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Iosif Vissarionovic Dzugasvili
Stalin

Le basi sociali del trotskismo


Capitolo 2 del libro : Trotskismo: controrivoluzione mascherata di Moissaye J. Olgin(1878-1939) originariamente pubblicata a NewYork nel 1935 dalla Workers Library Publisher, è stata recentemente tradotta in italiano da Scintilla Rossa ed è reperibile su internet all'indirizzo http://scintillarossa.forumcommunity.net/? t=57121030. L'autore, rivoluzionario russo attivo nei primi anni del novecento, emigrò negli Stati Uniti nel 1915 e divenne figura di spicco del movimento comunista nordamericano, tra l'altro come corrispondente della Pravda.
Redazione Aurora Proletaria


Abbiamo fornito alcuni dettagli sulla storia della vita politica di Trockij, ma il trotskismo non è questione di un uomo solo. Non è la peculiarità di un individuo. Il trotskismo è un fenomeno sociale. Il fatto che a Trockij sia capitato di far parte della Rivoluzione aggiunge un certo prestigio ai suoi discorsi agli occhi degli sprovveduti. In questo come in molti altri casi, l’elemento personale non può essere ignorato. Ma anche se Trockij non fosse mai esistito, il marchio dell’opposizione alla Rivoluzione che rappresenta avrebbe trovato una sua espressione. Il trotskismo rinasce a ogni fase del movimento rivoluzionario perché è l’espressione di una certa classe, la piccola borghesia.

Una volta Karl Marx disse che questa classe è “una classe di transizione nella quale gli interessi di due classi si elidono simultaneamente”. La piccola borghesia si trova a metà tra il proletariato e l’alta borghesia. Lotta per raggiungere la posizione dell’alta borghesia ma quest’ultima, usando il potere del capitale concentrato e centralizzato, la rigetta continuamente nella posizione del proletariato. Soggettivamente la piccola borghesia desidera arricchirsi e raggiungere la vetta del potere economico capitalista, ma oggettivamente i suoi interessi stanno nella lotta contro il capitalismo perché esso le toglie il terreno sotto i piedi e perché soltanto in un sistema socialista il piccolo borghese di oggi diventerà un membro libero della società, non timoroso del futuro, dato che sotto il socialismo diverrà un individuo impegnato in un lavoro produttivo utile. La classe della piccola borghesia, perciò, è ondivaga. Gli interessi di due classi, disse Marx, si “elidono simultaneamente” in essa. Ciò significa che la piccola borghesia non può essere completamente controrivoluzionaria come la grande borghesia, ma non può essere neppure completamente a favore della rivoluzione come il proletariato. La piccola borghesia è spaventata dalla grande borghesia ma ha paura anche della rivoluzione. Alcune parti di essa sono attratte dalla rivoluzione che rappresenta i loro interessi futuri, ma si ritirano davanti alla linea netta dell’opposizione rivoluzionaria. Fondamentalmente vorrebbero la pacificazione tra le classi, perché nulla è più caro al cuore della piccola borghesia della pace sociale. Comunque, sentono che la pace sociale significa anche la loro maledizione. Perciò, quando il proletariato sviluppa un forte movimento rivoluzionario, molti elementi piccolo-borghesi sono attratti irresistibilmente verso il campo rivoluzionario, soltanto per denunciarne gli “estremi” e nascondersi dietro la maschera dell’“estrema sinistra”. Si trovano male con il sistema capitalista esistente, ma anche con la rivoluzione e i suoi leader. Non essendo veramente rivoluzionari, essendo capaci soltanto di farsi guidare dalla rivoluzione, sviluppano spesso un’immensa vanità. Pensano a se stessi come i “soli” e “autentici” rivoluzionari, e denunciano i veri rivoluzionari come “dogmatici” e “limitati”.

L’approccio di Trockij alla Rivoluzione è quello della piccola borghesia.

Il fatto che non sia né un bottegaio né un modesto artigiano non deve ingannare chi non conosce l’interpretazione marxista dei movimenti sociali. Non bisogna supporre, dice Marx, che coloro che rappresentano la piccola borghesia siano tutti “bottegai o campioni entusiasti della classe dei piccoli bottegai”.

Possono essere lontani dai bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi dei rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l’interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresentano. (Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)

Qual è stata l’influenza della piccola borghesia nella Rivoluzione russa?

