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Lotte operaie e proletarie

Campagna di sostegno ai quattro lavoratori SAFIM licenziati per rappresaglia!


Quasi un anno fa la SAFIM, azienda del settore logistica situata a None (Torino) è licenziava 4 delegati, iscritti al SiCobas, perché colpevoli di aver sporto una denuncia all’Ispettorato del Lavoro. Secondo l’azienda tale denuncia avrebbe rotto il legame di fiducia coi dipendenti. Questo licenziamento ha, dunque, una chiara matrice politica: l’obiettivo è quello di eliminare dalla fabbrica i lavoratori più combattivi per imporre peggiori condizioni di lavoro a tutti. Da allora i 4 licenziati si sono mobilitati per costruire attorno alla loro vertenza personale un caso in grado di parlare anche a tanti altri licenziati politici.

SAFIM è un centro di smistamento del fresco. Esso parte del gruppo DIMAR, di proprietà della famiglia Crivello, sotto il cui controllo vi sono i centri di distribuzione come Mercatò, Famila, Bigstore e di 207 punti vendita i Franchising.

La storia della SAFIM è emblematica di un sistema, quello della logistica, che da tempo aveva individuato nella manodopera immigrata una potente chiave per aumentare i propri profitti. Lavoratori ricattabili perché per molti la perdita del posto di lavoro significa anche il rimpatrio, a causa di quella legge liberticida che è la Bossi-Fini. Così la SAFIM decide di appaltare la gestione del magazzino di None alla cooperativa Stella che impiega una forza lavoro prevalentemente straniera. Nei primi tempi i facchini sono costretti a turni di 12/14 ore senza straordinari pagati, senza diritti e con salari bassissimi. Dopo 5 anni di sacrifici ed umiliazioni, i facchini decidono di organizzarsi per difendere i loro diritti, così nel 2014 cominciano la loro lotta col sindacato SiCobas. Subito cominciano i comportamenti anti-sindacali della cooperativa Stella, spalleggiata dal committente SAFIM, che arriva a far firmare lettere di disdetta al sindacato, presentandole come "lettere necessarie per l’assunzione". I due anni seguenti sono segnati da scioperi, blocchi delle merci, picchetti in cui i lavoratori trovano anche il sostegno di tanti solidali ed in particolare dei lavoratori provenienti dal CAAT, i mercati generali dove nello stesso momento si stanno portando avanti rivendicazioni simili. Ma anche anni in cui comincia a diventare abituale la presenza di carabinieri, polizia, celerini e digos che si presenta in massa a tutelare il "diritto" della SAFIM di continuare a sfruttare i lavoratori come schiavi.

Perché è proprio l’ipersfruttamento dei facchini che ha reso possibile la crescita vertiginosa della SAFIM, passata da 20 ad oltre 200 lavoratori impiegati nel centro di None. Ma proprio questa alta concentrazione di lavoratori ha creato una miscela esplosiva che ha posto le basi per miglioramenti consistenti con l'applicazione del contratto della logistica a tutti i lavoratori della cooperativa. Miglioramenti tanto rilevanti da convincere la casa madre SAFIM che ormai non era più conveniente mantenere l'appalto alla cooperativa. Così a fine 2015 l’azienda propone ai lavoratori l’assunzione diretta. Ma dietro questa proposta c’è una trappola: in cambio l’azienda pretende che i lavoratori firmino un tombale, cioè rinuncino, in cambio di poche briciole, a tutto quanto gli era dovuto per gli anni trascorsi a lavorare con salari sotto i minimi del ccnl e con straordinari forfettizzati a 1 euro l'ora. I lavoratori vengono così assunti direttamente dai Crivello, titolari della SAFIM, ma la trattativa tra sindacato e azienda per la cifra del tombale (cioè quanto dovranno pagare per “condonare” gli abusi salariali degli anni passati) va avanti senza che si trovi l’accordo. Stanchi di questo comportamento 4 delegati decidono di denunciare l'azienda all’Ispettorato del Lavoro accusandola di comportamento antisindacale, lavoro nero, turni di quattordici ore senza riposo settimanale, razzismo. Per tutta risposta la SAFIM li licenzia in tronco perché sarebbe venuto meno “il legame di fiducia tra azienda e lavoratori”. Ma il motivo vero ce l'ha spiegato, forse involontariamente, il legale dell'azienda in un'intervista alla tv durante uno sciopero del marzo di quest’anno: "L'errore iniziale dei lavoratori è stato quello di affidarsi ad un sindacato non riconosciuto dall'azienda". Quasi che il sindacato debba essere riconosciuto dai padroni e non dai lavoratori!

La SAFIM, assistita e supportata da Confindustria e Questura, non vuole che la determinazione e il coraggio dimostrati nella lotta condotta da questi lavoratori, contro dei livelli di sfruttamento schiavizzanti, possa far presa su altri lavoratori: la lotta auto-organizzata come forma necessaria e legittima non deve passare! Una forma di lotta e di organizzazione che blocca merci e produzione, e si è rivelata spesso vincente anche in virtù della fragilità dell'organizzazione del lavoro. Da un lato l' azienda cerca infatti di espellere i lavoratori più combattivi e meno proni alle esigenze del mercato attraverso le misure repressive che ha a disposizione, usando tutti gli organi che lo stato mette al suo servizio (ricordiamo qui che rispetto alla repressione poliziesca del 17 marzo il questore in persona ha diretto l'attacco contro il presidio dei lavoratori, sguinzagliando per altro la celere anche contro alcuni solidali presenti nei diversi momenti della protesta); Dall'altro tenta di dividere l'unità del fronte operaio in lotta usando il miserabile strumento dell'offerta di danari.
E pur di stroncare questa organizzazione sono anche disposti a pagare come dimostra l’offerta di 12 mensilità per ogni lavoratore avanzata alla prima udienza. Offerta convintamente respinta dai lavoratori che pretendono di tornare al loro posto di lavoro per riprendere la lotta dove l’hanno dovuta lasciare.

Questi lavoratori oltre ad essere licenziati sono stati denunciati, insieme ad altri 30 compagni, per violenza, ed e stato chiesto loro di pagare danni per un milione di euro.

Questa vicenda parla a tutti i lavoratori e ai compagni che si oppongono all'ondata repressiva contro movimenti e organizzazioni di classe.

Essa si inquadra nella più generale ondata repressiva di cui l'ultimo capitolo è il decreto Minniti. E' parte di una vasta offensiva di classe che vede, nell'inasprimento autoritario dello stato, il meccanismo per frenare le lotte e per prevenire possibili insorgenze rivoluzionarie nel nostro paese cercando di stroncare sin da subito ogni tentativo di organizzazione dei lavoratori per poter realizzare il massimo profitto nella massima libertà d' azione. Questo è da sempre l'urgenza/obiettivo della classe padronale tutta. Vedi anche il caso della rappresaglia Vodafone contro i dipendenti resistenti Cobas di Ivrea o gli 82 licenziamenti preventivati dalla Savio che rifiuta di adottare i residui ammortizzatori sociali, per far passare il principio della libertà di licenziamento senza condizioni e mediazioni di sorta.
La struttura dominante, quindi, attraverso i suoi apparati e servizi - enti, istituti, pubblici e privati, più o meno legali più o meno nazionali - cerca di imporre in modo sempre più devastante il suo ordine sulla forza lavoro e cerca di rafforzare sempre di più la sua posizione, il suo potere, attraverso Governo, Magistratura e tutti gli altri organismi preposti al mantenimento dell'ordine borghese a dominio del mercato ed in nome di sempre maggiori profitti.

