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Necessità di una preparazione ideologica di massa


di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito


Da quasi cinque anni il movimento operaio rivoluzionario italiano è piombato in una situazione di illegalità o di semilegalità. La libertà di stampa, il diritto di riunione, di associazione, di propaganda sono praticamente soppressi. La formazione dei quadri dirigenti del proletariato non può quindi piú avvenire per le vie e coi metodi che erano tradizionali in Italia fino al 1921. Gli elementi operai piú attivi sono perseguitati, sono controllati in ogni loro movimento, in ogni loro lettura; le biblioteche operaie sono state incendiate o altrimenti disperse; le grandi organizzazioni e le grandi azioni di massa non esistono piú o non possono attuarsi. I militanti non partecipano affatto o partecipano solo in misura limitatissima alle discussioni e al contrasto delle idee; la vita isolata o la riunione saltuaria di piccoli gruppi riservati, l'abitudine che può venire formandosi a una vita politica che in altri tempi pareva d'eccezione, suscitano sentimenti, stati d'animo, punti di vista che sono spesso errati e talvolta persino morbosi.

I nuovi membri che il Partito acquista in una tale situazione, evidentemente uomini sinceri e di vigorosa fede rivoluzionaria, non possono venire educati ai nostri metodi dall'attività ampia, dalle larghe discussioni, dal controllo reciproco che sono propri dei periodi di democrazia e di legalità. Si prospetta cosí un pericolo molto grave: la massa del Partito, abituandosi, nell'illegalità, a non pensare ad altro che agli espedienti necessari per sfuggire alle sorprese del nemico, abituandosi a vedere possibili e organizzabili immediatamente solo azioni di piccoli gruppi, vedendo come i dominatori apparentemente abbiano vinto e conservino il potere con l'opera di minoranze armate e inquadrate militarmente, si allontana insensibilmente dalla concezione marxista dell'attività rivoluzionaria del proletariato, e mentre pare si radicalizzi, per il fatto che si sentono spesso enunziare propositi estremisti e frasi sanguinolente, in realtà diventa incapace a vincere il nemico. La storia della classe operaia, specialmente nell'epoca che attraversiamo, mostra come questo pericolo non sia immaginario. La ripresa dei partiti rivoluzionari, dopo un periodo di illegalità, è spesso caratterizzata da un irrefrenabile impulso all'azione per l'azione, dall'assenza di ogni considerazione dei rapporti reali delle forze sociali, dello stato d'animo delle grandi masse operaie e contadine, delle condizioni dell'armamento, ecc. È avvenuto cosí troppo spesso che il Partito rivoluzionario si sia fatto massacrare dalla reazione non ancora disgregata, e le cui riserve non erano state giustamente apprezzate, tra l'indifferenza e la passività delle grandi masse le quali, dopo ogni periodo reazionario, diventano molto prudenti e sono facilmente colte da panico ogni qualvolta si minaccia un ritorno alla situazione da cui sono allora allora uscite.

È difficile, in linea generale, che tali errori non si verifichino; è perciò doveroso che il Partito se ne preoccupi e svolga una determinata attività che specialmente tenda a migliorare la sua organizzazione, ad elevare il livello intellettuale dei membri che si trovano nelle sue file nel periodo del terrore bianco e che sono destinati a diventare il nucleo centrale e piú resistente ad ogni prova e ad ogni sacrificio del Partito che guiderà la rivoluzione ed amministrerà lo Stato proletario.

Il problema appare cosí piú largo e piú complesso. La ripresa del movimento rivoluzionario e specialmente la sua vittoria, riversano nel Partito una grande massa di nuovi elementi. Essi non possono essere respinti, specialmente se di origine proletaria, poiché appunto la loro adesione è uno dei segni piú sintomatici della rivoluzione che sta compiendosi; ma il problema si pone di impedire che il nucleo centrale del Partito sia sommerso e disgregato dalla nuova impetuosa ondata. Tutti ricordiamo ciò che è avvenuto in Italia, dopo la guerra, nel Partito socialista. Il nucleo centrale, costituito dai compagni rimasti fedeli alla causa durante il cataclisma, si restrinse fino a ridursi al numero di 16.000 circa. Al Congresso di Livorno erano rappresentati 220.000 soci, cioè esistevano nel Partito 200.000 aderenti del dopoguerra, senza preparazione politica, digiuni o quasi di ogni nozione della dottrina marxista, facile preda dei piccoli borghesi declamatori e fanfaroni che costituirono negli anni 1919-20 il fenomeno del massimalismo. Non è senza significato che l'attuale capo del Partito socialista e direttore dell'Avanti! sia proprio Pietro Nenni, entrato nel Partito socialista dopo Livorno, ma che riassume e sintetizza in sé tutte le debolezze ideologiche e i caratteri distintivi del massimalismo del dopoguerra. Sarebbe veramente delittuoso che nel Partito comunista si verificasse per rispetto al periodo fascista ciò che si è verificato nel Partito socialista per rispetto al periodo della guerra: ma ciò sarebbe inevitabile, se il nostro Partito non avesse una direttiva anche in questo campo, se esso non provvedesse a tempo a rinforzare ideologicamente e politicamente i suoi attuali quadri e i suoi attuali membri, per renderli capaci di contenere e inquadrare masse ancora piú larghe senza che l'organizzazione subisca troppe scosse e senza che la figura del Partito ne venga mutata.

