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Quando il sindacato si direbbe di classe...
Osservazioni critiche a cura della redazione


Nei periodi in cui il movimento operaio in Italia era forte, il movimento comunista (la Cina, Cuba, il Vietnam, le lotte di liberazione dei Paesi coloniali, la forza prorompente ed armata delle BR in Italia, etc) era in ascesa ed il capitalismo non aveva ancora raggiunto il suo punto massimo di crisi. Questa situazione generale ha favorito le conquiste sindacali ed i miglioramenti delle condizioni dei lavoratori. Con l'indebolimento del movimento comunista e rivoluzionario che, anche nel nostro Paese, grazie alla campagna revisionista del PCI (che aveva abbandonato ogni residua velleità rivoluzionaria per far posto al parlamentarismo e al riformismo) e ai duri colpi subiti dalle Brigate Rosse, anche il movimento sindacale ha è stato costretto ad arretrare, sconfitta dopo sconfitta. Possiamo quindi affermare, senza timore di essere smentiti, che il rafforzamento del movimento rivoluzionario rappresenta la condizione per rafforzare e rendere vittoriose le lotte sindacali? Noi diciamo di si!

Dalle ceneri di un movimento sindacale ormai nelle mani di dirigenti asserviti al nemico di classe e grazie alla mobilitazione di lavoratori che interpretavano in senso rivoluzionario l'azione sindacale, nascevano(1) i sindacati di base che si proponevano di riaprire quella conflittualità necessaria a riposizionare la classe lavoratrice nell'ambito della lotta politica più generale. Ma, anche all'interno di alcuni di questi sindacati di base, si faceva strada l'idea, piccolo borghese, della “neutralità politica” utile soltanto alla borghesia per impedire la formazione della coscienza di classe e costringere i lavoratori ad occuparsi soltanto della lotta economica. Ed è così che anche i sindacati di base rischierebbero di adoperarsi esclusivamente nella lotta economica assumendo il ruolo della “sinistra della CGIL” o di altri sindacati istituzionali. Di per se, non sarebbe un fatto totalmente negativo in quanto, l'esistenza dei sindacati di base, permette a molti operai e lavoratori scontenti dell'azione rinunciataria e complice dei sindacati di regime, di “trasmigrare” in organizzazioni più combattive ma, come detto sopra, in assenza di azione politica più ampia che miri ad elevare la coscienza di classe e rivoluzionaria, si vedrebbero a trattare esclusivamente vertenze e lotte, anche se a volte vincenti, di carattere economico e particolare rinunciando al ruolo di costruttori di coscienza tra la propria classe di riferimento. Ma, allo stesso modo, il sindacato di classe non potrà mai svolgere l'azione di un partito rivoluzionario, pena la dissoluzione del suo ruolo originale e l'inefficacia del lavoro politico tra la classe di riferimento. Inoltre, i sindacati di base, tendono a rapportarsi tra loro in termini di competizione reciproca e sono rarissimi i casi (sempre e comunque soltanto su lotte particolari) in cui riescono ad unire le loro forze prediligendo la logica del “TUTTI CONTRO TUTTI”.

In questa logica settaria, competitiva e personalistica (che interpretata il ruolo non in termini di servitori dei lavoratori e di costruttori di coscienza di classe ma come se fossero proprietari di un azienda) è esplicativo l'atteggiamento del dirigente del Si Cobas torinese che, a causa di alcune critiche sollevate da un comitato cittadino che si occupava di solidarizzare, anche economicamente, con i lavoratori della Safim licenziati per rappresaglia, ha inviato allo stesso comitato (apostrofandolo come “inesistente”) una e-mail con la quale intimava di non occuparsi più della causa dei suoi operai. Un atteggiamento che, oltre a danneggiare gli stessi lavoratori iscritti negando loro un sostegno economico esterno, danneggia anche l'immagine del sindacato stesso.
Insomma, si tratta di un caso esemplare di come, se non interpretato adeguatamente, il ruolo di dirigente sindacale di base, non si discosterebbe molto da quello dei dirigenti dei sindacati di regime trasformandosi in semplice strumento burocratico per gestire vertenze particolari.

Noi comunisti dobbiamo lavorare, nelle organizzazioni e con le organizzazioni sindacali, per contribuire ad unificare le lotte ed i lavoratori che vi partecipano in senso rivoluzionario. Promuovere la costruzione di comitati di lotta e casse di resistenza gestite e dirette dai lavoratori al di la della loro tessera sindacale, è uno degli strumenti con i quali è possibile concretizzare l'unità nella lotta, anche se soltanto di resistenza rivoluzionaria agli attacchi del nemico di classe.

(la redazione di Aurora Proletaria)

(1) (...) A metà degli anni 70' nasce (1979) il primo sindacato di base RdB (…) Successiva è “la nascita dei COBAS (acronimo di Comitati di Base della Scuola = Co.Ba.S, poi generalizzato in Co.Bas) (1986, assemblea al Liceo Virgilio di Roma; costituzione formale, 1987), sulla scia di un grande sciopero nazionale proclamato contro l’atteggiamento dilatorio del governo nelle trattative per il rinnovo contrattuale della scuola per il triennio 1985-88. (…) Si costituisce, agli inizi degli anni ‘90 il Cobas Coordinamento Nazionale, in cui confluiscono il Collettivo Politico Enel, i Collettivi della Sanità, delle Telecomunicazioni, degli Enti Locali, dell’Industria, del Trasporto e dei Servizi. Nel ‘99, il Cobas, Coordinamento Nazionale e il Cobas Scuola daranno vita alla “Confederazione dei Comitati di Base” (…) Quasi subito i Cobas diventano una bandiera. Nel giro di pochi anni arrivano ad avere i numeri per essere sindacato nazionale. (…) In poco più di un lustro i Cobas diventano all’Alfa di Arese il primo sindacato. Nel maggio del 1994 lo Slai Cobas vince le elezioni Rsu all’Alfa di Arese e tra gli operai dell’Alfasud e ottiene successi in numerose aziende. (…)” -



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La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.




Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)




Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)




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