A proposito nella vicenda Safim questi esempi possono essere molto eloquenti:
-sentenza della corte di cassazione del 7/12/2016: la ricerca del massimo profitto aziendale è considerato “giusta causa” per licenziare un dipendente.
-Il “jobs act” è l'ultimo, in ordine cronologico, di una serie di provvedimenti che ha reso ancora più precario l’intero mondo del lavoro, esasperandone la concorrenza al ribasso tra lavoratori, dando ampia libertà alle aziende in materia di licenziamenti individuali e collettivi.

Pensiamo che Il ricorso legale contro il licenziamento di queste quattro avanguardie di lotta non debba essere l’unico mezzo per far recedere dalla sua decisione la SAFIM. I giudici sono anche essi parte del sistema di oppressione, e seguono l’evolversi delle tendenze e dell’involuzione autoritaria dell’ordinamento borghese.

La condotta di questi quattro lavoratori, nel rifiutare l’offerta di danaro perché vogliono continuare la lotta, ci pare esemplare.

Una condotta che bisogna sostenere e che il movimento torinese si deve assumere collettivamente.

Crediamo che la soluzione di questa significativa vertenza possa venire dalla lotta e dai conseguenti rapporti di forza che si sapranno costruire.

Rapporti di forza che per essere incisivi richiedono momenti di unità che solo un largo fronte di classe può offrire.

Facciamo appello ai singoli compagni e alle compagne, ai/alle militanti/e sindacali di base, al di la della tessere sindacale di appartenenza, a mobilitarsi su questa vicenda. Chiediamo a tutti e tutte di portare solidarietà, sostenendo e partecipando attivamente alle iniziative che verranno proposte del comitato cittadino, per una campagna cittadina. Una campagna che può diventare terreno di raccolta delle forze per per la difesa dei lavoratori colpiti dalla rappresaglia padronale e per costruire un largo fronte di resistenza e di lotta contro repressione e sfruttamento dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Comitato di sostegno ai 4 lavoratori Safim licenziati per rappresaglia




RISVEGLIO DI CLASSE ( sviluppare la lotta)


Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Redazione Aurora Proletaria


Compagne/i
Il momento è drammatico, la crisi economica strangola, rende difficile arrivare a fine mese, pagare l'affitto, pagare il mutuo, fare la spesa, mandare i figli a scuola, ecc.
L'incertezza e il rischio del proprio posto di lavoro è il baratro dentro la catastrofe. Tutto ciò è il frutto delle continue ristrutturazioni aziendali attuate a tutto campo dal governo e dai partiti borghesi e dai padroni con la complicità delle burocrazie sindacali asservite.
Ancora una volta gli operai vengono colpiti maggiormente da decreti legge, riforme e accordi contrattuali che limitano i loro diritti e le loro sicurezze, rendendoli ricattabili e licenziabili in qualsiasi momento secondo gli interessi del padrone.
Questi non hanno più vergogna di nulla, in alcune aziende sono state inserite telecamere e/o microchips che permettono di controllare gli spostamenti dei propri dipendenti, anche durante le loro pause, oppure come è successo alla Sevel ( gruppo FCA) in Abruzzo di un operaio, costretto a farsi i bisogni addosso perché gli è stato impedito di andare in bagno.
Per impedire che questi episodi e situazioni di vigilanza usati come metodi repressivi, diventino ordinari, occorre ritrovare e praticare forme di lotta che siano indipendenti alla linea degli apparati sindacali.
Per far ciò bisogna costruire nelle fabbriche e nei territori un' opposizione rappresentata da organismi unitari di tutta la massa sfruttata con alla testa gli operai più determinati e combattivi.

Segnali di risveglio vengono da alcuni settori operai come la logistica con forme di resistenza e lotte pagate anche a caro prezzo con l'allontanamento in reparti confino o il licenziamento di delegati sindacali pronti ad abbattere la prepotenza padronale, come nel caso della SEFIM di None in provincia di Torino.
Come operai dobbiamo sviluppare la resistenza e l'opposizione sindacale di classe, scontrandoci senza esitazioni con le strutture sindacali collaborazioniste.br> Organizzare un collegamento dei lavoratori al di là delle sigle sindacali per dare impulso alle mobilitazioni.
Fare un serio lavoro di elaborazione e sostegno delle rivendicazioni immediate più sentite dalle masse e preparare i lavoratori ad abbattere questo sistema, che va sostituito con un sistema in cui non vi saranno più sfruttati né sfruttatori, un sistema in cui saranno i lavoratori a dirigere e gestire.
I comunisti hanno un ruolo preciso da svolgere, per sostenere la lotta operaia, fare propaganda politica e sviluppare i livelli di coscienza.

