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Repressione e prigionieri rivoluzionari

Rafforzare ed estendere resistenza


Per una campagna nazionale di solidarietà con le lotte sociali e politiche colpite dalla repressione


Negli ultimi anni le manifestazioni di conflittualità sociale e politica sono oggetto di attacchi sempre piú duri, in Italia come nel resto d’Europa. Nei periodi, quali quello attuale, in cui la crisi si acuisce, gli spazi di contrattazione economica e di agibilità politica si restringono. Ogni espressione radicale di conflitto viene colpita in modo sempre piú duro, provocando lo sdegno dei sinceri garantisti, e le loro denunce sulla trasformazione dello " stato di diritto " in stato " di emergenza ", " di eccezzionalità permanente ". Si tratta senza’altro di voci positive, ma le loro letture sterili, innocentiste, talvolta vittimistiche, sono destinate ad avere scarsa incisività politica. Non individuano infatti la realtà di fondo, ovvero che la repressione e la tendenza alla guerra globale . imperialista e di classe - sono parte integrante del modo di produzione capitalistico, e l’accentuazione dell’autoritarismo strettamente connessa con l’avanzare della crisi economica. A conferma di ció, se ce ne fosse bisogno, c’é la sostanziale omogeneità di fondo dei percorsi in atto in vari paesi europei, che raggiunge punte estreme in Turchia e Kurdistan, dove la repressione si confonde con la guerra dispiegata. Ed é proprio questo scenario a evidenziare come evolve, e evolverà, il confronto nella lotta di classe, che tenderà sempre piú a una vera e propria guerra.
É una costante del modo di produzione capitalistico, che si esprime attraverso un sistema di prevenzione.contenimento indispensabile per garantire la sopravvivenza di un sistema basato sullo sfruttamento e la disuguaglianza. Ne troviamo ammissione esplicita nello stesso pensiero dottrinario e strategico borghese. questo nodo va posto al centro del nostro approccio. Ci permette di identificare la tendenza dominante e di individuare un terreno su cui l’iniziativa e il dibattito possono decisamente politicizzarsi, tendenzialmente, in termini rivoluzionari. Perché é chiaro che se ci si trova di fronte a un sistema che non riesce piú a regolare le proprie contraddizioni, nonché le sue stesse esigenze economiche, se non in procedure di guerra, i margini per un contrasto di tipo riformistico, legai-istituzionale, si riducono drasticamente.
Lottare contro la repressione per noi é un dovere. Come é importante, nello specifico, denunciare le torture, le condizioni di carcere duro, condurre campagne contro l’art. 41 bis, ecc. All’interno peró della dinamica piú generale di uno scontro che vede contrapposti interessi di classe assolutamente incompatibili. Ci troviamo oggi a fare i conti con una situazione di debolezza, di rapporti di forza sfavorevoli. Ma questo non comporta la necessità di attestarsi su parole d’ordine arretrate. Al contrario. Dobbiamo porre fin da subitole basi perché in futuro si possa trasformare la difesa in attacco. Sostenere le lotte piú avanzate, lavorare per favorire un loro coordinamento e una crescita di coscienza. Questo é uno dei nostri compiti. Non possiamo " creare " le lotte di massa, lo sappiamo, ma sicuramente dobbiamo incidere in ogni situazione per far si che i soggetti e i contenuti migliori vengano valorizzati e non dispersi, come invece é spesso accaduto negli ultimi anni. In questo quadro, sollevare il problema politico della legittimità del conflitto anche nelle sue forme di rottura, di opposizione piú dura, sostenere e diffondere tutte quelle pratiche e comportamenti che difendono e allargano gli spazi di agibilità politica, puó contribuire da un lato a sviluppare la solidarietà fra le varie realtà dal’altro a rafforzare quegli elementi piú radicali di resistenza in grado di permettere che le lotte riescano a riprodursi, non disperdendosi ai primi attacchi repressivi a cui inevitabilmente saranno sottoposte.
Negli ultimi anni la devastazione di interi territori in nome del profitto, la mancanza di case e di lavoro, la decadenza della scuola e del sistema sanitario, ovvero un generale peggioramento delle condizioni di vita provocato dal’acuirsi della crisi, ha spinto di nuovo sul terreno della lotta settori popolari piú vasti, che sono andati ad affiancare i militanti politici. Lavoratori, in particolare della logistica, cittadini che si oppongono a discariche, basi militari, grandi opere, migranti, terremotati, pastori, disoccupati, studenti, occupanti di case... si sono trovati a fare i conti con pestaggi, denunce, fogli di via, schedature di massa e misure restrittive varie, o con nuove forme di repressione subdole quali le multe pecuniarie, volte a indebolire il sostegno popolare ai movimenti. Nello stesso tempo sono stati denunciati, arrestati e condannati militanti politici per gli scontri di piazza o le espressioni piú conflittuali delle lotte sociali, fino ad arrivare ad attacchi generalizzati come il maxiprocesso contro il movimento fiorentino.
Vari sono infatti gli strumenti utilizzati, da quelli piú apertamente militari e polizieschi (carcerazioni, arresti, denunce, fogli di via, Daspo, ecc) e quelli amministrativi (in particolare le sanzioni pecuniarie) fino a forme piú soft, mediatiche e culturali.