Abbiamo posto il problema nei suoi termini pratici piú immediati. Ma esso ha una base che è superiore ad ogni contingenza immediata.

Noi sappiamo che la lotta del proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: quello economico, quello politico, e quello ideologico. La lotta economica ha tre fasi: di resistenza contro il capitalismo, cioè la fase sindacale elementare; di offensiva contro il capitalismo per il controllo operaio sulla produzione; di lotta per l'eliminazione del capitalismo attraverso la socializzazione. Anche la lotta politica ha tre fasi principali: lotta per infrenare il potere della borghesia nello Stato parlamentare, cioè per mantenere o creare una situazione democratica di equilibrio tra le classi che permetta al proletariato di organizzarsi e svilupparsi; lotta per la conquista del potere e per la creazione dello Stato operaio, cioè un'azione politica complessa attraverso la quale il proletariato mobilita intorno a sé tutte le forze sociali anticapitalistiche (in prima linea la classe contadina), e le conduce alla vittoria; fase della dittatura del proletariato organizzato in classe dominante per eliminare tutti gli ostacoli tecnici e sociali, che si frappongono alla realizzazione del comunismo.

La lotta economica non può essere disgiunta dalla lotta politica, e né l'una né l'altra possono essere disgiunte dalla lotta ideologica.

Nella sua prima fase sindacale, la lotta economica è spontanea, cioè essa nasce ineluttabilmente dalla stessa situazione in cui il proletario si trova nel regime borghese, ma non è di per se stessa rivoluzionaria, cioè non porta necessariamente all'abbattimento del capitalismo, come hanno sostenuto e continuano a sostenere con minor successo i sindacalisti. Tanto vero che i riformisti e persino i fascisti ammettono la lotta sindacale elementare, anzi sostengono che il proletariato come classe non debba esplicare altra lotta che quella sindacale. I riformisti si differenziano dai fascisti solo in quanto sostengono che se non il proletariato come classe, almeno i proletari come individui, cittadini, lottino anche per la «democrazia in generale», cioè per la democrazia borghese, in altre parole lottino solo per mantenere o creare le condizioni politiche della pura lotta di resistenza sindacale.

Perché la lotta sindacale diventi un fattore rivoluzionario, occorre che il proletariato l'accompagni con la lotta politica, cioè che il proletariato abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le quistioni piú vitali dell'organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare per il socialismo. L'elemento «spontaneità» non è sufficiente per la lotta rivoluzionaria: esso non porta mai la classe operaia oltre i limiti della democrazia borghese esistente. È necessario l'elemento coscienza, l'elemento «ideologico», cioè la comprensione delle condizioni in cui si lotta, dei rapporti sociali in cui l'operaio vive, delle tendenze fondamentali che operano nel sistema di questi rapporti, del processo di sviluppo che la società subisce per l'esistenza nel suo seno di antagonismi irriducibili, ecc.

I tre fronti della lotta proletaria si riducono a uno solo, per il Partito della classe operaia, che è tale appunto perché riassume e rappresenta tutte le esigenze della lotta generale. Non si può certo domandare ad ogni operaio della massa di avere una completa coscienza di tutta la complessa funzione che la sua classe è determinata a svolgere nel processo di sviluppo dell'umanità: ma ciò deve essere domandato ai membri del Partito. Non ci si può proporre, prima della conquista dello Stato, di modificare completamente la coscienza di tutta la classe operaia; sarebbe utopistico, perché la coscienza della classe come tale si modifica solo quando sia stato modificato il modo di vivere della classe stessa, cioè quando il proletariato sarà diventato classe dominante, avrà a sua disposizione l'apparato di produzione e di scambio e il potere statale. Ma il Partito può e deve nel suo complesso, rappresentare questa coscienza superiore; altrimenti esso non sarà alla testa, ma alla coda delle masse, non le guiderà, ma ne sarà trascinato. Perciò il Partito deve assimilare il marxismo e deve assimilarlo nella sua forma attuale, come leninismo.

