più tardi divorzierà. Può permetterselo, diversamente da tanti suoi coetanei dimoranti nel “mondo libero” e sotto lo stivale delle dittature fasciste.
Al momento dell’invasione nazista dell’URSS, incoraggiata da tutti i circoli imperialisti, e non voluta soltanto da Hitler, Solzhenitsyn viene arruolato nell’Armata Rossa. Anche in questo caso, il sistema sovietico non solo non lo punisce e non lo ghettizza per il suo albero genealogico, da lui nascosto ma ad altri ben noto, bensì lo premia: distintosi sul campo, viene decorato e promosso fino al grado di Capitano. La riconoscenza è il suo forte, pertanto ricompensa il governo sovietico che l’ha innalzato su un palmo di mano con l’avvio di un’attività mirata al rovesciamento del socialismo! Un’attività eversiva che, scoperta in tempo dagli organi inquirenti, gli procura, ovviamente, non un premio, ma l’arresto e la condanna ad 8 anni per propaganda antisovietica (Art. 58, Comma 10 del Codice Penale) e l’organizzazione di un gruppo antisovietico (Art. 58, Comma 11 del Codice Penale). Di certo, visti gli apprezzamenti espressi nelle sue opere e nei suoi interventi per i collaborazionisti guidati da Vlasov, generale traditore dell’Armata Rossa, c’è da ritenere, ragionevolmente, che quelle accuse fossero in gran parte vere! Ciò che più dà la misura del personaggio, però, anche in questa circostanza, è il contegno tenuto nel contesto dell’interrogatorio e del processo: Solzhenitsyn, al quale peraltro nessuno torce un capello malgrado la sua narrazione bugiarda, coinvolge nelle sue trame anche gente del tutto innocente, che infatti, a riprova di quanto il sistema giudiziario sovietico sia onesto e scrupoloso, specie nel vagliare prove e dichiarazioni, non verranno mai arrestate e non conosceranno la sorte dello scrittore. Nei verbali dei suoi interrogatori, ripercorsi dall’amico Nikolaj Vitkevic, anche lui condannato per propaganda antisovietica, in una lettera a NOVOSTI del 1974, il futuro scrittore tira in ballo persino sua moglie, Natalja Rescetovskaja, gli amici Kirill Simonjan, Lidia Ezherets (consorte di Simonjan) ecc… Confessioni estorte? Vitkevic, che non ne aveva fatte di simili all’NKVD, anzi aveva negato tutto, evidentemente non fu obbligato con la forza a rilasciare una testimonianza compiacente verso l’accusa, ma l’esclude. “Il giorno in cui, liberato, vidi i protocolli dell’interrogatorio di Solzhenitsyn, scrive Vitkevic nella citata lettera, fu il più raccapricciante della mia vita. Questi protocolli dicevano di me cose che non mi ero neppure sognato”. Solzhenitsyn, per apparire “bello” ai giudici, coinvolge altre persone del tutto innocenti nelle sue trame, all’insegna di “muoia Sansone con tutti i filistei”, assolutamente riprovevole. Più tardi, nel libro “La quercia e il vitello”, a metà tra l’autobiografico e lo storico, darà prova della consueta attitudine alla manipolazione delle altrui idee e frasi: infatti, qualificherà le dichiarazioni del suo vecchio amico come una sorta di manovra del KGB e un espediente per non perdere i vantaggi della carriera, quando Vitkevic era uno scienziato stimato da tutti, scevro da ogni problema di “accreditamento” presso questo o quel centro di potere. Solzhenitsyn sosterrà anche che Vitkevic, prima di quella lettera a NOVOSTI, non aveva più parlato con lui da anni, anche solo per contestargli un comportamento rinfacciato poi nello scritto. Ciò, a causa di una sorta di senso di colpa. Falso! Vitkevic (condannato a 10 anni contro gli 8 di Solhenitsyn alla faccia della contiguità al “sistema”!), nella lettera a NOVOSTI dice ben altro, tratteggiando alla perfezione la personalità di Solzhenitsyn. Ecco le sue precise parole: “Quando m’incontrai di nuovo con Solzhenitsyn, non gliene parlai mai (dei fatti inerenti la carcerazione, ndr). Il nostro ultimo incontro ebbe luogo a Rjazan, ove insegnavo in un istituto di medicina, nel 1964. Conoscendo il mio amico ero certo che si sarebbe considerato dalla parte della ragione ed avrebbe detto che era suo compito precipuo salvare per la Russia quel grande scrittore che era”. Altro che malafede di Vitkevic! Semplicemente costui non voleva perder tempo a pestare acqua nel mortaio della presunzione del “gulagologo”. Altra grande falsità riferita a Vitkevic e messa nero su bianco da Solzhenitsyn: nella famosa lettera a NOVOSTI, che si può leggere integralmente tra l’altro nell’agile ed utilissimo libro “Risposta a Solzhenitsyn – L’Arcipelago della menzogna” edito nel 1974 da Napoleone, con la collaborazione in primis della NOVOSTI, Vitkevic avrebbe detto che nel 1945 l’istruttoria fu condotta in modo irreprensibile dal giudice: a parte il fatto che un giudizio simile sarebbe stato tutt’altro che fuori luogo, faccio notare che Vitkevic, in tutto il testo, non riporta assolutamente questo concetto. Anzi, afferma l’esatto contrario rispetto alla dinamica del pronunciamento della sua condanna: “Ebbi l’impressione d’essere stato trattato con ingiustificata severità, ma ritenni che ciò fosse dovuto al fatto che ero stato processato al fronte ed al rigore del periodo bellico”.
Ad ogni modo, tornando strettamente alla biografia di Solzhenitsyn, le cose per lui non vanno affatto male sotto la grande stella rossa sovietica. Scontata la pena, il 13 febbraio 1953, il “nostro” viene liberato e si stabilisce, per volontà delle autorità in Kazakhstan: dietro di lui si chiudono, per sempre, le porte del campo correttivo, quel Gulag che non solo non l’ha ucciso, ma lo renderà, una ventina di anni dopo, ricco e famoso. Le autorità gli trovano immediatamente un impiego come insegnante di matematica e fisica in una scuola secondaria (che spietatezza, questo regime sovietico!) I suoi compagni di detenzione, dal filosofo e pensatore Dmitrij Panin fino a Lev Kopelev, critico letterario, escono tutti dal Gulag in salute e trovano anch’essi, immediatamente, un’occupazione. Moriranno quasi tutti in tarda età in URSS, senza essere molestati da alcuno, o nei salotti dorati dei circoli capitalistico – borghesi del mondo occidentale. Nel 1954 Solzhenitsyn, grazie all’eccellente sistema sanitario sovietico, universalista, gratuito e realmente a misura d’uomo, viene operato a causa di un carcinoma. L’operazione avviene nel 1954 a Tashkent (alla faccia del presunto domicilio coatto!) ed è coronata da successo. Il perfido e demoniaco potere sovietico, dunque, salva la vita del suo acerrimo nemico Solzhenitsyn. Lo scrittore, invero, aveva già subito un’altra operazione vitale: la rimozione di un tumore ad un testicolo, nell’anno 1952, mentre si trovava in detenzione. Dunque, il Gulag non solo non è un “arcipelago” votato allo sterminio, ma in esso il cittadino sovietico trova le stesse cure che troverebbe in libertà. Di certo, nei campi di lavoro correttivo, nelle varie prigioni che popolano la letteratura anticomunista e antisovietica, non solo di Solzhenitsyn, non vi sono le tremende condizioni che si possono sperimentare ad Alcatraz o in altri ameni contesti del mondo capitalista, dove i prigionieri muoiono di maltrattamenti, di consunzione e, magari, di malattie deliberatamente non curate. In nessun carcere del tremendo “Arcipelago Gulag” accade quel che avverrà nel 1971 nel carcere statunitense di Attica dove, per ordine del governatore di New York Nelson Rockefeller, la polizia attaccherà in forze una rivolta di prigionieri, lasciando quasi 40 morti sul terreno. Solzhenitsyn non ha parole di gratitudine nemmeno per la chirurgia sovietica e per gli umanissimi medici che, anche nel Gulag, lo salvano da una morte che, siamo agli inizi degli anni ’50, sarebbe certa anche per i più benestanti, visto lo stadio delle conoscenze e delle esperienze nel campo della cura dei tumori. No, in “Padiglione Cancro” (“Rakovij Korpus”), non trova di meglio da fare che buttare in faccia al lettore il solito panorama oscuro e tetro del microcosmo concentrazionario sovietico, senza rispetto, riguardo e decenza nemmeno per la sua storia personale, pensando soprattutto a come sarebbero potute andare le cose… Scritto a metà degli anni ’50, corretto, completato e diffuso secondo le modalità del samizdat verso la fine degli anni ’60, “Padiglione Cancro” verrà stampato per varie case editrici e in diverse copie in occidente. In quest’opera, al posto di medici e specialisti impegnati nella difesa e promozione della salute per tutta la popolazione, quali erano gli araldi di Ippocrate in terra sovietica, dominano figure sinistre in camice bianco, quali il burocrate Rusanov, sprezzante e cinico, nonché l’incompetente ed evanescente Nizamutdin Bahramovich. E’ tutto un vortice di corruzione, incuria, freddezza e arroganza a pervadere ed agitare le pagine di questo romanzo e viene da chiedersi come, in un ambiente del genere, possa esserci stata tanta cura e sollecitudine per la salute e la vita stessa di un uomo che aveva giurato guerra al governo sovietico e aveva complottato per il suo rovesciamento. Solzhenitsyn, questi scrupoli, queste domande, non se li pone nemmeno; va avanti nella sua opera demolitrice non solo del comunismo, ma soprattutto, in primo luogo, della verità storica e autobiografica, come un panzer, fidando, agli inizi degli anni ’60, sull’estrema liberalità del potere sovietico, che in qualche caso diventa connivenza.