Già nel 1908 Lenin, parlando del revisionismo del marxismo, spiegava così i suoi pericoli:
In ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. [...] È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo-borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà così sempre, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione “completa” della maggioranza della popolazione. Ciò che noi sperimentiamo ora spesso soltanto nel campo ideologico: le discussioni contro le concezioni teoriche di Marx; ciò che ora non si manifesta nella pratica che a proposito di certi problemi particolari del movimento operaio: le divergenze tattiche coi revisionisti e le scissioni che si producono su questo terreno, tutto ciò la classe operaia dovrà inevitabilmente subirlo ancora in proporzioni incomparabilmente più grandi quando la rivoluzione proletaria avrà acutizzato tutti i problemi controversi, avrà concentrato tutte le divergenze sui punti che hanno l’importanza più diretta per determinare la condotta delle masse e ci avrà imposto, nel fuoco del combattimento, di discernere i nemici dagli amici e di respingere i cattivi alleati per infliggere al nemico colpi decisivi. (Lenin, “Marxismo e revisionismo”, Opere complete, vol. XV, p. 34)

Con la chiarezza di un genio, Lenin ha previsto la lotta della rivoluzione proletaria con i suoi “cattivi alleati” piccolo-borghesi.

Qual è il ruolo di questi cattivi alleati? Vent’anni dopo Stalin lo ha spiegato così:
siccome il proletariato non vive nel vuoto, ma nel più effettivo e reale dei mondi, con tutte le sue particolarità, gli elementi borghesi, sorti sulla base della piccola produzione, “circondano il proletariato, da ogni parte, d'un ambiente piccolo-borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell'individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento che sono proprie della piccola borghesia”. (Lenin, “Estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere complete, vol. XXXI, p. 34) e così portano nel proletariato e nel suo partito certi ondeggiamenti, certe esitazioni.

Ecco qual'è la radice, la base di ogni sorta di esitazioni e di deviazioni dalla linea leninista nelle file del nostro partito. (Stalin, Del pericolo di destra nel Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS)

Più precisamente, Stalin spiega in Principi del Leninismo:

Tutti questi gruppi piccolo-borghesi penetrano in un modo o nell’ altro nel partito, portandovi lo spirito dell’ esitazione e dell’opportunismo, lo spirito della disgregazione e dell’incertezza. Essi sono pure la fonte principale del frazionismo e della disgregazione, la fonte della disorganizzazione e della demolizione del partito dall’interno. Fare la guerra all’imperialismo avendo alle spalle simili «alleati», significa trovarsi nella posizione di gente che è presa a fucilate da due parti: di fronte e alle spalle. Perciò la lotta spietata contro questi elementi, la loro espulsione dal partito, è condizione pregiudiziale del successo della lotta contro l’imperialismo. (Stalin, “Principi del leninismo”, Opere complete, vol. VI, p. 225)

La definizione del trotskismo come rappresentante dell’influenza della piccola borghesia sul proletariato e su alcuni membri del Partito Comunista venne espressa ripetutamente nelle risoluzioni dei Congressi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Il Tredicesimo Congresso (1924) dichiarò:

Con la presente “opposizione” siamo di fronte non solo a un tentativo di revisionismo del bolscevismo, non solo a un allontanamento dal leninismo, ma anche a una deviazione piccolo- borghese espressa con chiarezza. Non c’è il minimo dubbio sul fatto che questa “opposizione” riflette oggettivamente la pressione della piccola borghesia sulle posizioni del Partito del proletariato e sulla sua politica.

Al Quindicesimo Congresso (1927) il Partito Comunista definì così l’opposizione di Trockij, Zinov’ev e Kamenev:

La negazione della possibilità di un’edificazione vittoriosa del socialismo in Unione Sovietica e la conseguente negazione del carattere socialista della nostra Rivoluzione, la negazione del carattere socialista dell’industria di Stato, la negazione dello sviluppo socialista nei villaggi sotto la condizione della dittatura del proletariato e della politica di unione del proletariato con le masse contadine sulla base dell’edificazione socialista, e infine la sostanziale negazione della dittatura del proletariato in Unione Sovietica (“Termidoro”) e la conseguente tendenza alla capitolazione e allo sconfittismo: tutti questi orientamenti ideologici hanno trasformato l’opposizione di Trockij in uno strumento della democrazia piccolo-borghese all’ interno dell’Unione Sovietica e in una truppa ausiliaria della socialdemocrazia internazionale al di fuori delle sue frontiere.