Comitato operai nei reparti confino


Per la ripresa della lotta di classe


Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Redazione Aurora Proletaria


Fino a qualche anno fa il contratto nazionale era una conquista dei lavoratori che ottenevano il riconoscimento oltre che di un minimo di salario, anche di diritti e piccoli privilegi che gli consentivano una sopravvivenza più che dignitosa.
All’interno delle fabbriche, ora è esattamente il contrario, i rinnovi contrattuali sono terra di conquista dei padroni che tolgono salari e diritti. Ci sono già diversi esempi di rinnovo nazionali aberranti per i lavoratori (vedi igiene ambientale): ora si aggiunge all’elenco anche quello dei metalmeccanici.
I nostri baldi rappresentanti (purtroppo) ci raccontano che hanno fatto un lungo braccio di ferro con i padroni e che hanno fatto (fare) decine di ore di sciopero per rinnovare questo contratto; ci raccontano che i padroni non hanno interesse al rinnovo perché vogliono chiudere la contrattazione nazionale e spostare tutto sul secondo livello (azienda per azienda).
A noi pare, al contrario, che gli scioperi sono stati molto pochi e sospesi senza nemmeno aver ottenuto nulla rispetto alla posta in gioco; pare che il braccio di ferro fosse solo una pantomima che serviva a confermare il ruolo di entrambe le parti:
Federmeccanica che deve tenere insieme i padroni o se ne vanno, come ha fatto la FIAT; le OO.SS. che hanno la possibilità di mantenere un ruolo quasi da stato parallelo, dato che poi gli accordi superano addirittura con le leggi dello Stato e sono riconosciuti anche dalla Magistratura,
Dicevamo quindi che, dopo un anno di “pretattica”, senza una reale mobilitazione, siamo arrivati al rinnovo del CCNL.
Una trattativa al ribasso quella tra padroni e OO.SS. Confederali, all’insegna del mancato coinvolgimento di coloro che avrebbero dovuto avere la prima e ultima parola: I LAVORATORI!
Le premesse per un accordo peggiorativo c’erano tutte: bastava guardare all’intesa per la igiene ambientale e commercio ; ora quanto sottoscritto dai metalmeccanici si estenderà a macchia d’olio su tutto il paese.
Un contratto con pochi aumenti salariali REALI al posto dei quali viene costruito un sistema basato sulla previdenza e sanità integrativa. In questo modo non si tutelano né il CCNL e nemmeno lo Stato Sociale, contribuendo a smantellare l’ultimo baluardo in difesa dei lavoratori contrariamente a quanto dichiarato dalle OO.SS. (compresa la FIOM) anche Confindustria era in attesa della chiusura del contratto dei metalmeccanici per avviare un confronto sul nuovo modello industriale definito “industria 4.0” (fabbrica digitale) dove i metodi di sfruttamento saranno più TECNOLOGICI!! Come la riduzione degli stipendi, basata solo su premi personali e dell’occupazione per accrescere unicamente i profitti padronali.
Sancisce anche la supremazia del nuovo modello di contrattazione, quello scaturito dal testo unico del 2014: quella intesa che archivia ogni forma sindacale conflittuale.
Ma quale sono i punti cardine dell’intesa?
Primo accordo unitario con la firma della FIOM dopo due accordi separati: non un segnale di rottura rispetto agli ultimi anni, ma l’accettazione di quanto fino ad oggi la FIOM aveva rifiutato; un po’ come è già successo anni fa con il contratto nazionale del commercio con il lavoro domenicale .
Contro la politica di liquidazione del CCNL bisogna lottare per dire BASTA allo sfruttamento e ai soprusi , per riconquistare i diritti e le libertà della classe operaia.
In questa critica contingenza economica e politica voluta dalla borghesia, bisogna invertire la rotta assumendosi la responsabilità di metodi, vie e progetti rivoluzionari.
Per passare all’attacco dobbiamo ricercare l’attuazione di un fronte unico di lotta della classe operaia contro l’offensiva capitalista e questo spetta ai LAVORATORI e ai MILITANTI sindacali più combattivi cercare le soluzioni più appropriate senza condurre i lavoratori a piccoli gruppi di sconfitta in sconfitta.

E’IL TEMPO DELLA LOTTA

Comitato operai nei reparti confino


La CGIL fa gli auguri al Governo. Noi NO!


Poche frasi rappresentano meglio la politica italiana di quella celebre con cui Tancredi, nipote del principe di Salina, afferma nel Gattopardo che “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

È passata appena una settimana dalla sonora bocciatura popolare della riforma costituzionale e dalle relative dimissioni del presidente del Consiglio, che già si è insediato un nuovo Governo, in tutto uguale al precedente.
Nel teatrino della politica italiana, quella di Renzi è soltanto una finta. Con le redini del PD strette in pugno, di fatto fa eleggere un governo fotocopia, con Gentiloni nel ruolo del prestanome e praticamente tutti i suoi ministri riconfermati al loro posto. La Boschi persino promossa. Sembra che non considerino neanche un po' il clima diffuso nel paese e quasi si prendano gioco di chi è andato a votare domenica scorsa. D'altra parte, qualunque fosse stato il nuovo Governo, era impensabile che il risultato referendario potesse da solo mettere in discussione la pesante eredità del governo Renzi, senza una grande stagione di lotta. Lo abbiamo scritto il 5 dicembre. L'attualità ci dà purtroppo ragione più di quanto avessimo immaginato.

É anche per questo che non condividiamo affatto le parole che la CGIL scrive come augurio al nuovo Governo in un comunicato diffuso ieri. Parole che francamente era meglio evitare e che segnano anche una distanza evidentemente sempre più profonda di Corso Italia dalla propria base. La CGIL e la sua segretaria generale fanno gli auguri al nuovo Governo e garantiscono l'impegno ad essere “interlocutore propositivo”. Certo, anche “attore critico nelle scelte ritenute sbagliate”! Chissà che tra un augurio e l'altro, qualcuno sia stato sfiorato dal ricordo di cosa ha combinato lo stesso identico Governo.
È anche il caso di dire che non si impara mai dai propri errori. All'indomani del conferimento dell'incarico a Mario Monti la CGIL titolò “Auguri professore!”. Scelta quanto mai inopportuna, alla luce di quanto avvenne poche settimane dopo. In questo caso non c'è nemmeno il beneficio del dubbio, visto che questo Governo e le sue politiche le conosciamo già benissimo. Soprattutto il Ministro del Lavoro Poletti e il suo Jobs act!

Ma allora, era proprio il caso di farli questi auguri? Non era meglio dire che in questi anni questo stesso Governo aveva già avuto il compito di fare l'unica cosa che non ha fatto, cioè la legge elettorale? Non era meglio dire che la conferma dei Ministri non corrisponde neanche un po' all'espressione del voto del 4 dicembre e al sentimento di insoddisfazione che proprio loro hanno diffuso nel paese con le loro leggi ingiuste e profondamente antisociali? Non era meglio dire che almeno al Ministro Poletti la CGIL gli auguri si rifiuta di farli perché di danni ne ha già combinati abbastanza?
Sì, per noi era proprio meglio! Se non altro, pensiamo che i lavoratori e le lavoratrici avrebbero capito di più.

Fonte : Sindacatoaltracosa - OpposizioneCgil


Esecutivo Opposizione Cgil: report del 12 dicembre.


Pubblichiamo il report dell'esecutivo nazionale di sindacatoaltracosa-Opposizione CGIL del 12 dicembre

Redazione Aurora Proletaria



Lunedì 12 dicembre si è riunito a Bologna l’esecutivo nazionale del sindacatoaltracosa-OpposizioneCgil. La discussione si è focalizzata intorno a tre diverse questioni.

1. Le novità del quadro politico internazionale e nazionale. In primo luogo l’imprevista vittoria di Trump. Nel nostro confronto sono emersi accenti diversi: alcuni hanno sottolineato il diffuso sentimento antisistema del voto popolare, altre la preoccupazione per la direzione populista e xenofoba che questa reazione sta assumendo, negli USA come in diversi paesi europei. La nuova amministrazione potrebbe comunque delineare un cambio di strategia nella gestione della grande crisi (ripresa spesa pubblica, protezionismo, guerre commerciali, tensioni con la Cina), con possibili conseguenze sulle strategie generali del capitale (metodi di estrazione del plusvalore) e sui suoi sistemi di regolazione sociale (più o meno distributivi, più o meno autoritari). In secondo luogo, in Italia, la vittoria del NO il 4 dicembre. Una vittoria che ha fermato una svolta autoritaria e la piena affermazione delle politiche padronali di stampo renziano. In ogni caso, al di là dei prossimi sviluppi (governo Gentiloni e possibili elezioni), le controriforme di questi anni rimangono operanti (Jobs Act, BuonaScuola, SbloccaItalia, ecc). Anche per questo, oltre che per contrastare la possibile deriva reazionaria, è imprescindibile riprendere una mobilitazione di massa ed è grave l’immobilismo della CGIL (che si focalizza unicamente sulla sua campagna referendaria, sganciata da ogni dinamica di conflitto sociale nel paese).