I circoli kruscioviani e cosmopoliti, infatti, lo osannano e non stanno nella pelle per aver trovato un calunniatore del periodo staliniano tanto accanito e forbito nel linguaggio, nel registro stilistico. Prima di “Padiglione cancro” e delle altre opere pubblicate clandestinamente in URSS alla fine degli anni ’60 – inizio degli anni ’70, edite poi con gran clamore in occidente e nei Paesi capitalistici, Solzhenitsyn, per più di un lustro, domina il panorama letterario sovietico. Dal 1960 al 1966 circa, e con particolare intensità dal 1962 al 1965, il suo nome riecheggia ovunque e le sue opere trovano il favore di una miriade di riviste, in primo luogo “Novij Mir” guidata dal fervente kruscioviano Tvardovskij, convinto curiosamente che lo sviluppo del socialismo e l’arricchimento culturale del Paese debbano per forza di cose passare per la demolizione dell’era di Stalin. Come se negli anni ’30 non si fosse conosciuta la più mirabolante, effervescente e fantasmagorica esplosione culturale, con operai, impiegati e tecnici, fino a qualche anno prima semianalfabeti o analfabeti totali, a compulsare tomi di scienze matematiche, ad apprezzare i poemi del realismo socialista e della letteratura classica, ad affollare sale da concerto, teatri e cinema, ad intavolare discussioni su argomenti letterari e culturali patrimonio da sempre, nei Paesi borghesi, solo di ristrettissimi circoli. Il tutto, mentre si sviluppa la lotta per gli approvvigionamenti alimentari e tutto il Paese conosce sacrifici che prepareranno poi il terreno al benessere pieno degli anni 1935 – 1940. Tant’è! Nel clima trasudante “liberalismo” kruscioviano nel 1962 – 65, Solzhenitsyn fa il bello e il cattivo tempo e pretende di oscurare, con la sua ombra, tutta la luce che pervicacemente continua ad irrorare il Paese in ogni suo angolo, malgrado la nuova dirigenza del PCUS si muova su un terreno pericoloso di cedimenti e carenze. Riabilitato pienamente nel 1956/57, mette mano alla penna con ossessivo impegno, rivede appunti, completa riflessioni, perfeziona lo stile (peraltro lo si deve riconoscere, brillante ed avvincente, quantunque posto al servizio di una causa errata) e pubblica, sotto la protezione di Tvardovskij e altri, tutta una sequela di opere di vario tenore che riscuotono elevato consenso di pubblico. L’URSS è un Paese di ferventi lettori, al primo posto nel mondo per libri venduti e letti, e per le questioni storico–culturali si dibatte vivamente nel Paese con la stessa passione e la stessa foga con cui, alle nostre latitudini, ci si accalora per il calcio e per lo sport in generale. Nel 1962 è la volta di “Una giornata di Ivan Denisovich”, romanzo sulla vita di un recluso tipo (secondo Solzhenitsyn) nel Gulag sovietico. Comincia da qui, da quest’opera, il tentativo di dipingere i campi di lavoro correttivo e le prigioni dell’URSS come i lager nazisti, senza alcun rispetto per la verità storica e documentale. Questo tentativo raggiungerà l’apoteosi nella monumentale opera di mistificazione e falsificazione che sarà “Arcipelago Gulag”. I circoli anticomunisti mondiali iniziano a vedere Solzhenitsyn come un paladino e lui non fa nulla, del resto, per allontanare sospetti e critiche. Il 1964 segna l’ascesa di Leonid Breznev a Segretario del PCUS. Il nuovo corso intende rettificare errori, mancanze e deficienze del gruppo dirigente kruscioviano e, in primo luogo, di Krusciov in persona, vista la forte impronta “zarista” da lui stampata su scelte e avvenimenti a partire dal 1956. La musica, col nuovo indirizzo di Breznev, Kosygin e Podgornyj, cambia anche in ambito culturale e non per un ordine dall’alto, categoria questa che si ritrova solo nelle pieghe della più volgare sovietologia. Da anni, infatti, sono in molti, nel mondo dell’intellighentzija, e specialmente in ambito letterario, a chiedere una correzione di rotta che mitighi lo strapotere degli scrittori “liberali” e dei fautori del “disgelo” a favore di una maggiore obiettività e pluralità della produzione letteraria, giornalistica, artistica in generale. E sì, perché a dominare la scena, dal 1956, non sono stati certi gli scrittori e i poeti tacciabili di “slavofilia” e di “nazionalbolscevismo”, ma esattamente quelli che hanno gridato ai quattro venti il finto dramma della loro inesistente emarginazione, proprio mentre occupavano la quasi totalità degli spazi disponibili relegando gli altri, i presunti censori, agli angolini e strapuntini della semplice tolleranza.
“Literaturnaja Gazeta”, organo prestigioso, obiettivo, punto di riferimento imprescindibile per l’opinione pubblica sovietica, ha dovuto subire processi e sperticarsi in funamboliche giustificazioni per aver pubblicato, accanto a lettere di cittadini e pareri di critici favorevoli a Solzhenitsyn, pure opinioni differenti, di critica e anche soltanto di riserva. Questa intolleranza inquisitoria, ancora più odiosa in quanto agghindata negli abiti del vittimismo, suscita un moto di indignazione che, certamente, non è secondario nel mutamento di indirizzo della politica culturale dello Stato, del Governo e del Partito. Pian piano, gli scrittori orgogliosi della storia sovietica, tutta, senza cesure artificiose, riconquistano, senza toglierlo ai “liberali” della new wave kruscioviana, lo spazio che meritano. La critica, la caleidoscopica diversità dei punti di vista, il dibattito intenso ed il pluralismo non svaniscono affatto. Svanisce, questa sì, la tolleranza verso le calunnie, le invenzioni, le falsificazioni volte a infangare la storia dei Soviet. Per questo, Solzhenitsyn, che ha potuto pubblicare senza problemi “Una giornata di Ivan Denisovich”, “La casa di Matriona”, “Il caso della Stazione di Krechetovka”, comincia ad essere redarguito e smascherato nelle sue palesi esagerazioni e distorsioni della realtà. Nessuno lo censura: in tanti hanno stima di lui, dal punto di vista letterario. I suoi molteplici registri stilistici, originali ed avvincenti, piacciono anche a coloro i quali non apprezzano le sue idee: non abbiamo a che fare con un mediocre scrivano, come qualcuno ha preteso, facendo sconfinare la critica in ambiti non pertinenti, con somma ingenerosità. Dinanzi a noi c’è un valente scrittore, il quale viene attaccato, dopo anni di applausi a scena aperta per molteplici e documentate falsificazioni della verità storica. Falsificazioni che spesso confliggono con le leggi sovietiche che, mentre tutelano la libertà di espressione e di critica più piena e reale, non possono tollerare, come le leggi di tutto il mondo, calunnie e ingiurie gratuite. In verità, a muoversi non sono solo gli organi inquirenti e i garanti dell’ordine pubblico e della stabilità del sistema sovietico, ma in primo luogo gli intellettuali stessi.
Inizia nel 1966 un confronto con l’Unione degli Scrittori, che Solzhenitsyn farà di tutto per sabotare con l’obiettivo di far trionfare, alla fine, il logoro copione del suo eterno vittimismo. Nel maggio 1967, lo sforzo dell’organo supremo degli scrittori sovietici raggiunge l’acme: si cerca di coinvolgere Solhenitsyn, correggendo il tiro di alcuni suoi scritti, persuadendo il letterato a non prestare più il fianco alle centrali antisovietiche, con episodi fantasiosi inventati di sana pianta, cifre assurde, del tutto irrealistiche, su repressioni e carcerazioni, ignominiose affermazioni sul socialismo e le idee progressiste. Lo sforzo dell’Unione degli Scrittori dell’URSS è paziente, tenace, fino ai limiti del logoramento. Il 22 settembre 1967, una riunione presieduta dal grande Konstantin Fedin discute del caso “Solzhenitsyn” con assoluta franchezza, com’è costume in URSS. Alcuni propongono l’espulsione dello scrittore, ma la maggioranza è contraria: certe questioni, è questo l’orientamento maggioritario, debbono essere dibattute e affrontate con delicatezza e tatto, nel rispetto delle idee di tutti. Un atteggiamento saggio e nobile che però non trova orecchie altrettanto nobili e leali pronte a recepirlo: da una parte, infatti, c’è chi crede che il pluralismo debba essere garantito nel quadro delle leggi esistenti e non come strumento e paravento dell’eversione capitalista, borghese ed imperialista, sempre attiva contro l’URSS e i Paesi di democrazia popolare. Dall’altro, c’è l’ambizione sconfinata di Solzhenitsyn, il suo ritenersi legibus solutus, la sua ferma adesione all’ideologia più reazionaria e antisovietica. Per due–tre anni va in scena un dialogo tra sordi, proprio mentre Solzhenitsyn ultima “Arcipelago Gulag” e viene sempre più eretto a paladino dei circoli borghesi, reazionari, anticomunisti di tutto il mondo, per i quali la distensione, la collaborazione tra est ed ovest rappresentano pericoli e minacce da esorcizzare in ogni modo. Nel 1969, si giunge ad una decisione risolutiva: dopo ripetuti rifiuti a partecipare a confronti e dibattiti, dopo l’appurato e palese rifiuto di rivedere certe posizioni incompatibili con la legge sovietica e con l’ordinamento socialista, Solzhenitsyn viene espulso dall’Unione degli Scrittori dell’URSS. Una decisione obbligata, vista la dinamica dei fatti, che però Solzhenitsyn, con ipocrisia disgustosa, utilizzerà come freccia per il suo arco vittimista. L’autore tanto caro alla reazione mondiale, diventato un caso vieppiù dopo l’espulsione dall’organo supremo dei letterato sovietici, viene insignito nel 1970 del Premio Nobel.
