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Dittatura
democratico-borghese

La resistenza antifascista


Per meglio analizzare e capire come la dittatura borghese si è instaurata in Italia dobbiamo partire dall'inizio , pubblichiamo questo estratto del libro di Amedeo Curatoli “Contro il revisionista Togliatti” pag 25 – 46.


Della Resistenza antifascista è stato nascosto il carattere di rivoluzione armata non solo per abbattere il fascismo, ma anche per farla finita con la monarchia e il regime borghese capitalistico. Nel corso del periodo storico che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, cioè nell’arco di tempo di 1 anno e 8 mesi, infuriò la lotta armata antifascista che coinvolse, complessivamente, 256.000 combattenti (secondo i dati ufficiali delle Commissioni per il riconoscimento della qualifica di partigiano). Il 60% di questi partigiani, vale a dire 153.000 uomini e donne, erano inquadrati nelle Brigate Garibaldi in cui la principale funzione dirigente spettò al Partito comunista. Intendere la Resistenza come un episodio “doloroso” che fu necessario per ripristinare una Democrazia senza aggettivi e instaurare una Repubblica senza aggettivi (anzi, quest’ultima parola, sempre accompagnata dalla roboante aggiunta: “nata dalla Resistenza”) è la quintessenza del togliattismo, è il tradimento della rivoluzione camuffato da una schifosa, repellente retorica, è il tradimento della memoria delle migliaia di uomini e donne in armi che con maggiore o minore chiarezza di idee e coscienza di classe rischiarono la vita per giungere comunque ad una società radicalmente diversa e nuova. Ini- ziare una lotta armata illegale e di massa costituì, come direbbe Lenin, il primo vero battesimo politico per decine di migliaia di giovani alcuni già comunisti, molti altri che lo diventarono nel corso della lotta. Questi giovani sapevano perfettamente che era stato il capitalismo a portare al potere il fascismo. L’eroismo dei combattenti catturati e condannati a morte, che si espresse in stringati ed essenziali addii alle loro famiglie prima dell’esecuzione è il miracolo che solo una rivoluzione profonda può compiere.

I marxisti leninisti respingono il determinismo storico che si compendia nella frase ad effetto «la storia non si fa con i ‘se’» vale a dire: tutto ciò che è accaduto non poteva non accadere.

Per capire il tradimento di Togliatti sarà utile paragonare situazioni storiche che presentano una certa analogia con l’Italia della Resistenza. Prendiamo, per cominciare, la cosiddetta svolta di Salerno. Siamo nell’aprile del 1944, Togliatti è da poco sbarcato in Italia e, contraddicendo la linea del Pci tenuta fino allora, e contro il pare- re del Psi e del Partito d’Azione, riconosce la legittimità di un governo monarchico guidato da un fascista della prima ora e criminale di guerra, e per quanto riguarda la monarchia acconsente, di fatto, all’idea che la questione istituzionale (cioè l’Italia dovrà continuare ad essere monarchica oppure repubblicana) non sia decisa dalla lotta rivoluzionaria e dai partiti antifascisti ma da un referendum elettorale successivo alla caduta del nazifascismo. Quale occasione storica migliore, per i comunisti che lottavano in armi, porre la questione indiscutibile della Repubblica e della liquidazione della Monarchia? E i comunisti non sarebbero stati soli in questa indiscutibile rivendicazione, c’erano anche il Partito socialista e il Partito d’Azione. E poi, un fronte assolutamente compatto per la repubblica avrebbe anche messo in crisi, sicuramente, lo schieramento antifascista borghese moderato e cattolico. Acconsentire di affidare al “voto popolare” il destino della monarchia è stato quanto di più rischioso e cretinistico, perché il terreno elettorale (soprattutto quando si è nel clima di una guerra civile che poteva determinare in via rivoluziona- ria la fine della monarchia) è il più infido e ci ha fatto correre il peri- colo di avere ancora oggi la monarchia nel nostro paese (ci chiediamo: come l’avrebbe chiamata Togliatti, forse: “Monarchia nata dalla Resistenza”?). Del resto noi, che usufruiamo da oltre mezzo secolo del suffragio universale (la cui “universalità” si sta restringendo sempre di più perché è da un pezzo che la gente, in massa, non sta andando più a votare) non abbiamo forse sufficientemente capito la verità marxista che qualsiasi forma di consultazione elettorale serve egregiamente a dare legittimità al potere politico e economico delle elìtes dominanti? Al riguardo Engels fu categorico, disse: “il suffragio universale è uno strumento di dominio della borghesia”. “Una testa un voto” è la messinscena della “democrazia” che può funzionare in epoca di sviluppo pacifico, ma quando c’è una lotta armata come la Resistenza, cioè quando una parte della popolazione (minoritaria) è in armi e mette in gioco la vita, mentre un’altra (maggioritaria) se ne sta chiusa in casa ad aspettare l’esito della lotta, accettare tacitamente e vilmente, come se si fosse trattato di una cosa or- mai ineluttabile, il ricorso alle elezioni (in tale congiuntura storica!) non è un ordinario cretinismo elettorale ma un cretinismo all’ennesima potenza, che ha qualcosa in sé di criminale e controrivoluzionario, perché lungi dall’incalzare la borghesia (che avrebbe brigato per tentare di mantenere in vita la monarchia, come del resto fece), invece di darle tregua, ma, al contrario, rintuzzare implacabilmente le sue accuse anticomuniste, restringere i suoi spazi politici per non farla manovrare, si risolve in un insperato regalo ad essa offerto su un piatto d’oro per decidere la cosiddetta forma “istituzionale” dello Stato , un regalo in termini di assestamento dell’apparato statale borghese che si ritorse contro la rivoluzione, contro le forze del progresso e a tutto vantaggio della reazione. (La repubblica vinse di stretta misura).

E’ vero che nel protocollo di Yalta era stabilito che i popoli, dopo la caduta del fascismo avrebbero deciso il regime politico da loro scelto. Ma i comunisti italiani avrebbero dovuto includere nel fascismo anche la monarchia (che diede il potere al fascismo), anche la monarchia si era macchiata dei crimini del fascismo, essa doveva essere eliminata insieme al fascismo stesso. E’ in questi termini “di principio” che avrebbe dovuto porre la questione della monarchia un Partito marxista leninista (e non si sarebbe trovato affatto isola- to!). La distruzione della monarchia, esattamente come la distruzio- ne dello zarismo nella rivoluzione russa del febbraio del 17, avrebbe dovuto essere, nella propaganda e nell’agitazione di un partito rivoluzionario marxista, un dato scontato. La forma di Stato uscito dalla Resistenza avrebbe dovuto essere indiscutibilmente la Repubblica, e il ruolo che spettava ai popoli -come venne stabilito a Yalta- nello scegliere il tipo di nuovo Stato e quindi di nuova società da essi desiderato, avrebbe dovuto riguardare il contenuto politico economico- sociale (borghese o popolare) di quella Repubblica.

