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Internazionale

Sulle rivolte arabe


Effettuare un analisi su quella che fu definita “La primavera araba” è importante per tutti quelli che si definiscono comunisti, per capire maggiormente la situazione attuale che vede il diffondersi delle forze che si richiamano al fondamentalismo islamico e della mancanza di uno sbocco rivoluzionario, a fronte di un corso che si intravedeva come un crescente “sommovimento rivoluzionario”, se non addirittura una “grande Intifada araba” di centuplicata potenza rispetto alle altre precedenti Intifade palestinesi e alle altre precedenti Intifade nel mondo arabo (in particolare la resistenza libanese del 2006 diretta da Hezbollah contro l’aggressione israeliana). Un’Intifada che rimasta per ora circoscritta, nei singoli paesi, ora viene, invece, rilanciata ed estesa all’intero mondo arabo.
Quello che è mancato a sinistra, nel composito ambiente che si definisce “rivoluzionario”, “antagonista”, “marxista” che al giusto entusiasmo per il protagonismo di lotta da parte del proletariato e delle masse sfruttate arabe, è stata un’analisi solida che avrebbe portato a far vedere le tendenze di segno contrario.
D’altronde se si vuole approfondire l’analisi, come non vedere che nel momento in cui la Libia veniva massacrata di bombe dall’imperialismo (compreso quello italico), abbiamo visto a casa nostra scarsissime prese di posizioni (per non parlare di mobilitazioni) contro l’aggressione imperialista, a fronte di una valanga di prese di posizioni a favore dei rivoltosi (elevati da molti “rivoluzionari” al rango di comunardi), che sono arrivate a giustificare a volte a benedire, comunque a non contrastare l’aggressione occidentale (aggressione invocata dai comunardi). Queste prese di posizione non si sono avute solo da parte della sciovinista CGIL, del Manifesto, dei vari “sinistri radicali” ma anche da molti cosiddetti “rivoluzionari” come quelli appartenenti al variegato movimento trotzkista (movimento sempre in preda a scissioni – la battuta che quando si vede due trotzkisti ci sono due partiti ha un fondamento di verità – che questa volta lo ha trovato unito al sostegno della “rivoluzione libica”) e tanti altri cosiddetti superivoluzionari.