Un’investitura non casuale: a patrocinarla, come svelerà in un’indagine molto approfondita della “Literaturnaja Gazeta”, sono, in primis, le centrali fasciste e nostalgiche dei fuoriusciti russi in occidente. La Guardia Bianca, insomma, da sempre protetta ed addestrata all’eversione nelle capitali dell’occidente borghese, fa da sponsor al Nobel di Solzhenitsyn. In particolare, la rivista “Ciasovoj”, edita a Bruxelles, rivendica la primogenitura della proposta di candidatura dello scrittore sovietico “dissidente” al più ambito premio letterario mondiale. Chi è l’animatore di “Ciasovoj”? Un tale Orechov, già intimo dei generali bianchi Wrangel e Kutepov nella guerra civile scatenata dalla reazione dopo il fatidico 1917, monarchico intransigente, fautore persino della guerra diretta dell’occidente contro l’URSS. Tale losco figuro, infatti, assieme ad altri uomini di simil fatta, ex-guardie bianche o collaboratori dei nazisti, invita, dalle pagine di “Ciasovoj” a “colpire preventivamente l’URSS” e si rammarica per il fatto che, nel 1945, gli statunitensi non abbiano sganciato la bomba atomica sull’URSS. Questi sono i supporter di Solzhenitsyn, del “perseguitato” e “reietto” esponente della letteratura sovietica.
Accanto a Orechov, si profila pure l’ombra di una donna, anch’ella legata a doppio filo alla reazione antisovietica: una certa Teresa Basquin. La madama compie viaggi in URSS e si dà al commercio di icone, stabilendo contatti con circoli anticomunisti ed eversivi e lucrando, così ci dice “Literaturnaja Gazeta” mai smentita in modo convincente da alcuno, sul traffico delle icone. A nome dell’Associazione “Art et Progress”, la donna invia missive in ogni angolo del globo per caldeggiare l’assegnazione del Premio Nobel a Solzhenitsyn. In questo panorama fetido sono sempre più frequenti le uscite di scritti e articoli sullo scrittore nel mondo occidentale: la grancassa della propaganda antisovietica risuona, rombante e cupa, accompagnata da toni da crociata.
Nel 1973/74 i vari Goffredo di Buglione della Guerra Fredda, armati di missili e bomba atomica, trovano l’accompagnamento più galvanizzante verso la loro immaginaria marcia in direzione del Santo Sepolcro moscovita: in vari Paesi esce il “capolavoro” di Solzhenitsyn, al quale abbiamo già precedentemente accennato: “Arcipelago Gulag”. In quest’opera, la calunnia antisovietica, la riabilitazione di elementi fascisti e reazionari, la più spericolata acrobazia statistica su morti e repressi nel periodo di Stalin, raggiungono l’apoteosi. Come in “Agosto 1914”, altra opera pubblicata all’inizio degli anni ’70, s’infanga non solo la storia sovietica, ma anche quella russa, dipingendo un Paese quasi maledetto, popolato di inetti, sadici e incapaci, nella società come nell’Esercito. Nessuno si salva, o quasi! I sovietici, i comunisti, i militari eroici dell’Armata Rossa sono sempre colpevoli di qualcosa, crudeli, cinici, mentre i tedeschi sono, a parte qualche inciso, benevoli e tutt’al più colpevoli di non aver appoggiato a fondo la reazione anticomunista durante la Grande Guerra Patriottica, di non aver dato supporto alle bande di Vlasov e di altri. I nazisti non hanno invaso un intero Paese e pianificato la sua colonizzazione genocida: no, sono stati degli sprovveduti che non hanno avuto la lungimiranza di consegnare il potere ai quisling locali. Il fatto che il popolo sovietico abbia resistito eroicamente e vinto, contro le armate hitleriane, contro un Nuovo Ordine che avrebbe trasformato l’intera Europa in un lager, per Solzhenitsyn è fantasia! Andrej Andreevic Vlasov, già generale dell’Armata Rossa, animatore di un esercito di mercenari al servizio dei nazisti, l’Armata Russa di Liberazione, viene dipinto come un innocente vittima dello stalinismo: un soldato, questo si pretende di accreditare, abbandonato coi suoi uomini da Stalin nel tentativo di rompere l’assedio di Leningrado. Nulla di più falso: Vlasov e i vlasoviani erano un pugno di traditori e imboscati, al servizio dei nazisti prima e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, trasferitisi nei comodi salotti occidentali agli ordini della reazione anticomunista e imperialista. Accanto ai traditori, c’era tutta una teoria di giovani e giovanissimi che, per paura, si erano arruolati sotto la Croce di S. Andrea azzurra (emblema dell’Armata Russa di Liberazione) e alla prima occasione utile disertavano unendosi all’Armata Rossa o ai partigiani. Il racconto del “tradimento” e “abbandono” degli uomini di Vlasov da parte del potere sovietico è, ad un tempo, grottesco, assurdo e, condito con la storia fantasiosa della “ribellione” di Vlasov a Stalin fin dagli anni ’30, serve a Solzhenitsyn per giustificare una collaborazione coi nazisti che egli approva e giudica storicamente inevitabile.br> Come dimostreranno con dovizia di particolari veterani della Grande Guerra Patriottica quali lo scrittore Jurij Bondarev, il Tenente-Generale Zhilin e altri ancora, Vlasov non fu affatto vittima di un tradimento e di strategie militari perdenti. Lui, non altri, aveva tradito assieme ai suoi sodali mettendo a repentaglio la vita di migliaia e migliaia di soldati. Ecco il racconto, chiarissimo, del Tenente-Generale Zhilin sulle vicende della Seconda Armata d’Urto guidata da Vlasov nella primavera–estate del 1942, racconto che fa il paio con le memorie del Maresciallo Meretskov e con altri documentatissimi testi editati in epoca sovietica: “Non appena si chiarì che l’Armata non poteva continuare l’offensiva in direzione di Ljuban, Vlasov ricevette l’ordine di far uscire le truppe dall’accerchiamento attraverso un varco disponibile. Ma Vlasov temporeggiò, restò inoperoso, non provvide a proteggere i fianchi, non seppe organizzare una rapida e segreta ritirata delle truppe. Ciò permise alle truppe naziste di tagliare il corridoio e di completare l’anello dell’accerchiamento. Il Comando Supremo inviò immediatamente nella zona delle operazioni il Maresciallo K.A. Meretskov, nominato comandante del fronte di Volchov, e il proprio rappresentante Vasilevskij, incaricandoli di sottrarre ad ogni costo all’accerchiamento la seconda armata d’assalto, sia pure con l’artiglieria pesante e i mezzi. Furono prese tutte le misure possibili per salvare gli accerchiati. Dal 10 al 19 giugno 1942 si ebbero ininterrottamente violenti combattimenti, cui parteciparono grandi forze di fanteria, l’artiglieria e i carri armati della 4.ta, 59.ma e 52.ma Armata. Si riuscì ad aprire uno stretto varco nella trappola tedesca ed a salvare buona parte della 2.da Armata d’assalto. Una parte dei soldati e dei comandanti, compreso il Maggiore-Generale Afanasjev, che dirigeva le comunicazioni dell’armata, si unì alle formazioni partigiane. Neppure Vlasov fu lasciato in balia del caso. Per ordine del Comando Supremo i partigiani lo cercarono tenacemente. Gruppi speciali di paracadutisti, muniti di radio emittenti, furono lanciati nella zona in cui poteva trovarsi”. Di Vlasov però, in quella calda e tragica estate del ’42, nessuna traccia! E certo! Il “prode” militare si era imboscato, aspettando i soldati tedeschi nel villaggio di Pjatnitsa. Quando arrivarono, passò dalla loro parte costituendo la sua armata per metà mercenaria e per metà di disgraziati impauriti e minacciati. Solzhenitsyn esalta tale personaggio come candido e puro, quasi fosse un giglio! Non solo: ripete la storia dei battaglioni punitivi, delle compagnie di correzione che, da sole, avrebbero salvato Stalingrado. Un’intollerabile offesa, questa, a tutti gli eroi, spesso giovanissimi, che fecero di quella città la tomba del nazifascismo, ma anche un falso storico spudorato. Equipaggiate unicamente con artiglieria leggera, esigue nel numero, quelle compagnie mai avrebbero potuto frenare l’assalto della possente macchina bellica nazista, la quale, infatti, fu arrestata da armate, divisioni e reggimenti. Come funzionassero poi le famose “compagnie di correzione” ce lo dice apertamente un loro ex-componente, il cittadino Abram Rabinovich, il quale, negli anni ’70, scrive una lettera di vibrante protesta contro le bugie di Solzhenitsyn: “Chi incontrai nella compagnia di correzione? Si trattava soprattutto di uomini che, come me, non avevano eseguito quanto era stato loro comandato. La durata del servizio nelle compagnie di questo genere era molto breve. La prima vittoria nei combattimenti contro i tedeschi restituiva l’onore militare e comportava il ritorno al precedente posto di servizio”.