Bisogna mettere in estremo rilievo, e sottolineare più volte, il contrasto fra la “svolta di Salerno” e l’orientamento opposto a quella svolta di tutti i partiti antifascisti (sia pure, come è ovvio, con orientamenti e sfumature diverse): tre mesi prima, a Bari, nel gennaio’44 i partiti antifascisti che si erano costituiti in Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si riunirono a Congresso. Benedetto Croce (badate: Croce!!) che tenne la relazione introduttiva, si scagliò contro la monarchia: «Fin tanto che rimane a Capo dello Stato la persona del presente Re noi sentiamo che il fascismo non è finito...». Il Congresso vota all’unanimità un documento in cui si chiede l’abdicazione immediata del Re «responsabile delle sciagure del Paese». Lo storico Aurelio Lepre, di quel Congresso di Bari, scrive: “«Le aspirazioni di fondo della classe lavoratrice trovarono espressione nel discorso del comunista Tedeschi, che prese la parola per ultimo. Il suo fu un discorso privo di retorica e sufficientemente realistico. Tedeschi ricordò i dissensi che ancora dividevano le forze antifasciste («Noi comunisti -disse- pensiamo che l’unità nazionale italiana potrà soltanto essere realizzata con la liberazione definitiva dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; potrà essere soltanto definitivamente realizzata con l’abolizione delle classi sociali; potrà essere soltanto definitivamente realizzata con la lotta a fondo contro i trust che hanno dato vita al fascismo» E più oltre affermò che « per i comunisti era possibile compiere un tratto di strada insieme con tutte le altre forze antifasciste “in questo cammino che noi indichiamo e che noi vogliamo percorrere per intero c’è un tanto d’unità nazionale che si può realizzare già oggi»23. Un tratto di strada insieme per quel tanto di unità nazionale prefigura chiaramente la tattica che i partiti comuni- sti est-europei stavano adottando nella loro marcia verso il potere e cioè: caduti i governi reazionari si apre la lotta, dopo quel tanto di unità nazionale che è stato possibile realizzare con i partiti borghesi antifascisti, per poi estrometterli progressivamente dal potere.

E’ estremamente significativo un documento votato dal Partito d’Azione in una sua riunione interna precedente all’apertura del Congresso di Bari:
«Il popolo italiano e in specie gli italiani dei territori occupati attendono dal congresso decisioni di natura fondamentale e definitiva. Rendendosi interprete dei voti unanimi della popolazione, il Partito d’Azione dovrebbe proporre al Congresso le seguenti deliberazioni: 1) non essendo seguita né al 25 luglio né all’armistizio né alla dichiarazione di guerra alla Germania l’attesa e richiesta abdicazione di Vittorio Emanuele III ed essendosi dimostrato in seguito il suo governo in Brindisi del tutto inefficiente, e anzi tuttora ispirato a metodi reazionari e ad un effettivo spirito antidemocratico: formulare l’atto di accusa contro il re fondato su tutte le violazioni dello Statuto da lui commesse; 2) che il Congresso si proclami ad assemblea rappresentativa dell’Italia liberata e che stabilisca di riconvocarsi al più presto con l’inclusione di delegati delle province non ancora liberate, in Roma, per ivi sedere in permanenza, fino alla formazione della Costituente, assolvendo temporaneamente ai seguenti compiti: a) procedere alla formazione del governo; b) intensificare lo sforzo bellico; c) vigilare che niuno attenti alla riconquistata libertà...»24.

Ma per far rivivere ancor più vividamente il clima politico che si respirava i quei mesi cruciali riportiamo ciò che scrisse l’Avanti! qualche mese prima del Congresso di Bari:
«Lo Stato borghese deve essere distrutto e, con lo Stato borghese devono scomparire le oligarchie finanziarie di cui esso è lo strumento di dominazione politica. Il nuovo assetto della società deve essere imperniato sulla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Il PSI propugna quindi la costituzione di grandi aziende autonome a carattere nazionale, regionale, o comunale, per la gestione dell’economia socializzata, di enti cooperativi che, attuando i piani nazionali, siano al tempo stesso centri di iniziativa e di selezione, capaci di assicurare un ricambio costante nell’organismo statale. Impegnando la battaglia per la repubblica socialista dei lavoratori (sott. nostra), il PSI si fa l’assertore più tenace e più coerente dei postulati di libertà e di democrazia indissolubilmente connessi ai postulati dell’uguaglianza sociale». E più avanti:«La via che conduce alla rivoluzione proletaria per la repubblica socia- lista è quella dello sviluppo della lotta popolare per la pace e per la libertà. Il PSI, naturale interprete di tutte le aspirazioni del popolo, è, in questa fase della lotta, l’alleato naturale dei partiti e delle organizzazioni che, uniti ieri nella lotta contro la dittatura fascista, si battono oggi per il ripristino della sovrani- tà popolare».25. Insomma, a giudicare dall’atmosfera politica e dai documenti e discorsi delle forze di sinistra (PCI, PSI, Pd’A) che costituivano la parte maggioritaria del CLN c’erano le condizioni per creare immediatamente un governo provvisorio (lo proclamavano, lo dicevano, lo desideravano, non volevano sentir parlare di monarchia) che, costituitosi in Repubblica avrebbe potuto assumere, sotto la spinta del Pci (se alla sua testa ci fosse stato non un Togliatti ma un marxista leninista) un ruolo sempre più marcatamente rivoluzionario.

Perché -ci domandiamo- in questo infuocato clima unitario anti-Badoglio e anti-Re, Togliatti riuscì a fare il pompiere, come mai gettò acqua sul fuoco invece di alimentare l’incendio? Come mai fu capace di imporre la sua svolta (di destra) che sbugiardava precedenti posizioni del suo stesso partito, del Psi e anche quelle del Partito d’Azione? Agì forse così per non rompere l’unità dello schieramento antifascista? No, è una falsità, l’unità c’era, su una linea opposta a quella che fece passare Togliatti. E se egli ebbe successo in questa impresa, fu evidentemente perché si trattava del capo indiscusso di un partito che esercitava, di fatto, un ruolo egemonico nella direzione militare (centralizzata) della lotta armata attraverso il più gran numero di militanti comunisti disciplinatamente organizzati. Egli usò la forza del Pci e delle Brigate Garibaldi non per sbloccare la situazione in avanti, ma per fare arretrare le posizioni avanzate del fronte antifascista. Possibile che quest’uomo avesse un tale carisma da ribaltare completamente una situazione? Noi ci immaginiamo che lo stesso Tedeschi, sopra citato, deve aver pensato: “troppo geniale la tattica del nostro mitico Segretario dirigente della III Internazionale per essere capita da noi altri, comuni mortali comunisti...”.