In sostanza, abbiamo avuto un forte sostegno e mobilitazione proimperialista (mascherato da verbalismo pseudorivoluzionario) a favore della “primavera araba”. E questo anche da parte di molte forze che fino a ieri si erano mobilitate contro le aggressioni imperialiste.
Abbiamo visto una “rivoluzionaria” dello stampo della Rossanda che ha invocato la formazione di brigate rivoluzionarie a supporto dei ribelli libici ritenendo legittima l’alleanza con “liberatori” della NATO, o i pacifinti del calibro di un Piero Maestri – dell’allora esistente Sinistra Critica – che sul Manifesto riteneva comprensibile e non condannabile le scelte dei “comunardi” di Bengasi richiedessero aiuto alla NATO, oppure i campioni della Quarta Internazionale del PDAC che, innamorati a suo tempo (quando si chiamavano Progetto Comunista ed erano dentro il PRC) dell’UCK albanese invocavano la formazione anche loro di Brigate Internazionali.
Quello che è mancata (e non si è cercato di fare da parte di molte delle forze ubriacate dalla visione della “rivoluzione araba”) un’analisi della situazione che ha visto delle presenze di classe in Egitto e in Tunisia e la totale assenza di queste in Libia e in Siria.
Per quanto riguarda quello che è successo, non si tratta certamente di negare l’estesa mobilitazione di piazza in Egitto e in Tunisia, gli scioperi dei lavoratori (soprattutto in Egitto), la partecipazione delle donne, la sanguinosa repressione subita nel paese e nelle fabbriche, i licenziamenti e i mille episodi di autentico eroismo di quanti in questi due paesi si sono battuti contro un apparato assassino e contro l’imperialismo. Si tratta non di non travisare il senso reale di questi avvenimenti.
Bisogna analizzare bene, da un punto di vista di classe, la situazione paese per paese. Per questo la rivolta libica sarebbe da definire una Vandea. Una Vandea che è assurdo definire come parte generale di un moto di ripresa delle masse sfruttate contro l’imperialismo e i suoi manutengoli. Una Vandea che rimane tale anche quando masse assalgono le ambasciate dei paesi occidentali e parte delle sue componenti affermano di combattere l’occidente (ma sotto le bandiere dell’Isis).
Un dato di fatto è che in Libia, il proletariato presente nel paese era costituito da immigrati provenienti dai paesi africani. Ebbene, quello che i sostenitori della “comunee di Bengasi” non sanno spiegare (o non vogliono spiegare) come mai questi “comunardi” si sono scagliati contro la parte proletaria della società, contro i lavoratori immigrati (di cui le componenti più numerose sono quelle provenienti da Egitto, Tunisia e Marocco).
E come mai nel turbine di questa “Intifada” i proletari di Libia, i cosiddetti “mercenari”, si sono schierati contro l’“Intifada”? Solo perché, come dice certa stampa “sinistra” (nel senso fatta da sinistri figuri) si tratterebbe di prezzolati?
Dai sostenitori della “rivoluzione libica” si afferma che il nucleo di questa rivolta sia composta da giovani che non troverebbero lavoro, disoccupati, ma se si analizza bene a questi giovani il regime libico aveva dato l’assicurazione di un’auto, di una casa, di soldi per investire in un’attività economica indipendente.
Se si analizza con Marx quando afferma che “ le rivoluzioni procedono in avanti facendo sorgere una controrivoluzione sempre più potente e determinata contro cui battersi e da abbattere: perché è solo attraverso il conflitto per la vita e per la morte con il campo avversario controrivoluzionario che esse possono sviluppare la loro potenza distruttiva e creatrice”, non si potrebbe sostenere che nella misura in cui il regime libico abbia cessato di portare avanti la rivoluzione democratica per cercare una politica di compromesso con l’imperialismo, abbia da un lato contribuito a disarmare politicamente le masse libiche e dall’altro ringalluzzire le forze controrivoluzionarie? E forse centra nella situazione che si è venuta a determinare la mancanza di partito comunista che sia all’altezza della situazione?
Bisogna partire dal fatto che dopo che il capitalismo è entrato nella sua fase imperialista, la borghesia è diventata incapace di dirigere la rivoluzione democratica-borghese (il cui contenuto è il superamento dei rapporti di dipendenza personali: patriarcali, schiavisti, feudali, ecc.) che si svolgeva o doveva svolgersi nei paesi arretrati. Questa rivoluzione dovette essere diretta dalla classe operaia tramite il suo partito comunista. Essa è quindi chiamata rivoluzione di nuova democrazia per distinguerla dalla vecchia rivoluzione democratica-borghese diretta dalla borghesia. La teoria della rivoluzione di nuova democrazia è uno degli apporti del maoismo al pensiero comunista.
I paesi dove la rivoluzione di nuova democrazia ha vinto, se si voleva consolidare o anche solo preservare le conquiste della rivoluzione democratica e l’indipendenza dal sistema imperialista mondiale, dovettero per forza di cose nazionalizzare il commercio estero, pianificare l’attività economica, collettivizzare le principale forze produttive, combattere senza esitazioni e riserve le forze interne alleate dell’imperialismo (le vecchie classi dominanti e la borghesia compradora e burocratica) sostenute dall’imperialismo con ogni mezzo e in ogni campo. Detto in altre parole, dovettero prendere la via del socialismo. La rivoluzione di nuova democrazia trapassa in rivoluzione socialista. Ciò avvenne non solo in Russia, ma in modo ancora più esemplare in Cina.
La debolezza dei vari regimi antimperialisti (e anche dei partiti comunisti presenti in quest’area) sta nel non aver compreso il ruolo della borghesia compradora. I vari gruppi imperialisti, per la loro penetrazione dei paesi oppressi e per poterli sfruttare meglio, hanno usato sia le autorità cui hanno concesso prestiti “per lo sviluppo del paese” (borghesia burocratica), sia intermediari tra le vecchie forme di sfruttamento proprie del paese e i gruppi imperialisti stessi (borghesia compratori).
Torniamo al discorso su cosa ha determinato la debolezza di questi regimi. Essi sono il frutto della rivoluzione democratica che ha coinvolto gran parte dei paesi semicoloniali, non solo in Medio Oriente e in Asia, ma anche l’Africa e l’America Latina.
I paesi focolai di questo movimento hanno in comune il fatto di essere paesi con grandi tradizioni di civiltà (e questo basterebbe a far piazza pulita di tutte le dicerie che legano la loro arretratezza attuale alla religione islamica che esisteva anche quando questi paesi furono all’avanguardia della civiltà mondiale) che l’imperialismo ha legato al comune corso mondiale della storia e allo stesso tempo relegato all’oppressione razziale e coloniale (nel ruolo di colonie e semicolonie). I popoli della maggior parte di questi paesi hanno partecipato attivamente e su grande scala alla lotta anticoloniale durante la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale. In questi paesi (Filippine, Malesia, Indonesia, India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Turchia, Siria, Libia, Palestina, Emirati Arabi, Yemen, Egitto, Sudan, Marocco) in quell’epoca si formano forti comunisti che vi svolsero un ruolo politico importante. Le basi della società civile feudale e semifeudale furono allora minate e sconvolte senza però essere eliminate e sostituite.
L’avvento dei revisionisti moderni alla direzione del Movimento Comunista Internazionale negli anni ’50 ha impedito che il Movimento Comunista sfruttasse i grandi successi raggiunti e superasse i suoi limiti, che la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale compisse fino in fondo il suo corso e, in questi paesi, il Movimento Comunista conducesse in porto la rivoluzione democratica nell’unica veste com’era possibile, come rivoluzione di nuova democrazia.
I revisionisti moderni in questi paesi promossero e appoggiarono quella che essi chiamarono “una via non capitalista di sviluppo”. Di fatto esso consisteva nel potere della borghesia burocratica con le sue velleità di uno sviluppo economico e culturale autonomo dal sistema imperialista mondiale grazie al sostegno dell’Unione Sovietica e del campo socialista.
I più noti esponenti di questa “via non capitalista di sviluppo” sono stati Sukarno (Indonesia), Kassem (Iraq), Assad (Siria) Nasser (Egitto) Bumedien (Algeria) e si potrebbe ricondurre benissimo anche Peron (Argentina).
Contro questo corso delle cose l’imperialismo ebbe buon gioco a mobilitare i vari gruppi reazionari presenti in questi paesi in funzione anticomunista e antiprogressista. Facendo dei paralleli, si potrebbe dire che la monarchia wahabita dell’Arabia svolse un ruolo affine a quello svolto dal Vaticano nel mondo cristiano. Da qui sono sorti gli attuali gruppi dirigenti del fondamentalismo islamico. Molti partiti comunisti furono sterminati (come in Egitto, Sudan, Marocco) e altri ridotti in un modo o nell’altro a ruoli secondari. Molte forze islamiche, hanno dovuto mettersi alla testa della rivoluzione democratica (anche se sotto vesti islamiche), per prendere mano la direzione delle masse popolari. Nel frattempo la crisi generale del capitalismo cominciata negli anni ’70, ha portato con sé la ricolonizzazione dei paesi coloniali e del loro saccheggio (debito estero e poi privatizzazioni delle risorse naturali, del settore economico pubblico e dei servizi pubblici).
Una delle conseguenze della crisi generale capitalismo fu una profonda ristrutturazione dell’economia capitalista su scala mondiale che si sviluppò su due linee:

- Con la ristrutturazione degli impianti produttivi (con l’introduzione di macchinari più sofisticati e il “decentramento produttivo” nelle metropoli imperialiste e con massicci trasferimenti verso i paesi di “nuova industrializzazione”.
- Con la ristrutturazione dei meccanismi della finanza mondiale.

Questa ristrutturazione finanziaria marciò su due binari:

- La riduzione dell’indebitamento delle imprese nei confronti delle banche, che ebbe come conseguenza la riduzione del pluralismo dei centri di potere economico.
- La ricapitalizzazione, cioè la possibilità di accrescere il capitale proprio senza ricorrere al credito.