2. La stagione contrattuale. I pessimi segnali dei primi rinnovi (alimentaristi, commercio, igiene ambientale, che scambiavano pochi soldi con sottoinquadramenti, flessibilità o aumento dell’orario) sono ora confermati anche nei metalmeccanici e nel pubblico impiego. Le nostre posizioni sono note e pubbliche. Nei metalmeccanici abbiamo lanciato la campagna per il NO, anche con materiale informativo nei territori e nei posti di lavoro. Abbiamo sostenuto e promosso l’assemblea dei Delegat@ per il No il 6 dicembre a Firenze, che ha rilanciato l'impegno a fare la campagna per il NO nei posti di lavoro si è data un nuovo appuntamento tra gennaio e febbraio, non solo per una valutazione di quelli che saranno stati i risultati ma anche per una riflessione su come continuare nel nuovo contesto contrattuale la propria azione di conflitto e difesa di lavoratori e lavoratrici. Un’assemblea importante, la prima di questo tipo dopo anni, con un’ampia partecipazione e determinazione, segnata dal protagonismo dei delegati e delle delegate. Una campagna di resistenza che sta trovando riscontri significativi in diversi territori e anche in tanti delegati della maggioranza. Due strutture FIOM hanno votato contro il rinnovo (Genova, dove forte è l’influenza di Lotta Comunista, e Trieste, dove siamo maggioranza come OpposizioneCgil). Grande infine il nervosismo dell’apparato FIOM, con la circolare che impone alle strutture di non pronunciarsi, ed un clima plumbeo di avvertimenti e “minacce statutarie”. Nervosismo non solo per le difficoltà a sostenere un brutto contratto, ma anche per la sostanziale capitolazione su posizioni storiche della categoria (basti citare il sorriso della Camusso, all’ultima Assemblea Cgil, quando Landini ha dovuto riconoscere l’importanza del TU del 10 gennaio; il giubilo dei delegati FIM all’attivo nazionale unitario, quando lo stesso segretario FIOM ha riconosciuto che questo è un contratto degli iscritti). Da segnalare infine la scelta che riteniamo sbagliata dei vertici di USB (per fortuna non seguita da alcuni dei loro delegati): pur facendo una campagna di contrasto, sta dando indicazione di non votare nel prossimo referendum: sappiamo che il risultato sarà determinato in ogni caso (come lo è stato nell’Igiene ambientale), ma proprio come nell’Igiene ambientale sarà la forza del NO, a partire dalla sua vittoria in alcuni stabilimenti, che potrà permettere di sviluppare una resistenza nei prossimi anni.
Nei pubblici, le linee guida mostrano già la loro fragilità, dovendo ora esser gestite da un nuovo governo la cui prospettiva e la cui durata sono così incerte. A sconcertare però non sono solo i tempi. L’intesa raggiunta, dopo sette anni di blocco della contrattazione e diversi anni di blocco totale degli stipendi, fissa un aumento medio simile a quello degli altri contratti, sideralmente lontano dal recupero del potere d’acquisto perso (sull’ordine dei 230/250 euro medi). Per di più prevede di contrattare elementi centrali dell’organizzazione del lavoro (produttività e presenze), oltre che introdurre sanità e welfare integrativi. Nelle prossime settimane si riuniranno direttivi e strutture di comparto, a livello nazionale come a livello territoriale: sarà importante presentare ordini del giorno e prese di posizione fortemente critiche, cercando di diffondere la contrarietà ai contenuti di questa prima intesa, anche in funzione della definizione delle piattaforme contrattuali per i diversi comparti. Come diffondere queste posizioni e queste critiche tra lavoratori e lavoratrici, nelle eventuali assemblee che saranno organizzate nei posti di lavoro.

3. Infine, lo stallo in CGIL.
L’organizzazione è dominata, in questa fase, da contraddizioni e conflitti interburocratici, focalizzati sulla definizione del nuovo assetto del gruppo dirigente (a partire dal candidato a succedere alla Camusso al prossimo congresso). La recente ricomposizione della segreteria non è conclusa, ed il Patto di gestione proposto a settembre alla FIOM troverà una propria definizione solo nella prossima primavera (se non nella tarda estate). Intorno a questo snodo si giocheranno tempi e modalità del prossimo congresso. Parte del nervosismo dell’apparato FIOM è anche legato al possibile prossimo passaggio di Landini alla CGIL (forse con un segretario di transizione sino al congresso, da cui come in altre categorie potrebbe emergere un quarantenne). In questo quadro, la destra storica appare al momento in difficoltà, anche per il suo schieramento per il SI (nella ricomposizione della segreteria rimane al momento fuori Miceli). Non a caso si segnala la polemica di Miceli e Genovesi sul contratto FIOM (per certi versi paradossale): sul recupero dell’inflazione ex post qualche mese fa i tessili (FILCTEM) avevano rotto il tavolo contrattuale, ed è proprio corretta l’osservazione che la semplice registrazione dell’inflazione nei CCNL di fatto annulla ogni contrattazione del salario a livello nazionale. In questo quadro, considerati anche i tempi, sembra improbabile che la Commissione sul congresso stravolga le regole statutarie attualmente vigenti (anche se ovviamente difficile da prevedere con sicurezza; il congresso in ogni caso potrebbe slittare di sei mesi, con conclusione nell’autunno 2018, per la presenza in primavera delle elezioni politiche o, in alternativa, dei referendum CGIL).

In questo quadro, l’esecutivo ha individuato alcune linee di azione per i prossimi mesi.

Primo. Proseguire la nostra iniziativa critica e di contrasto all’impianto contrattuale proposto dalla maggioranza CGIL, a partire da metalmeccanici e pubblici. In questo quadro, ha confermato la scelta di supportare la riconvocazione a gennaio di un appuntamento di bilancio e rilancio dell’iniziativa dei Delegat@ per il No tra i metalmeccanici, come ha valutato di sostenere parallelamente la convocazione di un incontro nazionale di delegati e delegate del pubblico impiego e della scuola, sul’intesa e la contrattazione nella pubblica amministrazione.

