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Iosif Vissarionovic Dzugasvili
Stalin

Il pericolo del trotskismo


21 Agosto 2020
Cap.14 del libro “Trotskismo : controrivoluzione mascherata” (1935) di Moissaye Joseph Olgin pag 143 – 152
In questo periodo in cui i falsi comunisti celebrano un traditore giustiziato ci sembra doveroso mettere in luce alcuni aspetti dell'opera di questa quinta colonna del capitalismo.
Redazione Aurora Proletaria.




“Nessuno osa parlare ad alta voce in Russia”.
“I lavoratori russi hanno pessime case, pessimi vestiti, pessimo cibo. A causa della malnutrizione e delle cattive condizioni igieniche, le epidemie si diffondo tra loro”.
Invece delle decantate prospettive meravigliose e dei privilegi particolarmente benefici, i lavoratori delle industrie pesanti hanno ottenuto una giornata lavorativa ufficiale di otto ore più due ore di straordinari; gli stacanovisti lavorano in mancanza costante di materiali e strumenti, con le macchine e gli apparati continuamente fuori uso, in stanze non riscaldate e senza ventilazione”.
“Il sistema della ‘dekulakizzazione’ e delle collettivizzazioni su larga scala ha trasformato la Russia da un paese con un’agricoltura fiorente a un paese in rovina totale. Invece dei vantaggi promessi, che avrebbero dovuto derivare dalla creatività collettiva e dall’applicazione delle macchine su larga scala, i contadini sono stremati. Il duro lavoro obbligatorio nelle fattorie collettive ha portato a una situazione in cui i contadini non possono creare i prodotti indispensabili”.
Chi sono gli autori di queste affermazioni? Provengono dal campo trotskista? Somigliano molto alle affermazioni di Trockij. Pensate a quello che Trockij ha scritto sul “burocratismo” in Russia, sulla democrazia repressa, sull’assenza dei diritti fondamentali sotto il “regime stalinista”. Non somiglia molto all’affermazione che “nessuno osa parlare ad alta voce in Russia”?
Passiamo alla situazione economica. Pensate a quello che Troskij ha scritto sulle condizioni dei lavoratori.
Gli obiettivi economici vengono fissati senza prendere in alcuna considerazione i mezzi disponibili. Un peso sempre più inumano è gettato sulle spalle dei lavoratori. [...] Malnutrizione più compiti obbligatori. La combinazione di queste due condizioni è sufficiente a logorare l’attrezzatura e a sfiancare i produttori stessi. [...] Non si crede ai propri occhi. [...] La scarsa nutrizione e la spossatezza nervosa portano a un’ apatia verso l’ ambiente circostante. Come risultato non solo le vecchie fabbriche ma anche quelle nuove, costruite secondo lo stato dell’arte della tecnologia, cadono presto in uno stato morente. (Lev Trockij, L’economia sovietica in pericolo, p. 21)
E questo è ciò che Trockij ha scritto sulla situazione dei contadini:
La corsa a perdifiato verso la collettivizzazione, senza prendere in alcuna considerazione le potenzialità economiche e culturali dell’economia rurale, ha portato in realtà a conseguenze disastrose. Ha distrutto gli stimoli dei piccoli produttori molto prima di essere in grado di sostituirli con altri stimoli economici molto maggiori. La pressione amministrativa, che nell’industria si esaurisce rapidamente, si rivela totalmente priva di potere nella sfera dell’economia rurale. [...] La collettivizzazione al cento per cento ha avuto come risultato una crescita del cento per cento di erba nei campi. (Ibid., p. 23)
C’è una qualche differenza materiale tra le ultime due citazioni e quelle all’inizio del capitolo? È difficile trovarne. Lo spirito è lo stesso. La sostanza è la stessa. Eppure le prime quattro citazioni sono tratte da una pubblicazione dal titolo The Russian Fascist pubblicata negli Stati Uniti in lingua russa (la rivista è pubblicata a Putnam, nel Connecticut, da un tale di nome A. Vonsjackij).
I fascisti russi e l’ex leader della Rivoluzione d’ottobre, Lev Trockij, parlano la stessa lingua.