Un terreno dove il capitale trovò sfogo (ossia il mezzo per valorizzarsi) furono gli enormi trasferimenti di capitali verso il cosiddetto “Terzo Mondo”, il cui indebitamento nei confronti dei paesi imperialisti crebbe a dismisura. Tutto ciò provocò in questi paesi:

- Dove ci sono state rivoluzioni riuscite (come in Algeria) grazie al movimento operaio e contadino a vincere l’imperialismo, o che stavano, pur tra mille contraddizioni cercando di sviluppare la rivoluzione democratica, e cominciavano a creare un mercato nazionale, per via dei prestiti della finanza internazionale, s’impedì la crescita di un’accumulazione interna. Lo sfruttamento imperialista, in questo caso, assunse, come si diceva prima la forma di prestiti a paesi formalmente indipendenti.
- La dipendenza economica portò all’eliminazione delle misure statali di protezione sociale (controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, prestazioni sociali ecc.).
- Di subordinare in ogni paese le attività economiche al mercato capitalista internazionale.
- Di devastare su grande scala e in modo irreversibile le primitive strutture agricole esistenti.

Questa nuova colonizzazione dei paesi dipendenti è stata facilitata dal fatto che la classe che detiene il potere nella stragrande maggioranza di questi paesi, è la borghesia compradora, cioè la frazione di borghesia più direttamente legata agli interessi del capitale straniero e che non può utilizzare a suo piacimento i prestiti erogati. Una conseguenza grandiosa di questa nuova ondata di colonizzazione fu l’avvio dell’emigrazione di massa della popolazione delle campagne: dapprima nelle città dei propri paesi e poi nei paesi imperialisti. L’invadenza di capitali distruggeva per varie l’economia agricola primitiva, in larga misura di autosufficienza, cui era dedita la maggioranza della popolazione. Questa si riversava nelle città e poi nell’emigrazione in cerca di una vita migliore o semplicemente per sopravvivere. Le attività economiche (agricole, industriali, ecc.) che il capitale creava, richiedeva una manodopera inferiore rispetto a quella che era impiegata nelle proprie tradizionali fonti di sussistenza.
Anche all’URSS e gli altri paesi del “blocco socialista” furono erogati prestiti, grazie a essi questi paesi s’integrarono a pieno titolo nel mercato capitalistico mondiale.
Tornando agli Stati come Siria, Libia, Algeria, essi o cedevano “spontaneamente” pezzi crescenti della loro sovranità venendo accetati così nei consessi internazionali, oppure erano fatti oggetto di un ventaglio di pressioni diplomatiche, economiche/finanziarie e massmediatiche per renderli più ragionevoli.
Nel caso nessuna di queste strategie fosse efficace, si passa direttamente all’aggressione militare con tanto di occupazione di chiara ispirazione neocoloniale.
Tale strategia, ha subito un’accelerazione da circa un ventennio cominciando dall’ex Repubblica Federale Jugoslava, passando per l’Iraq e Afghanistan, fino ad arrivare all’aggressione alla Libia e alla Siria, mentre l’Iran è messo (per il momento) in lista di attesa. In questo senso si può dire che vi è un nesso oramai evidente tra tali guerre di aggressione e la crisi capitalistica intesa come difficoltà strutturale del capitalismo a controllare le proprie insanabili contraddizioni. Considerando il manifesto dispiegarsi della crisi nel 2008 (in questo caso prima come crisi finanziaria trasformatasi poi in aperta recessione) e la altrettanto evidente impossibilità di trovare una soluzione, ci si può attendere un ulteriore incrudimento di disciplinamento e rapina verso i paesi dipendenti, così come radicalizza contemporaneamente l’attacco verso il proletariato delle metropoli imperialiste.

A proposito di mistificazioni inerenti a dittatori e alla rivoluzione antimperialista libica

L’attacco alla Libia è stato l’ennesimo atto di una campagna mistificatoria a proposito della “cattiveria” dei dittatori, e della bontà della “democrazia” (quella borghese ovviamente) che per la quale bisogna fare delle guerre (ovviamente umanitarie).
A questa mistificazione s’inserisce l’argomento razzista ed eurocentrico che vuol fare credere che il regime a partito unico è una caratteristica dei paesi dell’Est europeo o dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo (in sostanza sarebbero una caratteristica dei paesi arretrati).

Un’altra mistificazione è di conferire non solo ai regimi revisionisti che dirigevano l’Est europeo, ma anche ai regimi antimperialisti presenti nei paesi arretrati, lo statuto di paesi “totalitari”. Con quest’operazione si vuole equiparare comunismo e nazismo, tenendo fuori la natura di classe di entrambi.
Se si parte da un punto di vista marxista, nel giudicare i regimi non bisogna partire dalle forme politiche ma dalle loro basi sociali. Nella storia certe dittature hanno svolto un ruolo progressivo, pensiamo solamente quella di Cromwel. Diceva a proposito Gramsci a riguardo del cesarismo: “Ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo”.
Il concetto di totalitarismo per i nemici di classe del proletariato è complementare a quello di dittatura.
Hanna Arendt scrive Le origini del totalitarismo nel 1951, quindi all’inizio della cosiddetta Guerra Fredda. I problemi che emergono sono due:

- La Arendt accomuna nazismo e stalinismo poiché modelli ideologizzati.
- La “nostra” scrittrice basa la sua analisi fermandosi esclusivamente allo studio delle forme politiche espellendo il fattore economico. I motivi di questa “svista” della Arendt sono noti: furono i capitalisti tedeschi a finanziare il movimento nazista.