La tesi trotskista che a Yalta si sarebbe decisa fra i tre “Grandi” (Stalin, Roosevelt e Churchill) la spartizione del mondo in sfere di influenze non ha nulla a che vedere con la scelta sovietica di riconoscere il governo Badoglio, come a dire che Stalin abbia sacrificato -volutamente- gli interessi dei partigiani, dei comunisti, e di tutti gli antifascisti italiani alla Realpolitik delle proprie convenienze di Stato. Diamo per vero che Stalin abbia detto a Togliatti: va in Italia e accetta il governo Badoglio fino a che il fascismo non cadrà. Ma anche quest’ ipotesi non scagiona, ma anzi aggrava, le responsabilità di Togliatti che avrebbe avuto il dovere di conoscere molto bene e comunque molto meglio di Stalin ciò che stava accadendo in Italia che era il suo paese (e dove c’era una potente rivoluzione popolare antifascista in corso) e quindi non allinearsi supinamente al suggerimento tattico di Stalin. Per questo suo gentile adeguarsi alla linea reazionaria degli Alleati di riconoscere legittimità alla monarchia e al governo Badoglio, quando nell’aprile successivo si costituì il secondo governo Badoglio, Togliatti si guadagnò un posticino come ministro senza portafoglio (!). Diciamo la verità: non fu una suprema vergogna che Togliatti entrasse in un governo monarchico (e miracolosamente sopravvissuto alla caduta del fascismo) alla cui testa, per volontà di un reuccio traditore si trovava un arcicriminale di guerra fascista gassificatore di popolazioni etiopiche? Togliatti doveva aver giudicato, evidentemente, le posizioni del Psi, del Partito d’Azione, ma anche quelle dello stesso Pci espresse al Congresso di Bari come intransigenti e astratte come astratte erano, per lui, tutte le affermazioni di principio. Per Togliatti, entrare nel governo Badoglio, significava passare dal piano moralistico a quello dell’azione politica! Contrapporre il “moralismo” delle questioni di principio alla “concretezza” dell’azione politica (capitolazionista) è sempre stata la sua prediletta filosofia. E qui ricorriamo alla prima analogia storica precedentemente accennata: nel gennaio 1949 ci fu uno scambio di telegrammi fra Stalin e Mao Zedong26. Vi si legge che Chiang Kai-shek che stava per essere definitivamente sconfitto dall’Esercito Popolare di Liberazione guidato dal Partito comunista cinese, chiede la mediazione di Urss, Inghilterra, Francia e Usa per iniziare trattative “di pace” con i comunisti. Chiaramente si trattava di un inganno, la “trattativa” serviva a Chiang Kai-shek e agli Usa a guadagnar tempo in vista di riorganizzarsi per scatenare una nuova guerra civile anti-comunista con armi munizioni e soldi americani (come poi effettivamente avvenne). Tuttavia Stalin, che ha capito il trucco, sarebbe stato incline a fare da mediatore per strappare a Chiang Kai-shek la maschera del fautore di “pace”. E ciò non per bloccare la rivoluzione cinese (secondo la vulgata borghese mutuata dai trotskisti che l’hanno ripetuta all’infinito) ma, al contrario, per rendere ancora più spedito il cammino della rivoluzione. Se accettate il compromesso, disse a Mao «voi potrete continuare la vostra gloriosa guerra di liberazione». Inoltre, Stalin lascia intendere che se anche non si fosse tenuto conto del suo parere, i rapporti fra la Cina rivoluzionaria e l’Urss non sarebbero cambiati in nulla. Mao Zedong gli risponde che accettare come mediatori “di pace” potenze straniere, in particolare gli Usa, «susciterebbe grande sconcerto nel popolo cinese, nei partiti democratici, nelle organizzazioni popolari, in alcuni settori dell’Esercito Popolare di Liberazione e persino nei militanti di base del Partito comunista». Quindi alla fine si fece non come suggeriva Stalin ma come decise il PCC. Togliatti in- vece, con la sua «svolta» deve aver suscitato «grande sconcerto» nel suo partito (fra i militanti “di base” che non hanno mai contato molto), fra il popolo che combatteva armi alla mano contro i nazifascisti e finanche nei partiti della sinistra borghese. Le canzoni antifasciste popolari che nascevano spontaneamente dal basso, nel clima della guerra civile, erano animate da uno spirito rivoluzionario proletario in totale dissonanza con la “concretezza” tattica di Togliatti. Ricordiamoci di “O Badoglio, mio caro Badoglio ingrassato dal Fascio Littorio... se Benito ci ha rotto le tasche tu Badoglio ci hai rotto i coglioni...). Si sapeva che il Re aveva consegnato l’Italia in mano al fascismo, che dopo la firma dell’armistizio era fuggito a Brindisi insieme allo Stato Maggiore abbandonando al suo destino l’Esercito; si sapeva inoltre che Badoglio -ricordiamolo ancora una volta- era un criminale fascista che in qualità di “Viceré” d’Etiopia, e poi Commissario dell’Africa Orientale “italiana”, e poi Governatore dell’Eritrea e poi ancora Governatore della Tripolitania e della Cirenaica aveva commesso l’orrendo crimine di colpire decine e decine di volte con bombe chimiche le popolazioni dell’Abissinia per spargere stragi e terrore; che aveva disposto la deportazione in massa di popolazioni libiche attraverso marce forzate di 1000 chilometri nel deserto che decimarono letteralmente quella povera gente composta in maggioranza di donne vecchi e bambini. Il gas era l’iprite, contenuto nella bomba C-500 T., questo gas spellava vivo chi ne era colpito. Il ritornello delle camicie nere suonava così: «Se l’abissino è nero, gli cambieremo colore». Vi immaginate Togliatti, il capo “comunista” divenuto “ministro senza portafoglio” del governo Badoglio che gli stringe la mano? Andate a vederla su Google questa ignominiosa ‘storica’ fotografia della stretta di mano con sorriso ... Togliatti non poteva non sapere chi era l’animale a cui stringeva la mano, sorridendogli: nel 1936 Hailé Selassié aveva pubblicamente denunciato l’uso delle armi chimiche italiane alla Società delle Nazioni e aveva chiesto la condanna di Badoglio come criminale di guerra.

Che cosa sarebbe accaduto se Togliatti avesse rifiutato il compromesso con queste luride canaglie di Re traditori e generali sanguinari, compromesso per il quale gli Alleati evidentemente spingevano? Non sarebbe accaduto nulla. Non è vero che “c’erano gli Americani” e si era “costretti” ad obbedire. In Italia c’erano anche i Russi: accanto alla “Commissione alleata di controllo” anglo-americana i sovietici costituirono un “Comitato consultivo” diretto dal comunista sovietico Visinskij (che fu pubblico ministero ai Processi di Mosca) il quale affiancava la Commissione Alleata. Se, invece di chinarsi ai desideri di Stati Uniti e Inghilterra facendo una scelta politica che si situava alla destra del Psi e del partito d’Azione, Togliatti avesse opposto un fiero rifiuto, questo rifiuto sarebbe stato un grido di guerra di un capo comunista rivoluzionario contro le ingerenze degli Alleati, che avrebbe dato un ulteriore impulso alle formazioni partigiane combattenti e al Partito. L’Unione Sovietica aveva sopportato il peso di gran lunga maggiore della guerra antifascista e il suo Esercito Rosso, nel corso stesso della guerra, era diventato potentissimo e imbattibile. E questo gli Alleati lo sapevano bene, quindi la vulgata secondo la quale l’Italia era ormai irreversibilmente nelle mani dell’America ci viene tramandata come una verità inoppugnabile, ma che invece è un falso storico che serve egregiamente sia a scagionare Togliatti dalle sue gravi responsabilità, sia a tacciare di trotskista chi parla di tradimento della rivoluzione antifascista. L’Italia comincerà ad essere irreversibilmente legata mani e piedi agli Usa all’indomani del 1948, quando, dopo il catastrofico risultato elettorale, il dominio borghese della penisola sarà un fatto compiuto. Sarà a partire da al- lora che la borghesia firmerà tutta una serie di trattati segreti con gli Usa che legheranno mani e piedi ai governi borghesi e faranno dell’Italia una base militare Usa nel cuore del Mediterraneo e che ora è diventata anche un deposito di armi termonucleari (che in questi ultimi anni nessuno ha mai denunciato dalla tribuna parlamentare, nemmeno i deputati di Rifondazione e del Pdci che si definivano “comunisti”) . Ma prima del 1948 la situazione era ancora aperta: Un ammiraglio Usa (Carney) in un’intervista all’Europeo (nel 1952) disse: «Nel 1948 quando pareva che le elezioni italiane potessero terminare in una guerra civile....a Washington eravamo preoccupati del fatto che i vostri carabinieri e l’esercito mancavano di armi leggere e che forse avrebbero avuto difficoltà a sedare una rivolta...Nessuno si assumeva la responsabilità di prendere una decisione...La decisione la presi io. Caricai una nave da trasporto di armi leggere e diedi ordine di partire per il Mediterraneo. Il capitano doveva incrociare la costa italiana in attesa di ordini....La nave non si avvicinò mai alla costa italiana e tornò negli Stati uniti con il carico intatto perché per fortuna non vi fu bisogno di sedare nessuna rivoluzione»27. Ogni rivoluzione che avviene nel mondo ha a che fare con gli Stati Uniti d’America, principale forza controrivoluzionaria, nemico numero uno dei popoli che abitano il nostro pianeta. Quindi, dovunque si può dire, senza tema di sbagliarsi: “c’erano gli americani”. In Cina non navigava, al largo delle coste, un cargo di armi leggere americane a dare man forte alla guerra civile anticomunista di Chiang Kai-shek, ma c’erano aeroporti militari Usa in territorio cinese e basi navali e navi da guerra Usa fin dentro allo Yang Tse Kiang, c’erano armi, danaro, aerei, istruttori militari Usa, bombe al napalm e chimiche, carri armati e artiglieria pesante, assistenza tecnologica di grande livello per tenere in efficienza le linee ferroviarie e costruirne di nuove per trasportare le truppe del Kuomintang all’assalto dell’Esercito comunista in ogni angolo del vastissimo paese, c’erano trattati di asservimento nazionale che i reazionari cinesi firmarono con gli Usa svendendo gli interessi della Cina e la sua sovranità nazionale, neanche i crimini di stupro e maltrattamenti e uccisioni di cinesi da parte dei militari Usa potevano essere giudicati dalla magistratura del Kuomintang. Disse Mao Zedong: «Questa è una guerra in cui gli Stati Uniti forni- scono il danaro e le armi e Chiang Kai-shek fornisce gli uomi- ni per combattere per conto degli Stati Uniti e massacrare il popolo cinese»28. Ma alla fine gli americani e Chiang Kai shek furono gettati a mare e si andarono a rifugiare a Taiwan. E in Vietnam? Dopo che i vietnamiti scacciarono definitivamente gli invasori francesi nella storica battaglia di Dien Bien Fu, subentrarono gli americani che per 15 anni fecero la più sporca e criminale delle guerre della nostra epoca massacrando i popoli vietnamiti cambogiani e laotiani con bombe al napalm, bombe a grappolo, mine antiuomo e con armi chimiche e batteriologiche distruttive di esseri umani e di terre coltivabili. Ma alla fine di questi 15 anni di massacri dovettero abbandonare ignominiosamente Saigon facendo la ressa sotto i loro elicotteri per darsi a una fuga disordinata e precipitosa e salvare la pelle! “C’erano gli americani”....Gli americani ci saranno sempre finché l’imperialismo Usa non verrà distrutto, quello che hanno fatto in Cina, in Corea, in Vietnam e ieri in Iraq, lo stanno facendo oggi in Afghanistan, Pakistan, Libia, Siria e Ukraina. Per non parlare degli innumerevoli crimini commessi in America Latina (il più atroce di tutti: in Cile). Quindi dire, come abbiamo sentito migliaia di volte “in Italia c’erano gli americani” è soltanto un modo controrivoluzionario per accettare a cuor sereno il tradimento della Resistenza e rassegnarci, giocoforza, alla fogna di oggi in cui siamo immersi fino al collo.