Qual è la differenza tra di loro? Saremmo portati a pensare che i fascisti parlino a nome della dittatura del capitale mentre Trockij dei lavoratori e contadini russi. Ma anche i fascisti affermano di parlare a nome delle masse. Nelle loro pubblicazioni si presentano come i grandi portavoce degli sfruttati e oppressi, con gli sfruttatori e oppressori che sarebbero, secondo loro, i bolscevichi con a capo Stalin. Anche i fascisti fanno appello alla democrazia. Dicono addirittura di non essere contro i soviet. Vogliono soltanto “libertà di voto senza ostacoli e il diritto di eleggere dei non-partigiani ai soviet”: una richiesta trotskista.
I fascisti sono amici delle masse russe? Pensiamo che nessuna persona ragionevole ci crederebbe. Trockij è amico delle masse russe? Alcuni credono di sì, ma il fatto che le sue affermazioni siano così simili a quelle dei fascisti dovrebbe farli dubitare sul suo vero obiettivo.
La differenza tra fascisti e trotskisti è questa: l’inganno fascista è facilmente svelabile da chiunque abbia un cervello, mentre l’inganno trotskista non è così facile da svelare, perché è nascosto da frasi “rivoluzionarie”, “marxiane” e persino “leniniste”.
In questo sta il pericolo del trotskismo.
Una grande vittoria è stata raggiunta dal proletariato di tutto il mondo nell’ottobre 1917: la Rivoluzione bolscevica che ha fondato la dittatura del proletariato. Per oltre 17 anni la dittatura del proletariato ha governato un paese gigantesco. Successi inimmaginabili nel vecchio regime sono stati raggiunti in un lasso di tempo relativamente breve dopo la fine della guerra civile. Il progresso industriale che ha reso l’Unione Sovietica, per quanto riguarda la metallurgia pesante, il primo paese in Europa e il secondo nel mondo, ha realmente trasfigurato una vasta terra, aprendo di fronte ad essa possibilità ancora più grandi e sconvolgenti. Il progresso agricolo, che ha trasformato un paese di 20 milioni di piccoli proprietari terrieri arretrati in uno con la più moderna agricoltura collettivizzata su larga scala, ha portato l’Unione Sovietica alla ribalta nella produzione di alimenti e materie prime e l’ha resa largamente indipendente dai capricci delle condizioni del tempo. Sono state raggiunte vette culturali che sotto molti aspetti pongono il paese molto al di sopra di qualunque altro nel mondo capitalista.
Tutto questo non fu realizzato senza lotte. Lotte contro gli ex detentori della ricchezza; lotte contro le forze bianche dei proprietari terrieri e dei capitalisti; lotte contro gli eserciti di intervento capitalisti; lotte contro i nemici che penetravano in ogni angolo della vita sovietica per danneggiare e sabotare; lotte contro gli sfruttatori nei villaggi, i kulaki; lotte contro gli intellettuali sabotatori che opponevano ogni resistenza possibile al dominio dei lavoratori; lotte contro l’inefficienza, la mancanza di istruzione e preparazione da parte dei lavoratori; lotte contro l’arretratezza dei contadini; lotte contro le vecchie abitudini, le pratiche centenarie, i pregiudizi e le superstizioni; lotte contro gli elementi estranei all’interno del Partito Comunista che minacciavano di distruggerne l’unità e impedivano così il progresso della Rivoluzione.
Sotto la guida del Partito Bolscevico, prima con Lenin e Stalin e poi con il solo Stalin a capo, tutte queste difficoltà sono state superate, la maggior parte delle battaglie vinte, le fondamenta del socialismo gettate, l’edificio del socialismo quasi completato. I lavoratori dell’Unione Sovietica stanno entrando in una nuova epoca, un’epoca di abbondanza, di una cultura di più grande, di una vita meravigliosa e gioiosa.
Perché cos’è questo progresso economico se non la produzione di merci migliori e più numerose per soddisfare le masse? Cos’è il progresso culturale se non un mezzo per innalzare l’umanità sovietica a un livello più alto e umano? Cos’è l’intero sistema se non una strada verso un progresso ancora più grande e meraviglioso?