Diventa chiaro ed evidente, che stando a queste condizioni, i capitalisti possono fare ricorso a un nuovo fascismo o a qualcosa di simile.
Lukàs negli anni ’50 scrisse La distruzione della ragione dove, rovesciando la tesi della Arendt, rinverrà nell’irrazionalismo la matrice comune del nazismo e capitalismo (o meglio la continuità tra imperialismo americano e nazismo).
Come conseguenza di questa mistificazione inerente alla natura dittatoriale di questi regimi, c’è la rimozione sulla loro natura di classe e della loro collocazione nello scontro imperialismo/popoli oppressi.
Vediamo le premesse storiche, dell’affermarsi del regime libico di Gheddafi.
Normalmente è presentata l’ascesa al potere come un colpo di Stato, quando nella realtà fu un moto popolare simile, a quello che nel 1952, aveva seppellito in Egitto la monarchia di re Faruk asservita alle potenze occidentali. A esser buttata giù in Libia, è una monarchia che la Gran Bretagna e le altre potenze occidentali avevano messo in piedi dopo la seconda guerra mondiale al posto dell’infernale dominio esercitato sul paese dall’Italia. A cadere è un protettorato occidentale, alla cui testa vi sono cricche di proprietari terrieri e professionisti cresciuti all’ombra del colonialismo italiano e divisi per appartenenze claniche e regionali, che svolgeva un ruolo di primo piano nella risposta dell’imperialismo al risveglio del mondo arabo e dei popoli dei paesi coloniali e semicoloniali. A buttare giù la monarchia di re Idris, denunciata, dalle piazze del Cairo, di Beirut, di Baghdad come il cavallo di Troia imperialista contro le lotte e le aspirazioni dei popoli arabi, fu, come si diceva prima, un moto popolare rivolto contro l’ordine sociale e politico dominante in Libia, proteso a confluire nell’ampio moto antimperialista in atto nell’area. Ne furono protagonisti non solo i giovani ufficiali delle forze armate, ma anche i lavoratori urbani cresciuti di numero anche in Libia in pochi anni dopo la scoperta del petrolio avvenuta nel 1961.
Il moto popolare libico e la sua direzione, incarnata nel colonello Gheddafi, non si limitarono ad abbattere la monarchia tribale ed eterodiretta di re Idris. Sull’onda di questa vittoria, essi realizzarono significativi cambiamenti entro i confini libici e nello scontro politico mondiale: cacciarono le basi militari che gli USA e la Gran Bretagna avevano installato in Libia proprio dopo (e contro) la vittoria dei Giovani Ufficiali nasseriani in Egitto; imposero alle multinazionali un aumento della quota che queste ultime dovevano versare al governo libico per lo sfruttamento del petrolio del paese; espropriarono ed espulsero le decine di migliaia di coloni italiani installatisi in Libia durante il periodo fascista e che erano proprietari di aziende agricole e industriali; assegnarono una parte di queste proprietà ai contadini poveri libici; destinarono i ricavi della vendita del petrolio all’avvio di un programma di sviluppo e diversificazione dell’economia (con investimenti in campo petrolchimico, metallurgico, meccanico), all’alfabetizzazione e all’istruzione di massa della popolazione, alla costruzione di servizi sanitari, allo sviluppo di sistemi di irrigazione per modernizzare l’agricoltura del paese e aumentare la quota del fabbisogno alimentare fornito da essa; cercarono di opporsi alla parabola controrivoluzionaria con cui la direzione della repubblica egiziana stava cadendo, con Sadat, nelle braccia dell’imperialismo e di Israele. Non va sottovalutato, infine, il valore del tentativo della direzione libica di organizzare lo Stato sulla base di istituzioni in grado di favorire la partecipazione popolare alla gestione del paese (Jamahiriya) più delle regole astratte della democrazia formale. La realizzazione di quest’articolato programma avviato dalla direzione della rivoluzione libica non si scontrò solo con le manovre imperialiste. Essa dovette fare i conti anche con un arco di forze sociali interne: da un lato, quelle dei notabili locali aggrappati ai tradizionali legami tribali; dall'altro lato, quelle legate alle attività capitalistiche private (40.000 imprese) che mal digerirono la direzione statalista intrapresa dalla politica economica del governo e che la direzione della Jamahiriya cercò di neutralizzare con varie misure economiche e politiche, tra le quali la progressiva introduzione del commercio e della distribuzione statale delle merci, l’assegnazione della direzione delle imprese private ai comitati di produzione costituiti da gruppi scelti di lavoratori, la requisizione delle case sfitte (e anche affittate) dalle amministrazione dei proprietari e l’assegnazione di esse alla famiglie con redditi più bassi, l’eliminazione della libera produzione, la sostituzione della valuta che obbligò tutti i libici a dichiarare i propri beni e a cambiare i liquidi posseduti nei nuovi denari.
In pochi mesi in Libia la scena sociale cambiò profondamente. Non solo per l’espulsione degli imperialisti occidentali e la fuga degli strati privilegiati libici (la cui diaspora è diventato uno dei vivai degli esponenti di quella che in seguito diventò la “Comune di Bengasi”, ma soprattutto per l’erosione delle strutture patriarcali e claniche sui cui le potenze imperialiste si erano appoggiate nella loro politica di oppressione.
Poi ci fu l’aggressione imperialista contro l’intero mondo arabo (con la guerra per interposta persona – tramite l’Iraq – contro l’Iran, con l’abbassamento del prezzo del petrolio, con l’aumento dei tassi d’interesse) e all’attacco che esso rivolsero parallelamente contro i lavoratori delle metropoli imperialiste. Alla Libia di Gheddafi fu riservata, però, una cura del tutto particolare.
A dare il via alla crociata furono gli USA di Reagan, con i bombardamenti del 1986 e l’introduzione delle sanzioni unilaterali. Seguirono le sanzioni multilaterali varate dall’ONU, questo covo di briganti, nel 1992 sospese solo nel 1999-2000.
A causa delle sanzioni, la Libia cominciò ad avere difficoltà ad acquistare i pezzi di ricambio e le attrezzature per la sua abbastanza avanzata industria petrolchimica. Quelli che riuscivano a racimolare, li compravano nel mercato nero a prezzi esorbitanti. Il blocco delle esportazioni, le difficoltà di manutenzione e di ammodernamento dell’industria estrattiva, il crollo dei prezzi petroliferi indotto con varie misure dall’Occidente causò il crollo degli introiti petroliferi.
I piani di sviluppo agricolo e industriale della Libia furono quasi paralizzati. Si ridusse o s’interruppe del tutto lo sviluppo delle forze armate, mentre i cosiddetti “amici” dei popoli arabi, le potenze occidentali, continuavano a destinare miliardi di dollari ai propri bilanci ai propri bilanci militari e a vendere armi di ogni tipo ai loro burattini locali come Mubarak. L’inflazione decollò. Nel periodo delle sanzioni l’economia libica crebbe meno dell’1% l’anno.
Il tenore di vita della gente, cresciuto ininterrottamente dal 1969, subì una battuta di arresto. Fece la sua comparsa, la disoccupazione giovanile. Sottoposta alla cura riservata a Cuba dagli anni ’60 e minacciata di essere riportata, come l’Iraq di Saddam Hussein, all’età della pietra, la direzione della repubblica libica, alla fine del XX secolo, cedette in parte, alle pressioni dell’imperialismo: diede il suo aiuto alla “coalizione dei volenterosi” nella seconda guerra all’Iraq; accettò di ergersi a cane da guardia contro i lavoratori immigrati dall’Africa verso l’Europa; aprì le porte del mercato interno alle multinazionali del petrolio, agli investitori occidentali e ai ceti borghesi libici costituiti da professionisti, commercianti e imprenditori, spesso ritornati dall’Europa e dai paesi vicini dove erano espatriati negli anni precedenti.
La direzione dello Stato libico non cedette, tuttavia, nella misura richiesta dalle potenze imperialiste e dai borghesi locali. Lo fece, invece, con l’intenzione di prendere fiato e riaprire in prospettiva, pur in un quadro moderato sul piano politico internazionale, il rafforzamento dell’economia libica. Il governo libico e la direzione dello Stato hanno, infatti, cercato di procedere gradualmente con liberalizzazioni. Si sono preoccupati di avere nelle mani dell’apparato statale, la forza economica concentrata, il controllo delle leve fondamentali delle decisioni politiche e dei flussi finanziari e, anzi di rafforzarle con la creazione di un fondo sovrano libico pari a 150 miliardi di dollari (che le banche occidentali hanno, dal marzo 2011, congelato per trasferirlo nelle mani del Cnt libico, nella sostanza vuol dire che le banche hanno finanziato i “rivoluzionari” libici). Anche in politica estera Gheddafi ha accompagnato la collusione con l’imperialismo nella guerra contro l’Iraq e nella gestione dell’emigrazione dall’Africa verso l’Europa, con il tentativo di mantenere spazi autonomi di manovra in Africa, dove, soprattutto negli ultimi anni, forte dello sviluppo economico libico, ha tessuto un fronte di stati alleati per portare avanti una politica economica meno succube degli interessi neocoloniali europei e americani, più aperta alla Cina e al suo “modello di aiuto” agli africani.
Negli stessi anni, dagli inizi del XXI secolo al 2010, l’imperialismo ha giocato in senso opposto, una parabola simmetrica.
Ha cercato di utilizzare le politiche di liberalizzazione per rimettere i piedi in Libia, ricominciare a farvi affari, a coltivare un vivaio indigeno. Le potenze imperialiste hanno occhieggiato alla nascita dei ceti imprenditoriali e professionali libici, per far saltare, la blindatura dell’economia e delle forze armate libiche incarnata da Gheddafi.
Non andava giù, ad esempio, alle multinazionali (e di conseguenza ai governi occidentali) l’alta quota, fino al 90% dei proventi, che il governo libico impone di versare nelle proprie casse sulla vendita del petrolio. Non va giù che gli investimenti debbano, in ogni caso, subire il controllo della direzione statale.
Non va giù che Gheddafi continui a tessere una sua tela per lo sviluppo capitalistico africano che non sia subordinato alle esigenze degli imperialisti occidentali e che il suo fondo sovrano di 150 miliardi di dollari sia investito (negli USA, in Gran Bretagna ed Europa) secondo finalità non del tutto rispondenti a quelle del capitale imperialista.
Gli imperialisti esigevano che nella gestione del potere, ci sia più libertà per i rappresentanti dell’imprenditoria capitalistica privata libica e che gli esponenti moderati della classe dirigente libica possano prendere in mano il volano della macchina statale, per consegnare il paese ai veri dittatori del mondo (i membri della Borghesia Imperialista).
Già due volte, dal 1969, vi erano state uno scontro su questa linea di demarcazione nel gruppo dirigente libico. Per due volte, l’ala nazionalista, aveva riportato la vittoria, con l’inevitabile opposizione degli esponenti della nomenclatura messi da parte, incarcerati o invitati all’emigrazione. Questa volta l’imperialismo sente di arrivare alla resa dei conti in condizioni meno sfavorevoli e si prepara a sfruttare le occasioni che le avrebbe alla fine, offerto lo sviluppo degli avvenimenti interni e internazionali.
Il sostenuto sviluppo economico dei sette anni precedenti, che hanno fatto diventare la Libia, un cantiere in cui fiorivano le imprese industriali; il parallelo e contrastante rafforzamento economico e politico, da un lato dello Stato libico, e dall’altro, degli strati borghesi smaniosi di una completa liberalizzazione dell’economia; l’urgenza per i capitalisti occidentali di trovare un nuovo pugnale, dopo la caduta di Mubarak e di Ben Alì, che deve essere puntato contro il mondo arabo e africano; il pericolo per gli interessi occidentali costituito dai progressi compiuti dal lavorio portato avanti da Gheddafi in Africa, il rafforzamento degli accordi tra Libia e Cina; la ricalibratura in senso dirigista e nazional-popolare compiuta dalla politica di Gheddafi nel 2009-2010: queste e altre circostanze, hanno spinto l’imperialismo occidentale nel gennaio-febbraio 2011, alla conclusione che è giunto il momento di far partire dopo quello delle sanzioni, il capitolo dell’aggressione militare alla Libia, che aveva quattro obiettivi fondamentali: stabilire una piattaforma militare in Libia dopo il crollo dei loro burattini in Tunisia e in Egitto; intimorire e arginare preventivamente i moti popolari sviluppatasi al Cairo e a Tunisi; affondare il tentativo di Gheddafi di portare avanti il piano di sviluppo intrapreso nel paese e in Africa; contenere e respingere la penetrazione cinese in Africa.
Ecco allora scattare la macchina propagandistica dell’Occidente mirante a far crede che nella Libia orientale sia in corso un moto popolare simile a quello egiziano e tunisino, e a presentare l’intervento occidentale come un aiuto a tale moto popolare. Intanto le diplomazie occidentali, incoraggiano, dirigono e danno spago alla cosiddetta “opposizione di Bengasi”, un variegato fronte composto da gruppi di fuoriusciti (sino a convocare via internet la “giornata di protesta” del 17 febbraio); da frange dell’apparato statale, dalla congerie di professionisti e di ceti medi ritornati in Libia dall’estero o cresciuti ex-novo negli ultimi anni, in combutta, da mesi con l’imperialismo occidentale per buttare a mare ciò che resta, anche per effetto del mantenimento dell’esercizio monopolistico del potere, del controllo dello sviluppo e sulla difesa del potere dalla totale ingerenza dell’Europa e degli USA.
Che l’ostacolo principale per i dittatori al potere a Washington, Parigi, Londra e Roma non fosse rappresentato semplicemente dall’individuo Gheddafi, lo ha dimostrato il corso delle operazioni militari in Libia. Se era vero che un intero popolo si stava ribellando contro un odiato dittatore, perché sono occorsi mesi e mesi di bombardamenti NATO?
Il soggetto che si doveva piegare era la maggioranza della popolazione libica, di cui bisognava distruggere il morale, per costringerla alla resa. I bombardamenti all’uranio impoverito di marzo, aprile, maggio, giugno non sono bastati. Non è bastata la distruzione della raffineria di Berqa e il taglio dei rifornimenti a Tripoli, mentre il petrolio estratto dai pozzi della Libia e il taglio dei rifornimenti di benzina a Tripoli, mentre il petrolio estratto dai pozzi della Libia orientale era esportato e venduto, in cambio di armi, dal CNT con l’aiuto del Qatar e delle flotte NATO. Non sono bastati la distruzione di ospedali e scuole e centri associativi.
In agosto, la NATO ha dovuto inviare i rinforzi sul terreno dal Qatar, in ottobre hanno avuto il bisogno di assassinare Gheddafi, cosi da lanciare un monito alle masse lavoratrici della Libia e dell’intero Tricontinente: non vi azzardate a resistere ai nostri piani, non vi azzardate a desiderare un destino diverso da quello da noi prestabilito per voi e per il mondo.
Conquistata Tripoli, tolto di mezzo Gheddafi, per i libici, è arrivata la tanto attesa libertà, come dicono i mezzi di disinformazione?
Si è visto, invece, 750.000 libici costretti ad abbandonare il paese o le loro città (50.000 solo a Bengasi) e il pogrom compiuto dai “rivoluzionari” libici e dai mercenari ai loro ordini contro i libici neri di Tawergha (roba da far crepare d’invidia Salvini, in Libia – perciò un paese africano – attua il suo programma massimo da persone che sono sostenute dalla sinistra per giunta).
Certo l’antimperialismo della direzione libica aveva dei profondi limiti, parlava di unità panafricana e panaraba. Era certamente progressista, ma non comunista.
Cosa si deve intendere per internazionalismo proletario? Ci si deve rifare alla piattaforma programmatica dell’Internazionale Comunista (Primo Congresso 1919) dove si rilevava la necessità per il proletariato rivoluzionario di coordinare le sue lotte sul piano internazionale, di collegare gli interessi della lotta di classe nell’ambito nazionale con i compiti delle rivoluzione mondiale. Significava, per l’Internazionale Comunista (vista anche come Partito Mondiale della Rivoluzione Socialista, dove i vari partiti nazionali erano delle sue sezioni) assumersi l’impegno di realizzare costantemente uno stretto legame tra la lotta del proletariato dei paesi imperialisti e il movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi delle colonie e semicolonie, di appoggiare la lotta dei popoli oppressi per favorire il crollo definitivo del sistema dell’imperialismo mondiale.
Questa strategia comunista fu sistemata, nelle tesi adottate dal Congresso di Baku, dal II Congresso del 1920 e nel IV Congresso del 1922. Tesi, che in maniera sintetica si possono riassumere nei seguenti punti:

