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Internazionale

Catalunya


“Tutte le lotte indipendentiste in cui le classi popolari sono coinvolte massicciamente indeboliscono gli stati imperialisti. Per fare traballare gli Stati borghesi che affamano le masse popolari è necessario sostenere le lotte indipendentiste lavorando per creare le condizioni perchè, in esse, prevalgano le spinte della rivoluzione proletaria. Tra i compagni vi è chi afferma che “non bisogna creare nuovi Stati” e che " non bisogna aggiungere frontiere perchè tutto ciò gioverebbe alle borghesie locali " Questi compagni non fanno altro che difendere i confini degli Stati imperialisti già esistenti legittimando, con ciò, la visione geopolitica del nemico di classe.
D'altro canto non si deve credere che, di per se, l'indipendentismo sia necessariamente rivoluzionario. La Storia ci insegna che in Europa ed altrova, l'indipendenza ha deluso il proletariato rivoluzionario ma, ogni rivolta popolare, ogni rottura con l'ordine stabilito e con il consenso democratico borghese, indeboliscono gli imperialismi e dimostrano alle masse popolari la forza della mobilitazione collettiva e la possibilità di nuove prospettive.
La lotta per l'indipendenza deve trasformarsi nel primo passo per lotte più avanzate nella prospettiva rivoluzionaria.
Nulla è per sempre, nemmeno i confini borghesi.

Redazione Aurora Proletaria”


Di seguito alcuni passi del comunicato dei compagni del PCM francese :

“PCF maoiste

Cosa sta accadendo in Catalogna?
Questa nazione presente su diversi territori di cultura catalana (Valencia, Isole Baleari, Andorra, ...) si trova principalmente nello Stato spagnolo, e in parte nello Stato francese, ha una situazione politica che si sta evolvendo rapidamente: un' inedita crisi politica senza precedenti si è presentata. Il governo della Generalitat (l'organizzazione politica che detiene l'esecutivo regionale e i poteri legislativi di questa "comunità autonoma", integrata da secoli nello Stato spagnolo) ha promesso dal 2015 di avanzare verso la strada dell'indipendenza. Per questo, la Generalitat ha chiesto un referendum per il 1 Ottobre 2017.
Il governo conservatore spagnolo di Mariano Rajoy (leader del Partido Popular, che rappresenta l'estremità destra pro franchismo) sembra pronto a utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per impedire lo svolgimento del referendum, che la Corte Costituzionale ha giudicato illegale. Bisogna ricordare che la polizia ha anche effettuato ricerche presso la sede del governo regionale catalano e sequestrato il 19 e 20 settembre quasi 10 milioni di schede elettorali, che 14 funzionari del governo regionale sono stati arrestati e che il 21 settembre, la giustizia ha convocato più di 700 sindaci catalani, e anche le aziende private che hanno contribuito alla propaganda separatista sono state perquisite, la Corte Costituzionale ha annunciato multe da 6.000 a 12.000 € ogni giorno a 24 organizzatori del referendum fino a che non si piegheranno alle risoluzioni della "giustizia". 60 siti che promuovono il referendum sono stati chiusi, la campagna elettorale è stata illegale e quindi attaccare dei manifesti per l'indipendenza è illegale, e Madrid ha messo sotto tutela la finanza nella regione per evitare il finanziamento illecito .
La costituzione considera in effetti che la Spagna è una e indivisibile: nonostante l'esistenza di diverse nazioni all'interno di essa (Catalogna, Paesi Baschi, ma anche delle Asturie, Galizia, Andalusia ...), l'eredità dell'impero e del franchismo rimane profondamente segnato nell'organizzazione dello Stato. La borghesia continua a celebrare la "Giornata dell'ispanicità", e il partito di destra principale, il PP, è l'erede diretto della burocrazia di Franco. Ma in realtà, la borghesia spagnola è una classe incartata tra la sua natura imperialista e la realtà della centralizzazione incompleta. Se il paese è stato costruito sull' oro proveniente dalla colonizzazione dell'America Latina, ha vissuto un significativo ritardo industriale in seguito. Inoltre la Spagna non ha completato il suo processo di centralizzazione come ha fatto la Francia, che schiacciò le sue minoranze nazionali in modo più efficace con la diffusione di un'ideologia repubblicana giacobina. Solo alcune parti del nord della Spagna hanno veramente vissuto la rivoluzione industriale nel XIX secolo come i Paesi Baschi (Euskal Herria), Catalogna (Catalunya) o Galizia.
Queste contraddizioni hanno causato grande miseria nelle campagne, delle disuguaglianze economiche profonde, le rivendicazioni nazionali centrifughe, e profonda instabilità politica. La borghesia nella sua maggioranza è molto legata alla Chiesa cattolica, che disprezza apertamente il popolo e non cerca una facciata progressista. In risposta a cio', il movimento operaio si è sviluppato principalmente su una base anarco-sindacalista e anarchica. Le contraddizioni della società spagnola sono state notoriamente l'origine della rivolta reazionaria e della guerra civile del 1936-1939, che ha visto anche l'intervento delle potenze fasciste, del Messico e dell'Unione Sovietica. I baschi e i catalani si sono radunati a fianco della terza repubblica, sperando per l'indipendenza nazionale, o almeno in uno statuto e a delle libertà pubbliche.
La sconfitta della Repubblica ha fatto tacere le aspirazioni nazionali temporaneamente. Il movimento anarchico e anarco-sindacalista è stato spazzato, i comunisti sono stati immersi nella clandestinità, e la borghesia ha duramente schiacciato il proletariato. La transizione democratica che ha avuto inizio dopo la morte di Franco nel 1975 ha ridisegnare solo la facciata del vecchio Stato autoritario e nazionalista: nonostante la forma di Stato parlamentare, la Spagna ha una serie di leggi tra le più repressive in Europa. La tortura dei militanti e dei rivoluzionari e degli attivisti per l'indipendenza è comune, e ancora non è possibile criticare apertamente la monarchia.