Le menzogne più colossali, però, in “Arcipelago Gulag”, sono dedicate ovviamente al sistema penale e detentivo. Solzhenitsyn gioca coi numeri, come farà poi, con perizia o mal destrezza, a seconda dei casi, tutta una pletora di studiosi o pseudotali, votati all’antisovietismo più viscerale, primo tra tutti Robert Conquest.
I documenti autentici desecretati oggi ci raccontano uno scenario del tutto diverso da quello prospettatoci da Solzhenitsyn e dai suoi sodali: non certo 7, 9, 10 milioni di reclusi, ma al massimo, negli anni di picco, 2 o poco più di sottoposti a misure restrittive della libertà. Nei campi, negli anni clou delle “purghe” (1936–1939), dipinti come oscuri e tremendi dalla propaganda antisovietica, c’erano non 7 milioni di reclusi, cifra data per certa nei brogliacci e nei libri dei professori della CIA e affini, ma appena 839406 nel 1936 e 1317195 nel 1939. Interessante è però,soprattutto, la cifra relativa ai detenuti politici: 127000 nel 1934 e 500000 (cifra massima) negli anni di guerra 1941 e 1942. Altro che prevalenza dei “politici” su delinquenti, soggetti deviati e pericolosi, ladri ecc… Questo, nell’“inferno” sovietico che oltretutto riabilitava col lavoro e retribuiva i detenuti, aprendogli le porte del riscatto! Nel “paradiso” a stelle e strisce tanto amato da Solzhenitsyn e dai suoi amici, invece, ancora oggi non si scende annualmente sotto la cifra di oltre 2000000 di carcerati e di circa 7000000 di sottoposti a misure restrittive. Tutte persone, queste, non certo partecipi di grandi imprese, come la costruzione di vie d’acqua e di opere pubbliche, ma sfruttate oscenamente e relegate ai margini. Anche il pianto sui quasi 60 milioni di repressi nell’era di Stalin si rivela, ad una rapida occhiata ed una elementare verifica, una truffa: negli anni ’30, nonostante i sabotaggi e le difficoltà scatenate dai kulaki, la popolazione cresce a ritmi superiori rispetto a quelli del mondo capitalista e i documenti attesteranno, al massimo, poco più di 600000 condanne a morte, perlopiù comminate nel 1937/38, nelle “purghe” spesso comandate da nemici del potere sovietico, infiltrati nei suoi gangli e sottoposte a revisione dallo stesso Governo e dal Partito.
Nel 1926, l’URSS conta 147 milioni di abitanti; nel 1939, sono più di 170 milioni. Chi e cosa sia stato “sterminato” non è dato saperlo. Nel 1959, nonostante i 20 milioni di morti della Grande Guerra Patriottica, il Paese arriverà a contare oltre 200 milioni di abitanti. Questa la cruda realtà, che ha la testa dura e che né Solzhenitsyn né nessun altro potrà mai scalfire.
L’intrepido letterato messosi al servizio dell’imperialismo, però, non si accontenta di questo: falsifica passi interi delle opere di Lenin, come quando pretende di sostenere che il padre della Rivoluzione d’Ottobre abbia detto: “Il terrore è un mezzo di persuasione” indicando come fonte il Vol. XXXIX delle Opere, pagine 404–405. Una semplice ricerca, ci mostra come Lenin abbia detto tutt’altro, parlando del terrorismo collaudato e imposto dalle armate bianche durante la guerra civile: “Se tentassimo d’influire su queste truppe, costituite dal banditismo internazionale e inferocite dalla guerra, con le parole, con la persuasione, con mezzi diversi dal terrore, non reggeremmo nemmeno per due mesi: saremmo degli stupidi”. Un ragionamento chiaro, contingente, lapalissiano, spacciato per programma politico permanente da Solzhenitsyn. Una malafede più evidente è difficilmente immaginabile.
Intanto, lo scrittore, incassati i proventi del Premio Nobel, che si aggiungono a pingui averi personali, continua a recitare ipocritamente la parte del povero e del perseguitato: Natalja Rescetovskaja, l’ex-moglie, nelle sue memorie e nei suoi interventi sarà su questo impietosa, per amore di verità e per dignità femminile, descrivendo un uomo egoista e narcisista. Per inciso, va detto che ogni tentativo di spacciare per patacche del KGB le affermazioni della Rescetovskaja è caduto miseramente nel vuoto, rivelandosi la solita manovra intossicante della premiata ditta Andrew-Gordievskij, operante sotto l’ala dei servizi segreti inglesi, gli stessi che hanno confezionato, alla fine del 1990 la bufala del “Dossier Mitrokhin” e concepito, negli anni 2000, altre operazioni di disinformazione contro Putin. Questi due autori (uno dei quali un traditore della sua Patria, ex-agente del KGB), hanno parlato di una non meglio dimostrata misura attiva, concepita dal capo del KGB Andropov, a partire dal settembre del 1974, per danneggiare Solzhenitsyn, senza tener conto tra le altre cose del fatto che la Rescetovskaja ben prima di quella data aveva rivelato al mondo certi particolari ancora oggi non smentiti da alcuno (del 1973 è un suo articolo, pubblicato addirittura dal “New York Times”).
Ad ogni modo, al principio degli anni ’70, Solzhenitsyn è proprietario o comunque fruitore di tre automobili Moskvich, variamente intestate, della dacia personale denominata “Borzovka”, una lussuosa villa immersa nel verde, di un appartamento di tre camere a Rjazan in cui abita la Rescetovskaja, nonché di un altro alloggio ancora più confortevole, di cinque camere, a Mosca, in cui vive la seconda moglie, Natalija Svetlova. Oltre a ciò, i risparmi personali messi “sotto il materasso“, i 78000 dollari del Premio Nobel, nonché, secondo i calcoli della stampa occidentale, 1500000 dollari giacenti in un conto svizzero amministrato dal solerte avvocato Heeb, al numero 57C della Bahnhofstrasse di Zurigo. Altro che povertà! Qui c’è un autentico nababbo… Un nababbo che, in odio al governo sovietico, non esita a intensificare, sotto al naso delle autorità sovietiche, per pura provocazione, i contatti con i circoli più retrivi e guerrafondai, forieri di concezioni nazistoidi e belliciste pericolosissime. Concezioni che Solzhenitsyn non solo non cerca di mitigare, ma anzi fa di tutto per inasprire proprio per procurarsi quegli strali e quelle misure tanto utili, a lui, per giocare al perseguitato. Dinanzi a ciò, nel febbraio 1974, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, con un atto reso immediatamente pubblico, decide di togliere la cittadinanza sovietica ad Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn.
Lo scrittore ha raggiunto il suo scopo! Da quel momento viaggia in tutte le contrade del mondo capitalista, spargendo ai quattro venti il suo verbo, non ammantato nemmeno dalla più esile autocensura. Negli USA, nel 1975, l Congresso degli Stati Uniti e al vertice del Sindacato invita apertamente a boicottare la distensione, a rifiutare ogni collaborazione con l’URSS: “per favore, ingeritevi più spesso nelle nostre questioni interne”, dice Solzhenitsyn ai parlamentari statunitensi, molti dei quali colgono la palla al balzo… Nel 1976, in Spagna, manifesta inquietudine per la fine del franchismo e auspica il prosieguo della dittatura, mentre dispensa ammirazione per Pinochet e appoggia attivamente la guerra imperialista nel Vietnam. Altro che campione di libertà! Altro che paladino del “mondo libero”! Solzhenitsyn si rivela pienamente quello che il potere sovietico, a parte la parentesi kruscioviana, aveva riconosciuto essere: un irriducibile nemico del comunismo, della pace tra i popoli, della vera libertà e dell’emancipazione degli sfruttati. Dopo il 1991, i suoi strali li dirige contro il capitalismo selvaggio e il liberismo devastatori della Russia, ma niente e nessuno muta la sua visione del mondo reazionaria, “feudale” ed anticomunista. Lo scrittore muore a Mosca il 3 agosto del 2008: se ne va in quella data un’icona della Guerra Fredda, idolatrata ed elevata a mito, per le supreme esigenze della borghesia imperialista.

