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Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia


(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)


Per molto tempo al riformismo in Italia è stato possibile celarsi sotto la bandiera del socialismo, per una mancanza di chiarezza delle due concezioni nel movimento operaio. È recente infatti la formazione di un partito riformista, ma non è recente il riformismo in Italia. Se Filippo Turati, capo di questa corrente, ha potuto essere scambiato per molto tempo come socialista, ciò è avvenuto a causa della lentezza con cui si sono sviluppati i partiti in Italia. Studiosi ed osservatori inglesi si stupivano infatti fin da prima della guerra di vedere la borghesia italiana avere Turati in considerazione di socialista. Ma l’errore non è stato commesso soltanto dalla classe borghese: lo stesso errore è stato fino a qualche anno fa accreditato anche presso le classi lavoratrici. Che cosa sia il socialismo di Turati e del suo partito oggi è chiaro a tutti: esso è un liberalismo democratico, che, come negli altri paesi capitalisti, tiene la funzione di “sinistra borghese”. Prima di arrivare a chiarire così la funzione del riformismo in Italia, molte lezioni sono state necessarie alla classe operaia, compresa quella del fascismo, la più terribile e la più vicina storicamente. È solo con gli avvenimenti del dopoguerra e con l’esperienza del proletariato internazionale che la classe operaia giunge anche in Italia all’elaborazione di una sana dottrina politica marxista, in modo da distinguere le due funzioni di socialismo e riformismo.

Prima della guerra il partito politico della classe operaia era rimasto uno solo: il partito socialista. Per molti anni in questo partito si erano svolti dibattiti sul socialismo rivoluzionario e sulle riforme, sulla collaborazione e sull’intransigenza. Ma da questi dibattiti non si era mai giunti alla elaborazione di una tattica e di un programma socialista in modo da smascherare la tendenza riformista per quella che è realmente: una tendenza cioè borghese infiltratasi nel movimento operaio (1) Intransigente e riformista [dovevano] stare insieme nello stesso partito, il che implicava necessariamente una piattaforma comune d’azione. Questa piattaforma noi la troviamo specialmente nella base elettorale che il partita socialista s’era data in Italia. Malgrado tutti i richiami alla lotta di classe e alle affermazioni verbali di rivoluzionarismo, il partita socialista italiano era rimasto sostanzialmente un partita democratico, a somiglianza di tutti gli altri partiti che si erano sviluppati nei limiti della II Internazionale. Questo carattere del partito socialista è risultato in primo luogo nella tattica di fronte alla guerra. La formula di “neutralismo” che per la borghesia italiana appariva disfattista e sovversiva, al lume della critica socialista è stata giudicata e condannata come una formula equivoca e opportunista. E lo era tanto infatti, che persino i socialpatrioti Turati e Treves potevano accettare la stessa formula ed apparire agli occhi delle masse come degli anti-guerrafondai, benché tali non fossero da ritenersi menomante.

La guerra cessò e iniziò il periodo delle conseguenze. La crisi rivoluzionaria del dopoguerra sorprende il partito socialista impreparato ad affrontare tutti i problemi della rivoluzione proletaria. Mancano idee chiare sulla funzione del partito, sui compiti della classe operaia nella conquista del potere e nella creazione della Stato proletario. Il periodo del dopoguerra segna appunto il periodo di preparazione più intensa della classe operaia rivoluzionaria. L’esperienza del proletariato russo viene studiata, assimilata, fatta propria dal proletariato italiano. Attraverso una lunga serie di agitazioni e di movimenti la classe operaia si forgia la sua coscienza rivoluzionaria. La fabbrica diventa il centro di formazione di questa nuova coscienza. I problemi del controllo operaio, della produzione socialista, della Stato operaio, della funzione del partita proletario, dei rapporti tra il partito e la rivoluzione sono quelli di cui si occupa in questa periodo la classe operaia. La tradizione democratica del partito socialista è spezzata; la vecchia tradizionale piattaforma elettorale è infranta; una nuova educazione proletaria si forma; si determinano nuovi orientamenti nel seno della classe operaia. Da tutto questo interno travaglio della classe operaia sorge nel 1921 il partito comunista, sezione d’Italia dell’internazionale comunista. Ma il riformismo non abbandona ancora la sua maschera; esso continua ancora a celarsi sotto il nome di socialismo, il quale, da questa momento, diventa equivalente di opportunismo, cioè di antisocialismo. Quale la tattica seguita sin qui dai riformisti?