Ma torniamo alla situazione attuale. Chi guida il movimento per l'indipendenza della Catalogna? La direzione di movimento è chiaramente nelle mani della borghesia catalana. In termini di classe, una parte del proletariato, della borghesia, e la maggioranza della piccola borghesia sono di cultura catalana. Al contrario "i più ricchi ed i più poveri sono spagnoli": la grande borghesia, come i proletari e i più precarie venuti a tentare la fortuna a Barcellona, e in aree industriali, sono più vicini alla cultura spagnola.

L'ultima Diada, la festa nazionale si trasformò in una manifestazione pro indipendenza, si sono riuniti un milione di persone. Per un decennio, il rapido sviluppo economico della Catalogna spinge la piccola e media borghesia catalana a sostenere apertamente il movimento indipendentista. In poche parole in questo modo: per la borghesia, è più vantaggioso mantenere l'integrità delle imposte al livello della Catalonia che versarle a Madrid. La Catalogna da sola rappresenta il 20% del PIL della Spagna, il 30% delle esportazioni e il 50% di alta attività a valore aggiunto! C'è un'idea reazionaria come quella che i "catalani" non vogliono sacrificarsi per il resto della popolazione in Spagna. Il movimento catalano, però, è da respingere nel suo insieme? No. Si tratta di una lotta nazionale con una caratteristica progressista (l'indipendenza all'interno di uno stato imperialista). Ma questa lotta non è rivoluzionaria. L'oppressione nazionale colpisce il popolo, ma anche la nazione intera.

Per i rivoluzionari dello Stato francese, la situazione deve essere monitorata da vicino. E' potenzialmente esplosiva in Spagna, e potrebbe avere conseguenze importanti a livello europeo, provocando un effetto domino nei Paesi Baschi e altrove, per esempio in Scozia e Irlanda del Nord. E' chiaro che Madrid non permetterebbe che la situazione si aggravi a questo punto. Per i conservatori, si trattava di una semplice contrattazione economica con la borghesia catalana, che ha fatto il suo show per pesare nella bilancia e mobilitare la sua base elettorale.

Ma la borghesia spagnola, sia essa conservatrice o socialista, ha trascurato un fattore: spinta dalla sua base, subite delle battute d'arresto dalla Generalitat nei confronti dei conservatori, la borghesia catalana è andata oltre quanto previsto. Può anche rinunciare al progetto di indipendenza e farla franca, facendo ciò che i politici borghesi sanno fare meglio, cioè recitare la commedia. Essi possono nascondersi dietro le minacce (un generale spagnolo aveva lasciato intendere che avrebbe difeso l'ordine costituzionale "con tutti i mezzi") e la repressione, impedire loro di tenere il referendum, compreso il sequestro dei bollettini e delle convocazioni, la chiusura dei siti web, i processi e la messa sotto tutela delle finanze della Generalitat.

Ma Madrid sta giocando un gioco molto pericoloso. La disobbedienza civile è massiccia in Catalogna, ci sono state grandi proteste studentesche di questi giorni, molte scuole sono occupate e i sindacati hanno depositato un avviso di sciopero generale a partire dal 1 ottobre nel caso in cui sarebbe stato impedito il referendum. Se le forze di polizia locale, i Mossos ancora obbediscono a Madrid, l'amministrazione disobbedisce apertamente. Le perquisizioni di edifici pubblici hanno scioccato l'opinione pubblica. E il processo contro i dirigenti catalani può spingere le masse a provare il tutto per tutto. Così qui siamo di fronte ad una situazione di rilascio o raddoppio: o il governo sostituisce temporaneamente il movimento per l'indipendenza, o lo radicalizza e perde i suoi mezzi per affrontare la pressione dell'opinione pubblica.

Tuttavia, le prossime settimane saranno decisive. Il nostro partito è quindi posizionato come segue:

Riconosciamo la definizione di una nazione come comunità umana, stabile, storicamente costituita, nata sulla base di un linguaggio comune, di un territorio, di una vita economica e formazione psicologica che si traduce in una cultura di comunità.

Lo Stato spagnolo ha usato e usa la forza contro la nazione catalana per impedire la secessione. Noi sosteniamo il diritto all'autodeterminazione della nazione catalana. Se la nazione catalana giudica positivamente di fare la secessione e creare così uno stato indipendente, è perchè si sente oppressa dallo Stato spagnolo. Dobbiamo sostenere il suo diritto all'autodeterminazione.

Il compagno Lenin ci ha insegnato che "il principio di nazionalità è storicamente inevitabile nella società borghese, e tenuto conto qi duesta società, il marxista riconosce pienamente la legittimità storica dei movimenti nazionali. Ma questo riconoscimento non passa alla difesa del nazionalismo, dovrebbe essere limitata strettamente a quanto è progressiva in tali movimenti, che questo riconoscimento non comporti di oscurare la coscienza proletaria dall'ideologia borghese.
"(Osservazioni critiche sulla questione nazionale, 1913)

Il nazionalismo borghese di una nazione oppressa ha un contenuto democratico che è diretto contro l'oppressione, questo è quello che sosteniamo. Tuttavia non sosteniamo il contenuto che mira a rafforzare il nazionalismo e i privilegi della borghesia nazionale e che rompe la coscienza di classe proletaria cancellando distinzioni di classe tra borghesi, piccolo-borghesi e proletari.