Paragonate tutto questo al crollo dell’industria e dell’agricoltura nel mondo capitalista, con le fabbriche chiuse, i campi di cotone e grano in abbandono, il grano bruciato, il latte versato nei fiumi, decine di milioni di lavoratori gettati nella fame e nella miseria, migliaia e migliaia di agonizzanti, bambini abbandonati a se stessi, giovani che vagano per le strade, scuole e università senza fondi, insegnanti, tecnici specializzati e artisti che ingrossano le fila dei disoccupati e non sono in grado di produrre cultura. Paragonate le conquiste sovietiche con questo enorme spreco di energie umane, talenti umani, possibilità umane, e l’importanza dell’Unione Sovietica sarà chiara alla luce del sole.
L’Unione Sovietica è il faro di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Ha eliminato lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, l’oppressione delle minoranze nazionali, delle colonie e delle semi- colonie. Ha trasformato le zone un tempo oppresse della Russia abitate da non russi in autentiche oasi di libertà dove fiorisce la cultura nazionale, una cultura che è nazionale nella forma e proletaria nel contenuto. Ha sviluppato le regioni un tempo arretrate per far loro raggiungere il livello delle più avanzate.
L’Unione Sovietica è un esempio per le masse del mondo. Mostra come la schiavitù capitalista e l’oppressione nazionale possono essere abolite. Il Partito Comunista dell’Unione Sovietica è un esempio di come i partiti proletari in ogni paese possono essere organizzati, e di come devono condurre le loro lotte per ottenere la vittoria della classe lavoratrice e la fondazione della dittatura del proletariato. L’Internazionale Comunista è l’organizzazione che unisce tutti i partiti comunisti in un unico grande Partito Bolscevico mondiale, guida della rivoluzione nel mondo.
Non c’è un singolo gruppo rivoluzionario tra i lavoratori e le nazionalità oppresse del mondo che non sia stimolato dall’esempio dell’Unione Sovietica. Non c’è una singola espressione di rivolta tra le masse che non sia illuminata e resa più cosciente e decisiva dall’esistenza dei partiti comunisti e dell’Internazionale Comunista. Togliete l’Unione Sovietica dalla scena politica, distruggete il Partito Comunista, schiacciate l’Internazionale Comunista e otterrete la più grande sconfitta degli sfruttati e il più grande trionfo per gli sfruttatori.
È per questo che il capitalismo mondiale odia l’Unione Sovietica. È per questo che le potenze imperialiste mondiali cospirano sempre contro l’Unione Sovietica. È per questo che si preparano assiduamente alla guerra contro l’Unione Sovietica. Conoscono il loro nemico. Conoscono il pericolo che minaccia il loro dominio e la loro stessa esistenza. Si sono impegnate a schiacciare, sabotare, distruggere, spazzare via l’odiata dittatura del proletariato.
Chi le aiuta è un nemico della classe lavoratrice e di tutti gli oppressi. Trockij e i trotskisti appartengono a questo campo.
Ci sono intellettuali di buon cuore e mente candida che pensano che Trockij non abbia ricevuto ciò che gli spettava. Questi campioni del “fair play” dimenticano che è Trockij a non riconoscere all’Unione Sovietica ciò che le spetta. È lui a non essere mai corretto nei confronti dei lavoratori sovietici e del loro Partito Comunista. È lui a non avere un atteggiamento corretto e giusto ma ad avere scheletri nell’armadio. È Trockij che, da membro del Comitato Centrale e del Politburo, ha complottato contro il Partito e quindi contro l’Unione Sovietica, contro lo stesso governo proletario. Quando alla fine il Partito Comunista fu costretto a espellerlo, fu perché si era rivelato un traditore della Rivoluzione.
Il marchio del rinnegato è inciso sulla sua fronte.