Secondo. La contrapposizione alla linea contrattuale della CGIL che abbiamo sviluppato in questi mesi è un ulteriore importante tassello del prossimo profilo congressuale. Il senso della nostra linea alternativa, cioè, non si fonda solo nell’azione collettiva e organizzata che abbiamo sviluppato in questi anni, intorno alle posizioni definite dal documento dello scorso congresso (Il sindacato è un’altra cosa) e la pratica negli organismi della CGIL e nei posti di lavoro (l’opposizioneCGIL). Si fonda anche sul contrasto alla linea contrattuale di restituzione che si è assunto in questi mesi: un contrasto che rivela ampi consensi tra i lavoratori e le lavoratrici, ben oltre la nostra influenza (vedi il No al 40% in Fincantieri o al 43% nel settore pubblico dell’igiene ambientale). In questa direzione, l’esecutivo ha deciso di organizzare, tendenzialmente per aprile, un seminario nazionale dell’Area sulla contrattazione e sul prossimo congresso della CGIL.

Terzo. Dopo la riorganizzazione che l’Area ha conosciuto nel corso dell’estate e dell’autunno, è ora importante verificare la nostra presenza nei diversi territori, anche in funzione del congresso. La nostra Area nello SPI ha organizzato programmato riunioni regionali in Veneto, Lombardia, Piemonte e Lazio (e si propone di estenderle a tutte le principali regioni). Come esecutivo, riteniamo fondamentale entro febbraio/marzo organizzare una riunione delle nostre realtà meridionali. Allo stesso modo, sarebbe utile che tutte le categorie pensassero di organizzare riunioni nazionali o territoriali entro la fine della prossima primavera. In questo quadro, l’esecutivo si è anche impegnato a ottenere prima possibile l’entrata nei rispettivi organismi dei nostri compagni e compagne che devono ancora esser sostituiti (CD CGIL, Ag CGIL, CD FILT e FILLEA).

Quarto. Nel quadro della grande e bella manifestazione del 26 novembre a Roma contro la violenza sulle donne (la più riuscita sul piano sociale da anni), le compagne riconfermano l'impegno a discutere tra di loro su questi temi, nell'ottica di proseguire la mobilitazione e arrivare a un vero e proprio sciopero generale delle donne l'8 marzo. Nel prossimo esecutivo, a gennaio, valuteremo inoltre il quadro politico sociale complessivo e la possibilità di rilanciare in primavera una stagione di mobilitazione oltre quest’importante iniziativa del movimento delle donne.


Contratto METALMECCANICI un'altro colpo alla dignità dei lavoratori


Il contratto dei metalmeccanici appena sottoscritto tra le sigle sindacali, FIOM compresa e Federmeccanica,è un ulteriore passo verso il completo smantellamento dello Statuto dei lavoratori, un ulteriore truffa che affonda le sue radici nel progetto della borghesia di piegare definitivamente la dignità operaia e di tutti i lavoratori e renderli assoggettati completamente al volere padronale. Qui di seguito pubblichiamo le prime reazioni interne alla stessa CGIL e FIOM.

Redazione Aurora Proletaria



IL SINDACATO È UN'ALTRA COSA ESCE DALLA DELEGAZIONE TRATTANTE FIOM PER IL RINNOVO DEL C.N.

A fronte delle concessioni fatte dalla Fiom (e da noi ampiamente annunciate) sul tavolo di trattativa per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, i compagni dell'area di opposizione in Cgil, pur non essendo ancora terminato il confronto, hanno ritenuto coerente con le proprie posizioni rassegnare le dimissioni dalla delegazione trattante. Riportiamo l'intervento con cui Paolo Brini motiva a nome del Sindacato è un'Altra Cosa tale decisione.

Compagni,
il punto a cui è giunta la trattativa permette di dare una valutazione complessiva dello stato dell'arte. Per quanto mi riguarda la scelta nostra di cedere sulle deroghe (seppur nella versione "10 gennaio" e non ccnl separato 2012), di accettare gli assorbimenti, di rinunciato al recupero dei 6 mesi di ritardo degli aumenti salariali, di cedere su alcune limitazioni alla 104, di accettare di discutere in merito alla disponibilità e fruibilità aziendale dei 5 Par collettivi, mi spinge a dire che non ci sono più le condizioni di continuare la trattativa. Anche su sollecitazione di Landini, al penultimo Comitato Centrale avevo spiegato che essendo abituato a giudicare sul merito, qualora nel proseguo della trattativa avessi ritenuto superato un limite per me accettabile avrei dato le dimissioni. Pertanto dato che ritengo ora quel limite varcato, sono a comunicare a nome non solo mio ma anche di Eliana Como, Simone Grisa e Sasha Colautti, che se la delegazione trattante, nel pieno della propria legittimità, decide di proseguire il confronto fino all'affondo finale con Federmeccanica per firmare il contratto, noi diamo le dimissioni dalla delegazione trattante.

(A maggioranza con 6 contrari la delegazione trattante ha deciso di proseguire stamattina per firmare l'accordo)

Pubblichiamo l’appello di delegati FIOM a sostenere le ragioni del NO all’ipotesi di accordo del ccnl dei metalmeccanici. Il 6 dicembre appuntamento a Firenze!
per aderire:
peril.no.ccnl2016.metal@gmail.com