"Con il pretesto che le sue richieste sono" pratiche", la borghesia delle nazioni oppresse chiamerà il proletariato per sostenere le sue aspirazioni incondizionatamente ... Il proletariato si oppone a tale pratica. Pur riconoscendo uguali diritti a uno stato nazionale, i valori e soprattutto l'alleanza dei proletari di tutti i paesi, e valuta qualsiasi domanda nazionale, ogni separazione nazionale, dal punto di vista della lotta di classe dei lavoratori . Per i lavoratori, la cosa importante è quello di distinguere i principi delle due tendenze. Nella misura in cui la borghesia della nazione oppressa combatte gli oppressori, siamo sempre, in ogni caso, e più fortemente di chiunque altro a suo favore, perché noi siamo i nemici più fervidi di oppressione. Ma nella misura in cui la borghesia della nazione oppressa supporta il suo proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro. "(Lenin, citato da Ibrahim Kaypakkaya nella Questione Nazionale in Turchia, 1971)

Noi sosteniamo il diritto all'autodeterminazione della nazione catalana.
E sosteniamo l'unità del proletariato catalano e spagnolo contro gli interessi della borghesia e dei padroni.”


Infine riteniamo opportuno rileggere ciò che Lenin scrisse nella Tesi :”La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’auto decisione” che riportiamo di seguito :

1. L'imperialismo, il socialismo e la liberazione delle nazioni oppresse
L'imperialismo è la fase suprema dello sviluppo del capitalismo. Il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli Stati nazionali, ha sostituito alla concorrenza il monopolio, creando tutte le premesse oggettive per l'attuazione del socialismo. Perciò nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti la lotta rivoluzionaria del proletariato per l'abbattimento dei governi capitalistici e per l'espropriazione della borghesia è all'ordine del giorno. L'imperialismo spinge le masse verso questa lotta, acutizzando in modo straordinario gli antagonismi di classe, peggiorando le condizioni delle masse sia nel campo economico - trust, caroviveri - che in quello politico: il militarismo si sviluppa, le guerre diventano più frequenti, la reazione si rafforza, l'oppressione nazionale e il brigantaggio coloniale si accentuano e si estendono. Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica. Quei partiti socialisti i quali non dimostrassero mediante tutta la loro attività - sia oggi, sia nel periodo della rivoluzione, sia dopo la vittoria della rivoluzione - che essi liberano le nazioni asservite e basano il loro atteggiamento verso di esse sulla libera unione, - e la libera unione non è che una frase menzognera senza la libertà di separazione, - tali partiti tradirebbero il socialismo.
Naturalmente anche la democrazia è una forma di Stato che deve scomparire quando scomparirà lo Stato. Ma ciò avverrà soltanto col passaggio dal socialismo, definitivamente vittorioso e consolidato, al comunismo completo.

2. La rivoluzione socialista e la lotta per la democrazia
La rivoluzione socialista non è un atto isolato, una battaglia isolata su un solo fronte, ma tutta un'epoca di acuti conflitti di classe, una lunga serie di battaglie su tutti i fronti, cioè su tutte le questioni dell'economia e della politica, battaglie che possono terminare soltanto con l'espropriazione della borghesia. Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla, ecc. Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia.
Un errore non meno grave sarebbe quello di sopprimere un qualche punto del programma democratico, per esempio l'autodecisione delle nazioni, col pretesto della sua "irrealizzabilità" o del suo carattere "illusorio" durante l'imperialismo. L'affermazione che il diritto di autodecisione delle nazioni è irrealizzabile nel quadro del capitalismo può essere concepito o nel senso economico, assoluto, oppure nel senso politico, relativo.
Nel primo caso, essa, dal punto di vista teorico, è radicalmente sbagliata. In primo luogo, in questo senso non sono, per esempio, attuabili, nel quadro del capitalismo, il denaro-lavoro o l'eliminazione delle crisi, ecc. è assolutamente falso che l'autodecisione delle nazioni sia anch'essa irrealizzabile. In secondo luogo, anche il solo esempio della separazione della Norvegia dalla Svezia nel 1905 basta per confutare l'"irrealizzabilità" del diritto di autodecisione in questo senso. In terzo luogo, sarebbe ridicolo negare che, in seguito a un piccolo cambiamento nei reciproci rapporti politici e strategici, per esempio della Germania e dell'Inghilterra, la formazione di nuovi Stati, come uno Stato polacco, indù, ecc., sarebbe completamente "realizzabile" oggi o domani. In quarto luogo, il capitale finanziario, nei suoi tentativi espansionisti, comprerà e corromperà "liberamente" il più libero dei governi democratici e repubblicani e i funzionari elettivi di qualsiasi paese, sia pure "indipendente".Nessuna riforma nel campo della democrazia politica può eliminare il dominio del capitale finanziario, come del capitale in generale, e l'autodecisione si riferisce completamente ed esclusivamente a questo campo. Ma questo dominio del capitale finanziario non distrugge affatto l'importanza della democrazia politica come forma più libera, più ampia e più chiara dell'oppressione di classe e della lotta di classe. Tutti i ragionamenti sulla "irrealizzabilità", in senso economico, di una delle rivendicazioni della democrazia politica in regime capitalistico, si riducono pertanto a una definizione teoricamente errata dei rapporti generali e fondamentali tra il capitalismo e la democrazia politica in generale.
Nel secondo caso questa affermazione è incompleta e imprecisa poiché non soltanto il diritto delle nazioni all'autodecisione, ma tutte le rivendicazioni essenziali della democrazia politica sono "realizzabili" nell'epoca imperialista soltanto in modo incompleto, deformato e in via di rara eccezione (per esempio: la separazione della Norvegia dalla Svezia nel 1905). Anche la rivendicazione della liberazione immediata delle colonie, promossa da tutti i socialdemocratici rivoluzionari è "irrealizzabile" in regime capitalista senza una serie di rivoluzioni. Ma da questo non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (facendolo, farebbe soltanto il giuoco della borghesia e della reazione); deriva appunto, invece, che essa deve formulare e porre tutte queste rivendicazioni in modo rivoluzionario e non riformista, non limitandosi al quadro della legalità borghese, ma spezzandolo; non accontentandosi dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali, ma attirando le masse alla lotta attiva, allargando e rinfocolando la lotta per ogni rivendicazione democratica fondamentale sino all'attacco diretto del proletariato contro la borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia. La rivoluzione socialista può divampare non soltanto in seguito a un grande sciopero o a una grande dimostrazione di strada o a una rivolta dovuta alla fame, o in seguito a un ammutinamento militare o a un'insurrezione coloniale, ma anche in seguito a una qualsiasi crisi politica come l'affare Dreyfus, l'incidente di Zabern2oppure a un referendum sulla questione della separazione di una nazione oppressa, ecc.
Il rafforzamento dell'oppressione nazionale durante l'imperialismo non determina per la socialdemocrazia la rinunzia alla lotta "utopistica" (come viene definita dalla borghesia) per la libertà di separazione delle nazioni, ma determina, al contrario, una più ampia utilizzazione dei conflitti che sorgonoanchesu questo terreno, come motivi per l'azione di massa, per le azioni rivoluzionarie contro la borghesia.