Molte voci, anche nel movimento, affermano che le lotte negli ultimi anni sono state poche, deboli ed effimere. Le migliaia di denunce smentiscono queste affermazioni. Sicuramente peró, tranne rari casi, sono state estremamente frammentate e poco collegate fra loro. E per questo costrette ad un arretramento ai primi colpi della repressione. Perché mentre gli attacchi possono rafforzare e rendere ancora piú determinata una lotta inserita all’interno di una strategia politica, in assenza di un progetto in grado di guidarla verso un salto politico organizzativo, non potrà mai fare fronte all’innalzamento del livello di scontro imposto dallo Stato. Lo sbocco inevitabile diviene la disgregazione, il ritorno nei limiti della legalit&agrae; borghese.Anche il movimento No Tav, che pure ha sorpreso in questi anni per la sua tenuta militante é inevitabilmente soggetto alle leggi della lotta tra le classi e quindi destinato a un progressivo arretramento, in assenza di condizioni in grado di permettere un suo salto politico organizzativo.
Cosa fare allora oggi, in una situazione di frammentazione delle forze e di assenza di riferimenti generali, per non rimanere spettatori del conflitto e favorire il processo per una crescita di coscienza delle lotte?
Nel campo della lotta alla repressione vanno ribaltati i termini del nostro intervento. La denuncia e la corretta informazione sulla’apparato di prevenzione/repressione statale sono necessarie. Cosi come le campagne di solidarieà nei confronti dei prigionieri politici, " vecchi " e " nuovi ", e di tutti i compagni e le compagne colpiti dalle differenti forme di repressione (licenziamenti, multe, denunce, carcerazione). Ma l’elemento centrale deve diventare un altro. Riaffermare, tramite una campagna politica nazionale che unifichi il pi6uacute;possibile i protagonisti delle lotte in corso, la legittimità di quelle stesse pratiche che sono bersaglio di provvedimenti repressivi. La prosecuzione della lotta, in un’ottica di ricomposizione di classe e di allargamento del conflitto, é il modo migliore per rispondere all’attacco frontale operato dallo Stato ed esprimere solidarietà a chi ne viene colpito. Questo il senso del diritto di resistenza. Dove la parola " diritto " non intende riferirsi al sistema borghese di leggi, ma alla riaffermazione e alla riproposizione di quelle lotte e di quei comportamenti colpiti dagli attacchi giudiziari e polizieschi. Occupazioni abitative, iniziative antifasciste, blocchi stradali, sabotaggi, scontri di piazza... Mai cadere nella trappola di distinguere   " buoni " e " cattivi " di fronte al nemico di classe. " Si parte e si torna insieme... " ci insegna il movimento No Tav, quando rivendica collettivamente anche le azioni maggiormente criminalizzate. " Siamo tutti terroristi! ". Le inchieste, i processi, devono trasformarsi in megafono delle ragioni e degli obbiettivi della lotta. All’opposto, ad esempio, di quanto accaduto in occasione della manifestazione No Expo del 1 maggio 2015 a Milano. Le divergenze si discutono all’interno, non si contrattano " indulgenze " in cambio di differenziazioni e prese di distanza.
Il clamidi rappresaglia repressiva degli ultimi anni ha spinto alcuni militanti, nel 2013, a lanciare una campagna politica con l’obbiettivo di collegare, anche attraverso le vicende giudiziarie, le differenti situazioni di lotta. Nacque cosi l’idea di una amnistia sociale. Le premesse di questa campagna, e anche parte degli obbiettivi, sono a tutti’oggi condivisibili. Tentare di creare adeguati strumenti perché le lotte possano resistere alla repressione. Sbagliata era invece la parola d’ordine su cui si basava la campagna. Amnistia sociale. É un’ingenuità pensare che questa parola d’ordine possa essere agitata solo come " propaganda " facilmente comprensibile a vari settori in lotta, senza necessariamente essere collegata alla richiesta di un atto di " clemenza " da parte dello Stato. Che, probabilmente, era nella testa di alcuni fra i fautori della campagna. In una situazione di debolezza, non puó che essere un cedimento delle posizioni di classe. La differenza di obbiettivi fra gli stessi promotori, l’ambiguità di fondo, hanno portato la campagna ad arenarsi proprio mentre suscitava un fortissimo interesse in numerose realtà di lotta, testimoniato dalle centinaia di adesioni giunte al Manifesto politico.
Riprendiamo le spinte positive di quella iniziativa in una prospettiva di classe, rivoluzionaria, che sia in grado di trasformare le difficoltà attuali dello scontro in opportunità di avanzamento.
Costruiamo un intervento che favorisca il collegamento, la radicalizzazione e la crescita di coscienza delle lotte, la salvaguardia delle battaglie politiche e dei militanti!
Contro la repressione delle lotte sociali lanciamo una campagna politica che abbia come parola d’ordine RAFFORZARE ED ESTENDERE RESISTENZA!
Aprile 2016







PARTITI DISORGANICI E PARTITO OPERAIO INDIPENDENTE

riceviamo e pubblichiamo il contributo di Scintilla al dibattito sul partito
redazione aurora proletaria

Questione elettorale borghese

Per un altro spunto (se ce ne fosse ancora bisogno) sulla questione elettorale borghese

Necessità di una preparazione ideologica di massa

di Antonio Gramsci , scritto nel maggio del 1925, pubblicato in Lo Stato operaio del marzo-aprile 1931. Introduzione al primo corso della scuola interna di partito




La legislazione comunista

Articolo apparso su L'Ordine nuovo anno II n.10 del 17 luglio 1920 a firma Caesar

Antonio Gramsci : Il Partito Comunista

Articolo non firmato, L’Ordine Nuovo, 4 settembre e 9 ottobre 1920.




Antonio Gramsci - Riformismo e lotta di classe

(l'Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato)




Antonio Gramsci : La funzione del riformismo in Italia

(l’Unità, 5 febbraio 1925, anno 2, n. 27, articolo non firmato)




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Lo scorso 19 giugno, con i ballottaggi, si sono consumate le ennesime elezioni previste dal sistema democratico borghese. Si trattava di elezioni amministrative ma di alto significato politico nazionale.

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