In un anno di trattative con Federmeccanica, la Fiom ha di fatto posto la parte economica come unica condizione imprescindibile per la firma del contratto. Quanto firmato non rispetta nemmeno questa condizione. Non si tratta di discutere se 92 euro di aumento siano tanti e pochi. Per il semplice motivo che non sono 92, non sono certi e non sono per tutti.
Si arriva tale cifra solo sommando 51 euro di aumenti salariali al resto delle misure di welfare aziendale (7,69 euro di aumento sulla previdenza, 12 sulla sanità, 13,6 di welfare, per un totale di 85 euro mensili che arrivano a 92,68 con la quota per il diritto alla formazione continua).
Pochi spiccioli, quindi, ma in compenso tanta confusione. Innanzitutto perché si sommano voci di salario diretto a prestazioni di welfare, come se si trattasse di voci sostitutive l’una dell’altra. In secondo luogo perché si sancisce che si possa accedere a tale “aumento” solo accettando di far parte del welfare integrativo: non un diritto universale, ma basato un rapporto con un fondo privato o con un fondo aziendale.
Infine, nemmeno i 51 euro salariali sono certi e per tutti. Non lo sono perché riassorbibili da tutti gli aumenti “fissi collettivi della retribuzione eventualmente concordati in sede aziendale” (con l’esclusione di quelli legati alla modalità di effettuazione della prestazione lavorativa).
Non lo sono perché sono aumenti solo “stimati”. L’effettivo importo verrà deciso ex-post: dopo la comunicazione annuale da parte dell’Istat dell’Ipca. L’Ipca (Indice Prezzi al Consumo Armonizzato) è un calcolo dell’inflazione che esclude dal paniere le voci energetiche importate. Un metodo truffaldino, dalla Fiom in passato contestato, che di fatto regala alle aziende la possibilità di pretendere una sorta di scala mobile al contrario. E se non bastasse, questa destrutturazione dell’aumento salariale si lega a una parte normativa estremamente negativa.
In primo luogo, passa quasi sotto silenzio il fatto che la Fiom firmando questo contratto abbia accettato contemporaneamente il contratto separato del 2012 precedentemente osteggiato. Se la Fiom ha ragione oggi, aveva torto ieri. Se aveva ragione ieri, ha torto oggi. Questo è e da qua non se ne esce.
Il contratto 2012 era stato osteggiato per misure come aumento degli straordinari obbligatori, flessibilità oraria, penalizzazione della malattia e apertura alle deroghe. Tutto questo viene recepito, con buona pace di 8 anni di battaglie. E c’è in fondo un legame diretto tra il fatto che si accetti la penalizzazione della malattia (contratto 2012) e la limitazione della 104 (l’attuale rinnovo) e dall’altro si apra alla sanità integrativa. Diritto universale alla salute, all’assistenza e alla malattia sono inversamente proporzionali a qualsiasi forma di integrazione della sanità. In seconda battuta questo contratto, come dimostra la gioia di Renzi, Poletti e Federmeccanica, risponde a un obiettivo e un modello ben preciso. Gli obiettivi che si poneva il fronte padronale possono essere riassunti in tre grandi capitoli:
– blocco dei salari, ogni qualsiasi aumento dovrà venire a livello aziendale, in modo totalmente variabile e in cambio di aumento dei carichi di lavoro, indebolendo sempre di più la “paga oraria”;
– introdurre un sistema di fidelizzazione del lavoratore attraverso una rete di benefits aziendali;
– sfondare sul terreno dell’orario, con 80 ore a disposizione delle aziende per prolungare l’orario settimanale fino a 48 ore, adattando la vita del lavoratore a esigenze e fluttuazioni del mercato.
Dal punto di vista di Federmeccanica la missione è compiuta. I premi aziendali sono dichiarati variabili in maniera stringente: collegati a quella produttività che il lavoratore non controlla e che non determina di certo da solo. Si introducono una serie di misure di welfare aziendale e di benefits azienali. E si allargano le possibilità della plurisettimanalità: la settimana lavorativa deve essere “mediamente” di 40 ore, allungabile e accorciabile a seconda delle esigenze.
Non siamo solo a un pessimo contratto. Siamo a un modello che lentamente, ma inesorabilmente, mina la stessa sindacalizzazione. Si mettono in moto tutti quei processi che legano il lavoratore a mille fili all’andamento della “sua” azienda. Si recepiscono quei meccanismi che spaccano il fronte tra lavoratori di aziende “che tirano” e aziende in crisi. Si crea un interesse diretto del lavoratore a non fermare mai la macchina aziendale, magari con uno sciopero che mina la produttività. Si pensa di salvarsi entrando sotto l’ombrello del rapporto bilaterale sindacato-azienda dove il lavoratore trova conveniente aderire al sindacato per aderire ai servizi che ne derivano. Ma questo modello è veleno per la Fiom. E’ l’approdo a un aziendalismo che oggi si rivolge contro le punte avanzate dell’organizzazione e domani contro l’organizzazione intera.
Il tutto senza aver mai posto realmente il rifiuto del Jobs Act e la richiesta a Cisl e Uil di disconoscere la firma del contratto separato in Fiat.
Siamo delegati e delegate della FIOM e facciamo appello immediatamente a tutti i lavoratori e le lavoratrici, e agli altri delegati e delegate ad attrezzarsi perchè le ragioni del NO a questo contratto siano conosciute, sostenute, argomentate e diffuse nelle assemblee che si terranno e nel referendum del 19-20-21 dicembre, con l’obiettivo di una forte affermazione del NO nonostante le regole tutt’altro che democratiche della consultazione non consentino che il NO abbia la stessa agibilità del SI durante il percorso referendario. Invitiamo ad un incontro a Firenze il 6 dicembre per coordinare i metalmeccanici che dicono NO a questo contratto, a partire da quelli che appartengono alla nostra organizzazione e come noi hanno sostenuto in tutti questi anni le lotte di resistenza che pur tra mille contraddizioni ha portato avanti. Un primo passo di una battaglia per la difesa di un modello sindacale rivendicativo, unificante, conflittuale e partecipativo.
Il nostro NO deve vivere da subito, soprattutto nelle grandi fabbriche, nella battaglia della consultazione sul contratto, e diventare un punto di riferimento per affermare una pratica sindacale opposta a quella dell’attuale gruppo dirigente.

Primi firmatari
Matteo Moretti, Michele Di Paola, Mauro Sassi, Luciano Morelli, Giuseppe Iapicca, Massimo Barbetti (RSU FIOM GKN)
Giorgio Mauro, Andrea Paderno, Matteo Carioli, Matteo Barbaro, Gianfranco Cannone, Roberto Rivoltella, Gianluca Paris, Alfonso De Martino, Jury Guerini, Alberto Vitali, Marco Fontanella, Franco Ruggeri, Luca Carlessi, Massimiliano Finardi, Massimo Mandelli, Rocco Vizzone, Daniele Gatti (RSU FIOM Same)
Massimo Cappellini, Antonella Bellagamba, Massimiliano Malventi, Adriana Tecce,Giorgio Guezze, Francesco Giuntoli, Simone Di Sacco (RSU FIOM Piaggio)
Giuseppe Faillace, Giuseppe Imparato, Ciro Palmieri (RSU FIOM Motovario)
Gianplacido Ottaviano, Giuseppe Principato (RSU FIOM Bonfiglioli)
Mario Viscido, Maurizio Mazza, Giuseppe Gomini (RSU FIOM Ducati)
Silvia Cini, Giada Garzella (RSU FIOM Continental)
Serafino Biondo (RSU FIOM Fincatieri Palermo)
Stefano Fontana (FIOM Fincantieri Marghera) Gabriele Severi, Franco Batani (RSU FIOM Marcegaglia Forlì)