3. Il significato del diritto di autodecisione e i suoi rapporti con la federazione
Il diritto delle nazioni all'autodecisione non significa altro che il diritto all'indipendenza in senso politico, alla libera separazione politica dalla nazione dominante. Concretamente, questa rivendicazione della democrazia politica significa la piena libertà di agitazione per la separazione e la soluzione di questa questione con un referendum della nazione che si separa. Questa rivendicazione non equivale quindi per nulla alla rivendicazione della separazione, del frazionamento, della formazione di piccoli Stati. Essa è soltanto l'espressione conseguente della lotta contro qualsiasi oppressione nazionale.Quanto più la struttura democratica di uno Stato è vicina alla piena libertà di separazione, tanto più rare e più deboli saranno in pratica le tendenze alla separazione poiché i vantaggi dei grandi Stati sono incontestabili, sia dal punto di vista del progresso economico come da quello degli interessi delle masse, e, inoltre, questi vantaggi crescono sempre più con lo sviluppo del capitalismo. Il riconoscimento del diritto di autodecisione non equivale al riconoscimento della federazione come principio.Si può essere avversari decisi di questo principio e fautori del centralismo democratico, ma preferire la federazione alla disuguaglianza di diritti delle nazioni, quale unica via verso il centralismo democratico. è precisamente da questo punto di vista che Marx, essendo centralista,preferiva perfino la federazione fra l'Irlanda e l'Inghilterra alla sottomissione forzata dell'Irlanda agli inglesi.Il fine del socialismo consiste non soltanto nell'abolizione del frazionamento dell'umanità in piccoli Stati e di ogni isolamento delle nazioni, non soltanto nell'avvicinamento delle nazioni, ma anche nella loro fusione.Ed è precisamente per raggiungere questo scopo che noi dobbiamo, da una parte, spiegare alle masse lo spirito reazionario delle idee di Renner e di O. Bauer sulla cosiddetta "autonomia nazionale culturale"4e, dall'altra, esigere la liberazione delle nazioni oppresse non attraverso declamazioni senza contenuto, attraverso frasi vaghe e generiche, né nella forma di "aggiornamento" della questione sino all'avvento del socialismo, ma sulla base di un programma politico formulato con chiarezza e precisione, un programma che tenga conto in modo particolare dell'ipocrisia e della viltà dei socialisti delle nazioni che ne opprimono altre. Come l'umanità non può giungere all'abolizione delle classi se non attraverso un periodo transitorio di dittatura della classe oppressa, così non può giungere all'inevitabile fusione delle nazioni se non attraverso un periodo transitorio di completa liberazione di tutte le nazioni oppresse, cioè la libertà di separazione.