Il rifiuto di Togliatti di riconoscere il Re (che meritava 10 volte più di Luigi XVI di essere giustiziato e del quale bisognava chiedere l’immediata destituzione), e il rifiuto di riconoscere il governo Badoglio sarebbe stato assolutamente tempestivo, agitatorio, non avrebbe continuato a dare tempo e legittimità (cosa scandalosa!) a uno Stato borghese in forte crisi, avrebbe tagliato fuori le manovre che la borghesia, ieri fascista, già stava freneticamente compiendo (come è ovvio e intuitivo che sia) per cominciare a ricostruire e a far ritornare pian piano a galla l’apparato poliziesco-burocratico-militare che sicuramente era stato profondamente scosso e disarticolato dalla caduta del fascismo - insomma, non avrebbe concesso tempo alla borghesia per consolidare le sue forze e prepararsi ad un’eventuale controrivoluzione. Quando Chiang Kai-shek, in seguito alla cacciata dei giapponesi (la cui sconfitta è da ascrivere a merito principalmente dell'Esercito Popolare di Liberazione diretto dal PCC) "intimò” al Partito comunista di "consegnare le armi", Mao Zedong rispose, da autentico capo rivoluzionario, con una battuta di spirito: "Se consegnassimo le armi -disse- Chiang Kai shek non finirebbe con l'averne troppe?". E Togliatti? Come si è comportato Togliatti nei riguardi dei 150.000 partigiani armati delle Brigate Garibaldi sotto il diretto controllo del Partito Comunista? Dobbiamo smettere di avere il pregiudizio che tutto ciò che è accaduto non poteva non accadere per la situazione oggettiva, vale a dire perché “c’erano gli americani”. Noi abbiamo il diritto di dire che Togliatti, in quanto capo di un forte partito comunista combattente (nel senso che ne aveva la direzione politico-militare) ha mandato a casa una grande forza rivoluzionaria in armi. Essa nacque, da una parte, da masse di soldati di un esercito sbandato che rischiavano di essere catturati e fucilati dai tedeschi, dall’altra, nella stessa situazione, si trovavano migliaia di giovani in età di leva minacciati anch’essi di fucilazione i quali preferirono darsi alla macchia piuttosto che andare a combattere per la repubblica fan- toccio di Salò. Sono queste circostanze estreme, derivanti dallo sfacelo della guerra e dal tentativo fascista di riemergere dal naufragio, che fe- cero della Resistenza un fenomeno di massa, un fenomeno poderoso. Queste decine di migliaia di giovani divenuti partigiani diedero vita ad un’autentica iniziativa storica irripetibile, che avrebbe potuto e dovuto necessariamente determinare una svolta politica radicalmente nuova. Un partito comunista avrebbe potuto e dovuto convogliare questa forza verso il regolamento dei conti finale con i responsabili della catastrofe in cui fu gettata l’Italia. La linea illusionista di Togliatti, quella che lui tirò fuori dal cilindro (e si vantava di esserne il geniale teorico!) cioè «la via diversa di accostamento al socialismo», che serviva solo ad illudere la clas- se operaia, appare ancora più grave se si pensa che proprio in quella fa- se cruciale di passaggio dal fascismo a nuovi assetti statali, in Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Albania si sta- va lottando non solo per distruggere regimi quisling ma per continuare una lotta ancora più aspra per giungere (e alla fine si giunse!) al socialismo. «Da noi non esistevano le condizioni» hanno sempre detto i togliattiani, disarmando ideologicamente la classe operaia e le masse popolari. Ai vili e ai pedanti che di fronte a fenomeni rivoluzionari di massa, anche imprevedibili e imprevisti, ma pur sempre autentici movimenti rivoluzionari di portata storica, a questi pedanti che si tiravano indietro accampando la mancanza di condizioni per la vittoria Marx diceva che «sarebbe assai comodo fare la storia universale se si accettasse battaglia soltanto a condizione di un esito infallibilmente favorevole» (citato in Lenin Prefazione alle lettere a Kugelmann). Insomma: la Resistenza è stata l’occasione storica per creare il socialismo in Italia.

Qualcuno (pensiamo al filisteo piccolo-borghese storico di professione e accademico universitario - oltre che ai revisionisti, ovviamente, e a qualche marxista nostalgico di Togliatti) potrebbe accusarci di fare un processo postumo "con il senno di poi" a un intero periodo storico, forzando una situazione "complessa" per dimostrare una tesi precostituita; ci potrebbe accusare di fare "semplicisticamente" il processo al segretario di un Partito comunista che di quel periodo storico è stato uno dei protagonisti. Risponderemmo subito: intanto a fare il "processo" a Togliatti fu Mao Zedong in due memorabili scritti29 in cui ridicolizzò la “via italiana al socialismo” e che mantengono intatta la loro attualità, scrisse: «Essi [i togliattiani] ripudiano le leggi universali della rivoluzione proletaria o, in altre parole, il significato universale della strada della rivoluzione d’Ottobre e descrivono la “via italiana” che è l’abbandono della rivoluzione, come una “linea comune per l’intero movimento comunista internazionale” ».