Bibliografia:
A.I. Solzhenitsyn: Arcipelago Gulag, Mondadori, 2013
Idem: Una giornata di Ivan Denisovich, Einaudi, 1999
Idem (da anonimo): Divisione Cancro, Il Saggiatore, 1968
Idem: La quercia e il vitello, Mondadori, 1975
Idem: Agosto 1914, Mondadori, 1972 Risposta a Solhenitsyn – “L’arcipelago delle menzogne”: Novosti, 1974
N. Rescetovskaja: Mio marito Solgenitsyn, Teti, 1974
T. Resac: La spirale delle contraddizioni di Aleksandr Solgenitsyn, Teti, 1974

Fonte Sito Aurora




La più grande operazione della seconda guerra mondiale


Agosto 1945: l'URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon


Il 15 agosto 1945, l'imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di "sopportare l'insopportabile". L'"insopportabile" era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l'ultimo Paese dell'Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l'impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell'Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l'URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l'impegno militare in Asia non prima dell'eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all'Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l'Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d'armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l'ultimatum minacciando il Giappone di "distruzione totale" se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d'ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt'altro che convinto che l'atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l'URSS s'impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell'impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l'Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d'assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l'incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L'Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l'Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
Di fronte l'Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un'industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l'ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall'Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall'assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell'arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un'ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L'armata principale dell'esercito imperiale prima del 1941, l'Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l'esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l'ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l'acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L'Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L'Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall'immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l'Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l'avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull'impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all'avversario l'avanzata. L'aggressività offensiva, la strategia dell'esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all'ultimo uomo, nella speranza di esaurire l'avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l'Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all'Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L'esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l'esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L'obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all'Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l'isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell'arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l'Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell'estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell'esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell'invertire il corso della storia.
In sintesi, l'obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell'avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l'errore ripetuto rigidamente dall'alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l'iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l'Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L'offensiva sovietica
Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l'Armata Rossa iniziò l'offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L'offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l'Armata del Kwantung. Il cuore dell'offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l'esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L'armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell'artiglieria pesante e della fanteria d'assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d'élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell'Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L'isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L'11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L'Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d'artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall'assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l'Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l'assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L'Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E' in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell'interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d'assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell'agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell'offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell'invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, "non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l'entrata in guerra dell'URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali... Ora possiamo preparare l'invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s'è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto". (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell'ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: "La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l'assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L'impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l'assalto diretto sull'ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung... Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell'ex-alleata". Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell'intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell'entrata in guerra dell'URSS la seguente dichiarazione: "Sono felice dell'entrata in guerra dell'Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l'est, gli alleati l'ovest. Ora siamo l'est e la Russia è l'ovest, ma il risultato sarà lo stesso". (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l'effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l'impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all'attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all'imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all'entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell'altro, testimoniare contro l'imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l'entrata in guerra dell'URSS furono evocate da questa frase criptica: "La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi". L'allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l'enorme potere distruttivo dell'atomo impressionò e per salvare "la civiltà umana... dalla totale estinzione" che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall'URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell'Unione Sovietica mise il Giappone nella "peggiore situazione possibile". Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi "nell'interesse della pace e dell'umanità". (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L'invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l'uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell'URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l'occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell'Armata Rossa avrebbe concesso un posto all'URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.

Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

























La rivoluzione d'ottobre oggi:
combattere con tenacia e determinazione il revisionismo e il riformismo


Per celebrare il 99esimo anno della rivoluzione bolscevica abbiamo scelto un articolo che mette in risalto il ruolo del compagno STALIN non certo al fine di idolatrarne la figura ma per contestualizzarne l'immensa opera rivoluzionaria. Considerando i persistenti e continui tentativi che da più parti della sinistra borghese (ed anche negli ambienti del così detto antagonismo) di denigrare la figura di Stalin per fini opportunistici mettendo in discussione l'intero impianto della teoria e della coscienza rivoluzionaria comunista, crediamo sia utile ricordare la "pratica" rivoluzionaria di questo compagno contrastando tutti i revisionismi e i riformismi.
W LA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE, VIVA LENIN, VIVA IL COMPAGNO STALIN!
(la Redazione di Aurora proletaria)


IL RUOLO DI STALIN NELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE



Va di moda presentare la Rivoluzione d'Ottobre come un evento da cui Stalin sarebbe stato del tutto estraneo. Anzi, si è giunti pure a dire che essa è stata diretta e capeggiata da Trotskij e che questi avrebbe avuto un ruolo ancora maggiore del reale ispiratore e condottiero dell'epopea rivoluzionaria russa, Vladimir Lenin. Tutte queste sono falsificazioni storiche atte ad estraniare il marxismo-leninismo dalla Rivoluzione d'Ottobre; erano già state propugnate dai trotskisti all'indomani e anche prima della vittoria della linea marxista-leninista capeggiata da Stalin nel partito bolscevico, dopo la morte di Lenin, quando giunsero ad estraniare quest'ultimo dal suo ruolo fondamentale nella Rivoluzione e a sostituirlo con Trotskij.

Per tutto il corso della Rivoluzione d'Ottobre e degli eventi che portarono all'insurrezione del 7 novembre 1917, Stalin si considerò sempre un allievo di Lenin in ogni campo. Già dopo avere intrapreso lo studio delle opere di Marx, Engels e Lenin, infatti, Iosif Vissarionovic era entrato nel POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) e aveva capeggiato la minoranza (e poi maggioranza) marxista in Transcaucasia. Fu nel corso di questi anni che, temprandosi come rivoluzionario, Stalin arrivò ai vertici del Partito e lavorò in stretto contatto con Lenin.

Già nel VI Congresso del POSDR(b), Stalin (insieme a Sverdlov e Orghonikidze) era stato scelto da Lenin per rappresentare la sua linea, poiché egli era assente per sfuggire alla persecuzione spietata attuata dal governo di Kerenskij nei confronti dei bolscevichi. Nel corso del Congresso la linea leninista ottenne degli importanti successi, in quanto riuscì a far inserire il centralismo democratico nello Statuto, a respingere le proposte della fazione trotskista di aspettare lo scoppio della rivoluzione in Europa e quelle di Bucharin, il quale si opponeva all'alleanza con i contadini.