C’ é ancora chi lotta contro il modello Marchionne


Gli italiani sono senza palle!
Questo commento l’ abbiamo sentito dire tantissime volte.Parla la nostra frustrazione,il senso d’ impotenza nel vedere i nostri diritti erosi giorno dopo giorno da un governo che fa i diretti interessi dei padroni,quegli stessi interessi contro cui invece si stanno battendo i francesi, dando una prova di straordinario coraggio.
Cosí finiamo peró per fare il gioco dei nostri aguzzini, questi pensieri subdoli, giustificano la nostra inazione, i compromessi a cui cediamo ogni giorno e rafforzano quei dirigenti sindacali opportunisti che abbiamo sentito dire innumerevoli volte che " tanto i lavoratori non lottano e gli scioperi non riescono e quindi sarebbe proprio inutile provarci perché non ci sono le condizioni ".
Oppure, per dirla alla Landini: " bisognerebbe fare come i francesi " per poi ritrarsi al momento dello scontro.
La verità peró é che scioperi e lotte non mancano; certo dentro e fuori i luoghi di lavoro domina ancora lo sconforto e la sfiducia, ma questi sono quasi piú un sintomo che una causa A monte c’ é una divisione,l’ isolamento e la concorrenza tra lavoratori che i padroni con la complicità di politici,giornalisti e sindacalisti venduti, portano avanti deliberatamente e in maniera quasi scientifica. Il primo a dire che la lotta di classe é finita e Marchionne e lui stesso che la porta avanti in prima linea.
Ricordiamo Pomigliano nel 2010 solito ricatto: " in Polonia gli operai lavorano di piú e pagati di meno, se non vi adeguate lo stabilimento lo spostiamo lí ".
Fú cosí che si fece passare un accordo che tagliava le pause,aumentava i ritmi,imponeva straordinari obbligatori anche nei festivi.
Con la sorpresa di tutti, anche dell’ azienda che puntava su un pebliscito,ebbene il 40% degli operai dissero no all’accordo a quel referendum farsa e ricattatorio. Sono passati 6 anni e quel modello imposto da Marchiane é ormai una realtà. Dall’ FCA all’ accordo sulla rappresentanza sindacale di confindustria e Cgil Cisl e Uil di gennaio 2014 al CCNL dei metalmeccanici ora in discussione,fino alle recenti proposte di riforma della contrattazione fino all’abolizione dell’ articolo 18 del governo Renzi; sta diventando legge il principio per cui una volta approvato a maggioranza un accordo questo non può essere messo in discussione e i sindacati possono essere puniti se i propri iscritti fanno qualcosa per opporsi, una guerra preventiva del conflitto che mostra la paura dei padroni che a forza di chiedere sacrifici la corda potrebbe spezzarsi e lo si vede proprio alla FIAT, nel silenzio assordante dei media, da un anno gli operai degli stabilimenti di Melfi e Termoli stanno portando avanti scioperi contro gli straordinari obbligatori del sabato.
Scioperi difficilissimi che si sono dovuti scontrare all’ inizio con lo sconforto e la paura creata ad arte dalla dirigenza aziendale e sindacale collaborazionista, ma che sono arrivati a coinvolgere fino all’ 80% e hanno costretto la FIAT a chiudere gli stabilimenti quasi tutti i sabati negli ultimi 2 mesi.
Avete sentito parlare di queste lotte sui giornali? e qualche politico si é presentato davanti ai cancelli?
Intanto Renzi plaude a Marchionne che in cambio fa esplicite dichiarazioni di sostegno al suo governo.
E i sindacati? lasciamo perdere Fim Uilm Fismic totalmente allineati alle posizioni dell’ azienda, ma pure la Fiom ha abbandonato questi lavoratori, dichiarando incompatibili con la propria organizzazione i coraggiosi delegati che hanno organizzato gli scioperi,colpevoli di averlo fatto coordinandosi con i sindacati di base e secondo loro non rispettando la gerarchia interna.
E allora sta a noi prendere coscienza della nostra forza, uscire dallo sconforto,coordinare e sostenere le piccole e grandi lotte che migliaia di lavoratoriportano avanti con coraggio e determinazione sul proprio posto di lavoro.
Supportare la loro resistenza quotidiana e prepararci all’ offensiva.