Quegli intellettuali che sembrano affascinati dal falso luccichio della sua produzione letteraria dovrebbero riflettere per un momento sulle sue attività. Dovrebbe essere il sostenitore della democrazia interna al Partito – lo dice lui stesso – ma quando si trattò di discutere dei sindacati sovietici voleva trasformali in un apparato puramente burocratico imposto dall’alto, e per questo propose di dar loro “un forte scossone”, di “graffiarli con la sabbia”. Doveva essere il sostenitore della rapida industrializzazione – per la quale avanzò misure azzardate ed essenzialmente distruttive – ma quando, sotto la guida del Partito Comunista e di Stalin, l’industrializzazione fece davvero progressi fenomenali, chiese di fermarla e si lamentò per l’andamento “a rotta di collo”. Doveva essere il sostenitore della collettivizzazione delle proprietà contadine – se necessario con la forza, il che avrebbe rovinato i rapporti tra i lavoratori e i contadini piccoli e medi e sabotato la Rivoluzione – ma quando alla fine la collettivizzazione fece davvero rapidi progressi, disse che devastava l’agricoltura e mandava in rovina i contadini. Doveva essere “ultrarivoluzionario”, un oppositore di sinistra – termine con il quale intendeva un comunista migliore di tutti gli altri – ma le sue attività hanno un solo obiettivo: minare, frantumare, indebolire e di conseguenza distruggere il Partito Comunista dell’Unione Sovietica senza il quale non può esserci la costruzione socialista e nemmeno l’Unione Sovietica. Doveva essere contro il “burocratismo” nel Partito e nell’apparato statale – un pericolo contro cui il Partito e lo stato sovietico lottano e che Trockij esagera di un milione di volte – ma ciò che sta organizzando sono esili cricche di burocrati scontenti, rinnegati di scarse capacità ed enormi ambizioni, individui incapaci che non sono riusciti ad arrivare alla guida dei veri Partiti Comunisti, creature avvelenate da tutti i vizi dei politici capitalisti e che non hanno nulla a che fare con le masse. Dovrebbe essere insoddisfatto dalla politica dell’ Internazionale Comunista e dei Partiti Comunisti nei vari paesi perché – secondo lui – non sono abbastanza radicali, ma ogni volta che i suoi seguaci sono coinvolti in qualunque tipo di attività tra i lavoratori suono fedelmente e con obbedienza i passi dei William Green, Matthew Woll, John Lewis e gli altri imbonitori del lavoro. Dovrebbe essere un grande difensore del fronte unito, che accusa l’Internazionale Comunista di aver mandato in rovina la rivoluzione tedesca perché non ne ha proposto uno – un’accusa fondata interamente sulle sue invenzioni – ma quando si sviluppa un fronte unito, come in Francia o negli Stati Uniti, i suoi gruppetti si uniscono ai riformisti contro di esso, tentando così di gettare sabbia negli ingranaggi dell’unità proletaria. Dovrebbe essere in polemica con l’Internazionale perché, dice, non fa avanzare la rivoluzione abbastanza rapidamente, ma lui stesso sta creando questo aborto, la quarta internazionale, che serve a lottare non per la rivoluzione socialista ma per la democrazia borghese, cioè per la continuazione dello sfruttamento e dell’oppressione. Si nasconde dietro il nome di Lenin – contro il quale ha combattuto per gran parte della sua vita e con il quale non è mai stato pienamente d’accordo – e afferma di portarne avanti la tradizione, ma lo fa per attaccare il grande genio che sta continuando l’opera di Lenin in quest’epoca e che guida le masse sovietiche di vittoria in vittoria: Stalin.
Non si deve pensare che il trotskismo sia soltanto una forma di disaccordo con questa o quest’altra politica del governo sovietico, che sia mera propaganda. In realtà il trotskismo usa l’arma della propaganda, le “armi della critica”, ma solo per passare alla “critica mediante le armi”, ai tentativi di rovesciare il sistema sovietico attraverso la forza armata.
L’assassinio di Kirov è soltanto un esempio dei metodi di lotta che il trotskismo vorrebbe sviluppare e portare a proporzioni gigantesche.