Quanto alla critica che ci potrebbero muovere di riconsiderare la storia con il "senno di poi", risponderemmo che il senno di poi non è una categoria astratta, buona per tutte le circostanze e da usare sempre in senso ironico e dispregiativo. Un marxista "assennato", oggi, 2014, a distanza di 69 anni dalla fine del fascismo, di fronte all'imbarbarimento della società borghese a cui hanno pienamente contribuito anche gli epigoni togliattiani, ha o non ha il diritto di levare il dito accusatore contro chi ha addormentato la coscienza della classe operaia spacciando per leninismo "innovativo" la vecchia, rancida minestra del gradualismo socialdemocratico che è sempre stato la stampella d’appoggio del dominio capitalistico? Ha il diritto, di fronte alla situazione in cui versano le classi espropriate finanche del minimo di sussistenza e dei residui diritti conquistati in decenni di lotte, di denunziare i revisionisti i quali, a un certo punto della parabola degenerativa, sono giunti a vergognarsi di dirsi comunisti e hanno affossato il Pci? Sappiamo bene che negli anni del dopoguerra il Pci era temutissimo, e la Dc gli fece guerra senza quartiere, appoggiata dagli Usa che avrebbero voluto addirittura distruggerlo, farlo scomparire attraverso la via della guerra civile (Gladio) e del colpo di stato. Furono anni di grandi lotte di massa che, nell’assicurare la sopravvivenza del Pci, valsero anche ad estendere la democrazia politica nel nostro paese e a difenderla dall’oscurantismo vaticano e democristiano dietro cui c’erano gli Usa. Ma tutti i partiti comunisti all’opposizione, anche nelle concre- te quotidiane lotte sindacali per strappare migliori condizioni economiche e normative, se sono autenticamente leninisti, agiscono sempre oltre la difesa della democrazia dell’oggi, ma nella prospettiva di edificarne un’altra. Non serve a nulla fare il raffronto fra i Togliatti e i Berlinguer da una parte e i politici-munnezza attuali: è chiaro che, nel confronto, i primi giganteggiano. Ma la serietà e l'irreprensibilità è il prerequisito di un qualsiasi minimamente decente personaggio pubblico (anche borghese), ovvio pre-requisito che la classe operaia dà per scontato: essa chiede ai dirigenti comunisti di indicargli la via vincente della rivoluzione, cioè dell'abbattimento dello Stato borghese, non vie parlamentari al socialismo o eurocomunismi, e sa bene, la classe operaia, che risolvere l’irrisolvibile “questione morale” (posta da Berlinguer) nel letamaio della società borghese è, essa sì, pura utopia.

In Stato e rivoluzione Lenin afferma: «Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi: lo stato appare là , nel momento e in quanto, dove e quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono es- sere oggettivamente conciliati. E, per converso, l’esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili. E’ precisamente su questo punto di capitale e fonda- mentale importanza che comincia la deformazione del marxismo, deformazione che segue due linee principali. Da un lato gli ideologi borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a riconoscere, sotto la pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato esiste soltanto dove ci sono conflitti di classe e la lotta di classe, “correggono” Marx in modo tale che lo Stato appare come l’organo della conciliazione delle classi. Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo Stato non avrebbe potuto né sorgere né continuare ad esistere. Se- condo i professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei -che molto spesso si riferiscono con compiacimento a Marx è proprio lo Stato a conciliare le classi. Per Marx lo stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo-borghesi l’ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l’oppressione di una classe da parte di un’altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di de- terminati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori». Più avanti: « La deformazione “kautskiana” (togliattiana) del marxismo è molto più sottile. “Teoricamente” non si con- testa che lo stato sia l’organo del dominio di classe (infatti Togliatti non lo contesta, anzi, con la sua aria professorale te lo sbatte sempre in faccia) né che gli antagonismi di classe siano inconciliabili. Ma si trascura o si attenua quanto segue: se lo Stato è un prodotto dell’inconciliabilità degli antagonismi di classe, se esso è una forza che sta al di sopra della società e che “si estranea sempre più dalla società”, è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante e nel quale questa “estraniazione” si è materializzata. Questa conclusione teoricamente di per sé chiara, è stata tratta da Marx con perfetta precisione..dall’analisi storica con- creta dei compiti della rivoluzione. Kautsky (Togliatti) ha...”dimenticato” e travisato per l’appunto questa conclusione».

I comunisti, dunque, hanno il compito di guidare, in quanto partito marxista leninista, la classe operaia e le altre classi oppresse e diseredate verso la distruzione dello Stato borghese e l’edificazione di un nuovo Stato nato dalle ceneri di quello precedentemente abbattuto (altrimenti che razza di comunisti sarebbero?) e ciò, quando se ne presentino le condizioni storiche. Il nostro assunto è che la caduta del fascismo in Italia ha prodotto le condizioni per la rivoluzione socialista come un esito possibile, assolutamente possibile. Abbiamo avuto il privilegio di essere testimoni, nella nostra epoca, di due grandi rivoluzioni, quella russa e quella cinese, simili fra loro ma allo stesso tempo anche diversissime l’una dall’altra e quindi straordinariamente ricche di insegnamenti. Inoltre, in seguito alla Seconda guerra mondiale, mezza Europa ha instaurato Stati socialisti attraverso un originale e inedito processo che potremmo definire di democrazia progressiva (per usare un’espressione coniata dal nostro Eugenio Curiel) fino a giungere al socialismo. Ora, i “teorici” di un comunismo che avrebbe dovuto essere ma che non è stato, di un comunismo concepito fuori del frastuono della storia e immaginato privo di drammi e di contrasti, hanno rigettato e completamente rimosso la storia delle vere rivoluzioni ritenute da questi “teorici” scenari di ‘errori e orrori’, di totalitarismi staliniani “comparatisticamente” associati a quelli hitleriani. Ma noi no, noi siamo marxisti leninisti, siamo gente non imperialismo-compatibile, non ci hanno inseriti nella lista del libro paga del Grande Fratello come Negri, autore di best-seller in Usa, né ci hanno messi ad ingrassare con il danaro pubblico come è accaduto a Tronti che ieri si voleva mangiare il mondo con i suoi “operai-massa”, e oggi si è acquattato come un asino pentito nei banchi parlamentari del Pd. Il crollo del Muro, la fine dell’Urss e delle democrazie popolari, la corrispondente teorizzazione della fine della storia da parte degli ideologi di una borghesia apparentemente trionfante, tutto ciò ha sicuramente sprofondato nel più cupo pes- simismo una massa di compagni, e allora, per usare una forte espressione di Lenin (dove c’è sangue spuntano i vermi) i vermi (cioè la catena appenninica trosko-ingraiana, il negro-trontismo, il rossando-dilibertinottismo ... insomma tutta la variegata fenomenologia di cervelli trosko-peraisti-revisionanti con facoltà teorizzanti da cui escludiamo gli occhettodalemaveltroni, veri e propri lenoni, uomini di potere, sbocciati nel verminaio e dunque semplici malviventi politici) questi vermi teorizzanti, dicevamo, hanno degradato il leninismo distruggendolo (come avviene in natura), e distruggendo con esso la Rivoluzione d’Ottobre, la Rivoluzione Cinese e il comunismo, per poi contrapporre al comunismo storico un ‘comunismo’ cervellotico che fosse più gradevole, più compatibile con il capitalismo, un ‘comunismo’ che promette alla gente (utopisticamente e vigliacca- mente) altri mondi possibili senza rivoluzione.

Noi non vogliamo rifondare un bel nulla, non vogliamo inventarci operai-massa, operai-sociali e cretinate anti-leniniste di questo genere, quindi non rigettiamo il nostro passato, altro che! ma siamo attenti osservatori e studiosi di quelle vere rivoluzioni vittoriose sulle quali non smettiamo mai di riflettere e alle quali paragoniamo, per analogia storica (coscienti che le analogie possono sempre nascondere dei pericoli), le nostre crisi rivoluzionarie per orientarci nel groviglio degli avvenimenti e individuare gli errori commessi dagli opportunisti, dai traditori del marxismo leninismo. I dirigenti (inamovibili) revisionisti, con alla testa Togliatti, oltre a non essersi messi sulla via di una rivoluzione socialista assolutamente matura, hanno, al contrario, magnificato per decenni e oltre ogni limite della decenza marxista la Repubblicanatadallaresistenza (cioè una banale repubblica borghese che meglio sarebbe chiamare Repubblica nata dal Tradimento della Resistenza), e alla fine, dulcis in fundo, hanno affondato definitivamente -come si diceva prima- il Partito comunista. Non è forse accaduto proprio così?