Redazione Aurora Proletaria




Lotta di classe e lotta alla repressione


Il nostro paese, come tutti quei Paesi a capitalismo avanzato, é nel pieno della crisi generale del sistema che ha ingrassato ed ingrassa le rispettive borghesie conducendo politiche di lacrime e sangue contro il proletariato ed in generale contro le masse popolari. I venti di guerra si sono trasformati in guerre aperte piú o meno cruente, piú o meno diffuse e le guerre striscianti e non dichiarate contro il proletariato mondiale, vengono ormai ufficializzate nei fatti :
- attraverso l’ eliminazione dei diritti conquistati con le lotte ed il sangue nelle strade e nelle piazze
- con la sempre piú cruenta repressione e criminalizzazione delle lotte stesse, delle organizzazioni popolari e proletarie che in ogni Paese combattono e resistono contro le angherie della borghesia imperialista ed i suoi servi della politica e degli organi repressivi di polizia o militari
- attraverso la creazione di sacche sempre maggiori di nuove schiavitú ricattate dalla fame e dal terrore prodotte dalle guerre imperialiste: intere popolazioni costrette all’ emigrazione di massa verso i Paesi responsabili delle loro tragedie, gli stessi Paesi che, al loro arrivo, le strumentalizzeranno e sfrutteranno sino a schiavizzarle.
Ma, se l’ elenco di nefandezze prepretrate dalle rispettive borghesie dei Paesi imperialisti sulle masse popolari e sui lavoratori, potrebbe protarsi all'infinito, proprio queste persistrenti e cruente aggressioni contro il proletariato mondiale, offrono nuove e molteplici occasioni di riattovazioni di pratiche resistenziali che potrebbero sfociare in prassi rivoluzionarie. Penso ad esempio alle Resistenze armate delle popolazioni mediorientali ed in particolare al Rojava, alla Palestina in Libano, Irak o Turchia come a quelle dei popoli dell’ India, delle Filippine o del sudamerica. Nei Paesi imperialisti, viceversa, assistiamo ad un momentaneo disorientamento generalizzato delle organizzazioni e degli organismi che, bene o male, si rifacevano o si rifanno alle istanze del proletariato e della classe operaia, sindacati di base compresi. Una delle maggiori cause del disorientamento consiste nell’ assenza del Soggetto rivoluzionario in grado di raccolgiere queste istanze per organizzarle, orientarle e dirigerle mentre vediamo cresciere le organizzazioni di estrema destra, fasciste, parafascite e razziste in tutti i Paesi imperialisti, USA compresi. La mobilitazione reazionaria delle masse popolari é in pieno svolgimento ed i partiti e le organizzazioni politiche borghesi e pseudo borghesi, non fanno altro che contribuire, con la loro abdicazione, il loro revisionismo, al successo della reazione. Altri partitini che si autoproclamano rivoluzionari si trovano invece a fare i conti chi con l’ autoreferenzialità ghettizzante ed altri con l'approdo all’ elettoralismo, in engtrambi i casi utilizzando interpretazioni personalizzate e opportunistiche del marxismo-leninismo o del maoismo.
Da operaio FIAT posso portare la mia esperienza in relazione all’ analisi di cui sopra relativa al mondo del lavoro sempre piú improntato su una concezione ottocentesca per la quale il lavoratore non deve avere diritti (se non quelli concessi per magnanimo interessamento del padrone) dove anche lo stipendio non é piú cosa certa ma diventa una variabile dipendente dalle alterne fortune o dagli umori dei vertici dell’ azienda che considerano noi operai soltanto come merce da usare e gettare compatibilmente con il benestare dei sindacati borghesi, FIOM compresa. Gli operai piú combattivi, stremati già dalle operazioni repressive dei vertici aziendali, devono vedersela con problemi economici al limite della sopravvivenza. Nonostante ció, credo che la classe operaia non sia per nulla scomparsa, anzi, rimane senza dubbio la sola che possa, in determinate condizioni, mettersi alla testa del proletariato e delle masse popolari nella guerra contro la borghesia imperialista dei rispettivi Paesi. Le mobilitazioni, gli scontri cruenti della Grecia ed ora, anche se si tratta soltanto dell’ inizio, quelli in Francia, confermano che il proletariato puó resistere agli attacchi violenti dei padroni con la giusta violenza proletaria anche se, attualmente, il divario militare tra proletariato e organi della repressione é ancora in netto favore dei secondi.
In questa sintetica analisi inquadriamo il valore strategico del sostegno incondizionato ai rivoluzionari prigionieri che resistono nelle carceri della borghesia. La loro Resistenza rafforza la resistenza che il proletariato avanzato oppone agli attacchi del nemico di classe e dei loro servi della politica borghese, degli organismi repressivi e giudiziari. La loro Resistenza offre a tutti noi un ulteriore arma contro il nemico comune; il loro coraggio e la loro determinazione sono di esempio per chiunque si sia organizzato o voglia organizzarsi per condurre a livelli sempre maggiori la battaglia per l’ organizzazione e la guerra di classe. Allo stesso modo pensiamo che dare adeguato ed insistente risalto alle guerre popolari in corso in alcuni Paesi del mondo, sia ulteriore strumento strategico teorico-pratico, facendo le dovute proporzioni, per propagandare la necessità e la possibilità di combattere per vincere anche nei Paesi imperialisti pari al nostro.
Consideriamo quindi nostro dovere diffondere tra gli operai, i lavoratori ed in genere il proletariato tutto, il valore strategico della solidarietà incondizionata ai rivoluzionari prigionieri propagandando la loro lotta di Resistenza e le loro esperienze organizzative, dentro e fuori le carceri, alle generazioni di proletari che attualmente si trovano, su vari fronti, a lottare contro il comune nemico e a resistere ai suoi attacchi sempre piú indiscriminati. Pensiamo alle lotte dei lavoratori ma, piú in generale, alle lotte sociali per la casa, per la difesa dei territori contro le devastazioni e le speculazioni ambientali o per il sostegno delle masse migranti come la lotta contro i CIE, i fili spinati, etc.
Con le nostre ridotte forze ed i nostri altrettanto scarseggianti mezzi, abbiamo cercato di applicare la pratica della solidarietà ai rivoluzionari prigionieri tra le masse popolari anche attraverso la campagna contro la tortura del il 41/bis applicato ai compagni prigionieri (nel caso specifico) delle BR come Lioce, Mezzasalma e Morandi. L’ iniziativa di fronte al tribunale di Torino con volantinaggio e tanto di striscione che recitava: ”41 bis tortura di stato, sosteniamo i rivoluzionari prigionieri” é stata la sintesi di un precedente lavoro organizzativo intentato coinvolgendo altri soggetti politici della città di Torino, lavoro che non ha prodotto concretamente adesioni alla nostra iniziativa ma che, in qualche modo, ha rilanciato la necessit&aagrave; di aprirsi alla città rompendo il ristretto cerchio degli ”addetti ai lavori”. Il bilancio dell”iniziativa, unica a Torino, é da ritenersi positivo in quanto abbiamo provocato la stampa borghese che ha dato risalto, anche se in termini negativi, alla manifestazione e al volantinaggio contribuendo, senza volerlo, alla diffusione ad ampio raggio del tema della campagna. Con lo stesso striscione abbiamo partecipato alla manifestazione istituzionale per il 25 Aprile dando vita ad un volantinaggio diffuso ed a un piccolo spezzone dietro lo striscione. Seguendo la stessa prassi di massa, a suo tempo, durante i nostri assidui presidi di fronte al tribunale in occasione del processo Thyssen Krupp, volantinando quasi quotidianamente, abbiamo spesso inserito nei testi del volantino la questione dei compagni prigionieri del PC-pm arrestati durante l'operazione ”Tramonto”legando la questione della giustizia borghese e quella proletaria inquadrata nella lotta di classe degli operai contro lo sterminio padronale. I compagni di Riscossa Proletaria per il comunismo intendono peró rimarcare la loro posizione classista nell”ambito di questo lavoro ripudiando qualsiasi tentativo di inquinamento interclassista come ad esemio certi ambienti anarchici sostengono sulla questione del 41 bis e delle carceri in generale. Questo é uno dei motivi per il quale, a Torino, non abbiamo mai potuto, malgrado le nostre aperture ideologiche, collaborare con quei settori.
Per solidarietà nei confronti dei rivoluzionari prigionieri non intendiamo certamente una pratica di mero mutuo soccorso fine a se stesso. Crediamo che nemmeno loro vogliano che la questione si sviluppi in questi termini. Per solidarietà ai rivoluzionari prigionieri intendiamo, tramite atti concreti, certo, ma anche attraverso iniziative di agitazione e propaganda tra il proletariato e la classe operaia, rilanciare il significato della loro lotta e della loro Resistenza nelle mani del nemico di classe che hanno in tutti i modi combattuto sino a sacrificare la loro libertà individuale affrontando condizioni estreme. Apprezziamo l”enoreme lavoro che SRI svolge, non soltanto per la sua opera di informazione, denuncia e partecipazione solidale (dove é possibile e in determinate condizioni) esso svolge ed in particolare appreziamo le sue azioni concrete rivolte ai rivoluzionari prigionieri e alle organizzazioni proletarie combattenti come ad esempio la campagna promossa in sotegno dei combattenti e delle combattenti del Rojava. Siamo convinti che SRI debba e possa riuscire a formare compagni in grado di costruire organismi in tutte le metropoli anche nel nostro Paese e a questo scopo noi ci proponiamo. Non si tratta di svolgere funzioni commemorative o di mera solidarietà umanitaria nei confronti dei rivoluzionari prigionieri, ma a nostro avviso, si tratta di rendere loro onore cercando di collegare le loro esperienze di lotta alle prassi concrete di resistenza sul territorio nazionale in chiave strategico-rivoluzionaria smantellando l’oblio e la delegittimazione politica nel quale la borghesia intende relegare tutta l’esperienza della lotta armata allo scopo di evitare possibili emulazioni che potrebbero coinvolgere il proletariato nella costruzione di organizzazioni rivoluzionarie tra le nuove generazioni.

Redazione Aurora Proletaria







Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

Referendum sulla costituzione

Votare o non votare, è questo il problema?

Lettera di un operaio FIAT di Torino

" FCA, la fabbrica modello "

Elezioni borghesi: un espediente per simulare il consenso popolare!

Lo scorso 19 giugno, con i ballottaggi, si sono consumate le ennesime elezioni previste dal sistema democratico borghese. Si trattava di elezioni amministrative ma di alto significato politico nazionale.

Collettivo Aurora
La crisi del sistema capitalista e la ricostruzione del partito comunista in Italia

Un appello alla trasformazione dei rapporti tra i comunisti, per l’ unione delle forze e la rinascita del movimento comunista.