4. L'impostazione proletaria, rivoluzionaria della questione dell'autodecisione delle nazioni
Non soltanto la rivendicazione dell'autodecisione delle nazioni, ma tutti i punti del nostro programma minimo democratico erano stati prima, già nel XVII e nel XVIII secolo, presentati dalla piccola borghesia. E la piccola borghesia continua ancora oggi, utopisticamente, a presentare tutti questi punti, senza vedere la lotta di classe e il suo acuirsi in regime democratico, credendo nel capitalismo "pacifico". è precisamente questa utopia, l'utopia della unione pacifica delle nazioni con eguali diritti sotto l'imperialismo, che inganna il popolo ed è difesa da kautskiani. In contrapposto a quest'utopia opportunista piccolo-borghese, il programma della socialdemocrazia deve mettere in evidenza la differenziazione delle nazioni in nazioni dominanti e nazioni oppresse, differenziazione fondamentale, essenzialissima ed inevitabile nell'epoca imperialista.
Il proletariato delle nazioni dominanti non può limitarsi a frasi generiche, stereotipate, ripetute da ogni borghese pacifista, contro le annessioni e per l'uguaglianza di diritti delle nazioni in generale. Il proletariato non può eludere col silenzio la questione - particolarmente "spiacevole" per la borghesia imperialista – delle frontiere di uno Stato fondato sull'oppressione nazionale.l proletariato non può non lottare contro il mantenimento forzato delle nazioni oppresse nei confini di uno Stato, e questo significa appunto lottare per il diritto di autodecisione. Il proletariato deve esigere la libertà di separazione politica delle colonie e delle nazioni oppresse dalla "sua" nazione. Nel caso contrario l'internazionalismo del proletariato resterà vuoto e verbale; tra gli operai della nazione dominante e gli operai della nazione oppressa non sarà possibile né la fiducia, né la solidarietà di classe; l'ipocrisia dei difensori riformisti e kautskiani del diritto di autodecisione, i quali non parlano delle nazionalità oppresse dalla "loro" nazione e violentemente mantenute nei confini del "loro" Stato, non sarà smascherata.
Dall'altro lato, i socialisti delle nazioni oppresse debbono particolarmente difendere e attuare l'unità completa e incondizionata, quella organizzativa compresa, degli operai della nazione oppressa con quelli della nazione dominante. Senza questo non è possibile - date le manovre di ogni specie, i tradimenti e le infamie della borghesia - difendere la politica autonoma del proletariato e la sua solidarietà di classe col proletariato degli altri paesi, poiché la borghesia delle nazioni oppresse trasforma continuamente le parole d'ordine della liberazione nazionale in un inganno per gli operai: nella politica interna esse utilizza queste parole d'ordine per accordi reazionari colla borghesia delle nazioni dominanti (per esempio i polacchi che in Austria e in Russia mercanteggiano con la reazione per opprimere gli ebrei e gli ucraini); nella politica estera tende ad accordarsi con una delle potenze imperialiste fra loro rivali per conseguire i suoi scopi di rapina (la politica dei piccoli Stati nei Balcani,5ecc.).
Il fatto che la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista può essere utilizzata, in certe condizioni, da un'altra "grande" potenza per i suoi scopi egualmente imperialisti, non può costringere la socialdemocrazia a rinunziare al riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni, così come i ripetuti casi di utilizzazione, a scopo d'inganno, per esempio nei paesi latini, delle parole d'ordine repubblicane da parte della borghesia per le sue manovre politiche e le sue rapine finanziarie, non possono costringere i socialdemocratici a rinunciare al loro repubblicanesimo*.
* E' inutile dire che respingere il diritto di autodecisione perché da esso deriverebbe la "difesa della patria" è semplicemente ridicolo. Con lo stesso diritto, cioè con la stessa mancanza di serietà, i socialsciovinisti invocano, nel 1914-1916, una qualunque rivendicazione della democrazia (per esempio il suo repubblicanesimo) e una qualsiasi formulazione della lotta contro l'oppressione nazionale per giustificare la "difesa della patria". Il marxismo deduce il riconoscimento della difesa della patria nelle guerre come, ad esempio, quelle della grande rivoluzione francese e di Garibaldi in Europa, e la negazione della difesa della patria nella guerra imperialista del 1914-1916 dall'analisi dei particolari storici concreti di ogni singola guerra e in nessun modo da un qualunque "principio generale" né da un qualunque singolo punto del programma.

5. Marxismo e proudhonismo nella questione nazionale
Contrariamente ai democratici piccolo-borghesi, Marx vide in tutte le rivendicazioni democratiche, senza eccezione, non un assoluto, ma un'espressione storica della lotta delle masse popolari, guidate dalla borghesia, contro il feudalesimo. Non v'è una sola di queste rivendicazioni che non potesse servire e non abbia servito alla borghesia, in certe circostanze, come strumento per ingannare gli operai. Eccettuare, per questo rispetto, una delle rivendicazioni della democrazia, e precisamente il diritto delle nazioni all'autodecisione, e contrapporla a tutte le altre è, dal punto di vista teorico, radicalmente falso. In pratica, il proletariato può conservare la propria autonomia solamente subordinando la sua lotta per tutte le rivendicazioni democratiche, senza escludere la repubblica, alla propria lotta rivoluzionaria per l'abbattimento della borghesia.
D'altra parte, Marx, contrariamente ai proudhoniani che "negavano" la questione nazionale "in nome della rivoluzione sociale", mise in primo piano, tenendo conto anzitutto degli interessi della lotta di classe del proletariato nei paesi avanzati, il principio fondamentale dell'internazionalismo e del socialismo: un popolo che opprime altri popoli non può essere libero6. E precisamente dal punto di vista degli interessi del movimento rivoluzionario degli operai tedeschi, Marx nel 1848 esigeva che la democrazia vittoriosa in Germania proclamasse e realizzasse la libertà dei popoli oppressi dai tedeschi. E precisamente dal punto di vista degli interessi del movimento rivoluzionario degli operai inglesi, Marx esigeva nel 1869 la separazione dell'Irlanda dall'Inghilterra, aggiungendo: "anche se dopo la separazione potrà venire la federazione".Soltanto ponendo una tale rivendicazione, Marx educava effettivamente gli operai inglesi nello spirito internazionalista. Soltanto in questo modo egli poteva contrapporre agli opportunisti e al riformismo borghese - il quale tuttora, cioè mezzo secolo dopo, non ha ancora attuato la "riforma" irlandese - una soluzione rivoluzionaria di questo compito storico. Soltanto in questo modo Marx, contrariamente agli apologeti del capitale che strepitavano contro il carattere utopistico e l'irrealizzabilità della libertà di separazione delle piccole nazioni e la progressività della concentrazione non soltanto economica ma anche politica, poteva difendere lo spirito progressivo di questa concentrazione non dal punto di vista imperialista, difendere l'avvicinamento tra le nazioni non sulla base della violenza, ma attraverso la libera unione dei proletari di tutti i paesi. Soltanto in questo modo Marx poteva contrapporre al riconoscimento verbale, e spesso ipocrita, dell'uguaglianza di diritti e dell'autodecisione dei popoli l'azione rivoluzionaria delle masse anche nel campo della soluzione delle questioni nazionali. La guerra imperialista del 1914-1916 e l'immensa ipocrisia degli opportunisti e dei kautskiani che essa ha svelato, hanno confermato chiaramente la giustezza di questa politica di Marx, la quale deve essere di esempio per tutti i paesi avanzati, dato che attualmente ciascuno di essi opprime delle nazioni straniere*.
* Spesso si sente dire - per esempio dallo sciovinista tedesco Lensch nei nn. 8 e 9 della rivista Die Glocke - che l'atteggiamento negativo di Marx verso il movimento nazionale di alcuni piccoli popoli, per esempio dei cechi nel 1848, confuta la necessità - dal punto di vista del marxismo - di riconoscere l'autodecisione delle nazioni. Ma questo è falso, perché nel 1848 esistevano dei motivi storici e politici per distinguere le nazioni "reazionarie" da quelle democratiche rivoluzionarie. Marx aveva ragione condannando le prime e sostenendo le seconde.(Crf. Karl Marx-Friedrich Engels, Werke, vol. 6, Berlino, 1959, pp. 270-276, ndt).Il diritto di autodecisione è una delle rivendicazioni della democrazia che, naturalmente, dev'essere subordinata agli interessi generali di quest'ultima. Nel 1948 e negli anni successivi questi interessi generali consistevano in primo luogo nella lotta contro lo zarismo.