Di fronte al profondo risveglio determinato in mezzo ai lavoratori italiani dalla Russia rivoluzionaria, i riformisti non hanno seguito la tattica di una opposizione netta ed aperta, che li avrebbe gettati in un isolamento completo. Al contrario essi hanno preferito agire con l’ipocrisia nota a tutti i socialtraditori, per mascherare i loro piani controrivoluzionari. E hanno accettato di recarsi in Russia, come D’Aragona e altri, a rappresentare il proletariato rivoluzionario italiano e hanno mostrato di accettare il concetto della dittatura proletaria, pur deformandolo, come nella mozione di Reggio Emilia. Non hanno ripudiato nemmeno il concetto della violenza, come lo stesso Turati si sforzò di provare nei suoi discorsi di Bologna e di Livorno.(2) Questo atteggiamento dei riformisti è stato poi definito così da D’Aragona: “I riformisti sono rimasti nel partito socialista per sabotare la rivoluzione”.

Appunto per sabotare la rivoluzione, cioè per salvare la borghesia dall’avanzata della classe operaia, i riformisti hanno di tradimento in tradimento condotto i lavoratori italiani alla sconfitta, creando così le condizioni favorevoli allo sviluppo e al successo del fascismo. Prima della guerra, i riformisti hanno esercitato nel partito socialista la funzione di controrivoluzionari, facendo accettare alle masse che seguivano questo partito, benché minoranza, la loro ideologia socialpacifista. Nel dopoguerra, rimanendo nel partito socialista, i riformisti, che conservano nelle loro mani le maggiori organizzazioni operaie, hanno potuto, attraverso deviazioni d’ogni sorta, continuare la loro opera controrivoluzionaria, col sistematico sabotaggio di tutti i movimenti che potevano sboccare nella lotta del proletariato per la conquista del potere. Esempio tipico: l’occupazione delle fabbriche.

La funzione e la natura controrivoluzionaria dei riformisti si sono però chiaramente rivelate in quest’ultimo periodo, dopo la formazione d’una salda avanguardia rivoluzionaria in Italia e gli sviluppi politici determinati dal fascismo. Ogni maschera è caduta. I riformisti hanno dovuto apparire nella loro vera luce, malgrado osino richiamarsi ancora assai blandamente ai principî della lotta di classe. La loro funzione di servi del capitalismo e di agenti borghesi nel movimento operaio è risultata con grande evidenza dagli ultimi fatti e specialmente dai provvedimenti presi dai capi confederali, con la recente espulsione di tre organizzatori comunisti. Qual è l’esatto significato di questa mossa dei capi confederali? Essa non può essere spiegata se non ponendola in rapporto alle trattative in corso fra popolari, giolittiani e riformisti. Staccati dall’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia, i socialisti non potevano che finire nelle braccia della borghesia. Questo processo che si è verificato da tempo negli altri paesi capitalisti, va rapidamente compiendosi anche in Italia. I riformisti, dopo aver sabotato il movimento rivoluzionario, non si sono acquistati abbastanza titoli di gloria agli occhi della classe borghese per meritarne la fiducia. Essi devono mostrare ora che non solo sono disposti a sabotare il movimento operaio rivoluzionario, ma anche a combatterlo; devono cioè rassicurare la borghesia che la loro tattica e il loro programma di governo non sono diversi dalla tattica e dal programma dei laburisti inglesi e dei socialdemocratici tedeschi. Come i laburisti inglesi, essi – i riformisti italiani – sarebbero, all’occasione, buoni monarchici e buoni amministratori dei banchieri italiani; come i socialdemocratici tedeschi (repubblicani loro malgrado: lo ha confessato il presidente Ebert) essi saprebbero, in caso di bisogno, far funzionare le mitragliatrici contro i comunisti, né più né meno che sull’esempio di Amburgo.(3) L’espulsione dei primi comunisti dalla Confederazione generale del lavoro non deve intendersi dunque se non come un’azione dimostrativa diretta a rassicurare le frazioni borghesi, in questi giorni di trattative fra popolari, giolittiani e riformisti. La mossa dei capi confederali completa la mossa dei popolari ispirata del resto dall’on. Turati. Bisogna creare un nuovo blocco anticomunista, dopo l’esperimento fascista. E i riformisti hanno voluto crearsi un nuovo titolo di merito per entrare a farvi parte. La funzione del partito socialista unitario è cosi storicamente decisa: essa è la medesima del partito di Noske. A chi l’onore di rappresentare per l’Italia la parte del socialtraditore tedesco?

NOTE
1 Frase incomprensibile nel testo originario, per evidente errore tipografico, ricostruibile, ci pare, come proponiamo.

2. Cioè del XVI e del XVII Congresso del partito socialista (1919 e 1921).

3. A. Gramsci si riferisce alla repressione della rivolta degli operai di Amburgo da parte dei socialdemocratici (1923)

Fonte : https://paginerosse.wordpress.com







Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito

La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.

Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)

Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)

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