Come individuo, Trockij è soltanto il rappresentante di una certa classe sociale. È un intellettuale piccolo-borghese. Ha iniziato opponendosi alla Rivoluzione e al Partito Comunista, e ha finito col guidare la controrivoluzione. Fedele alla sua natura, è entrato nel movimento rivoluzionario della classe lavoratrice, ma non ha mai creduto alla capacità delle forze rivoluzionarie di portare la Rivoluzione a una conclusione vittoriosa e ha sempre detestato l’essenza stessa del Partito proletario. Detesta le tediose attività quotidiane della costruzione e del perfezionamento dell’organizzazione dei lavoratori. Detesta la disciplina quando è applicata a lui, ma la ama quando è applicata agli altri. Quando era Commissario di Guerra era spietato verso i suoi subordinati. Quando sconfitto mille a uno nel Partito Bolscevico, rifiutò di sottomettersi.

Nel periodo più rivoluzionario della sua vita fu sempre pieno di incertezze. Ogni volta che la Rivoluzione si trovava di fronte a una difficoltà, cadeva nel panico. Quando erano necessarie pazienza e resistenza, chiedeva azioni spettacolari. Quando la ritirata temporanea era l’ordine del giorno, sosteneva spavalderie senza senso che avrebbero distrutto la Rivoluzione. Quando la Rivoluzione raccoglieva le forze per una nuova avanzata, ne lamentava il “collasso”. Quando si arrivava a una nuova vittoria, la dipingeva come una sconfitta.

In questo, come nella sua refrattarietà ad ammettere gli errori, ad applicare a se stesso l’autocritica, rappresentava soltanto la sua classe.

Quello che caratterizzava la sua opposizione, quando era ancora soltanto un semplice oppositore, era la mancata comprensione delle forze che muovevano la Rivoluzione e un approccio aridamente razionale alla soluzione dei problemi, un approccio che non aveva alcun rapporto con le realtà della vita. Quello che lo caratterizza adesso, ora che guida l’avanguardia dei controrivoluzionari, è la deliberata invenzione di modi e mezzi per danneggiare la Rivoluzione, l’Unione Sovietica, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il movimento comunista di tutto il mondo. Questo è diventato il suo unico scopo, l’unica ragione della sua esistenza.

Una volta aveva un sogno. Credeva di essere in grado di prendere il posto di Lenin nel Partito Bolscevico. Il Partito di Lenin non poteva essere guidato da un uomo che non era mai stato un bolscevico e aveva sempre combattuto Lenin. Ma egli non riuscì a capire questa ovvia verità. Siccome era arrivato a credere di essere la forza propulsiva della Rivoluzione, non riteneva possibile accettare un posto minore. Siccome era un intellettuale piccolo-borghese, non riusciva a mettere gli interessi del Partito al di sopra dell’ambizione personale. Perciò dovette recitare la parte del grande intransigente. Da quella posizione è scivolato nell’orrenda fogna in cui si trova oggi.

La storia dei suoi ultimi dieci anni è la storia di una caduta continua. Da membro del Politburo a oppositore interno al Partito, a intralcio espulso dal Partito, a nemico espulso dall’Unione Sovietica, a fornitore alla borghesia mondiale di menzogne sull’Unione Sovietica, a organizzatore delle forze di sabotaggio contro il Partito Comunista e l’Internazionale Comunista, a ispiratore dei complotti per assassinare i dirigenti rivoluzionari, puntando dritto al cuore della Rivoluzione.

In verità, nessun uomo è mai caduto così in basso.

Una volta aveva un sogno. Ne ha uno anche adesso. Vedere l’Unione Sovietica sabotata, il Partito Comunista distrutto, i dirigenti bolscevichi assassinati, il movimento comunista mondiale schiacciato, l’Internazionale Comunista spazzata via, come lo farebbe felice tutto questo! Come si compiace di questa visione! Ovviamente non lo dice così chiaramente. Non può scoprirsi di fronte al mondo. Il suo sporco lavoro è reclutare per la controrivoluzione attraverso una fraseologia radicale. È un maestro nella contraffazione delle parole. Ma tutte le sue azioni sono volte a realizzare il suo sogno.

In questo è identico a Matthew Woll e Randolph Hearst, Abramovich e Hamilton Fish. Stesso stampo.





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