6. Tre tipi di paesi in rapporto alla questione dell'autodecisione dei popoli
A questo riguardo bisogna distinguere tre tipi principali di paesi:
Primo. I paesi capitalisti avanzati dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti, in cui il movimento nazionale borghese progressivo è terminato da lungo tempo. Ciascuna di queste "grandi" nazioni opprime nazioni straniere nelle colonie e all'interno del paese. I compiti del proletariato delle nazioni dominanti sono qui precisamente identici a quelli che si ponevano nel XIX secolo in Inghilterra rispetto all'Irlanda*.
Secondo. L'Europa orientale: l'Austria, i Balcani e soprattutto la Russia. In questi paesi il XX secolo ha particolarmente sviluppato i movimenti nazionali democratici borghesi e acutizzato la lotta nazionale. Il proletariato non vi può adempiere il compito di condurre a termine la trasformazione democratica borghese così come non può adempiere il compito di appoggiare la rivoluzione socialista negli altri paesi senza difendere il diritto all'autodecisione. Particolarmente difficile ed importante si presenta qui il problema della fusione della lotta di classe degli operai dei paesi dominanti e degli operai dei paesi oppressi.
Terzo. I paesi semi-coloniali, come la Cina, la Persia, la Turchia e tutte le colonie, con una popolazione di circa 1.000 milioni di abitanti. In alcuni di questi paesi, i movimenti democratici borghesi sono appena all'inizio, in altri sono ancora lontani dall'essere terminati. I socialisti non soltanto debbono esigere la liberazione immediata, incondizionata, senza indennità delle colonie, - e questa rivendicazione, nella sua espressione politica, non significa altro, precisamente, che il riconoscimento del diritto di autodecisione, - ma debbono sostenere in questi paesi, nel modo più deciso, gli elementi più rivoluzionari dei movimenti democratici borghesi di liberazione nazionale, aiutarli nella loro insurrezione e, se il caso si presenta, nella loro guerra rivoluzionaria contro le potenze imperialiste che li opprimono.
* In alcuni piccoli Stati rimasti fuori della guerra del 1914-1916 - come per esempio l'Olanda, la Svizzera - la borghesia sfrutta largamente la parola d'ordine dell'"autodecisione delle nazioni" per giustificare la partecipazione alla guerra imperialista. Questo è uno dei motivi che spingono i socialdemocratici di tali paesi a negare l'autodecisione. Essi difendono la giusta politica proletaria, vale a dire la negazione della "difesa della patria" nella guerra imperialista adoperando argomenti errati. Ne risulta, dal punto di vista teorico, una deformazione del marxismo, e, in pratica, una ristrettezza sui generis di piccola nazione, l'oblio delle centinaia di milioni di abitanti delle nazioni asservite dalle "grandi" potenze. Il compagno Gorter, nel suo ottimo opuscolo:L'imperialismo, la guerra e la socialdemocrazia, nega erroneamente il principio dell'autodecisione delle nazioni, ma applica giustamente lo stesso principio quando esige immediatamente l' "indipendenza politica e nazionale" delle Indie olandesi e smaschera gli opportunisti olandesi che rifiutano di promuovere una tale rivendicazione e di lottare per essa.