Ancora un’ analogia storica: nel 1905 scoppiò in Russia una rivoluzione anti-zarista. Non c’era mai stato in quel Paese un Parla- mento degno di questo nome né una Costituzione né libere elezioni, né suffragio universale. Insomma, non esisteva in Russia nulla -dal punto di vista delle istituzioni politiche- di ciò che la borghesia era riuscita a creare in seguito alle rivoluzioni europee contro le monarchie assolutiste. Inoltre, le larghe masse contadine russe (che costituivano la maggioranza della popolazione) vivevano ancora in uno stato di servaggio feudale sotto il giogo (e la sferza) dei grandi lati- fondisti che, insieme alla Corona e alla Chiesa detenevano la proprietà della quasi totalità delle terre. La borghesia capitalistica, che pure esisteva (e a cui si affiancava, ovviamente, una forte e combattiva classe operaia) era essa stessa oppressa dallo zarismo al punto che alcuni suoi organi di stampa venivano pubblicati clandestinamente perché giudicati illegali. La rivoluzione antizarista, per la caratteristica dei rapporti semifeudali di produzione esistenti si presentava dunque, per sua natura, come una rivoluzione democratico- borghese. Il dilemma essenziale (complicato da un’infinità di mistificazioni opportunistiche che nascondevano, appunto, il cuore del problema), ridotto all’osso era: 1) deve la Russia seguire il cammino dell’Europa occidentale, e attendere il pieno sviluppo del capitalismo sotto lo scettro di comando della borghesia per giungere ad una compiuta democrazia (borghese), dove i comunisti svolgeranno un ruolo di “estrema opposizione” nell’attesa che maturino le condizioni per la rivoluzione socialista? oppure: 2) la rivoluzione democratica deve portare alle sue estreme conseguenze le conquiste politiche (Repubblica fondata sull’armamento del popolo) e sociali (giornata lavorativa di 8 ore, esproprio senza indennizzo delle terre da distribuire ai contadini) senza temere che la radicalità della rivoluzione spaventi la borghesia e la faccia allontanare da essa, ma anzi auspicandone l’allontanamento come condizione per ampliare e approfondire la rivoluzione democratica per poi proseguire ininterrottamente verso la rivoluzione socialista? I menscevichi erano per la prima soluzione, i bolscevichi per la seconda.

La rivoluzione del 1905 stava ancora sviluppandosi quando Lenin scrisse il libro “Due Tattiche della Socialdemocrazia nella rivoluzione democratica” in cui spiega con notevole chiarezza i due punti di vista, opportunista e rivoluzionario, di fronte al quale si ponevano le due ali (menscevica e bolscevica) del partito socialdemocratico russo (che non si chiamava ancora “comunista”). In questo scritto Lenin previde una forma di transizione al socialismo che chiamò Dittatura democratica degli operai e dei contadini, dittatura perché fondata sul popolo in armi, democratica perché doveva portare a compimento tutte le conquiste della democrazia (soprattutto -ripetiamo- una radicale riforma agraria) disattese dallo zarismo. C’è democrazia borghese e democrazia borghese- diceva Lenin: c’è quella dei capitalisti (che temono la rivoluzione e sono pronti a fare accordi sotto-banco con lo zarismo per giungere ad una monarchia borghese costituzionale) e c’è quella dei contadini (che vogliono farla finita con lo zar, incendiano le ville dei latifondisti e si impossessano delle loro terre): la classe operaia e il partito socialdemocratico erano per questa democrazia.

Soltanto Lenin, che aveva la vista di un’aquila, poteva intravedere, con lungimiranza ma anche con grande audacia, l’esito storico inevitabile della rivoluzione russa che iniziò come rivoluzione democratica. La rivoluzione del 1905 fu sconfitta, ma quella del 1917, si sviluppò secondo le mirabili previsioni di Lenin, da rivoluzione borghese di Febbraio, ininterrottamente, in rivoluzione proletaria di Ottobre. I bolscevichi, esigua minoranza nell’aprile 1917 (come scrisse Lenin nelle sue “Tesi d’aprile”), nel corso di soli 6 mesi diventarono maggioranza nei due principali Soviet di Mosca e Pietroburgo grazie ad una linea politica coraggiosissima e portata avanti con determinazione: la pace, la terra ai contadini e tutto il potere ai Soviet. Questo per dire che se la rivoluzione russa del 1905 (la “prova generale”) e quella di Febbraio del 1917 si presentavano come rivoluzioni democratiche, in Italia, la rivoluzione antifascista (dal punto di vista teorico e di principio, cioè dal punto di vista della classe operaia e del comunismo) poteva avere soltanto uno sbocco socialista. E se gli opportunisti russi meritavano forse una qualche attenuante (perché la democrazia non si era mai vista in Russia e aspirare ad essa in un regime di barbarie semi-asiatica come quello dello Zar poteva già sembrare una rivendicazione rivoluzionaria) in Italia, per il Partito comunista che non è andato mai oltre le rivendicazioni democratiche, non ci sono attenuanti.

Il fascismo non era lo zarismo, la dittatura fascista non era una dittatura feudale-militare come quella zarista, ma una dittatura della parte più reazionaria e aggressiva del capitale finanziario monopolistico. L’Italia era un paese borghese, in cui vigeva una dittatura terroristica borghese di cui soffriva tutto il popolo, e quando il popolo insorse, in armi, e cominciò a combattere in armi contro gli artefici della dittatura terroristica borghese, un partito comunista avrebbe dovuto risolutamente e senza alcun tentennamento (che non significa avventuristica- mente) agire, con audacia, nella prospettiva del passaggio dall’abbattimento del fascismo al socialismo senza soluzione di continuità, avendo un programma non genericamente democratico (parola ossessivamente usata e ossessivamente ripetuta da Togliatti), ma di contenuto socialista e senza formulazioni equivoche e indeterminate che potessero essere interpretate in un modo o nell’altro a seconda delle circostanze, ma un programma univoco, chiaro (e più volte da ripetere e illustrare -didascalicamente- in tutte le fasi della guerra di Liberazione) sulla questione agraria, sul destino delle banche e della grande industria i cui padroni erano stati responsabili del fascismo e della guerra. Un tale partito avrebbe dovuto avere la chiara consapevolezza che, come diceva Lenin, sarebbe cominciata, inevitabilmente, una nuova lotta ancora più aspra all’indomani della fine del fascismo, una lotta al coltello senza esclusione di colpi all’interno del fronte antifascista per la conquista esclusiva dello Stato. Togliatti volle chiudere gli occhi di fronte a questa eventualità (certa), si accontentò, vigliaccamente, di una Costituzione democratica (borghese) a fondamento di una democrazia repubblicana (borghese) nella quale inserirsi a pieno titolo come forza non solo di opposizione ma anche di governo, nell’attesa paziente che i rapporti di forza costringessero la borghesia a cedere il potere, senza colpo ferire ai comunisti.

Nel settembre 1947, Zdanov, che non era Togliatti, nel Rapporto alla I Conferenza del Cominform, nella parte del discorso che riguardò i paesi dell’Europa orientale, spiega, in sintesi, la via inedita, fino allora, che stava portando al socialismo quei paesi: «II nuovo potere democratico in Jugoslavia, in Bulgaria, in Romania, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Albania, fondandosi sull'appoggio delle masse popolari, è riuscito a realizzare in breve tempo trasformazioni democratiche progressive tali che la borghesia non è più capace di compiere. La riforma agraria ha dato la terra ai contadini e portato alla liquidazione della classe dei grandi proprietari fondiari. La nazionalizzazione della grande industria e delle banche e la confisca della proprietà dei traditori che avevano collaborato con i tedeschi hanno in questi paesi scalzato in modo radicale le posizioni del capitale monopolistico e liberato le masse dalla servitù imperialistica. Nello stesso tempo sono state gettate le fonda- menta della proprietà di Stato di tutto il popolo, è stato creato un nuovo tipo di Stato - la Repubblica popolare - in cui il pote- re appartiene al popolo, in cui la grande industria, il trasporto e le banche appartengono allo Stato e in cui la forza dirigente è costituita dal blocco delle classi lavoratrici della popolazione, con alla sua testa la classe operaia. In conclusione i popoli di questi paesi non si sono soltanto liberati dalla morsa imperialistica, ma essi stanno anche costruendo la base per il passaggio alla via dello sviluppo socialista». In quella stessa assise, Zdanov criticò duramente il partito comunista italiano, lo accusò di “parlamentarismo”, e di perseguire una “via pacifica”. Longo e Reale che a quella riunione rappresentavano il Pci, dovettero incassare quelle dure accuse, riconoscere gli errori del loro partito e fare anche un’autocritica.

