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Iosif Vissarionovic Dzugasvili
Stalin

J. Stalin sulla critica e l'autocritica


(…)

Io so che nelle file del partito ci sono alcuni elementi che non amano la critica in generale e l’autocritica in particolare. Costoro, che potrei chiamare comunisti «leccati» (ilarità), non fanno che brontolare, respingendo l’autocritica; essi dicono: ancora questa maledetta autocritica, di nuovo si tirano fuori le nostre deficienze, non ci possono lasciar vivere tranquilli? È chiaro che questi comunisti «leccati» non hanno niente a che vedere con lo spirito del nostro partito, con lo spirito del bolscevismo. E così, dato che esistono simili tendenze in elementi che sono ben lontani dall’accogliere la critica con entusiasmo, è permesso chiedere: ci è necessaria l’autocritica, di dove proviene essa e quali sono i suoi vantaggi?

Penso, compagni, che l’autocritica ci è necessaria come l’aria, come l’acqua. Penso che senza di essa, senza l’autocritica, il nostro partito non potrebbe progredire, non potrebbe mettere a nudo le nostre piaghe, non potrebbe liquidare le nostre deficienze. E le nostre deficienze sono numerose. Questo si deve riconoscere apertamente e onestamente.

La parola d’ordine dell’autocritica non può essere considerata come una parola d’ordine nuova. Essa costituisce il fondamento stesso del partito bolscevico. Essa costituisce il fondamento del regime della dittatura del proletariato. Se il nostro Paese è il paese della dittatura del proletariato, e questa dittatura è diretta da un solo partito, il partito dei comunisti, che non divide e non può dividere il potere con altri partiti, non è forse chiaro che noi stessi dobbiamo scoprire e correggere i nostri errori, se vogliamo progredire; non è forse chiaro che non vi è nessun altro che possa mettere a nudo e correggere questi errori? Non è chiaro, compagni, che l’autocritica deve essere una delle forze più importanti che danno impulso al nostro sviluppo?

La parola d’ordine dell’autocritica ha avuto uno sviluppo particolarmente vigoroso dopo il XV congresso del nostro partito. Perché? Perché, dopo il XV congresso, che ha liquidato l’opposizione, si è creata nel partito una nuova situazione di cui non possiamo non tener conto.

In che consiste la novità di questa situazione? Nel fatto che da noi non esiste più o quasi più opposizione, nel fatto che, data la facile vittoria sull’opposizione, vittoria che rappresenta di per sé un importantissimo vantaggio per il partito, si può creare nel partito il pericolo di dormire sugli allori, di darsi al quieto vivere e di chiudere gli occhi sulle deficienze del nostro lavoro.

La facile vittoria sull’opposizione è un grandissimo vantaggio per il nostro partito. Ma essa nasconde in sé particolari lati negativi, consistenti nel fatto che il partito può permearsi di un senso di sufficienza, di autoammirazione e dormire sugli allori. Ma che cosa significa dormire sugli allori? Significa mettere una croce sul nostro movimento in avanti. E perché questo non accada ci è necessaria l’autocritica, non la critica astiosa e sostanzialmente controrivoluzionaria svolta dall’opposizione, ma la critica onesta, aperta, l’autocritica bolscevica.(…) (…)C’è ancora un’altra circostanza che ci spinge all’autocritica. Mi riferisco alla questione delle masse e dei capi. Negli ultimi tempi si sono incominciati a creare da noi alcuni rapporti originali fra i capi e le masse. Da un lato, è emerso nel nostro Paese, si è formato storicamente, un gruppo di dirigenti, la cui autorità si accresce sempre più, e che diviene quasi inaccessibile alle masse. Dall’altro lato, le masse della classe operaia prima di tutto, le masse dei lavoratori in genere, si elevano con straordinaria lentezza, incominciano a guardare ai capi dal basso in alto, aguzzando gli occhi, e non di rado hanno timore di criticare i loro capi.

Naturalmente il fatto che da noi si è formato un gruppo di dirigenti che hanno raggiunto un altissimo livello e che hanno una grande autorità, questo fatto è di per sé una grande conquista del nostro partito. È chiaro che se non esistesse questo gruppo autorevole di dirigenti sarebbe inconcepibile dirigere un grande paese. Ma il fatto che i capi, salendo, si allontanano dalle masse, e le masse incominciano a guardare ad essi dal basso in alto, non osando criticarli, questo fatto non può non creare un certo pericolo di distacco dei capi dalle masse e di allontanamento delle masse dai capi.

Questo pericolo può avere come conseguenza che i capi possono divenire presuntuosi e ritenersi infallibili. E che cosa ci può essere di buono nel fatto che gli alti dirigenti divengono presuntuosi e incominciano a guardare le masse dall’alto in basso? È chiaro che da questo non può uscire altro che la rovina del partito. Ma noi vogliamo andare avanti e migliorare il nostro lavoro, e non causare la rovina del partito. E precisamente per andare avanti e migliorare i rapporti fra le masse e i capi, si deve tenere perennemente aperta la valvola dell’autocritica, si deve dare agli uomini sovietici la possibilità di «lavar la testa» ai loro capi, di criticare i loro errori, affinché i capi non diventino presuntuosi e le masse non si allontanino dai capi.

Talvolta si confonde la questione delle masse e dei capi con la questione dell’avanzamento dei quadri. Questo è sbagliato compagni. Non si tratta dell’avanzamento di nuovi capi, sebbene questo meriti l’attenzione più seria del partito. Si tratta di salvaguardare i capi più autorevoli e che occupano già un posto elevato, organizzando un contatto permanente e indistruttibile fra questi capi e le masse. Si tratta di organizzare, attraverso l’autocritica e la critica delle nostre deficienze, una larga opinione pubblica del partito, una larga opinione pubblica della classe operaia, come controllo morale, vivo e vigilante, la cui voce deve essere attentamente ascoltata dai capi più autorevoli, se vogliono conservare la fiducia del partito, la fiducia della classe operaia.

(…)





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