7. Il socialsciovinismo e l'autodecisione delle nazioni
L'epoca imperialista e la guerra del 1914-1916 hanno posto categoricamente il compito della lotta contro lo sciovinismo e il nazionalismo nei paesi avanzati. Riguardo alla questione dell'autodecisione dei popoli esistono due tendenze principali tra i socialsciovinisti, e cioè gli opportunisti e i kautskiani che abbelliscono la guerra imperialista, la guerra reazionaria, applicandovi il concetto della "difesa della patria".
Da un lato vediamo i servitori più o meno aperti della borghesia i quali difendono le annessioni perché l'imperialismo e l'accentramento politico sarebbero progressivi, e negano il diritto di autodecisione che essi definiscono utopistico, illusorio, piccolo-borghese, ecc. A questa tendenza appartengono Cunow, Parvus, gli ultra opportunisti in Germania, una parte dei fabiani e dei capi tradunionisti in Inghilterra, gli opportunisti Semkovski, Libman, Iurkevic, ecc. in Russia.
Dall'altro lato vediamo i kautskiani, tra i quali si trovano anche Vandervelde, Renaudel e molti pacifisti inglesi, francesi, ecc. Essi sono per l'unità coi primi e in pratica si fondono con loro difendendo in modo puramente verbale e ipocrita il diritto di autodecisione. Essi ritengono "esagerata" ("zu viel verlangt", Kautsky,Neue Zeit, 21 maggio 1915) la rivendicazione della libertà di separazione politica, non difendono la necessità della tattica rivoluzionaria proprio per i socialisti delle nazioni dominanti, e, al contrario, occultano i loro doveri rivoluzionari, giustificano il loro opportunismo, li aiutano ad ingannare il popolo, eludono appunto la questione delle frontiere dello Stato che mantiene violentemente nei suoi confini le nazioni lese nei loro diritti, ecc.
Sia gli uni che gli altri sono degli opportunisti che prostituiscono il marxismo, avendo perduto ogni capacità di comprendere l'importanza teorica e l'attualità pratica della tattica di Marx spiegata loro con l'esempio dell'Irlanda. Per quanto riguarda la questione delle annessioni, essa è diventata particolarmente attuale in relazione alla guerra. Ma che cos'è un'annessione? è facile convincersi che ogni protesta contro le annessioni o si riduce al riconoscimento dell'autodecisione delle nazioni oppure si basa sulla fraseologia pacifista che difende lostatus quoe che è avversa a ogni violenza, anche rivoluzionaria. Una simile fraseologia è radicalmente sbagliata e inconciliabile col marxismo.