- Il compito fondamentale, comune a tutti i movimenti nazional-rivoluzionari; consiste nel realizzare l’unità nazionale e l’autonomia politica.
- I compiti obiettivi della rivoluzione coloniale scavalcano i limiti della democrazia borghese. In realtà la sua vittoria decisiva è incompatibile con la dominazione dell’imperialismo mondiale.
- La soluzione reale e logica del compito rivoluzionario dipende dall’importanza delle masse lavoratrici che questi movimenti nazional-rivoluzionari sapranno coinvolgere nel loro cammino, quindi in ultima analisi, è decisiva la presenza di un autonomo partito comunista realmente capace di portare le masse oppresse, nel corso della lotta, a scavalcare i limiti borghesi entro i quali il problema rivoluzionario è sostanzialmente irrisolvibile.
- I partiti comunisti nei paesi coloniali e semicoloniali erano di dare una soluzione radicale al problema della rivoluzione democratico-borghese e di sviluppare lotte sociali fuori dal quadro borghese, nella prospettiva (che rappresenta l’obiettivo strategico perseguito e orientatore) del processo rivoluzionario internazionale del proletariato. Si tratta, di sollevare e dirigere le masse (specialmente quelle contadine) grazie a un programma di rivendicazioni immediate, parziali e transitorie che dovevano dare una risposta concreta alle esigenze dello sviluppo della rivoluzione.
- La rivoluzione internazionale non poteva trionfare in maniera definitiva se non con la vittoria della rivoluzione proletaria nei paesi occidentali, se non nella prospettiva internazionalista, unitaria, del proletariato.
- Questo piano dell’Internazionale Comunista si basava sulla tattica del Fronte Unico Antimperialista in Oriente (che era corrispondente a quella del Fronte Unico Operaio in Occidente), si basava sui seguenti dati: uno smarrimento tattico dell’imperialismo metropolitano; una forte spinta rivoluzionaria in Occidente; il trionfo della Rivoluzione in Russia, divenuta faro della Rivoluzione Proletaria Mondiale e centro potenziale del movimento nazional-rivoluzionario delle colonie e delle semicolonie (nel IV Congresso si deliberava che “il fronte unico antimperialista è indissolubilmente legato all’orientamento verso la Russia dei soviet); l’emergere di un movimento sociale, a contenuto radicale e popolare, nelle aree arretrate, col balzo in avanti del proletariato indigeno quale forza trainante e dirigente; l’assunzione del proletariato metropolitano, di compiti diretti di appoggio e guida dei movimenti nazional-rivoluzionari attraverso la lotta nel proprio paese, contro il proprio imperialismo e per l’estensione internazionale della sua rete politica, il restringersi dei margini di manovra dell’imperialismo nei confronti delle classi dirigenti (e vassalle) indigene, con la conseguenza di più decisi slanci autonomistici. Dalla combinazione di questi fattori, discendeva la formulazione della possibilità anche di accordi temporanei con la borghesia indigena e del “Fronte militare e non politico”, come aspetti tattici per tirare il fiato nel corso della lotta di emancipazione internazionale e proletaria, contro l’imperialismo.