Fu pochi giorni prima dell'insurrezione che già si delineavano le differenze fra la linea di Lenin e quella di Trotskij. Questi infatti proponeva di attendere il Congresso dei Soviet prima di scatenare l'insurrezione, cosa che ne avrebbe decretato la disfatta. Lenin invece capì che occorreva lanciare subito l'insurrezione armata e non dare tempo al governo per rispondere. Analogamente avvenne un'aspra lotta fra le posizioni leniniste e quelle di Kamenev e Zinov'ev. Stalin appoggia la linea leninista su ogni questione e, quando viene costituito l'Ufficio Politico del Comitato Centrale incaricato di dirigere la rivolta, fu chiamato a farne parte.

In sede di Comitato Centrale, venne eletto il centro del Partito per il coordinamento dell'insurrezione, composto da Stalin (in qualità di presidente), Sverdlov, Dzherzinskij, Bubnov e Uritsky. E fu svolgendo questo importante incarico che in prima persona, assieme al Comitato Militare Rivoluzionario, dall'istituto Smolny, diresse le guardie rosse nella presa del potere.

Anni più tardi, nel 1924, in “Trotskismo o leninismo?” ricorderà: “In tal modo, a questa seduta del CC (si riferisce a quella dove venne eletto il centro del Partito per il coordinamento dell'insurrezione) è accaduto, come vedete, qualcosa di ‘orrendo', cioè nel centro pratico, chiamato a dirigere l'insurrezione, non è entrato, strano a dirsi, ‘l'animatore', la ‘figura principale', ‘l'unico dirigente' dell'insurrezione, Trotskij. Come conciliare questo con l'opinione corrente sulla funzione particolare di Trotskij? (…) non vi è, in fondo, nulla di strano, poiché Trotskij, persona relativamente nuova per il nostro Partito nel periodo dell'Ottobre, non ha avuto e non poteva avere nessuna funzione particolare né nel Partito né nell'insurrezione dell'Ottobre. Egli, come tutti i dirigenti responsabili, non era che un esecutore della volontà del CC e dei suoi organi. Chi conosce il meccanismo di direzione del partito bolscevico, capirà senza grandi difficoltà che la cosa non avrebbe neppure potuto essere differente: sarebbe bastato che Trotskij trasgredisse la volontà del CC perché egli perdesse ogni influenza sul corso degli avvenimenti. Le chiacchiere sulla funzione particolare di Trotskij sono una leggenda, propugnata dalle servizievoli comare del Partito” .

È chiaro che Trotskij non aveva alcuna funzione dirigente nella Rivoluzione d'Ottobre, mentre Stalin ne era un comandante in prima linea. Questo, però, senza che negasse mai la funzione centrale di Lenin e del leninismo come guida della Rivoluzione: sicuramente, senza la profonda elaborazione teorica e pratica di Lenin e del suo approfondimento del marxismo, difficilmente sarebbe esistito il partito bolscevico e non sarebbe stato capace di portare alla vittoria la rivoluzione in Russia.

Ma non solo Stalin svolse un ruolo centrale nel trionfo della Rivoluzione; lo svolse anche nella sua difesa e nel suo consolidamento durante la guerra civile. Quando cioè venne inviato anche nei fronti più pericolosi e in bilico, dove riorganizzò le forze dell'Armata Rossa e permise loro di vincere i “bianchi” e i loro alleati controrivoluzionari esteri. In particolare, è da ricordare la vittoria decisiva ottenuta a Tsaritsyn (non a caso rinominata in seguito Stalingrado, dal 1962 Volgograd), dove sconfisse le armate bianche impedendo loro di aprire una nuova falla nel fronte che li avrebbe portati a privare il governo centrale dei centri di approvvigionamento del grano del bacino del Volga.

E benché si fosse guadagnato la fiducia di vari dirigenti bolscevichi, Trotskij, a capo dell'Armata Rossa, disorientò notevolmente i soldati con le sue tattiche inconcludenti e non fu capace di frenare la corruzione e la scarsa disciplina dilaganti. In particolare fu controproducente reintegrare i vecchi generali zaristi senza neanche testarne l'attaccamento alla causa del socialismo. Più volte, infatti, Stalin dovette scontrarsi con Trotskij riguardo alle tattiche da adottare e quelle che mise in pratica a Tsaritsyn si rivelarono nei fatti vincenti.

Tutto questo senza rimarcare che fu Stalin il dirigente del partito bolscevico nella costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Morto prematuramente Lenin, egli seppe contrastare con efficacia e determinazione le manovre tese ad approfittare della morte del grande dirigente bolscevico per far deragliare la linea per l'edificazione socialista. La linea rappresentata da Stalin si rivelerà a tutti gli effetti esatta, in quanto permise all'URSS di diventare in breve tempo uno Stato moderno e in marcia spedita verso il socialismo.

Occorre far capire il ruolo reale di Stalin e quello di Trotskij nella Rivoluzione d'Ottobre in quanto non si tratta solo della differenza della dirigenza di due persone, ma di intere differenze di linea. Se l'URSS è potuta proseguire nella costruzione del socialismo fino alla brusca interruzione avvenuta con il XX Congresso del PCUS, questo è solo grazie alla linea marxista-leninista implementata e difesa da Stalin.

E se tutti i partiti comunisti e i popoli del mondo che si sono lanciati nell'esperienza della costruzione del socialismo nei loro paesi, lo hanno fatto innalzando la bandiera rossa di Stalin, significa che questa è la bandiera della vittoria.

Fonte : http://scintillarossa.altervista.org/specialeottobre/Ottobre_Stalin.htm




La rivolta ungherese del 1956


Il 23 ottobre 1956 inizió la rivolta fascista ungherese, ideata e diretta dalle agenzie d'intelligence occidentali