8. I compiti concreti del proletariato nel prossimo avvenire
La rivoluzione socialista può incominciare nell'avvenire più prossimo. In questo caso si porrà davanti al proletariato il compito immediato della conquista del potere, dell'espropriazione delle banche e dell'attuazione di altre misure dittatoriali. La borghesia - e specialmente gli intellettuali del tipo dei fabiani e dei kautskiani - si sforzerà in quel momento di frazionare e di frenare la rivoluzione imponendole degli scopi democratici limitati. Se tutte le rivendicazioni puramente democratiche possono - al momento dell'assalto del proletariato contro le basi del potere della borghesia - ostacolare in un certo senso la rivoluzione, la necessità di proclamare e di attuare la libertà di tutti i popoli (cioè il loro diritto all'autodecisione) è altrettanto urgente nella rivoluzione socialista quanto lo fu, ad esempio, per la vittoria della rivoluzione democratica borghese in Germania nel 1848 e in Russia nel 1905. è possibile tuttavia che passino cinque, dieci o più anni prima dell'inizio della rivoluzione socialista. Sarà allora all'ordine del giorno l'educazione rivoluzionaria delle masse tendente a rendere impossibile l'appartenenza degli sciovinisti e degli opportunisti socialisti al partito operaio e una loro vittoria simile a quella del 1914-1916. I socialisti dovranno spiegare alle masse che i socialisti inglesi i quali non rivendicano la libertà di separazione per le colonie e per l'Irlanda; i socialisti tedeschi i quali non rivendicano la libertà di separazione per le colonie, per gli alsaziani, per i danesi, per i polacchi, non svolgono una propaganda rivoluzionaria immediata e un'azione rivoluzionaria di massa contro l'oppressione nazionale, non approfittano di incidenti come quello di Zabern per la più ampia propaganda illegale tra il proletariato della nazione dominante, per le dimostrazioni di strada e l'azione di massa rivoluzionaria; i socialisti russi i quali non chiedono la libertà di separazione per la Finlandia, per la Polonia, per l'Ucraina, ecc., che questi socialisti agiscono come sciovinisti, come servi delle monarchie imperialiste e della borghesia imperialista, le quali si sono coperte di sangue e di fango. 9. L'atteggiamento della socialdemocrazia russa e polacca e della II Internazionale verso l'autodecisione
I dissensi tra i socialdemocratici rivoluzionari russi e quelli polacchi nella questione dell'autodecisione si manifestarono fin dal 1903, al congresso che approvò il programma del POSDR e che incluse in questo programma, malgrado la protesta della delegazione dei socialdemocratici polacchi, il paragrafo 9 contenente il riconoscimento del diritto delle nazioni all'autodecisione. Dopo di allora, i rappresentanti della socialdemocrazia polacca non hanno ripetuto nemmeno una volta, a nome del loro partito, la proposta di eliminare il paragrafo 9 del programma o di sostituirlo con una qualche altra formulazione.
In Russia - dove almeno il 57 per cento della popolazione (più di 100 milioni) appartiene ai popoli oppressi, dove questi popoli abitano principalmente la periferia, dove una parte di questi popoli è più civile dei grandi russi, dove la struttura politica si distingue particolarmente per il suo carattere barbaro e medioevale, dove la rivoluzione democratica borghese non è ancora compiuta - il riconoscimento del diritto di separazione dalla Russia delle nazioni oppresse dallo zarismo è assolutamente obbligatorio per la socialdemocrazia, in nome dei suoi compiti democratici e socialisti. Il nostro partito, ricostituito nel gennaio 1912,9ha approvato nel 1913 una risoluzione che riafferma di diritto all'autodecisione e lo spiega precisamente nel senso concreto sopra indicato. La sfrenatezza dello sciovinismo grande-russo nel 1914-1916, sia in seno alla borghesia sia tra i socialisti opportunisti (Rubanovic, Plekhanov,Nasce Dielo, ecc.), ci stimola ancora più ad insistere su questa rivendicazione e a riconoscere che coloro i quali la negano, in pratica appoggiano lo sciovinismo grande-russo e lo zarismo. Il nostro partito dichiara di declinare nel modo più reciso ogni responsabilità di tale intervento contro il diritto all'autodecisione.
L'ultima formulazione della posizione della socialdemocrazia polacca nella questione nazionale (dichiarazione della socialdemocrazia polacca alla conferenza di Zimmerwald) contiene i concetti seguenti:
Questa dichiarazione stigmatizza il governo tedesco e gli altri governi che considerano le "regioni polacche" come un pegno del futuro giuoco dei compensi, "privando il popolo polacco della possibilità di decidere da sé la propria sorte". "La socialdemocrazia polacca protesta decisamente ed ufficialmente contro la suddivisione e lo spezzettamento di tutto un paese"...Essa condanna i socialisti che hanno delegato agli Hohenzollern... "la causa della liberazione dei popoli oppressi". Esprime la convinzione che soltanto la partecipazione del proletariato rivoluzionario internazionale alla lotta per il socialismo, che si approssima, "spezzerà le catene dell'oppressione nazionale ed annienterà qualsiasi forma di dominio straniero, assicurerà al popolo polacco la possibilità di un largo, libero sviluppo come membro dell'unione dei popoli a parità di diritti". La dichiarazione riconosce che la guerra è "per i polacchi" "doppiamente fratricida" (Bollettino della commissione internazionale socialista, n. 2, 27 settembre 1915, p. 15; traduzione russa nella raccoltaL'Internazionale e la guerra, p. 97).
Queste proposizioni, in fondo, non differiscono in nulla dal riconoscimento del diritto delle nazioni all'autodecisione, ma, ancor più della maggior parte dei programmi e risoluzioni della II Internazionale, peccano di imprecisione e di indeterminatezza nelle formulazioni politiche. Ogni tentativo di esprimere questi pensieri in precise formulazioni politiche e di determinare se è possibile applicarle al regime capitalista oppure soltanto a quello socialista, mostrerà con evidenza ancora maggiore l'erroneità della negazione dell'autodecisione delle nazioni da parte dei socialdemocratici polacchi. La risoluzione del Congresso internazionale socialista di Londra10del 1896, che riconosce l'autodecisione delle nazioni, deve essere completata in base alle tesi più sopra esposte con le seguenti indicazioni:
1) urgenza particolare di questa rivendicazione durante l'imperialismo;
2) relatività storica e contenuto di classe di tutte le rivendicazioni della democrazia politica, inclusa l'autodecisione;
3) necessità di distinguere i compiti concreti dei socialdemocratici delle nazioni dominanti da quelli dei socialdemocratici delle nazioni oppresse;
4) riconoscimento inconseguente, puramente verbale - e perciò ipocrita nel suo significato politico - dell'autodecisione da parte degli opportunisti e dei kautskiani;
5) identità effettiva con gli sciovinisti di quei socialdemocratici, particolarmente delle grandi potenze (grandi russi, anglo-americani, tedeschi, francesi, italiani, giapponesi, ecc.), che non difendono la libertà di separazione delle colonie e delle nazioni oppresse dalle "loro" nazioni;
6) necessità di subordinare la lotta per questa rivendicazione, come per tutte le rivendicazioni fondamentali della democrazia politica, alla lotta rivoluzionaria diretta e di massa per l'abbattimento dei governi borghesi e per l'instaurazione del socialismo.
Portare nell'Internazionale il punto di vista di alcune piccole nazioni, e particolarmente dei socialdemocratici polacchi, i quali, spinti dalla lotta contro le parole d'ordine nazionaliste della borghesia polacca che ingannano il popolo, sono giunti a negare erroneamente l'autodecisione, sarebbe teoricamente un errore, una sostituzione del proudhonismo al marxismo e, in pratica, sarebbe un appoggio involontario allo sciovinismo più pericoloso e all'opportunismo delle nazioni dominanti.

La redazione del"Sotsial-Demokrat" organo centrale del POSDR
P.S. - Nella Neue Zeitdel 3 marzo, recentemente apparsa, Kautsky, per rendere un basso servizio a Hindenburg e a Guglielmo II, tende apertamente la mano cristiana della riconciliazione al rappresentante del più sporco sciovinismo tedesco, Austerlitz, respingendo per l'Austria degli Asburgo la libertà di separazione delle nazioni oppresse, ma riconoscendo questa libertà per la Polonia russa. Sarebbe stato difficile anche solo augurarsi un miglior autosmascheramento del kautskismo!
(Scritto nel gennaio-marzo 1916. Pubblicato nel Vorbote, n. 2, aprile 1916. Pubblicato in russo nel Sbornik Sotsial-Demokrata, n. 1, ottobre 1916). Lenin, Opere complete vol. 22, pagg. 147-160.









PARTITI DISORGANICI E PARTITO OPERAIO INDIPENDENTE

riceviamo e pubblichiamo il contributo di Scintilla al dibattito sul partito
redazione aurora proletaria

Questione elettorale borghese

Per un altro spunto (se ce ne fosse ancora bisogno) sulla questione elettorale borghese

Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito




La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.




Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)




Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)




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