È un fatto che questo disegno di Lenin e dell’Internazionale Comunista non è andato in porto, ma ciò non ha molto a che fare con la presunta debolezza della teoria di Lenin (come fanno molti estremisti che scambiano il piano tattico-strategico con i principi). La dimostrazione che Lenin ha sbagliato perché “la Storia” (ovvero il revisionismo nel Movimento Comunista, ovvero l’influenza borghese all’interno di esso) ha condotto queste tesi verso l’appoggio alle varie borghesie nazionali e la subordinazione del proletariato a esse con la motivazione che dovevano essere la guida della rivoluzione democratica borghese, come la dimostrazione che il Fronte Unico Operaio disegnato al III Congresso porta necessariamente alle alleanze con la Borghesia Imperialista, che il parlamentarismo rivoluzionario porta al ministerialismo di Berlinguer-Carillo-Marchais e di Bertinotti, che la rivoluzione russa conducesse inevitabilmente al capitalismo. Chi sostiene queste tesi non capisce che la Rivoluzione Proletaria è un fatto internazionale, è una catena in cui ci sono vari anelli che reagiscono gli uni sugli altri. Si tratta di capire, che in negativo, negli anni ’20, sono stati gli anelli della rivoluzione in Occidente, e non solo per il ruolo della socialdemocrazia che aveva l’egemonia nel Movimento Operaio occidentale, ma anche e soprattutto per l’immaturità del Movimento Comunista, stretto tra la corruzione socialdemocratica, il massimalismo inconsistente e traditore e la fuga intellettualistica, piccolo borghese, verso la reazione estremista infantile.
Certo tuttora è più che mai valido ribadire costantemente rilanciare l’internazionalismo proletario; ovvero la necessità storica, sempre più pressante, di collegare ogni lotta dei proletari di e in ogni paese, per l’abbattimento del capitalismo mondiale e per l’instaurazione del socialismo, a partire dalla lotta di fondo contro il nemico di casa nostra. Ma non si può non partire dalla constatazione dal fatto che i proletari occidentali durante l’aggressione che l’imperialismo ha condotto contro i popoli arabi (e alla ex Jugoslavia) rimasero nell’indifferenza se non addirittura alcuni settori hanno appoggiato i bombardamenti. Come non si può non costatare che nelle masse lavoratrici del Nord Africa e dell’Asia, c’è la profonda illusione di potere modificare paese per paese attraverso l’iniziativa dei propri stati il destino a loro riservato dalle divisione internale del lavoro e dalle politiche imperialiste. Oltre che tra i popoli dell’Africa nera, che hanno denunciato l’aggressione dalla Libia e manifestato contro di essa in Mali, Ghana e Sudafrica, in America latina l’aggressione contro la Libia è stata percepita della stessa natura delle iniziative lanciate, dagli USA e dall’Unione Europea contro Cuba e il Venezuela in difesa dei “democratici” cubani e venezuelani. Precisazioni sulla rivoluzione democratica nei paesi arretrati e controllati dall’imperialismo