È precisamente allo scopo di realizzare questi “sviluppi” che la “quarta internazionale” è stata fondata. “È possibile rimuovere la burocrazia ‘pacificamente’?” chiede Trockij in L’Unione Sovietica e la Quarta Internazionale (Pioneer Publishers, New York, 1934, edizione inglese), e la risposta è negativa. Ovviamente Trockij non dice di voler distruggere l’Unione Sovietica. I trotskisti parlano soltanto della “burocrazia”, cioè del Partito Comunista e dell’apparato statale sovietico. Ma è chiaro dalla situazione che quando questi vengono rimossi, il sistema sovietico è rovesciato. Trockij sostiene la formazione di un partito in Unione Sovietica che realizzi questo obiettivo. “Il compito storico fondamentale”, dice, “è creare il partito rivoluzionario in Unione Sovietica dagli elementi sani del vecchio Partito e dai giovani” (Ibid., p. 24). Questo partito, che Trockij definisce “rivoluzionario” e composto da “elementi sani” proprio come Hitler definisce il suo Partito “rivoluzionario” e “pieno di vigore tedesco”, deve guadagnarsi il potere non attraverso il Partito Comunista esistente o le istituzioni dello Stato sovietico. “Dopo le esperienze degli ultimi anni, sarebbe ingenuo supporre che la burocrazia stalinista possa essere rimossa mediante un partito o un congresso sovietico”, dice Trockij (p. 24). “Non resta alcun mezzo ‘costituzionale’ normale per rimuovere la cricca al potere” (p. 25), cioè per rimuovere l’organizzazione del potere della dittatura del proletariato. Trockij avanza la sua tesi con franchezza: “La burocrazia [l’organizzazione statale del proletariato e dei contadini – M.J.O.] può essere costretta a cedere il potere nelle mani dell’avanguardia proletaria [i complottisti controrivoluzionari e gli assassini come Nikolaev – M.J.O.] solo con la forza” (p. 25, corsivo di Trockij).
Trockij immagina una guerra civile? Preferisce chiamarla con un altro nome. Preferisce fomentare i suoi seguaci descrivendo una situazione in cui essi sono talmente forti che “l’apparato stalinista [il Partito e lo Stato] resterà sospeso a mezz’aria”, ma allo stesso tempo è molto esplicito. “Se [l’apparato] dovesse provare a resistere, sarà necessario usare contro di esso non la misura della guerra civile, ma piuttosto misure di carattere poliziesco”, cioè bastoni, pistole, bombe a gas. Ma non pensate che Trockij si ritiri di fronte a un’insurrezione armata contro il governo sovietico. Dice che un’insurrezione sarebbe giustificata. “In ogni caso si tratterebbe non di un’insurrezione armata contro la dittatura del proletariato, ma della rimozione di un tumore maligno al suo interno” (p. 25). Trockij vorrebbe farci credere che un’insurrezione di controrivoluzionari – che per loro natura devono essere assistiti dagli ex proprietari terrieri, industriali, kulaki e ufficiali zaristi – non sarebbe un’insurrezione contro la dittatura del proletariato ma la rimozione di quello che sceglie di chiamare “tumore maligno” (definì Lenin “leader dell’ala reazionaria” del Partito Socialdemocratico). Ma non serve molto acume per capire che un’insurrezione contro il Partito Comunista e lo Stato sovietico riporterebbe al potere i vecchi sfruttatori. Anche i fascisti russi in America dicono di voler mantenere il sistema sovietico. Sono credibili quanto Trockij.
Una luce torbida è gettata sul trotskismo dalla sua speranza esplicita in una guerra che aiuti il rovesciamento dei soviet. Cos’è più vicino, chiede Trockij in un delirio di auto-realizzazione: il collasso del sistema sovietico per sua stessa mano, senza l’azione del nuovo partito, o la nascita di questo partito? Nessuna delle due cose, direbbe una persona ragionevole, perché non c’è pericolo di un collasso del sistema sovietico e nessuna prospettiva che la controrivoluzione abbia mai la possibilità di costruire un partito di massa in Unione Sovietica. Ma qui Troskij rivela un altro lato della sua previsione: “Una grande prova storica – che potrebbe essere una guerra – determinerà i rapporti di forza” (p. 26). Eccoci al punto. I trotskisti sperano in una guerra imperialista che aiuti la controrivoluzione a rovesciare il sistema sovietico. Cercano di organizzare la “quarta internazionale” per “attendere una chiamata esplicita” per un attacco all’Unione Sovietica. La guerra potrebbe essere l’occasione giusta.
Mai prima d’ora i trotskisti si sono svelati a tal punto.
Il trotskismo fa lo stesso lavoro dei controrivoluzionari dichiarati. In sostanza non c’è differenza tra Trockij e Hearst. Ma il trotskismo rappresenta quel pericolo specifico che si spaccia per comunismo “di sinistra” e produce frasi sulla “rivoluzione mondiale”.