Per Togliatti, come abbiamo visto, la fase di transizione era la democrazia senza aggettivi, e non si può neanche dire che egli sia stato assolutamente e incondizionatamente e implacabilmente per la Repubblica, perché anche su questo terreno -ripetiamolo ancora una volta- pur essendoci le condizioni per fare una battaglia forte, coraggiosa, determinata, senza paure e tentennamenti, per eliminare la monarchia, egli, alla stregua di un qualsiasi liberale, ha acconsentito a che la questione dei Savoia fosse decisa dal “responso delle urne”.

note :

23 Aurelio Lepre, La svolta di Salerno, Editori riuniti, 1966, p.43
24 A.Lepre, op.cit. p. 48
25 A.Lepre, op.cit. p. 18
26 che è possibile vedere sul sito: http//piattaformacomunista.com/TELEGRAMMI.htm
27 in: Ermanno Rea, Mistero napoletano, Einaudi, p.212
28 Mao Zedong, Opere scelte vol. IV Ed.. In lingue estere pag. 440
29 Mao Zedong, Sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi, 1962. Ancora sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi,1963


AD ORROR DEL VERO


Pubblichiamo un contributo di un compagno romano che rende bene l'idea della falsa legalità borghese


La rete del potere e dell’attività controrivoluzionaria della borghesia imperialista, e tutta la sua dittatura, sono imperniate sul monopolio della violenza, come sono, altresì, basate su assenza di vincoli, segretezza, guerra e crimine di Stato, eccidi e stragi quando ciò è reputato utile, pratiche di “bonifica” (soppressioni selettive) criptodirezione ed eterodirezione del fronte avversario, ecc. Questa classe dominante ci affonda in condizioni intollerabili e insopportabili, GRAZIE A UNA DITTATURA criminale che esercita in larghissima misura clandestinamente, E SVILUPPANDO UNA GUERRA di classe a intensità variabile, con massacri e ogni sorta di iniziative analoghe sempre pronte nel cassetto. La LEGALITÀ BORGHESE CIVETTA, l’esca, la messa in scena, raccontate in un sistema di norme putativamente ispirato a una Costituzione, furono usate per facilitare la SMOBILITAZIONE DEL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO E PARTIGIANO – di una parte dell’antifascismo e della Resistenza – armato di ideali e OBIETTIVI DI EMANCIPAZIONE, e di ferri del mestiere. Servirono da contropartita al sacrificio di sangue di combattenti, COME SURROGATO, E IN CAMBIO DELL’ABBANDONO (assai poco spontaneo e consensuale) da parte dei sopravvissuti, DELLE VERE ASPIRAZIONI per le quali essi avevano tributato quel sacrificio.




La democrazia è la dittatura della borghesia!


La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che «hanno ben altro pel capo che la democrazia», «che la politica», sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale. Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia nei «minuti», nei pretesi minuti particolari della legislazione elettorale (durata di domicilio, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i «poveri»!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al democratismo. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!

(Lenin, Stato e Rivoluzione)

Abbiamo deciso di aprire la nuova rubrica con una citazione di Lenin tratta da “Stato e rivoluzione” che sintetizza in maniera inequivocabile la reale natura della democrazia tanto cara ai borghesi e ai loro rappresentanti della politica. Una dittatura subdola e inquinante, per certi versi peggiore delle dittature dei vari Pinichet o Franco perchè, per mezzo del “diritto”(che per molti era ed è ancora definito come dovere) universale al voto, inganna il popolo per ridurlo ad essere dittatore di se stesso e strenuo difensore del sistema dittatoriale al quale sono sottoposti. Il popolo elegge i “propri rappresentanti”ed essi, grazie alla delega popolare, dettano le regole della società alle quali (quasi) tutti i cittadini devono sottostare. Non vi è nulla di strano?Nulla da eccepire? Per alcuni “ogni elettore ha i governi che si merita”perchè si ostinerebbe a votare per eleggere ogni volta politici ladri ed incapaci senza però considerare che il sistema nel quale si esprime il proprio (dovere) diritto di voto è quello capitalistico e cioè quello basato sullo sfruttamento di un pugno di capitalisti sulla moltitudine di altri uomini che per vivere sono costretti a lavorare. Sono i capitalisti, detentori delle risorse e dei mezzi necessari per la produzioni di beni e servizi necessari all'esistenza, sono loro i veri gestori del sistema democratico di cui parliamo. Loro e non altri! A rideterminare le “regole del gioco” in seguito alla distruzione fisica e politica causata dalla seconda guerra mondiale, ci hanno pensato i nostri “padri costituenti”i quali, privi di alcuna delega popolare, si sono messi ad un tavolo per definire l'imbroglio. Alcuni compagni si ostinano a definirla la migliore Costituzione al mondo, nata dalla Resistenza e (sempre secondo il pensiero intossicato di questi compagni) basata sui diritti e le volontà popolari. Ma, come abbiamo scritto più volte, la Costituzione non è stata altro che un compromesso tra i dirigenti del PCI (che all'epoca anoverava a se milioni di consensi tra la popolazione ) ed i rappresentanti della borghesia e del padronato italiano. La Costituzione creata a doc come strumento di gestione e di controllo della democrazia borghese.

In proposito pubblichiamo alcuni contributi di un compagno che ha voluto analizzare la Costituzione svincolato dall'intossicazione borghese:

“Con la Costituzione, come per le “Sacre Scritture”, si dichiarano intenzioni e valori che sono DI PER SÉ infidi, equivoci e TOSSICI. L’interclassismo infame, l’impossibile convivenza, collaborazione e pace di classe, l’assurda identificazione e conciliazione di interessi tra sfruttatori e sfruttati, tra oppressori e oppressi, tra carnefici e vittime. È MATERIALE CONTRORIVOLUZIONARIO. I “Libri Sacri” sono involucri, CONTENITORI INGANNEVOLI DI DOGMI E MISTIFICAZIONI che, per proprio conto, fanno acqua da tutte la parti, a onta dei patiti del riciclaggio; e servono per incanalare chi crede a quella roba, e in quella roba, nel percorso della crescente SOTTOMISSIONE ALLA BORGHESIA IMPERIALISTA.

L’Italia NON è una Repubblica democratica, ED È fondata sullo SFRUTTAMENTO DELLA FORZA-LAVORO SALARIATA, SUL PROFITTO. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, E IL POTERE APPARTIENE ALLA BORGHESIA IMPERIALISTA, CHE LO ESERCITA SENZA LIMITI, A PRESCINDERE DA QUALUNQUE COSTITUZIONE ED IN MANIERA SEGRETA E INCONTROLLABILE DA PARTE DEL SOVRANO “ONORARIO”.

A prescindere dai suoi aspetti genetici, storici, e da molteplici altre sfaccettature, la putativa “legge fondamentale che definisce i diritti e i doveri dei cittadini e l’ordinamento dello Stato” italiano SERVE PER OCCULTARE e sostituire, nell’immaginario di chi non ha una concezione scientifica e non si rende conto di essere ingannato e ingannata, la verità di UNA DITTATURA che gli artefici e beneficiari della quale, hanno tutto l’interesse a negare formalmente. È il biglietto da visita da “Direttore di impresa import-export” del trafficante di esseri umani, di organi, di armi, di rifiuti tossici, ecc. DESCRIVE CIÒ CHE NON È', eppure viene formalmente dichiarato, se non vogliono far saltare la copertura e affrontare le conseguenza di ciò che perpetrano.
La CARTA COSTITUZIONALE, FASULLA COME IL LORO IDDIO, svolge il ruolo della bibbia o del vangelo per i credenti. “Sacre Scritture” e precetti nel corso del tempo proclamati e insieme disattesi, tanto dai “potenti della Terra”, quanto dalle gerarchie religiose, che vigilano su costoro come il “palo” vigila sul resto della banda. E I CANI DA GUARDIA, PER IMPRIGIONARE E INFEUDARE sempre di più le “pecorelle”, INVOCANO il rispetto di QUELLE NARRAZIONI INGANNEVOLI, e destituite, in teoria e nei fatti, di ogni fondamento.