Negli ultimi 25 anni gli storici e i giornalisti cercano di presentare l'Ungheria nel 1956 come una rivolta spontanea delle masse contro il sanguinario regime filo-sovietico di Matyas Rakosi e del suo successore Erno Gero. Ma in realtagrave;, l'intero scenario di questa orgia fu, dall'inizio alla fine, tracciato dalla Central Intelligence Agency, e se non fosse stato per il tempestivo intervento dei militari sovietici, l'Ungheria sarebbe diventata la prima vittima della rivoluzione arancione, come si chiamerebbe oggi una tale rivoluzione occidentale, allora ancora sconosciuta, ma la cui attuazione rientrava in quel tipo di operazione. L'operazione ebbe inizio con l'offensiva della disinformazione, quando centinaia di palloni iniziarono a lanciare volantini sull'Ungheria. Nella prima metà del 1956 furono registrati 293 casi della loro intrusione nello spazio aereo del Paese, e il 19 luglio causarono un incidente ad un aereo passeggeri. Dalla sera del 1 ottobre 1954, dalle parti di Monaco di Baviera, iniziarono a lanciare migliaia di palloncini, a ondate di 200-300, ognuno di loro trasportava tra 300 e 1000 volantini. Volantini trovarono terreno fertile. Durante la guerra, l'Ungheria aveva combattuto contro i sovietici dalla parte di Hitler, e molti ungheresi furono uccisi o fatti prigionieri dai sovietici. I loro parenti, naturalmente, non avevano alcun motivo di essere a favore dei sovietici, e molti li odiavano anche per gli eventi del 1848-49. Tuttavia, le speranze degli statunitensi erano riposte non tanto sulla popolazione, ma sui fascisti ungheresi superstiti, alcuni di loro sono fuggirono con i tedeschi in Austria, e quelli che non ne ebbero il tempo, istituirono delle organizzazioni segrete nel Paese. Le piú grandi furono "Spada e croce", "La Guardia Bianca", "Divisione Botond", "Unione dei Cadetti", "Partigiani bianchi", "Patto di sangue", "Movimento di resistenza ungherese" e "Movimento di resistenza nazionale." La maggior parte delle attività sovversive erano effettuate dalla Chiesa cattolica ungherese, guidata dal cardinale Jozsef Mindszenty. Tra i gruppi politici clandestini, un ruolo particolarmente pericoloso fu giocato dal cosiddetto partito cristiano, fondato nel 1950. Il suo compito principale riguardava l'indottrinamento dei giovani. Sotto la guida diretta del partito, agiva l'organizzazione giovanile clericale illegale, che aveva creato diversi sacerdoti e dei monaci, che cominciarono ad attivarsi nel 1949-1951. Tali chierici agirono in varie forme, tra cui conferenze, distribuzione di opuscoli e volantini. In uno di essi, dal titolo "Appello virile" alla gioventú, impartiva tale direttiva: "...verrà il momento in cui si avrà l'ordine da Dio di distruggere, distruggere, distruggere".
Le attività delle organizzazioni clericali clandestine non poteva avvenire senza significativi "sussidi" finanziari dall'esterno. Cosí, il "Fronte cristiano" ricevette dai suoi sostenitori stranieri 130.000 fiorini, la "Congregazione di Maria" 75mila nel 1951 e nel 1954, 30mila nel 1955 e 90 mila nel novembre 1956. Presso la sede del Regnum Marianum, quando la sicurezza dell'AVH mise fine alla sua attività criminale, furono trovati 258230 fiorini, 45 napoleoni, 67 macchine da scrivere, 12 ciclostile e macchine di stampa. Il ruolo di coordinamento della cosiddetta "resistenza popolare" fu svolto dal "Comitato Free Europe" e dalle sue agenzie specializzate, attraverso diplomatici, spie e vari emissari, ed attraverso la trasmissione dei programmi radio mirati.
Gli eventi ungheresi cominciarono il 23 ottobre. Alle 3 del pomeriggio, inizió la manifestazione, cui parteciparono circa un migliaio di persone, tra cui studenti e intellettuali. I manifestanti portavano bandiere rosse, striscioni su cui erano scritti gli slogan di amicizia sovietico-ungherese. Tuttavia, lungo il percorso ai manifestanti si unirono gruppi radicali che gridavano slogan di altro tipo, chiedendo il ripristino del vecchio emblema nazionale ungherese, della vecchia festa nazionale invece del giorno della liberazione dal fascismo, l'eliminazione dell'addestramento militare e delle lezioni di russo.
Alle 19.00, i ribelli sequestrarono degli autoparchi per poi consegnare ai "manifestanti" vari oggetti presi da camion e autobus. Alle 20 in punto, alla radio il primo segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio Ungherese, Erno Gero, tenne un discorso condannando duramente i manifestanti. In risposta a ció, un folto gruppo di manifestanti cercó di prendere d'assalto la sede della Radio, chiedendo la trasmissione dei punti del programma dei manifestanti. Questo tentativo portó a uno scontro con l'unità della Sicurezza AVH, posta a difesa della sede della Radio di Stato ungherese, per cui dopo le 21 vi furono morti e feriti. Allo stesso tempo, un gruppo di ribelli armati catturó la caserma Kilian che ospitava tre battaglioni di genieri, sequestrandone le armi. Molti soldati si unirono agli insorti, a cui si aggiunse il colonnello delle truppe corazzate Pal Maléter, che diresse dalla caserma gli insorti. Presto divenne uno dei capi militari della ribellione. Il capo della polizia di Budapest, il tenente-colonnello Sandor Opachi ordinó di non sparare contro gli insorti, e di non interferire nelle loro azioni. Aveva implicitamente permesso che si radunasse una folla davanti al comando, che chiedeva la liberazione dei prigionieri e il ritiro delle stelle rosse dalla facciata. Alle ore 23, sulla base della decisione del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista, il capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate dell'URSS, il maresciallo Vasilij Sokolovskij ordinó al comandante del Corpo speciale d'iniziare l'avanzata su Budapest a sostegno delle forze ungheresi, "per il ripristino e la creazione delle condizioni per un lavoro creativo pacifico". E le unità del Corpo speciale arrivarono a Budapest alle 6 del mattino, scontrandosi con l'insurrezione e i militari ungheresi. Le forze militari dei ribelli di Budapest s'erano concentrate principalmente nelle zone VIII e IX, nonché nel distretto di Seina. Nella notte del 24 ottobre a Budapest entrarono circa seimila soldati dell'esercito sovietico, con 290 carri armati T-44, T-54, IS-3 e 120 BTR-152. In mattinata, in città arrivó la 33.ma Divisione meccanizzata della Guardia, e la sera la 128.ma Divisione fucilieri della Guardia, in seguito chiamato Corpo Speciale. Nel corso di una manifestazione davanti al parlamento, esplosero gli incidenti: dai piani superiori aprirono il fuoco uccidendo l'ufficiale di un carro armato sovietico che fu poi bruciato. In risposta, le truppe sovietiche aprirono il fuoco sui manifestanti, provocando 61 morti e 284 feriti.
I rivoluzionari uccisero diversi aderenti al Partito Comunista, all'avvio della rivoluzione di Gladio.
Le forze controrivoluzionarie organizzate hanno trovato subito il sostegno di elementi criminali. Tutti i documenti disponibili mostrano il grande ruolo svolto dai criminali nelle bande controrivoluzionarie. Un reggimento di fanteria si scontró, il 26 ottobre a Budapest, con un gruppo di controrivoluzionari catturando 23 banditi. La stragrande maggioranza dei criminali catturati erano evasi da una prigione. Nel complesso, tra il 25 e il 31 ottobre, furono rilasciati 9962 criminali e 3324 criminali politici, molti dei quali ricevettero un fucile, e la maggior parte di questi ultimi era coinvolta in attività politiche controrivoluzionarie. Parteciparono ai combattimenti anche semplici persone traviate, facendosi coinvolgere dalla propaganda contro-rivoluzionaria, scesero in strada con le armi, in primo luogo per l'attuazione dello slogan del "comunismo nazionale". La responsabilità dei loro errori e della loro morte si trova nel "partito di opposizione", nelle sue ideologia e propaganda demagogiche. Tra coloro che si trovarono dal lato della controrivoluzione, senza condividerne i veri obiettivi, una parte significativa era giovane. I leader degli agitatori della ribellione di Free Europe, approfittarono con incredibile cinismo dell'immaturità politica, dei sentimenti patriottici e del sogno di gesta eroiche di bambini, adolescenti e giovani. Ció puó spiegare alcuni dati. Durante il periodo di scontri armati, furono segnalati un totale di circa 3 mila morti, il 20% dei quali aveva un'età inferiore ai 20 anni, il 28% tra i 20 e i 29 anni. Tra i feriti, la percentuale di giovani era del 25%, e piú della metà di loro di età tra i 19 e i 30 anni. La leadership della rivolta era di Radio Free Europe a Monaco. Con alcuni dei principali gruppi armati che avevano il supporto radiofonico diretto da RFE. Cosí, una banda del vicolo Corwin aveva due sessioni al giorno: alle 23 Free Europe passava loro direttive e istruzioni, e alle 01:00 inviava informazioni ai ribelli.
Erno Gero fu sostituito come Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio da Janos Kadar, e fu avviata l'azione del gruppo meridionale di Szolnok delle Forze sovietiche. Il primo ministro Imre Nagy parló alla radio, riferendo alle parti in conflitto una proposta di cessate il fuoco. Il 29 ottobre, i combattimenti si fermarono e per la prima volta in cinque giorni, per le strade di Budapest vi fu il silenzio. Le truppe sovietiche iniziarono a lasciare Budapest. Ma non appena i sovietici lasciarono Budapest, ribelli andarono di nuovo all'offensiva. Liberato dalla prigione, l'ex-ufficiale dell'esercito di Horthy, Bela Kiraly, che nell'esercito popolare ungherese aveva il grado di generale, ma che poi fu condannato per spionaggio all'ergastolo, organizzó insieme al Comitato Maléter le forze armate rivoluzionarie. Formazioni armate di questo comitato iniziarono a uccidere i comunisti e il personale dell'AVH fatti sbandare da Imre Nagy. Furono riportati anche casi di uccisioni di soldati sovietici in congedo e in diverse città d'Ungheria. Gli insorti avevano catturato la sede del comitato cittadino di Budapest del Partito dei lavoratori ungheresi, e piú di 20 comunisti furono impiccati. Le immagini dei comunisti appese e torturati, con volti sfigurati dall'acido, fecero il giro del mondo.
La rivolta si diffuse in altre città, si diffuse il caos. Il servizio ferroviario fu interrotto e cessarono di operare aeroporti, negozi e banche furono chiusi. Gli insorti si aggiravano per le strade, sequestrando gli agenti della sicurezza. Venivano riconosciuti dalle famose scarpe gialle, fatti a pezzi o appesi per i piedi, a volte castrati. I ritratti dei leader di partito vennero sfigurati con enormi chiodi e venivano incendiati i ritratti di Lenin. Ogni giorno che passava, Imre Nagy si allontanava sempre piú dalla suo passato. Il 1 novembre annunciava il ritiro dell'Ungheria dal Patto di Varsavia, e ministro della difesa fu nominato lo stesso Maléter, assegnandogli il grado di generale e inserendolo nel governo, e facendo scarcerare il cardinale Jozsef Mindszenty. Il 3 novembre Kiraly fu nominato comandante della Guardia Nazionale.
Gli Ussari di Kàdàr erano i reparti armati del Partito comunista ungherese che combatterono la controrivoluzione di Gladio in Ungheria.
Una volta che le truppe sovietiche lasciarono l'Ungheria, come Nagy aveva chiesto, delle truppe si concentrarono al confine ungherese-austriaco, nella neutrale Austria, pronte ad aiutare i ribelli.
Si dovette ricorrere a uno stratagemma: per discutere i termini del ritiro delle truppe sovietiche nel quartier generale del Corpo speciale fu invitato il Magg. Gen. Pal Maléter, che fece parte della delegazione ufficiale che la sera del 3 novembre arrivó nella base militare sovietica Csepel, sull'isola di Tekel, da Budapest. Assieme a lui nella delegazione vi erano il ministro Ferenc Erdei, il Capo di Stato Maggiore generale Istvan Kovacs e il direttore delle operazioni dello Stato Maggiore, colonnello Miklos Szucs. A mezzanotte nella stanza in cui si svolgevano i negoziati giunse il presidente del KGB Ivan Serov, arrestando tutta la delegazione ungherese. L'Ungheria rimase senza leadership militare. La mattina del 4 novembre cominciarono ad entrare in Ungheria nuove truppe sovietiche sotto il comando del Comandante del Patto di Varsavia, il maresciallo dell'Unione Sovietica Ivan Konev, in conformità con il piano dell'"Operazione Vortice". Il Corpo speciale aveva il compito primario di sconfiggere le forze del nemico. Il corpo era rimasto lo stesso, ma aveva aumentato il numero di carri armati, artiglieria e unità aeree. Le divisioni dovevano svolgere le seguenti attività:
La 2.nda Divisione di Fanteria Meccanizzata della Guardia, catturare la parte nord-orientale e centrale di Budapest, i ponti principali sul Danubio, il Palazzo del Parlamento, la Centrale telefonica, il Ministero della Difesa, la stazione Nyugati, il dipartimento di polizia e le caserme delle basi militari ungheresi, per evitare l'arrivo di ribelli a Budapest da nord e da est;
La 33.ma Divisione meccanizzata della Guardia, occupare il sud-est e il centri di Budapest, i ponti sul Danubio, l'Ufficio centrale, Via Corwin, la stazione Keleti, la stazione radio Kossuth, l'arsenale Csepel, le caserme delle unità militari ungheresi e impedire l'avvicinamento di ribelli a Budapest da sud-est;
La 128.ma Divisione Fucilieri della Guardia, doveva occupare la parte occidentale di Budapest, il centro comando della difesa aerea, il quartiere Mosca, la fortezza della collina Gellert, le caserme e impedire l'arrivo di ribelli ungheresi da ovest.
Per catturare gli obiettivi piú importanti, in tutte le divisioni furono create una o due unità avanzate speciali, basati su un battaglione di fanteria con 100-150 elementi su veicoli blindati, rinforzati da 10-12 carri armati.
Il 4 novembre inizió l'"Operazione Vortice". Gli obiettivi principali di Budapest furono occupati, i membri del governo Nagy si rifugiarono nell'ambasciata jugoslava. Tuttavia, le unità della Guardia Nazionale e singole unità militari ungheresi continuarono a contrastare le truppe sovietiche, che utilizzarono l'artiglieria contro le sacche di resistenza per poi rastrellarle con la fanteria appoggiata dai carri armati. Alle 8:30 i paracadutisti del 108.vo Reggimento Aeroportato della Guardia, in concomitanza con il 37.mo reggimento carri della Seconda Divisione Meccanizzata della Guardie catturarono 13 generali e 300 ufficiali del ministero della Difesa e li portarono presso il comando del generale dell'esercito Malinin. Le forze armate ungheresi furono completamente paralizzate. Nonostante la superiorità sovietica in personale e attrezzature, gli insorti ungheresi ne ostacolarono l'avanzata. Poco dopo le 08:00, a Budapest la radio aveva diffuso un appello di scrittori e scienziati di tutto il mondo, per aiutare il popolo ungherese. Ma per il momento le unità corazzate sovietiche avevano completato l'operazione e difendevano i ponti di Budapest sul Danubio, il Parlamento e la centrale telefonica. Combattimenti particolarmente feroci, come previsto, si ebbero a Corwin, nel Palazzo del Parlamento e nel Palazzo Reale. A mezzogiorno del 5 novembre nella capitale, l'unico centro di resistenza era nel quartiere di via Corwin. Per sopprimerlo furono schierati 11 battaglioni di artiglieria, con circa 170 cannoni e mortai, oltre a decine di carri armati. La sera, la resistenza degli insorti in tutto il quartiere finí.
Il 6 novembre l'esercito sovietico a Budapest continuó ad eliminare gli ultimi gruppi armati e punti di resistenza. I combattimenti continuarono fino alla serata del 6 novembre. Il 10 novembre i combattimenti cessarono. Imre Nagy e i suoi complici si rifugiarono nell'ambasciata jugoslava, ma il 22 vennero attirati fuori e arrestati. Il 16 giugno 1958 Maléter e gli altri golpisti furono impiccati. Il 16 giugno 1983 i resti di Nagy e Maléter furono solennemente seppelliti a Budapest, nella piazza Scoma. Kieraly riuscí a fuggire in Austria e presto divenne vicepresidente del Consiglio rivoluzionario ungherese a Strasburgo. Poi si trasferí negli Stati Uniti, dove fondó il Comitato ungherese e l'Associazione dei combattenti per la libertà. Nel 1990 tornó in Ungheria, ebbe il grado di colonnello e divenne un membro del parlamento. Morí il 4 luglio 2009.A fianco delle truppe sovietiche agirono il Corpo dei Volontari degli Ussari di Kadar, che indossavano giacche imbottite ed erano membri della Unione della Gioventú Comunista dei Lavoratori d'Ungheria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora fonte : SitoAurora