I capitalisti hanno bisogno di varie tipologie di agenti per ingannare i lavoratori, distruggere la loro unità, allontanarli dal sentiero della lotta rivoluzionaria. I capitalisti hanno il loro Roosevelt con gli slogan sul New Deal e la demagogia sulla “sicurezza sociale”. Quando i lavoratori non intendono più accettare la demagogia di Roosevelt, i capitalisti hanno un altro agente, la burocrazia sindacale che finge di parlare a nome del lavoro mentre in realtà consegna i lavoratori ai loro sfruttatori. Quando i lavoratori hanno fatto altri passi avanti, ci sono i leader socialisti che in nome della “democrazia” (la democrazia dei borghesi e degli sfruttatori) impediscono ai proletari di unirsi al Partito Comunista e di impegnarsi in lotte rivoluzionarie contro il capitalismo e per il potere sovietico. Quando i lavoratori sono talmente radicalizzati che nemmeno l’inganno socialista può più tenerli incatenati al carro dei capitalismo, quest’ultimo ha un altro agente: Trockij e i trotskisti. Si presentano in nome del comunismo “di sinistra”, come “veri leninisti”. Ma l’effetto delle loro attività è lo stesso: aiutare il capitalismo indebolendo tutto ciò che è autenticamente rivoluzionario, scoraggiando i lavoratori, diffondendo tra loro il panico riguardo all’Unione Sovietica, spingendoli a unirsi a Muste ed elementi simili, sotto la bandiera della “quarta internazionale” controrivoluzionaria.
Il trotskismo non ha radici nelle masse proletarie, ma il suo pericolo per il Partito Comunista, e in particolare per quegli intellettuali piccolo-borghesi che si stanno avvicinando al Partito nei paesi capitalisti, non deve essere sottovalutato. È la piccola borghesia che attraverso il trotskismo cerca di disorganizzare e demoralizzare le forze rivoluzionarie che si stanno mobilitando contro il capitalismo. Gli elementi piccolo- borghesi, dice Lenin, “circondano il proletariato, da ogni parte [...] lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell’individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento”. Questo è vero per i paesi capitalisti tanto quanto lo era per la Repubblica Sovietica nel 1920. La piccola borghesia circonda il proletariato da ogni parte, e il trotskismo si rigenera continuamente come espressione di questa tipologia particolare di controrivoluzione. È soltanto naturale che gli intellettuali provenienti dalla piccola borghesia siano particolarmente esposti al pericolo del trotskismo. La situazione degli intellettuali nell’attuale crisi è tutt’altro che invidiabile. Centinaia di migliaia hanno perso il lavoro. Le attività scientifiche, educative e culturali sono ridotte al minimo. La gioventù intellettuale non ha quasi speranze di trovare un lavoro che le permetterebbe di sviluppare il suo talento e vivere una vita confortevole. Gli intellettuali si radicalizzano, ma essendo piccolo borghesi molti di loro hanno un’avversione per il Partito Comunista, per la sua teoria e pratica. Qui interviene il trotskismo, dando agli intellettuali di questo tipo una “via d’uscita”. Permette loro di atteggiarsi a comunisti senza partecipare alla lotta di classe. Dà loro la possibilità di atteggiarsi a “critici” del Partito “da sinistra”, realizzando così il loro desiderio di sembrare “radicali”. Dà loro una piattaforma con cui combattere il Partito, soddisfacendo così le loro inclinazioni piccolo-borghesi, senza allo stesso tempo sembrare reazionari. Fornisce loro nuove frasi vuote su Lenin e Stalin, l’Internazionale Comunista e la rivoluzione mondiale, rimanendo saldamente ancorato al fango piccolo-borghese. Fa credere loro di essere “comunisti” mentre specula sul loro odio piccolo-borghese per la disciplina e l’azione rivoluzionaria proletaria.
Questo è precisamente il motivo per cui il trotskismo deve essere considerato un nemico della classe lavoratrice, il motivo per cui il trotskismo dovrebbe essere tenuto a distanza da chiunque abbia simpatia per il movimento rivoluzionario degli sfruttati e oppressi di tutto il mondo.
Deve essere un dovere supremo dei lavoratori di tutti i paesi costruire il Partito Comunista, sezione dell’Internazionale Comunista, e seguire la sua linea di lotta contro il capitalismo e per il sistema sovietico.





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Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.




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