La Terza Internazionale (e prima ancora Marx ed Engels) quando parlava di democrazia, intendeva democrazia sociale, quindi trasformazione e rivoluzione economico-sociale; non certo democrazia in sé, al limitarsi di avere dei diritti democratici, una costituzione che formalmente li sancisca, ad avere libere elezioni ecc. (che poi anche quando sono libere, se non vincono le persone gradite dalle classi dominanti o dall’imperialismo occidentale, cominciano le campagne di delegimitazione contro i risultati di esse).
L’asse di battaglia nei paesi a sviluppo capitalistico arretrato e poi dominati dall’imperialismo è quello definito attraverso i passaggi del ’48 europeo, del 1905 russo, attraverso le discussioni della Terza Internazionale sui problemi della rivoluzione nei paesi dell’ “Oriente che viene dopo di noi” e quindi alla rivoluzione cinese del 1949 e alle rivoluzioni anticoloniali e antimperialiste degli anni ’50-’70.
Nel ’48 europeo “gli operai avevano prima di tutto da conquistarsi quei diritti che erano loro indispensabili per creare la loro organizzazione autonoma di classe: libertà di stampa, di associazione e di riunione, diritti che la borghesia avrebbe voluto conquistare nell’interesse del suo proprio dominio, ma che essa stessa, ora, nella sua paura, contestava agli operai…Il proletariato tedesco apparve quindi sulla scena politica in un primo tempo come partito estremo…Così, quando fondammo in Germania un grande giornale, la nostra bandiera non poteva essere altro che la bandiera della democrazia, ma di una democrazia che dappertutto nei singoli casi dava a quel carattere proletario specifico che ancora non poteva iscrivere una volta per sempre nella propria bandiera”. Questo nel 1848 quando il proletariato tedesco “era tuttora appendice politico della borghesia”. Nondimeno già da quei primordi il carattere proletario specifico si sostanziava nell’interesse e nel compito “rendere permanente la rivoluzione” dove “non può trattarsi per noi di una trasformazione della proprietà privata, ma della sua distruzione; non del miglioramento della società, ma della fondazione di una nuova società”. In questi passaggi si marca molto bene il carattere proletario specifico della nuova democrazia presa in carico dal proletariato perché inseparabilmente intrecciata con i contenuti sociali e di trasformazione economico-sociale che appartengono al proprio programma.
Asse ribadito nelle Tesi sulla questione nazionale e coloniale del secondo Congresso della Terza Internazionale (luglio 1920) dove leggiamo che “il partito comunista…deve, conformemente al suo compito fondamentale, cioè la lotta contro la democrazia borghese e lo smascheramento delle sue menzogne e ipocrisie, mettere in primo piano…: primo, l’esatta valutazione dello ambiente storicamente determinato, e anzitutto dell’ambiente economico; secondo, la netta separazione degli interessi della classe oppresse, dei lavoratori, degli sfruttati, dal concetto generale dei cosiddetti interessi del popolo, che significano gli interessi della classe dominante…”.