La Rivolta di Piazza Statuto - Torino 1962


Dario Lanzardo - La rivolta di piazza Statuto - Torino luglio 1962

Nell'estate del 1962, dopo un decennio in cui il padronato aveva dettato le sue leggi e condizionato la classe operaia al silenzio, la Fiat si risveglia. Sono i grandi scioperi che aprono una stagione di lotte ancora lungi dall'essere conclusa .
Ma, nella Torino del "boom ", diventata centro di immigrazione importantissimo dal Sud, le contraddizioni non sono solo quelle della classe operaia delle grandi fabbriche : ci sono le piccole, dove pure la lotta si é accesa ancor prima che alla Fiat, e dove lavorano, in condizioni spesso di supersfruttamento, operai di recente assunzione.
A Piazza Statuto, nel pieno delle lotte, un corteo di operai Fiat si reca a manifestare sotto la sede della Uil, sindacato allora fortemente compromesso nella repressione delle lotte e direttamente legato al padronato . La manifestazione si trasforma in tre giorni di battaglia con la polizia, in cui si incontrano operai torinesi e giovani immigrati, vecchie e nuove generazioni, e anche giovani emarginati del centro cittadino .
É il primo segno di una contraddizione sociale di tipo nuovo, é la prima rivolta che prelude a quelle del dopo '68. Sulla sua interpretazione si sono aperte polemiche contingenti e piú durature .
I " fatti di Piazza Statuto " sono entrati emblematicamente nella storia dell'Italia dell'ultimo ventennio, sempre citati, ma molto poco studiati.
II libro di Lanzardo, che allora era membro del gruppo dei "Quaderni Rossi " (che raccoglieva attorno a Panzieri giovani studiosi militanti fra cui Tronti, Asor Rosa, Negri, Rieser) documenta questa vicenda importantissima facendo parlare quelli che c’ erano : operai vecchi e giovani, torinesi e no, comunisti e senza partito, sindacalizzati e cani sciolti .
Ne deriva una ricostruzione appassionante, documentata anche da foto di allora, sulla quale certamente si aprirà un dibattito, perché Piazza Statuto resta un momento chiave della storia del movimento operaio italiano, per certuni ormai quasi mitico.

Dario Lanzardo é nato a La Spezia nel 1934 . Redattore di "Quaderni Rossi" fino allo scioglimento del gruppo, ha curato il reprint della rivista, due antologie di scritti di Raniero Panzieri e la riorganizzazione dell'archivio dell 'Istituto R. Morandi presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

É possibile consultare il libro nella versione PDF cliccando qui









Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

Referendum sulla costituzione

Votare o non votare, è questo il problema?

Lettera di un operaio FIAT di Torino

" FCA, la fabbrica modello "

Elezioni borghesi: un espediente per simulare il consenso popolare!

Lo scorso 19 giugno, con i ballottaggi, si sono consumate le ennesime elezioni previste dal sistema democratico borghese. Si trattava di elezioni amministrative ma di alto significato politico nazionale.

Collettivo Aurora
La crisi del sistema capitalista e la ricostruzione del partito comunista in Italia

Un appello alla trasformazione dei rapporti tra i comunisti, per l’ unione delle forze e la rinascita del movimento comunista.