L'attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico, è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia il marxismo (all'infuori di Antonio Labriola) è stato studiato piú dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari. Abbiamo visto perciò nel Partito socialista italiano convivere insieme pacificamente le tendenze piú disparate, abbiamo visto essere opinioni ufficiali del Partito le concezioni piú contraddittorie. Mai le Direzioni del Partito immaginarono che per lottare contro la ideologia borghese, per liberare cioè le masse dalla influenza del capitalismo, occorresse prima diffondere nel Partito stesso la dottrina marxista e occorresse difenderla da ogni contraffazione. Questa tradizione non è stata, per lo meno, interrotta in modo sistematico e con una attività notevole continuata.

Si dice tuttavia che il marxismo ha avuto molta fortuna in Italia e in un certo senso ciò è vero. Ma è vero anche che una tale fortuna non ha giovato al proletariato, non ha servito a creare nuovi mezzi di lotta, non è stato un fenomeno rivoluzionario. Il marxismo, cioè alcune affermazioni staccate dagli scritti di Marx, hanno servito alla borghesia italiana per dimostrare che per le necessità del suo sviluppo era necessario fare a meno della democrazia, era necessario calpestare le leggi, era necessario ridere della libertà e della giustizia: cioè è stato chiamato marxismo, dai filosofi della borghesia italiana, la constatazione che Marx ha fatto dei sistemi che la borghesia adopera, senza bisogno di ricorrere a giustificazioni... marxiste, nella sua lotta contro i lavoratori. E i riformisti, per correggere questa interpretazione fraudolenta, sono essi diventati democratici, si sono essi fatti i turiferari di tutti i santi sconsacrati del capitalismo. I teorici della borghesia italiana hanno avuto l'abilità di creare il concetto della «nazione proletaria», cioè di sostenere che l'Italia tutta era una «proletaria» e che la concezione di Marx doveva applicarsi alla lotta dell'Italia contro gli altri Stati capitalistici, non alla lotta del proletariato italiano contro il capitalismo italiano; i «marxisti» del Partito socialista hanno lasciato passare senza lotta queste aberrazioni, che furono accettate da uno, Enrico Ferri, che passava per un grande teorico del socialismo. Questa fu la fortuna del marxismo in Italia: che esso serví da prezzemolo a tutte le indigeste salse che i piú imprudenti avventurieri della penna abbiano voluto mettere in vendita. È stato marxista in tal modo Enrico Ferri, Guglielmo Ferrero, Achille Loria, Paolo Orano, Benito Mussolini...

Per lottare contro la confusione che si è andata in tal modo creando, è necessario che il Partito intensifichi e renda sistematica la sua attività nel campo ideologico, che esso ponga come un dovere del militante la conoscenza della dottrina del marxismo-leninismo almeno nei suoi termini piú generali.

Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. È un Partito centralizzato nazionalmente e internazionalmente. Nel campo internazionale, il nostro Partito è una semplice sezione di un partito piú grande, di un partito mondiale. Quali ripercussioni può avere ed ha già avuto questo tipo di organizzazione, che pure è una ferrea necessità della rivoluzione? L'Italia stessa ci dà una risposta a questa domanda. Per reazione all'andazzo solito del Partito socialista, in cui si discuteva molto e si risolveva poco, la cui unità, per l'urto continuo delle frazioni, delle tendenze e spesso delle cricche personali si frantumava in una infinità di frammenti sconnessi, nel nostro Partito si era finito col non discutere piú nulla. La centralizzazione, l'unità di indirizzo e di concezione era diventata una stagnazione intellettuale. A ciò contribuí la necessità della lotta incessante contro il fascismo, che proprio alla fondazione del nostro Partito era già passato alla sua fase attiva ed offensiva, ma contribuí anche la concezione errata del Partito, cosí come è esposta nelle «Tesi sulla tattica» presentate al Congresso di Roma. La centralizzazione e l'unità erano concepite in modo troppo meccanico: il Comitato centrale, anzi, il Comitato esecutivo era tutto il Partito, invece di rappresentarlo e dirigerlo. Se questa concezione venisse permanentemente applicata, il Partito perderebbe i suoi caratteri distintivi politici e diventerebbe, nel migliore dei casi, un esercito (e un esercito di tipo borghese): perderebbe cioè la sua forza d'attrazione, si staccherebbe dalle masse. Perché il Partito viva e sia a contatto con le masse, occorre che ogni membro del Partito sia un elemento politico attivo, sia un dirigente. Appunto perché il Partito è fortemente centralizzato, si domanda una vasta opera di propaganda e di agitazione nelle sue file, è necessario che il Partito, in modo organizzato, educhi i suoi membri e ne elevi il livello ideologico. Centralizzazione vuol dire specialmente che in qualsiasi situazione, anche dello stato di assedio rinforzato, anche quando i comitati dirigenti non potessero funzionare per un determinato periodo o fossero posti in condizione di non essere collegati con tutta la periferia, tutti i membri del Partito, ognuno nel suo ambiente siano stati posti in grado di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta ma senta di essere guidata e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria.







Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

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Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

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