Riprendiamo il discorso

Una vittoria in un paese dipendente (e tanto meglio se nella forma più radicale) crea per il proletariato delle metropoli imperialiste al rilancio della sua iniziativa.
La rivoluzione portoghese del 1974/75 è un autentico paradigma per le rivoluzioni future, il proletariato entrò in scena sotto la spinta delle lotte di liberazione delle colonie (Angola, Mozambico e Guinea) che aveva inferto duri colpi al regime fascista portoghese e al suo esercito dopo 15 anni di lotta. La rivoluzione europea non potrà non sorgere se non come il risultato dello sfaldamento del sistema neocoloniale, perché grazie ai proventi di rapina che l’imperialismo opera verso i paesi dipendenti, l’occidente capitalista può cercare di evitare la recessione e cercare di preservare la pace sociale.
Bisogna respingere le scorciatoie del “meno peggio” o subordinarsi a logiche genericamente progressiste (del tipo governo mondiale con parlamento dell’ONU). Queste posizioni impediscono di avere una visione classista degli avvenimenti internazionali. Se prendiamo come esempio quello che è successo nell’ex Jugoslavia, la mancanza di una visione classista impedisce di vedere il collegamento tra penetrazione capitalista, balcanizzazione e relativo macello “interetnico”. Impedisce di vedere che l’intervento a favore della “piccola Bosnia” prima e del “piccolo Kossovo” dopo e contro i “malvagi serbi” è stato funzionale alla politica dei diversi imperialismi per la spartizione della ex Jugoslavia.
Per questo sarebbe utile che si crei un Fronte Mondiale Antimperialista che raccolga forze di diversa provenienza: comunisti, socialisti, credenti della teologia della liberazione, movimenti di liberazione nazionale autenticamente antimperialisti ecc.
Questo Fronte non deve essere concepito nello schema della Conferenza di Porto Allegre, cioè una via riformista, “democratica” e “pacifica”, che mette assieme forze antimperialiste vere e false, che hanno come momento unificante la rinuncia a ogni ipotesi rivoluzionaria e perciò di ogni antimperialismo conseguente.
Questo Fronte deve essere inteso come un Fronte rivoluzionario cha sappia coordinare le lotte dei suoi membri che si trovano nei paesi imperialisti con le lotte che si sviluppano nei paesi dipendenti.
Punto qualificante di lavoro e di lotta per le forze antimperialiste che operano nei paesi imperialisti come l’Italia sta nel sostenere i movimenti antimperialisti nei paesi dipendenti e, la ferma opposizione agli interventi bellici e diplomatici, anche sotto forma d’interventi pacificatori dell’ONU (com’è stato in Somalia, in Bosnia e recentemente in Libia) per questo bisogna distinguere tra nazione ed etnia, tra movimenti nazionalisti rivoluzionari e controrivoluzionari (come l’UCK).
Bisogna porre l’accento che i marxisti sono per l’autodeterminazione nazionale delle nazioni oppresse quando esse hanno un carattere antimperialista, quando mettono in crisi il sistema di comando e gli equilibri dell’imperialismo. Lenin sintetizzò esemplarmente il metodo marxista: “le singole rivendicazioni, compresa l’autodeterminazione, non sono un assoluto, ma una particella complessiva del movimento democratico (oggi: del complesso del movimento socialista mondiale). È possibile che, in singoli casi determinati, la particella sia in contraddizione con il tutto, e allora bisogna respingerla” (V. I. Lenin, Luglio 1916).
Riteniamo tuttora valide, le tesi dell’Internazionale Comunista, che rende evidente che una delle caratteristiche dell’imperialismo consiste nella divisione del mondo tra una minoranza di Stati oppressori e una larga maggioranza di Stati oppressi. Perciò il moto nazional-rivoluzionario delle nazioni dipendenti (tendendo sempre conto di non confondere le classi sfruttate e le masse disiderate con la borghesia di queste nazioni, che può essere compradora perciò legata all’imperialismo) fa parte dello scontro di classe locale e internazionale.
È importante ricordarsi che le avanguardie rivoluzionarie che si formarono in Europa Occidentale, in Giappone e anche negli USA negli anni ’60 e ’70 ebbero il battesimo del fuoco nella loro identificazione nelle lotte rivoluzionarie che si svilupparono in quegli anni: la rivoluzione algerina, la rivoluzione cubana e vietnamita, la solidarietà con i movimenti guerriglieri dell’America Latina e della Palestina. Pensiamo alle iniziative internazionali che si tennero a Liegi nel 1966 e a Berlino nel 1968. Queste lotte contribuirono senza dubbio alla rinascita delle lotte rivoluzionarie nei paesi imperialisti.

collettivo comunista metropolitano







PARTITI DISORGANICI E PARTITO OPERAIO INDIPENDENTE

riceviamo e pubblichiamo il contributo di Scintilla al dibattito sul partito
redazione aurora proletaria

Questione elettorale borghese

Per un altro spunto (se ce ne fosse ancora bisogno) sulla questione elettorale borghese

Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito




La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.




Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)




Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)




Referendum sulla costituzione

Votare o non votare, è questo il problema?

Lettera di un operaio FIAT di Torino

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Lo scorso 19 giugno, con i ballottaggi, si sono consumate le ennesime elezioni previste dal sistema democratico borghese. Si trattava di elezioni amministrative ma di alto significato politico nazionale.

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La crisi del sistema capitalista e la ricostruzione del partito comunista in Italia

Un appello alla trasformazione dei rapporti tra i comunisti, per l’ unione delle forze e la rinascita del movimento comunista.