DITTATURA MASCHERATA, RIBADIAMOLO

Nessun proletario autenticamente cosciente potrà mai essere così manipolato dalla propaganda di guerra del proprio nemico di classe da non basarsi sul bilancio dell’esperienza, e nessuno che si dichiara comunista è così indegno e infame da mettere da parte queste circostanze.
IL REGIME POLITICO DELL’IMPERIALISMO È UN POTERE FONDATO SULLA VIOLENZA; È DITTATURA, BASATA SU UNA GUERRA DI CLASSE STRISCIANTE E NON UFFICIALE. LO STATO È IL DETENTORE DEL MONOPOLIO DELLA VIOLENZA, E LA ESERCITA IN TUTTE LE SUE FORME, E NEI MODI REGOLAMENTATI, MA SOPRATTUTTO IN QUELLI NON DICHIARATI, E A COMPLETO ARBITRIO DELLA CLASSE DOMINANTE.
L’ORDINAMENTO DELLA BORGHESIA IMPERIALISTA È OGGI LA FORMA PIÙ SVILUPPATA, PERVASIVA, PERICOLOSA E SANGUINARIA DEL CRIMINE ORGANIZZATO.
ESISTONO DUE ORDINI DI COSTITUZIONE E DI NORMATIVE: QUELLE UFFICIALI, DICHIARATE E QUELLE EFFETTIVE E VIGENTI DI FATTO.

Le prime fanno da copertura alle seconde e focalizzano l’attenzione, le seconde sono sconosciute nel loro dettato, ma lampanti negli effetti. I risultati logici e intenzionali delle seconde, vengono fatti apparire come disapplicazione e deviazione, inadempienza, abuso, e altre fantasticherie.
Il regime politico dell’imperialismo è un POTERE FONDATO SULLA VIOLENZA; è DITTATURA, basata su una GUERRA DI CLASSE strisciante e non ufficiale.
Lo STATO è il detentore del MONOPOLIO DELLA VIOLENZA, e la esercita in tutte le sue forme, e nei modi regolamentati, ma soprattutto in quelli non dichiarati, e a completo arbitrio della classe dominante.
L’ORDINAMENTO DELLA BORGHESIA imperialista è oggi la forma più sviluppata, pervasiva, pericolosa e sanguinaria del CRIMINE ORGANIZZATO.

22 GIUGNO 1946, L’AMNISTIA TOGLIATTI ha restituito la LIBERTÀ di azione agli esperti organizzatori e sicari di SQUADRACCE DELLA MORTE.

Con la Liberazione alle spalle, anni di sacrifici e sangue; venti giorni dopo il referendum monarchia-repubblica del 2 giugno 1946, Palmiro Togliatti spiega senza bisogno di parole qual è la relazione tra un “uomo di sinistra” e il campo comunista, proletario e rivoluzionario. Qual è L’ABISSO E LA BARRICATA CHE SEPARANO UN SOCIALFASCISTA DA UN COMUNISTA.

AMNISTIATI 1946. LA RELAZIONE TRA LA “SINISTRA” E I COMUNISTI in un premio firmato Palmiro Togliatti agli aguzzini e assassini (anche) di Antonio Gramsci, avvezzi ed esperti nell’usare il terrorismo statale organizzato.
22 GIUGNO 1946. LA LISTA DEI FASCISTI, massacratori, torturatori, aguzzini, assassini, esperti in stragi di civili, che quel porco disarma-partigiani ha beneficiato e LIBERATO, VOLUTO DI NUOVO “IN MEZZO A NOI” A DARSI DA FARE, è lunga.
Ci sono coloro che comandavano i plotoni d’esecuzione “perché non avevano personalmente imbracciato il fucile”, i ras delle squadracce, dirigenti dell’OVRA (la polizia segreta) e giudici del Tribunale Speciale, gerarchi, capi politici e militari, chi aveva collaborato con i nazisti, spie, collaborazionisti dei fascisti, gli estensori del Manifesto della Razza.
Parte dei torturatori della banda Koch (la famigerata struttura speciale di polizia della RSI) sotto processo, e il colonnello condannato all’ergastolo per l’omicidio dei fratelli Rosselli, escono immediatamente di galera.
Nel contesto in cui partigiani venivano perseguitati e i corpi di polizia epurati dal personale legato alla Resistenza, I FASCISTI RIPRENDONO, dopo il riposo in carcere – di 14 mesi nel peggiore dei casi – interrotto da Togliatti, I PROPRI POSTI DI COMBATTIMENTO ai vertici della magistratura, della pubblica istruzione, dell’informazione, dell’amministrazione statale. E nella politica ufficiale, con la grandissima maggioranza dei parlamentari del MSI (Movimento Sociale Italiano) composta da farabutti amnistiati.

L’AMNISTIA DI UN INFAME, UNA SECONDA LIBERAZIONE contrapposta alla prima, del 25 Aprile 1945, che provocherà conseguenze chiamate “stragi di Stato”, “neofascismo”, “strategia della tensione”, “servizi deviati”, “Stay Behind”, e via di seguito. TRA L’AMNISTIA DI QUEL MAIALE E L’ECCIDIO DI PORTELLA DELLA GINESTRA NON TRASCORRE UN ANNO.

DITTATURA MASCHERATA.
Mentre a Norimberga parte dei gerarchi nazisti subiva l’andamento del processo che il successivo 16 ottobre sarebbe arrivato alle esecuzioni, L’AMNISTIA TOGLIATTI PROVVEDEVA A RIEQUILIBRARE LA SORTE SFAVOREVOLE TOCCATA AI “COLLEGHI” TEDESCHI DEI FASCISTI esperti in massacri. Atto infame perpetrato da un lurido infame, che fa da viatico alla Costituzione “più avanzata dell’Occidente”, la quale manca fin dall’inizio di un articolo basilare che suonerebbe così: «LA BORGHESIA ITALIANA CONSERVA E SVILUPPA CON NUOVE LEVE LA TRUPPA FASCISTA, E LA PONE IN CLANDESTINITÀ PER CONTINUARE IN MODO DISSIMULATO A COMPIERE LE OPERAZIONI SPORCHE DI GUERRA INTERNA, DECISE IN SEGRETO DALLA CLASSE DOMINANTE PER CONDIZIONARE CON TUTTI I MEZZI LA VITA DEL PAESE. IL MOVIMENTO PARTIGIANO SMOBILITA UNILATERALMENTE A FRONTE DELL’ESERCITO NEMICO CHE CONSERVA IN MODO MISTIFICATO IL SUO POTENZIALE, CON LA GARANZIA DI NON AVERE PIÙ RIVALI IN GRADO DI RICONOSCERLO COME TALE E COMBATTERLO».
CARTA COSTITUZIONALE DA DISATTENDERE e smentire nei fatti, in cambio della LIBERTÀ E di POSTI DI COMANDO AI TERRORISTI DI STATO, che nei fatti sono incaricati di stracciare quella Carta. LA COSTITUZIONE FA DA SIPARIO A UNA MODERNA DITTATURA IMPERIALISTA, SANGUINARIA MA DISSIMULATA SOTTO MENTITE SPOGLIE, che fa premiare i fascisti dal “capo dei comunisti” fatto ministro. (Sebbene Palmiro Togliatti, liberatore degli assassini di Antonio Gramsci, lo abbia sostituito alla guida del PCI come un membro del Ku Klux Klan).

Redazione Aurora Proletaria







Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

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